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La riforestazione e i Salgado: un sogno da quattro milioni di alberi

Da oltre 20 anni il celebre fotografo Sebastião Salgado e sua moglie, l’artista e produttrice Lélia Deluiz Wanick, promuovono un piano di riforestazione in Brasile. Il progetto guarda al 2027. Ed è più ambizioso che mai

di Matteo Cavallito

 

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La natura come orizzonte, la riforestazione come obiettivo tangibile. Sebastião Salgado, fotografo tra i più celebri del mondo. Lélia Deluiz Wanick artista, autrice e produttrice. Da quasi 60 anni condividono la vita quotidiana e le sue passioni. Insieme hanno viaggiato un po’ ovunque ma alla fine sono sempre tornati in quell’angolo di Vale do Rio Doce chiamato casa. Per curarlo, salvarlo, riportarlo letteralmente alla vita. Il progetto è iniziato nel 1998 con la fondazione dell’Instituto Terra  ed è destinato ora a proseguire per lo meno fino al 2027 perseguendo un traguardo importante: l’impianto di un milione di alberi.

Dal degrado alla riforestazione

Il progetto segue un percorso tracciato da tempo. Una missione elaborata e condotta nel suolo arso e desolato della Fazenda Bulcão che la famiglia del celebre fotoreporter aveva acquistato negli anni ’40. Deciso a favorire il pascolo degli animali, il padre di Salgado aveva progressivamente disboscato il terreno per vendere legname e piantare erba da foraggio. Molti anni più tardi, ritornando alla tenuta della sua infanzia, Sebastião faticò a riconoscere lo scenario: la terra ormai arida, le piante scomparse. Il degrado. Ovunque.

La riforestazione che ne è seguita porta oggi il nome di 290 specie di piante e centinaia di animali tornati ad abitare quei 700 ettari di terra tropicale ad Aimores, nello Stato di Minas Gerais. Ed esplode, rigogliosa, all’ombra degli alberi impiantati nel tempo: tre milioni di esemplari fino ad oggi, che diventeranno quattro dopo il completamento del programma.

L’obiettivo? Rigenerare il suolo e la biodiversità

L’operazione, condotta dall’Instituto Terra in collaborazione con la compagnia assicurativa elvetica Zurich, è iniziata a novembre dello scorso anno con la semina delle prime 100mila piantine. L’obiettivo della riforestazione è quello di ripristinare il bioma originario della foresta rigenerando il suolo e la sua biodiversità e contrastando il cambiamento climatico. Un programma ambizioso che assume un significato particolare in un Paese che da tempo fa i conti con un uso indiscriminato del territorio. “Quella di Lélia Wanick e Sebastião Salgado è un’azione visionaria e rivoluzionaria in una regione, in un Paese e in un continente devastati dalla continua deforestazione e dall’uso intensivo e insostenibile delle terra con conseguente degrado, abbandono ed esodo rurale”, ha dichiarato Isabella Salton, direttore esecutivo dell’Instituto Terra.

L’introduzione delle specie arboree nell’area, precisa l’istituto, dovrebbe consentire all’ecosistema forestale in via di recupero “di riprodursi da solo in modo permanente”.

 

“Mettiamo radici per il futuro”: l’operazione pro-suolo dell’Emilia Romagna fa subito boom

Il piano regionale si basa sulla donazione di nuovi alberi ai cittadini per mitigare le temperature e rigenerare i terreni. In poche settimane, consegnati 260mila esemplari. Obiettivo finale: 4,5 milioni di piante

di Matteo Cavallito

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Il traguardo di lungo periodo è ambizioso: impiantare 4 milioni e mezzo di esemplari da qui al 2025. Come dire, un albero per ogni abitante grazie all’impegno degli stessi cittadini oltre a quello di scuole, enti e associazioni. I primi risultati fanno ben sperare: quasi 260mila nuovi alberi sono già stati consegnati da quando la Regione Emilia Romagna ha lanciato l’operazione “Mettiamo radici per il futuro” alla fine di settembre. Un modo per promuovere, attraverso il coinvolgimento attivo della popolazione, la qualità del suolo incrementando l’estensione delle aree verdi.

Milioni di alberi da curare e conservare

Il progetto, per il quale sono stati stanziati 14,2 milioni di euro, si fonda sul sostegno dei vivai della regione che dal 1° ottobre hanno iniziato a consegnare gratuitamente le piante a cittadini, associazioni ed enti pubblici che ne hanno fatto richiesta. Tutti i partecipanti sono tenuti a sottoscrivere una dichiarazione d’impegno specificando il luogo della messa a dimora. Gli alberi dovranno essere piantati in aree di proprietà ed essere curati e conservati fino alla fine del loro ciclo biologico. La lista degli obiettivi include l’attività di imboschimento, il ripristino di ambienti naturali, la diffusione delle aree verdi anche nei contesti urbani – in contrasto al fenomeno della cementificazione – e lo sviluppo di attività didattiche e divulgative.

Benefici evidenti per suolo e clima

I vantaggi, d’altra parte, sono noti. Un massiccio impianto di alberi, ad esempio, produce un maggiore assorbimento della CO2 ma anche dei gas inquinanti e delle polveri sottili favorendo, di conseguenza, il contrasto alla crisi climatica. Evidenti anche i benefici per il suolo che sperimenta una maggiore capacità di assorbimento delle piogge. In ambito urbano, inoltre, l’estensione della aree alberate permette di contrastare efficacemente la calura estiva abbassando la temperatura dell’asfalto. Notevoli, infine, le ricadute positive in termini di salute, benessere e crescita della biodiversità cittadina.

Boschi urbani e aree verdi

Molteplici i progetti già avviati. Arpae, l’Agenzia per la prevenzione, l’ambiente e l’energia dell’Emilia-Romagna ha già iniziato a distribuire gli alberi ai propri dipendenti (150 le adesioni a fine 2020). Analoga iniziativa da parte della Protezione Civile regionale che punta a consegnare gli esemplari ai suoi dipendenti (oltre 480). Tra i programmi lanciati dai Comuni si segnala il piano per la creazione di boschi urbani a Modena, la valorizzazione del Parco dei nuovi nati a Forlimpopoli e il progetto di riforestazione nell’area di Fidenza. Qui, in particolare, si punta a istituire due aree verdi – il “Bosco di Maia” e il “Bosco la bionda” – per un totale di 21mila metri quadrati.

Cementificazione, Consulta: tutela aree verdi viene prima degli interessi privati

La Corte costituzionale ha dichiarato legittima la legge con cui nel 2018 la Regione Lazio ha deciso l’ampliamento del 36% del Parco dell’Appia Antica. Su quell’area doveva sorgere un maxi-insediamento da un milione di metri cubi

di Emanuele Isonio

 

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Il 2021 inizia con una buona notizia per chi crede nelle aree protette come strumento per tutelare il territorio contro i rischi di speculazione e cementificazione. La Corte costituzionale con una sentenza emessa pochi giorni prima di Natale ha, di fatto, sancito la supremazia del bene comune ambientale rispetto agli interessi economici individuali.

Uno stop definitivo al controverso progetto Marino 2

La vicenda, in particolare, riguarda il Parco Regionale dell’Appia Antica: un’area naturale protetta di oltre 4500 ettari, creata più di 20 anni fa dalla Regione Lazio ma soprattutto il parco urbano più grande d’Europa, che parte a ridosso del centro storico di Roma e si spinge fino ai comuni di Ciampino e Marino. Tutto inizia due anni fa. A ottobre 2018 la Regione Lazio ha approvato un ampliamento del territorio protetto: 1213 ettari in più, pari al 36% in più di territorio protetto.

L'area protetta dal Parco Regionale dell'Appia Antica, completo dell'ampliamento previsto con la legge regionale del 2018. FONTE: Parco Appia Antica.

L’area protetta dal Parco Regionale dell’Appia Antica, completo dell’ampliamento previsto con la legge regionale del 2018. FONTE: Parco Appia Antica.

La scelta era stata fatta per fermare un controverso programma edilizio già approvato dal comune di Marino e dalla Regione stessa negli anni precedenti (era il 2011): dietro quel progetto c’era Luca Parnasi. L’immobiliarista romano proprio su quell’area voleva costruire un nuovo imponente insediamento urbano. Il suo nome? Marino 2. Oltre un milione di metri cubi di cemento sulla campagna romana che avrebbero ospitato circa 15mila abitanti. Un tipico esempio di cementificazione realizzata, per di più, in un’area di grande pregio naturalistico e archeologico. La legge regionale aveva però fatto saltare quel progetto. Proprio appellandosi ad essa, la Regione Lazio e il Comune di Marino hanno infatti archiviato il procedimento di valutazione di impatto ambientale del progetto e negato il permesso di costruire. Le ditte costruttrici erano quindi ricorsi al Tar che, a sua volta, ha coinvolto la Consulta.

La Consulta: i vincoli paesaggistici prevalgono sugli strumenti urbanistici

La Corte costituzionale però con la sentenza n. 276 (redattrice, il giudice Daria de Pretis) ha dichiarato infondati i dubbi del Tar Lazio sull’articolo 7 della legge regionale n. 7/2018. Ha quindi respinto la tesi dei giudici amministrativi secondo cui un’area avente pregio ambientale non potrebbe essere tutelata qualora sia interessata da un progetto edificatorio previsto in uno strumento urbanistico attuativo già approvato. “In questo modo – spiegano i giudici della Consulta in una nota – si finisce per attribuire alla pianificazione urbanistica un valore preclusivo del pieno dispiegarsi della tutela ambientale mentre ciò contraddice la funzione stessa dei vincoli preordinati a questa finalità”.

La sentenza ha quindi ricordato i precedenti costituzionali in tema di limiti al diritto di proprietà e ha ribadito che i vincoli finalizzati alla tutela ambientale non hanno carattere espropriativo e non ricadono perciò nell’ambito di applicazione del terzo comma dell’articolo 42 della Costituzione (quello secondo cui “la proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale”). “Si tratta infatti di limitazioni che ineriscono intrinsecamente al bene – precisa la Consulta – in ragione di caratteri suoi propri e vanno pertanto ricondotte a quanto previsto dal secondo comma dell’articolo 42 (che permette di limitare la proprietà privata per assicurarne la funzione sociale). “E questo – aggiunge la nota – vale anche nel caso in cui il vincolo investa beni compresi in uno strumento urbanistico attuativo”.

Un tratto della "regina viarum" all'interno del Parco Regionale dell'Appia Antica.

Un tratto della “regina viarum” all’interno del Parco Regionale dell’Appia Antica.

Mario Tozzi: la Consulta permette di realizzare il sogno di Antonio Cederna

Entusiasta per la sentenza il presidente del Parco dell’Appia Antica, Mario Tozzi.

“Con questa sentenza – sottolinea il geologo e divulgatore scientifico, contattato da Re Soil Foundation – abbiamo la certezza che uno degli angoli più belli dell‘Agro romano non sarà più devastato dall’edilizia, dall’inquinamento, da attività economiche e produttive dannose per l’ambiente. E tutto questo grazie ad un parco “naturalistico” voluto e amato dai cittadini.

La Corte Costituzionale non solo afferma la legittimità dell’ampliamento fisico del territorio del parco dell’Appia Antica. Sottolinea anche l’importanza nell’attività di tutela del parco regionale. Riconosce il lavoro di tanti che si sono impegnati per la tutela ambientale dell’Appia, in senso lato, e non strettamente dal punto di vista naturalistico. Il Parco di oggi è finalmente quello immaginato da Antonio Cederna e previsto dalla legge istitutiva regionale del 1988. È un punto di riferimento per cittadini e turisti.

Per realizzare quello che è oggi, si è cominciato nel primo decennio del 2000 (inserimento Tenuta Toramarancia del 2002 e proposta ampliamento Bonelli del 2005). Parte da lì la sfida lanciata per riconnettere aree ad alto valore ambientale e culturale oggi separate, creando un sistema di continuità territoriale e ambientale verso il centro storico di Roma e verso i Castelli Romani. Ci sono voluti anni perché questa sfida venisse raccolta dai due giovani e battaglieri consiglieri regionali, Marta Bonafoni e Marco Cacciatore, che con la loro proposta di legge di ampliamento hanno portato tutto il Consiglio Regionale ad emanarla nel 2018″.

L’importanza delle aree protette

“Chi si occupa di paesaggio dice che quella degli scorsi giorni è una sentenza storica, uno straordinario precedente” aggiunge la consigliera regionale Marta Bonafoni. “Con quella norma – spiega – ci eravamo presi una bella responsabilità e il timore di essere smentiti dalla Consulta era tanto. La sentenza n.276 riconosce invece la bontà del nostro emendamento e fa anche di più. Scrive che la tutela ambientale e paesaggistica del bene è sovraordinata a qualsivoglia interesse privato”.

Al di là del caso particolare, la sentenza della Corte costituzionale è una indiretta conferma dell’importanza del ramificato sistema delle aree protette costruito in Italia. Ad oggi poco meno del 20% del territorio nazionale è tutelato grazie a parchi nazionali (24), parchi regionali (152), aree marine protette (30), riserve statali (147), riserve regionali (418). E ad essi si aggiungono altre 576 aree sottoposte a tutela. Strumenti utili a difendere il territorio italiano, garantire la salute del suolo, degli ecosistemi e della biodiversità: l’Italia è infatti il Paese europeo con la maggiore varietà di specie viventi, animali e vegetali, molte delle quali endemiche.

L’Europa premia il suolo più sostenibile del 2020

Pratichi una strategia innovativa per la sostenibilità del suolo? Puoi partecipare al Soil Award, il premio della European Landowners Organization istituito per riconoscere e promuovere le buone pratiche a livello continentale

di Matteo Cavallito

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Premiare l’uso virtuoso del suolo e le sue pratiche di gestione sostenibile. È l’obiettivo del Soil Award, il premio istituito dalla European Landowners Organization per riconoscere i meriti degli operatori del settore. Il riconoscimento intende celebrare l’impegno a favore della mitigazione delle minacce alla salute dei terreni. Un elenco, quest’ultimo, che include notoriamente il degrado, l’erosione, la riduzione del contenuto di materia organica, la contaminazione, la riduzione della biodiversità, la salinizzazione, l’impermeabilizzazione, le inondazioni e gli smottamenti. Il concorso, insomma, punta a sottolineare il ruolo delle best practice utili alla protezione di questa risorsa centrale e insostituibile.

Suolo in salute: un premio alla consapevolezza

Giunto alla sua XIII edizione, il premio è l’occasione per porre sotto i riflettori i risultati ottenuti incentivando le soluzioni più virtuose per garantire la protezione del suolo. Oltre, va da sé, per promuovere la consapevolezza del problema. Aperto ufficialmente il 1° ottobre, il bando scade il 20 gennaio 2021, data ultima per la presentazione delle candidature. Ampia la platea dei potenziali partecipanti: agricoltori, proprietari terrieri, gestori del territorio, gruppi di coltivatori che si presentano in autonomia o in collaborazione con istituti di ricerca, università e/o aziende private. Una pluralità di soggetti, insomma, residenti nei Paesi europei.

L’obiettivo? “Promuovere buone pratiche a livello europeo”

La partecipazione al concorso (qui tutti i dettagli per sottoporre la candidatura) è il punto di partenza per ottenere il riconoscimento del “grande valore del lavoro dell’agricoltore, promuovendo il progetto vincitore come buona pratica a livello europeo”. L’iniziativa, inoltre, vuole essere un’occasione “per aumentare la visibilità di tali metodi di coltivazione su scala locale, nazionale e continentale”. Il premio consiste in un assegno da 5.000 euro.

I vincitori 2020

Lo scorso anno il premio era andato a una realtà italiana. La giuria aveva infatti scelto il progetto ideato dalla società cooperativa agricola Orto 2.0 che si era posta l’obiettivo di “portare un pezzo di terra coltivabile dentro ogni appartamento” per “rendere trasparente il processo di produzione e vendita di prodotti orticoli ridisegnando le regole del mercato agricolo”. Un programma di “rigenerazione degli spazi periurbani inutilizzati” capace di coinvolgere “soggetti svantaggiati” superando al tempo stesso il tradizionale sistema di certificazione.

Con boschi ben gestiti, il carbonio assorbito sale del 30%

Il calcolo contenuto in un rapporto di Fondazione Symbola e Coldiretti: “gli investimenti boschivi essenziali per centrare gli obiettivi previsti dal pacchetto europeo per la ripresa Next Generation EU”. Necessario piantare 200 milioni di alberi entro il 2030

di Emanuele Isonio

 

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“Il Piano nazionale di ripresa e resilienza italiano deve individuare nei boschi e nelle foreste uno degli assi strategici della transizione ecologica. Per favorirla, la Commissione europea ha messo a disposizione la quota maggiore delle risorse disponibili – ben il 37% – del Next Generation EU. Ha così impresso una decisiva accelerazione al progetto del Green Deal, ribadendone e rafforzandone la centralità per fare dell’Europa il primo continente a impatto climatico zero”. L’appello congiunto è stato sottoscritto da Ettore Prandini, (presidente di Coldiretti), Ermete Realacci (presidente della Fondazione Symbola) e Federico Vecchioni (amministratore delegato di Bonifiche Ferraresi).

L’occasione è data da un’analisi presentata dalle tre organizzazioni. Obiettivo: evidenziare il contributo dei nostri boschi e foreste alla qualità della vita delle città, alla stabilità idrogeologica dei territori, alla sicurezza delle comunità, alla bellezza dei paesaggi e alla conservazione della biodiversità.

Un toccasana per territori, aria e clima

I numeri in tal senso sono già piuttosto significativi. L’Italia è già oggi con 11,4 milioni di ettari il secondo tra i grandi paesi europei per copertura forestale: il 38% del territorio italiano è infatti occupato da boschi. A superarci è solo la Spagna, con il 55%. Siamo invece più avanti a Germania 32,8%, Francia 32,1% e Gran Bretagna 13,1%. Ogni anno le foreste italiane sottraggono così dall’atmosfera circa 46,2 milioni di tonnellate di anidride carbonica, che si traducono in 12,6 milioni di tonnellate di carbonio accumulato. Il carbonio organico accumulato nelle foreste italiane è pari a 1,24 miliardi di tonnellate, corrispondenti a 4,5 miliardi di tonnellate di CO2. Non solo: in città, le piante possono ridurre le temperature e rimuovere ozono e polveri sottili, queste ultime in gran parte responsabili delle 60mila morti premature che ogni anno avvengono nel nostro Paese a causa dell’inquinamento atmosferico.

Copertura forestale - Confronto tra i principali paesi europei e media Ue. FONTE: Fondazione Symbola-Coldiretti-Bonifiche Ferraresi. "Boschi e foreste nel Next Generation Eu" dicembre 2020.

Copertura forestale – Confronto tra i principali paesi europei e media Ue. FONTE: Fondazione Symbola-Coldiretti-Bonifiche Ferraresi. “Boschi e foreste nel Next Generation Eu” dicembre 2020.

Gestione sostenibile, il monito di IPCC e Carabinieri forestali

Ecco quindi spiegata l’importanza di gestire al meglio questo vero patrimonio. Lo ricorda l’IPCC (Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) secondo cui la gestione forestale sostenibile è il più importante strumento di mitigazione grazie all’assorbimento (sink di carbonio), all’immagazzinamento negli stock di biomassa e alla sostituzione di prodotti fossili con prodotti legnosi.

Lo confermano anche i Carabinieri forestali. Sono loro ogni giorno in prima linea contro traffici e attività illegali: “i boschi, oltre ad essere un bene paesaggistico, sono ecosistemi che rappresentano una risorsa in termini di biodiversità e di stabilità dei terreni” spiega Giampiero Costantini, comandante della Regione Carabinieri Forestali di Abruzzo e Molise. “Oggi infatti il cambiamento climatico può indurre un aumento delle temperature medie con conseguente alterazione delle manifestazioni metereologiche. Ciò fa registrare una maggiore frequenza di piogge forti  e spesso acide, unite a periodi di siccità accentuati. Tali mutazioni sono associate a una variazione della capacità del suolo di assorbire acqua piovana con il conseguente aumento dei processi alluvionali. Da qui la necessità di tutelare il bosco per mantenerlo in salute al fine di conservare in via prioritaria la sua funzione di bene ecologico”.

200 milioni di alberi in 10 anni

Se il patrimonio forestale non fosse lasciato a sé stesso e fosse anzi gestito correttamente l’immagazzinamento del carbonio crescerebbe del 30%. Come farlo? Prevedendo nuove riserve forestali, una rete dei boschi vetusti, applicando sistematiche scelte di pianificazione, convertire i boschi da cedui a fustaie, trasformando i popolamenti da coetanei a disetanei e allungando i turni di utilizzazione. Inoltre se aumentassimo l’utilizzo del legno in tutti gli edifici pubblici, si avrebbe per ogni chilogrammo di legno impiegato una riduzione media di 1,2 chilo di carbonio, dovuto al mancato utilizzo di materiali Carbon intensive come cemento e acciaio.

Ecco spiegato il motivo per cui le tre organizzazioni sottolineano l’importanza che l’Italia dia il proprio contributo alla “Strategia europea per la biodiversità 2030”. Essa prevede di piantare 3 miliardi di alberi nei diversi Paesi del’Unione. Per l’Italia, questo si tradurrebbe nell’impegno di piantare oltre 200 milioni di alberi nei prossimi 10 anni.

Potenziale impatto del miglioramento della gestione forestale italiana sull'importazione di legno grezzo. FONTE: Fondazione Symbola-Coldiretti-Bonifiche Ferraresi. "Boschi e foreste nel Next Generation Eu" dicembre 2020.

Potenziale impatto del miglioramento della gestione forestale italiana sull’importazione di legno grezzo. FONTE: Fondazione Symbola-Coldiretti-Bonifiche Ferraresi. “Boschi e foreste nel Next Generation Eu” dicembre 2020.

Ricadute positive anche per economia e occupazione

Tali azioni avrebbero senz’altro un impatto positivo sul fabbisogno di legno che è attualmente coperto per l’80% da importazione. Un valore complessivo di 3 miliardi di euro che ci rende secondi importatori netti in Europa dopo il Regno Unito. “Se facessimo piantagioni dedicate in grado di sostituire almeno il legname grezzo che importiamo (pari a 3,2 milioni di metri cubi), servirebbero 365.000 ettari e dovremmo aspettare anni per farle crescere adeguatamente” spiegano gli estensori del rapporto. Migliorando la gestione dei 783.000 ettari di boschi in grado di fornirlo (sugli 11,4 milioni di ettari che abbiamo) produrremmo più di 3 milioni di metri cubi. L’import diverrebbe di fatto superfluo”.

Sul fronte occupazionale, poi, il settore florovivaistico sarebbe il primo ad averne effetti positivi: attualmente occupa in Italia circa 200mila persone. Per soddisfare la richiesta di 200 milioni di piante in più, serviranno 25mila nuovi posti di lavoro stabili oltre a 4mila posti per i primi 4 anni legati alle iniziali attività di piantagione e manutenzione.

Impatto dell'aumento della superficie forestale sul numero di addetti del settore florivivaistico. FONTE: Fondazione Symbola-Coldiretti-Bonifiche Ferraresi. "Boschi e foreste nel Next Generation Eu" dicembre 2020.

Impatto dell’aumento della superficie forestale sul numero di addetti del settore florivivaistico. FONTE: Fondazione Symbola-Coldiretti-Bonifiche Ferraresi. “Boschi e foreste nel Next Generation Eu” dicembre 2020.

Salute del suolo e colture sostenibili. “Con l’agroecologia una transizione per il bene del Pianeta”


La proposta è dell’agronomo cileno Miguel Altieri: “creiamo territori agroecologici indipendenti basati sull’alleanza tra produttori e consumatori”. Ne va del benessere dei terreni. E di quello degli esseri umani

di Matteo Cavallito

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“Mangiare è un atto politico. Ogni volta che compriamo dai piccoli produttori finiamo per appoggiare una resilienza ecologica e un sistema locale sostenibile”. Così Miguel Altieri, agronomo ed entomologo cileno, docente all’università di Berkeley in California e riconosciuto come il padre dell’agroecologia. Quest’ultima – ha spiegato – è un fattore fondamentale per la soluzione dei problemi agricoli e di depauperamento dei suoli. E che, non a caso, diventa oggi, secondo lo studioso, una strategia fondamentale per superare quella crisi ambientale e sociale che la pandemia in atto ha contribuito ad esacerbare.

L’agroecologia come punto di incontro

Ma cos’è l’agroecologia? Essenzialmente un punto di incontro tra sapere tradizionale e scienza moderna. Nonché una «disciplina olistica», basata sulla correlazione tra la salute del suolo, dell’agricoltura e degli esseri umani. Sarebbero proprio questi presupposti, lascia intendere Altieri, a giustificare un ripensamento radicale del modello agricolo e produttivo. Soprattutto di questi tempi.

Rischi per il suolo, rischi per la salute

L’80% del suolo coltivato su scala globale, afferma ancora Altieri durante un suo intervento in occasione dell’edizione 2020 di Terra Madre Slow Food, ospita monocolture di soia, mais e grano. Questa produzione di massa è soggetta ai rischi climatici e patogeni e richiede ogni anno l’impiego di 2,3 milioni di tonnellate di pesticidi. Che, dichiara, avrebbero effetti negativi tanto per i terreni quanto per le persone. Come dire, danni al sistema endocrino e diffusa immunosoppressione. Il che, sostiene, renderebbe la popolazione “più vulnerabile alle malattie come il Covid-19″.

Una transizione verso i piccoli produttori

La soluzione, per così dire, è più rivoluzionaria che “riformista”. Detto in altri termini «è necessaria una transizione radicale» che solo l’agroecologia, secondo il docente, può garantire. Oggi, dice Altieri, pur occupando “dal 25% al 30% della terra” i piccoli agricoltori, come rileva anche la FAO, “producono dal 50% al 70% del cibo consumato nel mondo”. In termini di mero output, insomma, il ruolo dell’agroindustria resta sorprendentemente minoritario. Non altrettanto, però, si può dire del suo impatto ambientale. Visto che alle grandi imprese del comparto agricolo andrebbe imputato il consumo “del 70% dell’acqua e dell’80% delle risorse energetiche”. A partire da quelle fossili.

Il futuro? Filiera corta e diffusa

Puntare sulla piccola produzione significa anche scommettere sull’agricoltura urbana. “Entro il 2030 l’80% della popolazione mondiale vivrà nelle città” precisa il docente. Ovvero in quegli stessi centri urbani che oggi importano un’enorme quantità di cibo (“6 mila tonnellate al giorno ogni 10 milioni di abitanti”) favorendone il massiccio trasporto e con esso il consumo di energia e la produzione di emissioni. Proprio per questo, spiega Altieri, occorrerà creare sistemi produttivi che riducano la distanza lungo la filiera. Ovvero istituire “territori agroecologici indipendenti” fondati sull’alleanza tra produttori e consumatori.

Agricoltura circolare e plastiche biodegradabili per ripristinare il suolo europeo

L’uso di plastica tradizionale sui terreni agricoli riduce del 15% il rendimento delle colture. Guerrini (Novamont): per tutelare il suolo europeo serve una nuova agricoltura circolare. Con le plastiche di origine biologica protagoniste

 

di Matteo Cavallito

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Il futuro dell’agricoltura europea sarà circolare. Lo impone lo logica e lo pretende, ovviamente, la ratio delle politiche pubbliche destinate a disciplinare il settore. Ma per tradurre il principio in soluzioni concrete occorre puntare prima di tutto su materiali sostenibili a partire dalle plastiche biodegradabili. Lo ha sostenuto Sara Guerrini, Agriculture Sales Specialist presso Novamont, in occasione di un webinar online organizzato da Kyoto Club, L’evento, svoltosi ieri, è parte di un ciclo sul tema de “La PAC per l’ambiente, il cambiamento climatico e la protezione del suolo”.

La politica agricola per un suolo a rischio

Già, il suolo europeo. Un risorsa a forte rischio, ricorda la Guerrini citando i dati più recenti. Oggi il 20% dei terreni Ue è soggetto a erosione mentre nel sud del Continente il 25% dei suoli è a rischio desertificazione. A conti fatti, l’ammontare di terra produttiva in Europa si riduce al ritmo di mille km quadrati all’anno. Non sorprende che in questo contesto la Politica Agricola Comune (PAC) abbia un peso centrale. Le iniziative condotte in tal senso fanno leva anche sul sostegno all’impiego di materiale biodegradabile con l’obiettivo di ridurre l’uso delle plastiche tradizionali in agricoltura.

Suolo europeo: allarme plastica. Immagine: dalla presentazione di Sara Guerrini (Novamont), “La PAC per l’ambiente, il cambiamento climatico e la protezione del suolo”, Kyoto Club, 17 dicembre 2020.

Suolo europeo: allarme plastica. Immagine: dalla presentazione di Sara Guerrini (Novamont), “La PAC per l’ambiente, il cambiamento climatico e la protezione del suolo”, Kyoto Club, 17 dicembre 2020.

Un suolo invaso dalle plastiche

I numeri, d’altra parte non mentono. Secondo diverse stime, a partire da quella della Commissione UE, il 5% dei rifiuti plastici è costituito in Europa da materiale usato in agricoltura il cui impiego – sottolinea Guerrini – riduce del 15% il rendimento delle colture. A preoccupare sono le microplastiche che invadono i terreni continentali al ritmo di 15mila tonnellate all’anno. Così come il materiale di grande dimensione che raggiunge in questo senso quota 76mila. Nella categoria si collocano i teli pacciamanti usati per coprire e proteggere i terreni ma assai difficili da smaltire. Si ritiene che ad oggi il 30% di questi ultimi rimanga sui terreni dopo la fine del suo ciclo vitale.

I vantaggi delle plastiche biodegrabili. Immagine: dalla presentazione di Sara Guerrini (Novamont), “La PAC per l’ambiente, il cambiamento climatico e la protezione del suolo”, Kyoto Club, 17 dicembre 2020.

I vantaggi delle plastiche biodegradabili. Immagine: dalla presentazione di Sara Guerrini (Novamont), “La PAC per l’ambiente, il cambiamento climatico e la protezione del suolo”, Kyoto Club, 17 dicembre 2020.

Le bioplastiche? Utili e coerenti

Attualmente i teli biodegradabili rappresentano appena il 5% del totale (per un peso complessivo di 4mila tonnellate). I margini di crescita, insomma, ci sono tutti e la logica, manco a dirlo, è decisamente stringente. Il crescente uso della plastica di origine vegetale ridurrebbe la contaminazione dei terreni e delle acque senza pesare sulle discariche. L’impiego di materiale biodegradabile, inoltre, è perfettamente coerente con le ambizioni di sviluppo della bioeconomia circolare, altro elemento cardine del Green Deal e delle altre strategie correlate.

Infine gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs). La scelta del biodegradabile – sostiene ancora Guerrini – inciderebbe positivamente su almeno otto diverse categorie contenute nell’elenco delle aree chiave individuate dall’Onu. Tra cui sicurezza alimentare, crescita economica sostenibile e lotta al cambiamento climatico.

Quegli agricoltori sostenibili che nutrono il mondo e rendono migliore la terra

Quasi tre quarti del cibo del Pianeta è prodotto dai piccoli agricoltori. Questi ultimi hanno un ruolo chiave per aprire le porte a un futuro più sostenibile. Anche in Europa

di Matteo Cavallito

In un mondo fatto di tecnologia, automazione e produzione di massa i protagonisti sono ancora loro: i piccoli agricoltori. Sono gli “eroi dell’alimentazione”, per dirla con la FAO, e producono da soli il 70% del cibo del Pianeta. Un esercito di braccianti, pescatori, contadini di montagna, silvicoltori, pastori e agricoltori delle comunità indigene. Una fonte di benessere per il Pianeta, insomma, che pure si trova oggi in una posizione sempre più rischiosa. Ed è proprio per questo che la tutela della loro sicurezza diventa decisiva nel passaggio verso un sistema di produzione sostenibile. Di questo e altro si è discusso nel corso dell’evento “Resetting the Food System from Farm to Fork – Setting the Stage for UN 2021 FOOD Systems Summit”, promosso da Fondazione Barilla e Food Tank.

Doppia minaccia per i piccoli agricoltori

I cambiamenti climatici e l’aumento della frequenza degli eventi atmosferici estremi impatta da tempo sui piccoli agricoltori. Tra il 2012 e il 2014, ricorda la Fondazione Barilla, oltre la metà del raccolto di caffè in El Salvador è andato perduto a causa della siccità devastando un settore che coinvolgeva al tempo 25mila famiglie. E gli esempi potrebbero facilmente continuare. A tutto questo si aggiunge oggi l’effetto Covid. La pandemia, sostiene il World Food Programme delle Nazioni Unite, potrebbe far raddoppiare il numero di persone esposte a crisi alimentari: dai 135 milioni del 2019 ai 265 stimati nel 2020. Da qui la necessità di ascoltare le voci dei piccoli agricoltori. E, ovviamente, di sostenere i loro redditi.

Dalla tradizione alla transizione (ecologica)

Il fatto è che dai piccoli agricoltori può arrivare un assist essenziale alla transizione verso un sistema orientato alla sostenibilità. Custodi di conoscenze antiche che sono sempre più spesso oggetto di riscoperta (basti pensare al ruolo dei semi tradizionali) questi operatori – in gran parte donne (dal 60% all’80% dicono le stime) – devono assumere un peso crescente nel dibattito internazionale. Con il sostegno di sussidi e leggi, al tempo stesso, gli agricoltori dovrebbero essere incentivati a scegliere la via dell’agroecologia per assicurare la sovranità alimentare e la tutela della biodiversità.

Obiettivo suolo in salute

Un approccio ecologico in agricoltura, del resto, è ormai considerato una condizione essenziale per la tutela della salute del suolo. Per contrastare efficacemente il degrado dei terreni europei, ha notato di recente Cees Veerman, presidente del Mission Board for Soil Health and Food della Commissione UE, occorrerebbe ad esempio destinare all’agricoltura biologica almeno un quarto del territorio coltivato. Riducendo al tempo stesso l’eutrofizzazione e l’utilizzo di pesticidi.

Europa in campo

Tutti questi concetti, ha notato Marta Antonelli, Direttore della Ricerca di Fondazione Barilla, «emergono anche all’interno delle strategie europee». Iniziative pensate per favorire gli agricoltori e con essi un settore tuttora molto rilevante nel Continente. Secondo le stime, da qui al 2027 il programma per la Politica Agricola Comune (PAC) della Ue assorbirà circa un terzo del bilancio comunitario: 391,4 miliardi di euro. Il Green Deal, da parte sua, dovrebbe tradursi in altri mille miliardi di investimenti sostenibili nei prossimi 10 anni.

Donne e giovani al centro della strategia

Le sfide d’altra parte non mancano. Oggi il 78% degli agricoltori europei ha più di 44 anni e circa un terzo del totale è over 65. Inoltre, ricorda Fondazione Barilla citando ulteriori dati, donne e giovani – categorie chiave per la transizione sostenibile – non hanno ancora assunto, per ora, un ruolo da protagonisti.

Il comparto agricolo impiega solo il 5% circa degli europei sotto i 35 anni. Mentre le donne, pur rappresentando la metà degli agricoltori dell’Unione, gestiscono in qualità di conduttori solo il 29% delle aziende agricole. Problemi non da poco che le iniziative Ue, a cominciare dalla Farm to Fork Strategy, ideata con l’obiettivo di garantire un sistema alimentare “equo, sano e rispettoso dell’ambiente”, sono ora chiamate ad affrontare.

In Sicilia nasce la prima “foresta commestibile” che salva terra, diritti e biodiversità

Un terreno confiscato alla mafia ospiterà la “food forest” ideata dalle cooperative Valdibella e NoE: 5 ettari di piante coltivate secondo i criteri dell’agroecologia e corridoi verdi per gli insetti impollinatori. Il progetto è stato inserito tra le Comunità del Cambiamento Slow Food

di Emanuele Isonio

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Un’area di cinque ettari, confiscata alla mafia più di 20 anni fa, sta diventando lo scenario per un sogno unico nel suo genere in Italia: trasformarla in una “food forest” o “foresta commestibile”. Come? Convertendola in un sistema agroforestale nel quale troveranno spazio diverse specie di piante. Alcune saranno destinate a produrre cibo, altre semplicemente ad arricchire la biodiversità necessaria a mantenere in equilibrio l’ambiente e arricchire il suolo.

Il progetto si svilupperà a Partinico, trenta chilometri a sud-ovest di Palermo. A svilupparlo, due realtà siciliane del Terzo settore: la cooperativa agricola Valdibella, attiva nella vicina Camporeale dal 1998 e la NoE (No Emarginazione), cooperativa sociale che da quasi trent’anni si occupa di inclusione sociale di persone portatrici di handicap.

Orti, 1500 alberi e aree per le api

“L’idea – spiega il presidente di Valdibella, Massimiliano Solano – è di un ecologo brasiliano, Rafael da Silveira Bueno. È lui ad averci suggerito di trasformare il terreno in una foresta commestibile”. Il progetto prevede la piantumazione di circa 1500 alberi – tra cui olivi, frassini da manna, avocadi, agrumi, noci – la nascita di un giardino mediterraneo e l’allestimento di un’area orticola.

Non solo: ci sarà un biolago per la gestione delle acque reflue fitodepurate, un’area di compostaggio e verranno piantate siepi che offriranno protezione dal vento e dagli incendi. Parola d’ordine: biodiversità. Lo dimostra anche la volontà di destinare un’area a querce, corbezzoli, ginestre, rose canine, mirti e biancospini, piante che rappresentano risorse alimentari per le api. “Sarà una realtà agricola professionale, produttiva, basata su uno schema agroecologico e improntata al minimo impatto ambientale” assicura Solano. “Per me è un nuovo modello di agricoltura”.

La scelta di Slow Food

Non a caso, la foresta di Partinico, per la sua originalità, è diventata la prima delle Comunità del cambiamento di Slow Food: un’iniziativa ideata per sostenere progetti collettivi con cui imprese, istituzioni e singoli individui si attivano per cambiare i sistemi alimentari locali, adottando pratiche più sostenibili e inclusive. “Rappresentano esempi di buone pratiche replicabili per creare un cambiamento tangibile nella produzione, trasformazione, distribuzione, consumo del cibo” spiega Francesco Sottile, del comitato esecutivo di Slow Food Italia. “Quando il progetto di Partinico sarà realizzato, il cambiamento sarà evidente: un appezzamento di terrerno verrà infatti riconvertito a una produzione agricola, basata su agroecologia e sostenibilità. La foresta commestibile – prosegue Sottile – metterà insieme la biodiversità delle specie arboree con gli orti e i cereali, con le specie aromatiche e gli arbusti. I corridoi verdi permetteranno agli insetti di trovare spazio per nutrirsi, per riprodursi e per impollinare frutta e ortaggi”.

Da non sottovalutare nemmeno la ricaduta sociale dell’iniziativa: “Saranno coinvolti giovani e integrati alcuni portatori di fragilità che potranno toccare con mano il lavoro e la produzione. Nascerà una comunità di consumatori pronti a sostenere la produzione agricola creando sviluppo basato sulla responsabilità e la consapevolezza”.

Che cosa sono le comunità di cambiamento Slow Food?

Che cosa sono le comunità di cambiamento Slow Food?

Il progetto Comunità del Cambiamento

Il progetto delle Comunità del cambiamento Slow Food è nato la scorsa primavera. Prevede di selezionare 100 progetti utili a modificare in tutte le regioni italiane i sistemi alimentari locali. Due le fasi delle candidature: la prima si è chiusa a luglio scorso. La prossima sarà attiva dall’8 gennaio all’8 febbraio prossimi. I progetti selezionati avranno 18 mesi di tempo per essere completati. Ciascuno di essi riceverà da 5 a 30mila euro sotto forma di denaro, attrezzature o servizi. I contributi economici alle Comunità del cambiamento potranno arrivare da aziende, istituzioni, fondazioni, che aderiscano a uno specifico fondo. Ma anche i privati cittadini potranno sostenere l’iniziativa, attraverso la donazione del 5×1000 alla Fondazione Slow Food per la Biodiversità.

Natale, scegliendo l’albero giusto terreni più sani e fino al 3800% in meno di emissioni di CO2

Anche la scelta del tipo di abete da addobbare aiuta ad avere suoli sani. Le regole per non sbagliare? Puntare su alberi veri, provenienti da boschi locali, certificati e gestiti in modo sostenibile

di Emanuele Isonio

Ascolta “Natale, scegliendo l'albero giusto terreni più sani” su Spreaker.

Incidere, in positivo o in negativo, sulla salute di suolo, terra ed ecosistemi. Con un semplice albero di Natale. Un esempio perfetto, visto il conto alla rovescia verso le feste, per ricordare – se ce ne fosse bisogno – di quanto le nostre azioni quotidiane abbiano una ricaduta diretta su ciò che ci circonda.

Nel caso dell’abete natalizio, il dilemma classico è albero vero o di plastica? In realtà nessuna delle due opzioni è quella giusta. Ce n’è una terza: l’albero vero è migliore, soprattutto se proveniente da realtà che garantiscono la gestione forestale sostenibile, che dia adeguate garanzie sulle origini della pianta e sul metodo di produzione. In tal senso due solo le soluzioni ottimali: scegliere alberi coltivati o i cosiddetti “cimali”, ovvero le cime di alberi tagliati in bosco per alimentare l’industria del legno.

Il consiglio: abeti da coltivazione o cimali dei boschi locali

Nel primo caso, gli alberi non vengono dai boschi ma da piantagioni apposite che rappresentano il 90% degli abeti natalizi immessi in commercio. “Quando state per comprarli, assicuratevi che abbiamo un cartellino che ne certifichi la provenienza, privilegiando specie autoctone come Abete rosso o Abete bianco, da coltivazioni locali”: il suggerimento arriva dagli esperti del Dipartimento di Scienze Agrarie dell’università di Firenze. Il motivo è molto semplice: se la pianta non arriva da lontano, si accorcia la filiera e si limita l’inquinamento dovuto al trasporto. Peraltro si aiuta anche il comparto florivivaistico locale. Il giro d’affari infatti non è secondario: se ne vendono – calcolava già lo scorso anno Coldiretti – oltre 3,5 milioni di esemplari, per una spesa media di 42 euro.

Se si opta invece per i cimali, come accade nel 10% dei casi di chi sceglie alberi veri, si acquista una punta di un abete tagliato durante operazioni di diradamento in bosco, nel rispetto di severe norme, su cui vigilano i Carabinieri forestali. Il cimale, che in genere ha scarso valore di mercato, sarebbe stato lasciato a terra nel bosco o triturato per produrre pellet da bruciare nelle stufe. Usarlo per le feste è un ottimo esempio di riuso sostenibile. “Anche in questo caso – precisano dall’università di Firenze – comprare un cimale aiuta le foreste perché contribuisce ad aumentare il reddito degli operatori di un settore che in Italia ha costi alti e bassi redditi. E fornire introiti aggiuntivi a chi vive con i prodotti dei boschi permette di stimolare una gestione più sostenibile di questa fondamentale risorsa.

Una coltivazione di abeti di Natale nelle campagne attorno ad Arezzo. FONTE: Dipartimento Scienze Agrarie, Università di Firenze.

Una coltivazione di abeti di Natale nelle campagne attorno ad Arezzo. FONTE: Dipartimento Scienze Agrarie, Università di Firenze.

Florian (FSC): “Ecco come avere alberi di Natale amici dei suoi”

In ogni caso, per essere sicuri della provenienza, una grande mano la danno le certificazioni forestali FSC e PEFC. “Gli schemi di certificazione – spiega Diego Florian, direttore di FSC-Italia – assicurano la massima trasparenza in termini di tracciabilità e rispetto dei territori. Le aziende certificate che producono abeti di Natale sono centinaia. Scegliendo i loro prodotti si rafforzano le strategie imprenditoriali virtuose di chi opera nella filiera bosco-legno”. L’impegno per un Natale sostenibile non finisce però con l’arrivo dell’Epifania.

Ascolta “Audiointervista “Alberi natale amici dei suoli”” su Spreaker.

L’economia circolare insegna che tutto si deve recuperare o riciclare nel modo corretto per azzerare gli scarti. “Nel caso dell’abete si può cercare di farlo sopravvivere in vaso per riusarlo l’anno prossimo” suggeriscono ancora i ricercatori fiorentini. Vietato invece piantarlo nel bosco perché si corre il rischio di alterare delicati equilibri ecologici che regolano le nostre foreste. Se invece l’albero di Natale non è in condizioni di sopravvivere, va smaltito tra i rifiuti organici. In questo modo diventerà compost e fertilizzerà i terreni che serviranno alle colture dell’anno successivo.

L’università di Firenze: con un albero di plastica tra +1500 e +3800% di emissioni di CO2

E gli alberi di plastica? Molti dubitano che siano davvero così dannosi per l’ambiente, visto che si utilizzano Natale dopo Natale per più anni. Ancora oggi infatti la maggioranza degli italiani – il 55% del totale secondo un’indagine Coldiretti – sceglie l’albero sintetico. A fare chiarezza è un’analisi dell’ateneo fiorentino. L’occasione per svilupparla è stata una tesi di laurea che ha messo in comparazione il ciclo di vita di due prodotti ben diversi.

L’analisi ha comparato le emissioni di CO2 di un abete prodotto ad Arezzo e di due alberi in plastica di pari misura ma provenienti dalla Cina. Uno in versione basic e uno più costoso e ricco di rami (categoria “premium”). Sono stati considerati anche i “costi” ambientali dell’energia usata per approvvigionare e trasformare i vari materiali in tutte le fasi, incluso il trasporto a Firenze.

Risultato: anche escludendo le emissioni generate dallo smaltimento delle due tipologie di albero, quello coltivato nelle aziende agricole del territorio ha un impatto sul riscaldamento globale molto ridotto rispetto a quello artificiale. I conti infatti mostrano che, pur ipotizzando di sostituire l’albero naturale ogni anno, per poter pareggiare le emissioni sono necessari 15 anni di riutilizzo nel caso dell’abete artificiale di tipo “base”. Per quello della tipologia “premium” gli anni salgono addirittura a 38.