Leggi, innovazioni, agricoltura: per curare il suolo Ue è l’ora delle azioni concrete

Presentata ufficialmente in Italia la Mission Soil della Ue. Dai Living Labs alle Lighthouses, passando per il ruolo degli agricoltori: contro degrado e cementificazione servono buone pratiche. Ma anche scelte politiche. A partire da una legge a tutela del suolo

di Matteo Cavallito

 

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Il clima cambia, la crisi avanza e nemmeno il suolo europeo si sente tanto bene. Lo dicono i dati – quasi 3 milioni i siti contaminati nel Vecchio Continente – e lo segnala la persistenza di gravi minacce, dall’erosione alla cementificazione, per tacer di tutto il resto. La Ue, ed è questa la migliore notizia, ha un piano dettagliato. Ma il tempo a disposizione è poco e occorre agire subito con iniziative concrete in linea con la sua mission Soil Health and Food. Lo sottolineano i relatori dell’incontro “Caring for soil is caring for life”, organizzato dal ministero dell’Università in collaborazione con l’APRE, l’Agenzia per la Promozione della Ricerca europea. Obiettivo: presentare nel dettaglio la missione Ue, una delle cinque iniziative all’interno del programma quadro Horizon Europe.

Soluzioni concrete per la salute del suolo

“Il posizionamento italiano in questo particolare contesto porta necessariamente ad immaginare che il nostro Paese debba assicurarsi un ruolo di primaria importanza nella futura Mission Soil” spiega il direttore dell’APRE, Marco Falzetti. “Creare consapevolezza, coinvolgere le comunità locali, favorire l’approccio della ricerca partecipata sono tra gli obiettivi principali” aggiunge Catia Bastioli, AD di Novamont e membro del Board della Mission Soil, sottolineando i traguardi più urgenti: garantire la salute di almeno il 75% dei suoli europei entro il 2030 ma anche “tutelare la biodiversità e il ciclo dei nutrienti, mitigare il clima, regolare il ciclo dell’acqua, avere servizi culturali e per il paesaggio”.

Fonte: Caring for soil is caring for life, evento di presentazione 24 febbraio 2021

Fonte: Caring for soil is caring for life, evento di presentazione 24 febbraio 2021

A promuovere soluzioni concrete sono oggi due entità complementari: i Living Laboratories e le Lighthouses. I primi puntano a creare conoscenza, progettare, valutare e diffondere soluzioni innovative. Le seconde sono fattorie sperimentali nate per testare e dimostrare la validità delle buone pratiche. A tutto questo si aggiunge l’elaborazione di un nuovo set di otto indicatori per monitorare lo stato del suolo. Oltre allo sviluppo di nuovi servizi di consulenza indipendenti per agricoltori e silvicoltori.

Innovazioni contro il degrado

“La cura dei suoli è fondamentale per assicurare la sostenibilità dell’agricoltura” ricorda Antonio Parenti, Capo della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea. Ma nel nostro Paese le condizioni generali dei terreni restano preoccupanti. Sono quasi 16mila i chilometri quadrati di suolo soggetto a degrado di gravità variabile nella Penisola, ricorda Angelo Riccaboni, rappresentante nazionale della Mission “Soil Health and Food” e presidente del Santa Chiara Lab dell’Università di Siena. Anche per questo è necessario “adottare innovazioni tecnologiche, organizzative e sociali attraverso la stretta collaborazione fra ricercatori, agricoltori, imprese alimentari, istituzioni e cittadini”.

Allarme consumo: il suolo pro capite si restringe

A preoccupare, inoltre, è il consumo di suolo.  Per l’Italia, nota Michele Munafò, dirigente dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), si parla di 16 ettari al giorno. Che in un anno fanno 57,5 chilometri quadrati. Il problema, in ogni caso, ha una dimensione globale: “Nel 1950 ogni cittadino su questo Pianeta aveva a disposizione 6mila metri quadrati di suolo” spiega Massimo Iannetta, delegato nazionale Cluster 6 Horizon Europe. “Mezzo secolo più tardi il dato pro capite era sceso a 2mila metri quadrati. Nel 2050, dicono le previsioni, dovrebbe calare a mille”. E l’incremento demografico non è l’unico fattore decisivo visto che a pesare, aggiunge, sono tutti i noti fenomeni di degrado e consumo a cominciare dalla deforestazione e dal soil sealing.

“Creare filiere disinquinanti”

Che fare dunque? Le iniziative e le proposte di coinvolgimento non mancano. I coltivatori, nota ad esempio Massimiliano Giansanti, Presidente di Confagricoltura Nazionale, “hanno due compiti: produrre beni primari e tutelare la centralità della bioeconomia circolare”. Quanto al ripristino dei terreni “occorre una ricerca applicata di lunga durata” evidenzia Giuseppe Corti, presidente della Società Italiana di Pedologia. Che, da parte sua, propone la messa a punto di “nuove filiere del disinquinamento” capaci di trovare soluzioni – dalle biomasse al compostaggio – che siano anche sostenibili dal punto di vista economico.

Per tutelare il suolo “serve un atto politico”

Le buone pratiche nel settore alimentare – tuttora monitorate da un osservatorio ad hoc come ricorda Cristiana Tozzi, Responsabile Progetto strategico PRIMA – non mancano. Ma altre azioni forti sono quanto mai necessarie anche a livello legislativo. “Serve un atto politico urgente, il Parlamento deve approvare subito una legge contro il consumo di suolo” tuona Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana. E se è vero che “per il suolo molta strada deve essere percorsa, specialmente dal punto di vista normativo”, osserva Debora Fino, presidente di Re Soil Foundation, è tuttora evidente come le mancanze regolamentari finiscano per impattare sulla vita e il lavoro di molti operatori. Non avere leggi specifiche per la salvaguardia del suolo crea danni incalcolabili. “Chiediamo di avere la possibilità di rigenerare i terreni perché il terreno fertile è il nostro strumento di lavoro” è l’appello di Alessandro Apolito di Coldiretti.

Formazione: un ruolo chiave

Infine la formazione, elemento chiave a tutti i livelli. “È compito del Ministero dell’Università e della Ricerca promuovere linee strategiche per sviluppare ricerca e innovazione, trovando così soluzioni concrete alle sfide della nostra società” osserva la neotitolare del dicastero, Cristina Messa. “Nonostante i tanti interventi di sensibilizzazione a livelli differenti non c’è ancora una cultura del suolo” nota infine Adele Muscolo, professoressa di pedologia, biochimica agraria ed ecologia del suolo all’Università di Reggio Calabria e rappresentante presso l’Horizon Europe Mission Board. Non a caso, la docente ha seguito un progetto pilota di formazione sul tema per la scuola superiore e ha annunciato l’avvio di nuove iniziative a livello di scuole primarie e secondarie di primo grado.

Luca Mercalli: “Se non curiamo il suolo impossibile vincere la sfida del clima”

Il meteorologo e climatologo a Re Soil Foundation: l’importanza del suolo è ancora ampiamente sottovalutata. Serve una grande campagna di informazione sul suo valore e una legge che finalmente lo difenda

di Emanuele Isonio

Ascolta “Intervista a Luca Mercalli: "Se non curiamo il suolo impossibile vincere la sfida del clima"” su Spreaker.

“Rispetto ad altri fenomeni connessi con i cambiamenti climatici, la questione del degrado del suolo è ancora oggi decisamente sottovalutata dall’opinione pubblica e dagli amministratori locali e nazionali. Il suolo è considerato solo come un supporto o per parcheggiarci la macchina o per farci attività di business legate ai capitali immobiliari o di grandi infrastrutture. C’è una grandissima incapacità di rendersi conto del suo valore e dell’irreversibilità del suo consumo: il suolo, una volta perso, è perso per sempre”. Meteorologo, climatologo, divulgatore scientifico accademico, Luca Mercalli è uno dei volti più noti, che ha portato al grande pubblico questioni cruciali come i cambiamenti climatici, il legame tra tutela ambientale e salute, la transizione ecologica (oggi è di gran voga ma sulle bocche degli addetti ai lavori risuona da decenni…).

Professor Mercalli, ci spiega innanzitutto che legame esiste tra cambiamenti climatici e impoverimento del suolo?

Il suolo ha molto a che fare con il clima per i numerosi servizi ecosistemici che offre. Ci sono relazioni tra le emissioni di CO2 climalteranti, a partire dal fatto che le piante metabolizzano la CO2 dell’atmosfera e la stoccano nel legno e nella sostanza organica degli strati più superficiali del suolo, quella più preziosa e fertile. Se noi cementifichiamo una superficie di terreno, togliamo la possibilità alle piante di sottrarre CO2 dall’atmosfera e restituiamo addirittura anche quella già contenuta nella sostanza organica del suolo. Quindi il danno è doppio.

C’è poi una relazione con l’acqua: sigillando un suolo, impediamo l’infiltrazione in falda. Quindi da un lato abbiamo meno acqua per gli usi idropotabili e dall’altra aumentiamo i rischi di alluvioni, rese già più frequenti a causa delle piogge intense causate dai cambiamenti climatici. I suoli più impermeabilizzati smaltiscono ovviamente meno l’acqua.

Poi c’è la questione del comfort urbano: i suoli sigillati aumentano le isole di calore nei periodi estivi, durante le grandi ondate di calore africano. Quando abbiamo delle zone verdi, invece, c’è una riduzione della temperatura offerta dall’evapotraspirazione del fogliame. Togliendo superfici verdi, quindi aumentiamo il disagio in termini di comfort termico estivo.

C’è poi ovviamente tutto il tema legato alla biodiversità: quando togliamo suolo, eliminiamo tutto il capitale di vita microscopica contenuta in esso. E questo non può che impoverire l’ambiente.

Ci sono territori più interessati da questo fenomeno e quindi in maggiore pericolo?

Il problema è globale. Ovunque nel mondo c’è un assalto al suolo dovuto all’aumento esponenziale di aree urbane, infrastrutture, di attività minerarie e di una cattiva agricoltura: quest’ultima, sebbene non distrugga per sempre il suolo, lo impoverisce moltissimo aumentandone l’erosione. Chiaramente, la perdita di suolo per cementificazione è la peggiore perché irreversibile. In questo senso, l’Italia è tra i Paesi più esposti: ormai abbiamo cementificato l’8% del territorio nazionale e per di più nelle zone di maggior pregio. Le aree di pianura, scelte per gli insediamenti urbani e industriali, sono quelle con i suoli più preziosi.

Localizzazione dei principali cambiamenti dovuti al consumo di suolo tra il 2018 e il 2019. Fonte: elaborazioni ISPRA su cartografia SNPA - Rapporto "Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici" Anno 2020.

Localizzazione dei principali cambiamenti dovuti al consumo di suolo tra il 2018 e il 2019. Fonte: elaborazioni ISPRA su cartografia SNPA – Rapporto “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici” Anno 2020.

Si può dire quindi che se non curiamo il suolo non possiamo vincere la sfida del clima?

Certo: sono tutti temi collegati tra loro. Perdere il suolo significa perdere la capacità di produrre cibo, oltre che non poter compensare in parte il cambiamento climatico. Ma il suolo è un fattore chiave, così come lo sono tante altre cause.

Quali azioni per il futuro pensa quindi siano più urgenti ed efficaci per contrastare il degrado del suolo?

La prima è proprio una funzione di comunicazione e di educazione. Se i cittadini non comprendono il valore del suolo, è ovvio che non si impegneranno nemmeno per ridurne il degrado. Sistema scolastico, governo e tutti gli istituti formativi dovrebbero iniziare una forte campagna di informazione. E poi è urgente una legge a tutela del suolo: la proposta di legge langue da troppo tempo in Parlamento (dal febbraio 2020 è ferma all’esame congiunto delle Commissioni Agricoltura e Ambiente del Senato, ndr). Evidentemente prevalgono altri interessi e a quanto pare nessuno la vuole varare, per fare in modo che da subito diventi efficace una effettiva difesa del suolo che ci rimane.

La Ue ha indicato la salute del suolo come obiettivo di una delle 5 mission avviate all’interno del programma Horizon Europe, il programma europeo per la ricerca e l’innovazione: questa scelta va nella direzione giusta? E sono realistici i target che propone (riportare entro il 2030 almeno il 75% dei suoli di ogni stato membro dell’UE in salute)?

Temo che siano dei semplici auspici. Abbiamo purtroppo visto che la legge per la difesa del suolo è fallita anche a livello europeo. Non è la prima volta che si tenta di far approvare dall’Europarlamento quella norma ma poi gli effetti non si vedono.

Un’ultima domanda sull’attualità stretta: ha suscitato molto dibattito la scelta del neopremier Mario Draghi di creare un ministero della Transizione ecologica, al posto del tradizionale ministero dell’Ambiente. Il suo perimetro di azione verrà ampliato, attribuendogli deleghe finora assegnate ad altri dicasteri. Come valuta questa scelta? Aiuterà a orientare le politiche pubbliche in favore di una maggiore sostenibilità delle attività produttive e di una riduzione degli impatti ambientali?

Nuovamente, sulla carta ci sono dei propositi, sulla realtà giudicheremo. Avverto soltanto che il ministro che è stato scelto è un tecnologo: all’interno della transizione ecologica non vedo mai le professionalità che dei problemi ambientali si occupano. Avrei visto bene un pedologo, ovvero un esperto di scienza dei suoli a capo di un dicastero del genere. Così come un climatologo o un biologo: insomma una figura che si occupa delle scienze del sistema Terra. Io non conosco l’attuale ministro, ho semplicemente letto il suo curriculum. Ma vedo che sostanzialmente è un tecnologo. Mi pare che si assuma un approccio diverso: non dalla parte dell’ambiente ma dalla parte di una tecnologia che voglia essere un po’ più rispettosa dell’ambiente. Le due cose sono però molto diverse. Di tecnologi e di “sviluppisti” ne abbiamo già abbastanza.

“Uniti per la salute dei suoli “. Alla scoperta della mission Ue

Boom di iscrizioni (oltre mille) all’incontro di mercoledì 24 febbraio organizzato dal Ministero dell’Università per presentare i dettagli della Mission Soil della Ue. Obiettivo: invertire la rotta di degrado e cattiva gestione che colpisce attualmente oltre il 60% dei suoli continentali

di Emanuele Isonio

 

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Fondamentale, eppure ancora sottovalutato. Vittima di un pericoloso degrado, ma tutt’oggi poco considerato nelle politiche pubbliche. La fonte dalla quale deriva il 95% del nostro cibo è in pericolo. Nonostante ciò, le azioni utili a invertire la rotta sono molto indietro rispetto a quelle che frenano l’inquinamento dell’aria o dell’acqua. I dati sulla salute del suolo italiano ed europeo sono decisamente preoccupanti: il 60-70% è compromesso a causa delle attuali pratiche di gestione, dell’inquinamento, dell’urbanizzazione e degli effetti del cambiamento climatico. Nell’Unione europea si contano quasi 3 milioni di potenziali siti contaminati (solo il 24% inventariato) con gravi rischi per la salute. Gli apporti di nutrienti nei terreni agricoli sono a livelli di rischio di eutrofizzazione di suolo e acque, con potenziali pesanti ripercussioni sulla biodiversità. I terreni coltivati perdono carbonio ad un tasso dello 0,5% all’anno.

Problemi urgenti che si legano a danni economici altrettanto ingenti: i costi associati al degrado del suolo nell’Unione europea superano infatti i 50 miliardi di euro all’anno. Non è un caso che la Ue abbia quindi deciso di varare una strategia ad hoc per tentare di invertire la rotta. Obiettivo: garantire che entro la fine dell’attuale decennio, il 75% dei suoli europei sia sano e in grado di fornire servizi ecosistemici essenziali come la fornitura di cibo e altra biomassa, sostenere la biodiversità, immagazzinare e regolare il flusso di acqua o mitigare gli effetti del cambiamento climatico. Il traguardo è naturalmente cruciale per il benessere dei cittadini europei dei prossimi decenni.

Il programma dell’incontro

Per presentare nel dettaglio la Mission Soil Health and Food, mercoledì prossimo il ministero dell’Università organizzerà un incontro online,”Caring for soil is caring for life”, in collaborazione con l’APRE, Agenzia per la Promozione della Ricerca europea (la partecipazione è gratuita, previa iscrizione all’evento). Quanto inizi a essere sentito il tema lo dimostra il vero boom di iscrizioni alla piattaforma per seguire l’incontro: oltre 1000.

Tra i relatori che interverranno: Marco Falzetti, direttore dell’APRE, Catia Bastioli, membro del Board della Mission Soil; Angelo Riccaboni, delegato italiano alla mission; Giuseppe Corti, presidente Società Italiana di Pedologia; Luca Mercalli, presidente Società Meteorologica Italiana; Debora Fino, presidente della Fondazione Re Soil; Ettore Prandini, presidente di Coldiretti Nazionale.

L’importanza di sensiblizzare cittadini e stakeholder

“Questo evento rappresenta un momento divulgativo estremamente importante per sensibilizzare la cittadinanza, le istituzioni, le associazioni, il mondo della ricerca, dell’industria e dell’agricoltura sull’importanza di definire, ora, azioni concrete e per co-creare opportunità di sviluppo che includano un suolo sano per la natura, le persone e il clima” commenta Catia Bastioli. “Creare consapevolezza, coinvolgere le comunità locali, favorire l’approccio della ricerca partecipata sono tra gli obiettivi principali della Mission Soil Health and Food, per fare in modo che un bene così prezioso e a rischio come il suolo non sia più dato per scontato”. Analisi condivisa dal neoministro dell’Università e Ricerca, Cristina Messa, che sottolinea il legame diretto tra la Mission Soil e il futuro del nostro Paese, a partire da sistemi agroalimentari più competitivi. “Per questi motivi – spiega Messa – il Programma Nazionale per la Ricerca supporterà lo sforzo della Missione europea, promuovendo le attività di ricerca e innovazione e favorendo la cooperazione tra ricerca, imprese, cittadini e istituzioni”.

Il fattore innovazioni tecnologiche

L’obiettivo che si è data la Ue è ovviamente molto ambizioso. Per centrarlo, sarà decisiva la stretta collaborazione a diversi livelli. “L’adozione di innovazioni tecnologiche, organizzative e sociali da parte delle nostre imprese agroalimentari e delle nostre comunità può dare un contributo fondamentale per affrontare i gravi problemi dei suoli italiani” spiega Angelo Riccaboni.

Cinque mission per l’Unione europea del futuro

La mission Soil Health and Food è solo una delle cinque che l’Unione europea ha recentemente varato e sono parte integrante del programma quadro Horizon Europe a partire da quest’anno: impegni per risolvere alcune delle più grandi sfide che il nostro mondo deve affrontare e che saranno al centro del processo di trasformazione, e di ripresa, che è in corso in tutta Europa.Oltre a garantire la salute del suolo e il cibo, si pongono l’obiettivo di combattere il cancro, adattarsi ai cambiamenti climatici, proteggere gli oceani e vivere in città più verdi.

Le missioni contribuiranno in modo decisivo agli obiettivi del Green Deal europeo e agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Ognuna di esse opererà come un portafoglio di azioni – come progetti di ricerca, misure politiche o anche iniziative legislative – per raggiungere un obiettivo misurabile che non potrebbe essere raggiunto attraverso azioni individuali.

Riforestazione perfetta? Basta seguire 10 regole

Piantare nuovi alberi non basta: per ottimizzare il sequestro del carbonio e favorire la biodiversità, la riforestazione deve seguire particolari criteri. Una ricercatrice italiana dei Royal Botanic Gardens di Richmond li ha riuniti in un decalogo

di Matteo Cavallito

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La riforestazione è considerata generalmente come una pratica assai utile per la salute dell’ambiente e del suolo. Ma se condotta in modo sregolato, rischia di risultare inutile o addirittura dannosa generando, ad esempio, un insospettabile eppure conclamato aumento delle emissioni di CO2. Lo sostiene un gruppo di ricercatori guidato da Alice di Sacco del Royal Botanic Gardens di Richmond, Regno Unito, in un’analisi pubblicata sulla rivista Global Change Biology. Lo studio evidenzia le problematiche esistenti e propone “dieci regole d’oro” per garantire il raggiungimento degli obiettivi.

Obiettivo globale: ripristinare 350 milioni di ettari

Negli ultimi anni, il tema della deforestazione e delle sue conseguenze – dal contributo al cambiamento climatico fino alla perdita di biodiversità – hanno acceso i riflettori sull’importanza della rigenerazione del territorio. Nel 2011 gli attivisti hanno lanciato la cosiddetta “Sfida di Bonn” (Bonn Challenge) con l’obiettivo di ripristinare 350 milioni di ettari entro il 2030. Ad oggi, ricordano i ricercatori, i progetti di riforestazione in atto su scala globale sono 89 con il coinvolgimento di 63 soggetti – organizzazioni e governi in particolare – a copertura di 173 milioni di ettari. Si tratta indubbiamente di una buona notizia, verrebbe da dire. Ma nonostante tutto, scrivono i ricercatori, “si teme che diverse iniziative ambiziose non riescano a raggiungere i tre obiettivi chiave: sequestro del carbonio, recupero della biodiversità e garanzia di mezzi di sussistenza sostenibili”.

Quando la riforestazione è dannosa

Alcune operazioni di ripristino, precisa la ricerca, hanno prodotto danni collaterali come l’alterazione della biodiversità originaria, l’aumento delle specie invasive, la riduzione dei servizi di impollinazione e la crescita delle emissioni di CO2 favorito da un calo della ritenzione del carbonio nel suolo. “Questi risultati negativi – si legge nella ricerca – sono per lo più associati all’uso estensivo di piantagioni esotiche a monocoltura”. Secondo alcune stime, precisano gli autori, si ritiene che “solo un terzo degli impegni nell’ambito della Bonn Challenge miri a ripristinare le foreste naturali” originarie.

Dieci regole d’oro

Proprio per questo, sottolineano ancora i ricercatori, la prima regola di una buona riforestazione consiste nella “protezione della foresta nativa esistente”. Il progetto di rigenerazione del bioma ancestrale nel territorio brasiliano della Vale do Rio Doce promosso dall’Instituto Terra di Sebastião Salgado e Lélia Deluiz Wanick, verrebbe da aggiungere, è un ottimo esempio in tal senso. Non altrettanto l’iniziativa lanciata dalle autorità del Madagascar che hanno cercato di rigenerare le pianure degradate della parte orientale del Paese con alcune specie non native, ricorda la ricerca, in contrasto con la biodiversità originaria. Ed è proprio la tutela dell’esistente ad ispirare la prima delle dieci regole d’oro elaborate dai ricercatori. Ecco quali sono:

1. Proteggere prima le foreste esistenti

Prima di pianificare il rimboschimento occorre cercare sempre il modo di proteggere le foreste esistenti, sia quelle vecchie sia quelle secondarie o quelle piantate.

2. Lavorare insieme

Coinvolgere tutte le parti interessate, vale a dire rendere la popolazione locale parte integrante del progetto.

3. Massimizzare il recupero della biodiversità per soddisfare molteplici obiettivi

Il ripristino della biodiversità faciliterà altri obiettivi, ovvero il sequestro del carbonio, la tutela dei servizi ecosistemici e quella dei benefici socioeconomici.

4. Selezionare aree appropriate per la riforestazione

Evitare di operare in terreni precedentemente non boschivi, collegare o espandere le foreste esistenti ed essere consapevoli della necessità di spostare altrove le attività che causano la deforestazione 

5. Usare la rigenerazione naturale dove possibile

La rigenerazione naturale può essere più economica e più efficace dell’impianto di alberi quando le condizioni del sito sono adatte.

Le dieci regole d'oro per la riforestazione. Fonte: Di Sacco, A.; Hardwick, K.; Blakesley, D.; Brancalion, P.H.S.; Breman, E.; Cecilio Rebola, L.; Chomba, S.; Dixon, K.; Elliott, S.; Ruyonga, G.; Shaw, K.; Smith, P.; Smith, R.J.; Antonelli, A. Ten Golden Rules for Reforestation to Optimise Carbon Sequestration, Biodiversity Recovery and Livelihood Benefits. Distributed under a Creative Commons CC BY license.

Le dieci regole d’oro per la riforestazione. Fonte: Di Sacco, A.; Hardwick, K.; Blakesley, D.; Brancalion, P.H.S.; Breman, E.; Cecilio Rebola, L.; Chomba, S.; Dixon, K.; Elliott, S.; Ruyonga, G.; Shaw, K.; Smith, P.; Smith, R.J.; Antonelli, A. Ten Golden Rules for Reforestation to Optimise Carbon Sequestration, Biodiversity Recovery and Livelihood Benefits. Distributed under a Creative Commons CC BY license.

6. Selezionare le specie per massimizzare la biodiversità

Piantare un mix di specie dando la priorità a quelle native, favorire le interazioni mutualistiche ed escludere le specie invasive.

7. Usare materiale vegetale resiliente

Ottenere semi o piantine con variabilità genetica e provenienza appropriate per massimizzare la resilienza della popolazione vegetale. Per assicurare la sopravvivenza e la resilienza di una foresta piantata, dunque, è vitale usare materiale con livelli adeguati di diversità genetica coerente con la variabilità locale o regionale.

8. Pianificare in anticipo le infrastrutture, la capacità e la fornitura di semi

Dalla raccolta dei semi all’impianto degli alberi, occorre sviluppare le infrastrutture necessarie, la capacità e il sistema di fornitura dei semi con largo anticipo, se non sono disponibili esternamente, e seguire sempre gli standard di qualità delle sementi.

9. Imparare con la pratica

Basare gli interventi di ripristino sulle migliori evidenze ecologiche. Eseguire prove prima di applicare le tecniche su larga scala. Monitorare gli indicatori di successo appropriati e usare i risultati per la gestione adattiva.

10. Far fruttare l’operazione

Sviluppare flussi di reddito diversi e sostenibili per diversi stakeholder, compresi i crediti di carbonio, i prodotti forestali non legnosi, l’ecoturismo e i servizi che possono essere venduti sul mercato.

“Ecco le tecnologie che possono aiutarci a vincere la sfida del suolo sano”

Debora Fino, presidente di Re Soil Foundation: l’importanza di avere un suolo in salute è ancora troppo sottovalutata. Le competenze dei tecnici possono ispirare politiche lungimiranti che contrastino degrado e desertificazione

di Emanuele Isonio

 

“Abbiamo imparato nei decenni a prenderci cura dell’aria e dell’acqua con precise norme e tecnologie che prevengono e abbattono l’inquinamento. Per il suolo molta strada deve essere percorsa, specialmente dal punto di vista normativo”. Debora Fino è una docente (di ingegneria chimica) del Politecnico di Torino. Il suo ateneo, insieme all’università di Bologna, a Coldiretti e a Novamont hanno creato da qualche mese la Re Soil Foundation. E proprio lei, da pochi giorni, è stata scelta per guidarla.

Professoressa Fino, perché avete deciso di creare una Fondazione per il Suolo?

Re-Soil Foundation nasce per fornire al legislatore un supporto competente per impostare politiche di tutela della fertilità dei nostri suoli, per preservarla. Questo comporta necessariamente che parte del carbonio che “ricicliamo”, dai rifiuti organici e dallo stesso sequestro e riconversione della CO2 dall’atmosfera, deve essere resistuito ai terreni, pena il loro degrado. Tale degrado in questo frangente storico è accelerato dai cambiamenti climatici che portano desertificazione.

La Ue ha inserito proprio il suolo tra le 5 mission incluse nel programma Horizon Europe. La Fondazione Re Soil come declinerà gli obiettivi di questa missione a livello italiano?

La Fondazione certamente potrà svolgere un ruolo di catalizzatore per quelle competenze italiane che sono in grado di sviluppare nuove tecnologie per la tutela dei suoli in risposta alle future call europee del Green New Deal. Allo stesso modo potranno essere valorizzati molti siti di grande interesse nel nostro Paese come teatri di sperimentazione di queste tecnologie. Pensiamo ad esempio al contrasto della desertificazione in aree come la Sicilia, oppure al continuo miglioramento della qualità dei suoli in zone di produzioni agroalimentari di grande qualità.

Avere un suolo “qualificato” su concrete basi scientifiche potrà diventare un plus sotto il profilo commerciale.

Per riuscirci, pensa che sia necessaria un’attività di sensibilizzazione sul suolo per indirizzare le politiche più corrette? E a quali livelli?

I livelli sono molteplici. Dal ministero dell’Agricoltura al neonato ministero della Transizione ecologica, a quelle locali promosse dalle Regioni. Oggi la percezione di quella che è l’importanza di un suolo per la produzione in qualità di un prodotto è scarsa. Ancora minore è la consapevolezza del fatto che se un suolo viene trascurato, negli anni si deteriora irreversibilmente. Occorre previdenza e lungimiranza che proprio una azione pre-normativa illuminata può ispirare a chi è tenuto a legiferare e stabilire politiche di indirizzo.

Quanto è sviluppata, in base alla sua percezione, la sensibilità sull’importanza del tema suolo tra opinione pubblica, stakeholder e amministratori pubblici?

Come le dicevo, molto meno di quanto oramai abbiamo capito l’importanza della tutela dell’aria che respiriamo e dell’acqua che beviamo. Forse perché in questi casi c’è una diretta correlazione tra la nostra salute e quella di questi fondamentali contesti. Nelle città più inquinate si stimano in svariate migliaia i morti legati all’inquinamento dell’aria. In questo campo norme precise hanno portato o stanno portando a veri e propri cambi di paradigma nella società: pensiamo alla mobilità sostenibile o all’uso di fonti energetiche rinnovabili.

Al di là del suo nuovo ruolo nella Re Soil Foundation lei è soprattutto una docente del Politecnico di Torino: la tecnologia può dare una mano per combattere la battaglia in favore del suolo?

Certamente, la tecnologia oggigiorno è sempre fondamentale. In questo settore amo definirla un acceleratore degli effetti di meccanismi naturali. Certamente lo sviluppo di bioplastiche che combinino ottime resistenze meccaniche a biodegradabilità in condizioni ambiente potrà essere di grande utilità. Questo favorirebbe la produzione di compost (ammendante agricolo ottenuto con processi biotecnologici da rifiuti organici) di grande qualità. D’altra parte i rifiuti organici o gli sfalci agricoli possono essere trattati termo-chimicamente così da generare al contempo combustibili rinnovabili e un residuo solido a base di carbone (noto come biochar) che può essere indirizzato ad uso di integratore della composizione dei suoli. Come sempre le tecnologie possono proporre svariati approcci che nei diversi contesti portano a scelte applicative diverse.

Quali sono le tecnologie più promettenti ed efficaci per recuperare la capacità di assorbimento della CO2 dei suoli?

Innanzitutto la fotosintesi è il meccanismo principe con cui la natura cattura questa molecola per convertirla in materia organica, che poi, almeno in quota parte deve essere lasciata nei suoli. D’altra parte, si può intervenire con molte tecnologie (chimiche, elettrochimiche, biologiche e non solo) per catturare e convertire l’anidride carbonica da fumi di combustione o altre correnti concentrate. Un libro che consiglio come lettura su questo tema è “Chimica Verde 2.0: Impariamo dalla natura come combattere il riscaldamento globale” di Guido Saracco edito da Zanichelli. Tratta delle tecnologie che sono sviluppate dalla sede torinese dell’Istituto Italiano di Tecnologia, un’eccellenza nel settore.

Come è messa l’Italia quanto a ricerche di tecnologie applicate al benessere dei suoli?

Se è vero che, dati ISPRA alla mano, il nostro Paese vede un quarto dei suoi suoli in degrado, è altresì vero che le risorse e le azioni intraprese per combattere attivamente questa minaccia sono nettamente in crescita. Negli ultimi due anni, l’Italia insieme a Portogallo, Ucraina e Turchia ha ricoperto il ruolo di pioniere nell’implementazione efficace delle Linee Guida Volontarie per la Gestione Sostenibile del Suolo (VGSSM) approvate e promosse dalla FAO nel 2016. Questo si è riflesso non solo ispirando iniziative proposte dai policymakers a livello nazionale e regionale, ma anche rendendo il nostro paese scenario di numerosissimi progetti.

I dati parlano chiaro: la branca inerente alla sostenibilità e la produttività dell’agricoltura dell’European Innovation Partnership (EIP-AGRI) riporta che sono stati più di 450 i finanziamenti in Italia in campo agricolo e selvicolturale finalizzati alla ricerca tecnologica ed alla creazione di gruppi operativi. Il networking fra di essi costituisce indubbiamente un elemento cardine per portare soluzioni efficaci. In parallelo, anche i programmi Life sponsorizzati dalla Commissione europea sono una strepitosa occasione per portare contributi significativi sul miglioramento della salute del suolo.

Ci sono best practice particolarmente significative?

Cito due esempi illustri “Made in Italy”: il primo è soil4life, un programma attualmente in corso finalizzato a introdurre attivamente le linee guida sopracitate per l’uso sostenibile del suolo. Il secondo è Life HelpSoil, un piano già concluso con successo, finalizzato all’applicazione dell’agricoltura conservativa. I suoi principi, basati su rotazione delle colture e lavorazioni minime del terreno, sono sicuramente un’ottima proposta di “best practice” per il futuro.

Clima e demografia. La guerra per il suolo sconvolge la Nigeria

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di Matteo Cavallito

 

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Uno scontro per la sopravvivenza, una guerra tra poveri, un conflitto religioso: accade in Nigeria sotto il peso di molti elementi diversi. Agricoltori contro pastori, contrapposizione alimentata da una crescente scarsità di risorse. La ricerca di spazio vitale diventa spasmodica mentre l’incremento demografico e l’espansione dell’allevamento creano le condizioni per il progressivo degrado del suolo. Il bilancio? Più di 3.600 morti secondo Amnesty International anche se la cifra dovrà essere certamente aggiornata al rialzo visto che il conteggio, avviato nel gennaio 2016, si ferma all’ottobre 2018. Una tragedia, insomma, alla quale il governo centrale non sembra in grado di porre rimedio. Ma anche un monito. Perché quel che accade nel più grande Paese dell’Africa potrebbe ripetersi altrove sotto il peso del principale fattore di crisi: il cambiamento climatico, ovviamente.

Il suolo della Nigeria è sempre più arido

“Le stagioni secche si stanno allungando, quelle piovose si accorciano” ha spiegato di recente Robert Muggah, politologo canadese e noto esperto di conflitti al Financial Times. Il risultato è che i pastori dell’etnia Fulani, prevalentemente musulmani, sono stati indotti a dirigersi sempre più a sud alla ricerca di terra risparmiata dalla siccità scontrandosi con gli agricoltori, in buona parte cristiani. Morale: la contrapposizione religiosa ha agito come benzina sul fuoco alimentando una tensione generata in primo luogo dagli effetti del riscaldamento globale. “Negli ultimi due decenni, la crisi climatica ha contribuito ad alterare il vecchio ordine basato su accordi amichevoli trasformando quest’ultimo in uno scontro segnato da saccheggi, incursioni, furto di bestiame e uccisioni premeditateha scritto il Guardian.

In un continente chiamato a rigenerare 8 milioni di ettari all’anno da qui al 2030 per contrastare la desertificazione, la Nigeria vive un persistente problema di degrado. Nel primo decennio del secolo, nota un rapporto ONU del 2018, il Paese ha perso quasi mezzo milione di ettari di foreste con inevitabili ricadute in termini di stoccaggio della CO2 e un conseguente aumento – 1,3 milioni di tonnellate in più – delle emissioni nell’atmosfera.

Il fattore demografico

A tutto questo contribuiscono i numeri dell’espansione demografica. La popolazione nigeriana cresce a ritmo sostenuto da anni e viaggia attualmente a quota 200 milioni. A questo ritmo, si stima, il numero degli abitanti potrebbe raddoppiare entro la metà del secolo. Ad aumentare però è anche il bestiame che oggi, rileva ancora il Guardian, ammonta a 20 milioni di capi contro i 9,2 del 1981. La ricerca di terreno da destinare al pascolo impatta inevitabilmente sul suolo secondo una dinamica ben nota che si accompagna allo sviluppo del settore dell’allevamento. Nell’affare, prosegue il Guardian, sarebbe entrato anche il gruppo terroristico Boko Haram, accusato di finanziare le sue operazioni anche attraverso il furto e la successiva rivendita di esemplari d’allevamento.

Rischio land grabbing

Il governo federale ha provato a risolvere la questione proponendo l’istituzione di colonie ad hoc destinate al pascolo. Un’ipotesi che incontra tuttora molte resistenze di fronte al timore che gli allevatori possano approfittare della situazione per accaparrarsi la terra in via definitiva secondo la celebre logica del land grabbing. Il rischio di un’esasperazione della crisi con gravi effetti diffusi resta insomma più vivo che mai. Un monito implicito per tutti quei Paesi, dall’Africa al Sudamerica in particolare, che vivono quel conflitto permanente tra agricoltura e allevamento intensivo. Pagando un prezzo enorme in termini di deforestazione. E non solo.

Strategia per il suolo, l’Unione europea dà la parola ai cittadini

È iniziato il trimestre dedicato alla raccolta dei pareri dell’opinione pubblica attraverso una consultazione aperta. Biodiversità decisiva per la salute del suolo. Mentre la Missione Ue arriva in Italia

di Matteo Cavallito

 

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C’è tempo fino al 27 aprile per partecipare alla consultazione pubblica lanciata dalla Commissione Ue sulla Strategia per il Suolo (EU Soil Strategy). L’iniziativa, che si affianca ad altre operazioni analoghe sui temi della sostenibilità ambientale punta a coinvolgere “cittadini e organizzazioni chiamate a fornire il loro contributo all’elaborazione della Strategia condividendo le proprie opinioni sulle azioni da intraprendere e i potenziali obiettivi”. La tutela del suolo, ha più volte ribadito la Commissione, è considerata prioritaria nell’ambito del Green Deal.

Senza tutela del suolo a rischio gli obiettivi UE

La tesi è nota da tempo. “In assenza di una politica coerente e ad ampio raggio di protezione del suolo, la Ue rischia non raggiungere i suoi obiettivi internazionali e di fallire nell’implementazione del Green Deal stesso” spiega la Commissione facendo propria la tesi già espressa dall’Agenzia Ambientale Europea. Nel Vecchio Continente – dove in meno di 10 anni, i terreni con un’elevata o altissima sensibilità alla desertificazione sono aumentati di quasi 180.000 km2 – il degrado del suolo desta comprensibile allarme. Desertificazione, cementificazione, contaminazione ed erosione sono solo alcune delle principali minacce conclamate. La lista delle conseguenze è altrettanto inquietante. E comprende, come noto, l’aumento delle emissioni di CO2, il dissesto idrogeologico, la perdita di servizi ecosistemici e un rischio in termini di sicurezza alimentare.

Biodiversità al centro della Strategia

All’inizio di quest’anno, il piano Ue per il suolo è stato fatto proprio dalla Strategia europea per la Biodiversità (EU Biodiversity Strategy for 2030). Una scelta inevitabile, lascia intendere il Commissario all’Ambiente di Bruxelles Virginijus Sinkevičius. “Nel suolo è presente un quarto della biodiversità del Pianeta” ha dichiarato. “Dobbiamo dotare l’Unione europea di una solida politica del suolo che ci permetta di raggiungere i nostri ambiziosi obiettivi di clima, biodiversità e sicurezza alimentare”. Collocare la tutela della biodiversità al centro della strategia significa anche accogliere l’appello della FAO che, da tempo, invoca iniziative coordinate sul tema a livello globale. Negli anni, per altro, la UE ha sottoscritto in tal senso una serie di accordi internazionali, a cominciare dalla UN Convention for Biological Diversity redatta nel 1992.

La Missione UE in Italia

Proposta dal Mission Board Soil Health and Food, la Missione Ue Caring for soil is caring for life si pone un obiettivo ambizioso: ricondurre alla salute 3/4 dei terreni europei entro il 2030. Il tema sarà al centro di un incontro online destinato al pubblico italiano e in programma il prossimo 24 febbraio dalle 9.30. L’evento, organizzato dal Ministero dell’Università e della Ricerca in collaborazione con APRE (Agenzia della Promozione della Ricerca Europea), il Santa Chiara Lab dell’Università di Siena e la Fondazione Re Soil, punta a “creare consapevolezza circa gli obiettivi e gli sviluppi della Missione”. Ma anche ad avviare un dialogo tra gli attori chiamati a collaborare nel percorso verso la gestione sostenibile del suolo. Una lista che comprende ricercatori, policy maker, operatori dell’industria e cittadini.

“Il Trentino ha un problema di consumo di suolo”

La fotografia dell’Osservatorio Paesaggio Trentino: in mezzo secolo quasi raddoppiati gli insediamenti. Oggi le aree disponibili per l’agricoltura sono appena il 13%. Coldiretti: diamo riconoscimento sociale e culturale al suolo e alle attività agricole

di Matteo Cavallito

 

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La preoccupazione è messa nero su bianco dall’Osservatorio del Paesaggio Trentino: “il territorio della Provincia di Trento ha subito nel secondo dopoguerra una trasformazione radicale della propria struttura insediativa e paesaggistica”. È bastato poco più di mezzo secolo per far passare il suolo occupato da insediamenti e infrastrutture dai 5400 ettari del 1960 ai 16mila del 2004. “La progressione degli incrementi delle superfici insediate è stata pertanto superiore al 190%, segnalando andamenti mai verificatisi nella storia insediativa del Trentino”. L’analisi è contenuta nella “Ricerca 2020 sulle dinamiche di urbanizzazione e sul consumo di suolo in Trentino”, resa pubblica nei giorni scorsi.

L’importanza di leggere bene i dati

Un problema già di per sé, ma reso ancor più delicato perché lo sviluppo di edifici e aree produttive è avvenuto soprattutto a discapito delle aree agricole. Anche in questo caso, i dati della Ricerca 2020 vanno letti con grande attenzione. Attualmente il suolo “consumato” registrato per la Provincia di Trento risulta essere del 3,7%. Apparentemente quindi ben inferiore rispetto al dato del 7,1% della media nazionale. Ma, precisano i tecnici dell’Osservatorio, “è necessario effettuare una lettura più contestualizzata di questo dato, alla luce dei caratteri orografici e altimetrici del Trentino”.

Il 60% del territorio infatti si colloca al di sopra dei 1000 metri di quota. Il 53% della superficie è rappresentata da boschi, il 12% da pascoli e il 22% da rocce e ghiacci. “Per l’agricoltura e gli insediamenti risulta così disponibile solo il 13% della superficie provinciale. L’analisi dei fenomeni di consumo di suolo ci segnala che ben più di un quarto di questa preziosa porzione del territorio risulta essere interessata da fenomeni spinti di artificializzazione”.

Classificazione dei comuni trentini in base all’estensione delle aree fortemente antropizzate. FONTE: ricerca sulle dinamiche di urbanizzazione e sul consumo di suolo in trentino. Dicembre 2020 - Osservatorio Paesaggio Trentino.

Classificazione dei comuni trentini in base all’estensione delle aree fortemente antropizzate. FONTE: ricerca sulle dinamiche di urbanizzazione e
sul consumo di suolo in
trentino. Dicembre 2020 – Osservatorio Paesaggio Trentino.

Il confronto con le altre aree alpine

Anche la comparazione con quanto avviene in altri territori montani conferma la preoccupazione dell’Osservatorio per il Paesaggio, strumento per il governo del territorio istituito nel 2010 dalla Provincia Autonoma di Trento. In provincia di Bolzano ad esempio, solo il 2,8% del territorio è consumato. Il dato è analogo a quello del Bellunese. In provincia di Sondrio e in Valle d’Aosta le quote di territorio soggetto a consumo di suolo sono anche inferiori (rispettivamente 2,6% e 2,1%).

L’allarme di Coldiretti

La performance peggiore rispetto ad altri territori simili è stata sottolineata anche da Coldiretti Trentino, particolarmente preoccupata per la perdita di suolo agricolo. “Il problema – commenta Gianluca Barbacovi, presidente di Coldiretti Trentino Alto Adige – è ancora più marcato visto che negli ultimi 5 anni, con una legge provinciale che dovrebbe garantire uno stop al consumo di suolo, la tendenza non si è affatto invertita”.

Oltre al danno economico, Coldiretti sottolinea come un territorio reso meno salubre e più fragile dal consumo di suolo sia anche meno capace di reagire e adattarsi ai cambiamenti climatici che rendono le precipitazioni più intense e concentrate in determinati periodi dell’anno. “Per proteggere la terra e i cittadini che ci vivono, le istituzioni devono difendere la propria disponibilità di terreno fertile con un adeguato riconoscimento sociale, culturale ed economico del ruolo dell’attività agricola” propone Barbacovi. “La disponibilità di terra coltivata si traduce in produzioni agricole di qualità e in sicurezza alimentare e ambientale per i cittadini nei confronti del degrado e del rischio idrogeologico. Se non poniamo un argine al consumo di suolo perdiamo un’opportunità in termini di sviluppo economico e occupazionale per l’intero Paese”.

 

“Contro il suolo degradato, creiamo filiere produttive disinquinanti”

La proposta di Giuseppe Corti (presidente Società Italiana di Pedologia) intervistato da Re Soil Foundation: il degrado del suolo è un problema planetario. Per contrastarlo dobbiamo investire in filiere che ne aiutino la salubrità e al tempo stesso producano reddito. Il Recovery Fund? Una opportunità irripetibile

di Emanuele Isonio

 

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“Dobbiamo creare delle filiere di disinquinamento che siano però già in grado di darci prodotti non da destinare all’alimentazione umana ma per altri usi. Penso alla produzione di legno o piante per farne biomasse o olio per combustione o autotrazione. Queste potrebbero essere filiere che aiutano a disinquinare i suoli, ma al tempo stesso potrebbero aiutare a sostenere le enormi spese cui andremo in conto se vorremo davvero migliorare i suoli italiani”. La proposta è di Giuseppe Corti, uno dei massimi esperti di suolo in Italia. Docente all’università Politecnica delle Marche e presidente della Società Italiana di Pedologia (la disciplina, cruciale, che studia la genesi, la storia e le condizioni del suolo).

 

Professore, partiamo dal principio: in che condizioni sono i suoli a livello globale?

Certamente non sono entusiasmanti. L’uso è stato utilizzato spesso in modo scorretto, sia per quanto riguarda le lavorazioni del suolo spesso eccessive sia per l’uso massicco di fertilizzanti chimici. Ecco perché abbiamo un diffuso problema di riduzione del contenuto di sostanza organica nel suolo, che porta con sé l’accentuata erosione. Abbiamo poi il problema del consumo di suolo e di inquinamento dei terreni. C’è poi il fenomeno sempre più diffuso della salinizzazione dei suoli, dovuta all’uso distorto fatto del suolo e delle acque di irrigazione.

Concentriamoci sul nostro Paese: l’Italia è messa mediamente meglio o peggio degli altri Stati Ue?

L’Italia, come del resto altri Stati europei, ha un problema di eccessivo consumo del suolo. Ciò è dovuto a una cementificazione selvaggia, che non trova alcuna motivazione razionale se non quella di rispondere ad appetiti speculativi, spesso con la complicità di amministrazioni locali e infiltrazioni malavitose. Siamo abituati a edificare sempre i suoli in pianura, vicini alle grandi vie di comunicazione. Questo fa sì che all’agricoltura rimangano sempre più suoli marginali. Abbiamo poi un problema di inquinamento dovuto ad alcune industrie e a discariche abusive, di nuovo legate a interessi criminali. A ciò si aggiunge, come in tutto il Sud Europa, il “male assoluto” che è la riduzione della quantità di sostanza organica, legato alle eccessive fertilizzazioni azotate nel comparto agricolo.

Il fenomeno del soil sealing è ampiamente diffuso. La situazione si sta aggravando nella maggior parte delle regioni del Pianeta. IMMAGINE FAO http://www.fao.org/3/a-i6470e.pdf

Il fenomeno del soil sealing è ampiamente diffuso. La situazione si sta aggravando nella maggior parte delle regioni del Pianeta. IMMAGINE FAO http://www.fao.org/3/a-i6470e.pdf

Ci spiega perché ognuno di noi deve preoccuparsi se il suolo è degradato?

Parto da un dato FAO: se facciamo 100 la quantità di calorie necessarie al sostentamento dell’umanità per un intero anno, meno dell’1% proviene da mari e oceani. Quindi, il 98,5% del sostentamento dell’umanità deriva dal suolo, soprattutto dalle attività agricole. Ecco perché ci dobbiamo preoccupare della qualità dei nostri suoli e di conservarlo in salute per le future generazioni.

In questo senso immagino che sia cruciale un aumento di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, a partire dai più giovani. Sbaglio?

È assolutamente giusto. Aumentare la sensibilizzazione a un uso corretto e armonico del suolo e farlo soprattutto fra i giovani è fondamentale. Purtroppo, c’è una cultura generalizzata che concepiva il suolo come una risorsa infinita. D’altro canto, a inizio Novecento gli abitanti sulla Terra erano un miliardo. Ora siamo 7,5 miliardi con previsione di arrivare a 10 miliardi entro metà secolo. C’era poi la visione della terra come di qualcosa che non potesse subire danni. In Toscana diciamo “la terra para anche le saette”. Purtroppo, soprattutto dopo il secondo dopoguerra abbiamo degradato i suoli. Ma non possiamo continuare così.

L’Unione europea, dedicando una mission ai suoli, sembra voler cambiare direzione…

Quella mission punta a riportare in salute entro il 2030 il 75% dei terreni per fare in modo che essi possano garantire cibo sano e servizi ecosistemici a tutti noi. E’ una sfida ambiziosa che dobbiamo sposare con convinzione.

Ma un suolo degradato si può davvero recuperare? Come e quanto tempo serve?

Partiamo da un esempio: la mancanza di sostanza organica nei suoli, che come detto è un problema diffuso e drammatico. Se abbiamo impiegato dai 50 ai 70 anni per portare un contenuto medio dei suoli agricoli italiani dal 3,5% a sotto l’1% come possiamo pensare di tornare a quei livelli in pochi anni? E’ chiaro che il processo è estremamente lungo e complicato. I microrganismi nel suolo rispondono infatti all’introduzione di sostanza organica in una maniera che non è sempre elastica.

Pensiamo poi all’inquinamento. Dobbiamo capire di che tipo di inquinamento parliamo: se ci concentriamo su quello dovuto a metalli pesanti, si può intervenire con soluzioni a basso costo, se il contenuto di inquinanti non supera di molto i limiti di legge. Ad esempio possiamo usare piante fitoestraenti che aiutano a soluzioni ottimale nell’arco di qualche decennio o di un secolo.

Un secolo nei casi meno gravi? Non oso immaginare quanto tempo serva per i casi più difficili…

I tempi sono questi. Dobbiamo imparare a rendercene conto. Se i livelli di inquinamento sono maggiori, servono parecchi secoli. Se vogliamo riportare la gran parte dei suoli inquinati a livelli accettabili, dobbiamo quindi partire immediatamente. Dobbiamo sviluppare progetti di ampissimo respiro che siamo mantenibili per tempi molto lunghi. Questo non può essere fatto senza pensare di poter produrre qualcosa in quei suoli particolarmente degradati. Ecco perché io propongo di immaginare e costruire delle filiere produttive di disinquinamento.

In Italia abbiamo anche eccellenze da valorizzare e diffondere?

I numerosi problemi non devono abbatterci. In Italia abbiamo anche situazioni straordinarie: produzioni di pregio che nessun altro Paese ha, un patrimonio forestale straordinario che è ancora sfruttato troppo poco. E potremmo farlo nel rispetto della natura e delle foreste. Poi abbiamo un paesaggio invidiato in tutto il mondo. Parlare di produzioni di qualità, di foreste e di paesaggio significa parlare di suolo, perché esso è alla base di tutto questo.

Non possiamo non parlare di Recovery Plan. Il Piano di rilancio e resilienza italiano potrà essere un’opportunità per introdurre soluzioni efficaci a favore del suolo?

Il Recovery Plan dovrebbe essere un’opportunità per tutto il settore agricolo e forestale italiano e questo dovrebbe passare da una valorizzazione e recupero dei suoli italiani. Noi abbiamo bisogno di portare lo studio del suolo a livelli incredibilmente più alti di quanto facciamo oggi, spesso per carenza di fondi. Abbiamo bisogno di consocerlo, di cartografarlo, di capire quali aree sono vocate a una produzione piuttosto che a un’altra, anche per ridurre le sostanze utilizzate. Se indoviniamo le condizioni pedoclimatiche ideali, avremo prodotti migliori e con un minore input di sostanze esterne.

Veneto, i paladini verdi che regalano boschi urbani anti inquinamento

Diecimila piante per far nascere dieci boschi in altrettanti Comuni del padovano con un unico obiettivo: recuperare la biodiversità e salubrità dei suoli in una delle aree più inquinate d’Europa. Il progetto è dell’associazione Spiritus Mundi. Già piantati seimila alberi con l’aiuto di cittadini, scuole ed enti locali

di Emanuele Isonio

 

Ascolta “I paladini verdi che regalano nuovi boschi al Veneto inquinato” su Spreaker.

Ormai, fra campagne e centri urbani della pianura padovana, sono diventati famosi per le loro pettorine blu cielo. Segno distintivo di come in poco tempo un gruppetto di amici sognatori, armati di buone idee e buona volontà, possa fare la differenza per il proprio territorio. Cinque anni fa si sono messi in testa di voler riforestare la provincia per strapparla, albero dopo albero, all’inquinamento che danneggia da decenni aria e terreni. Si sono riuniti in un’associazione dal nome simbolico: Spiritus Mundi (il respiro del mondo). Il loro motto: “diamo respiro alla nostra pianura. Ricreiamo l’ecosistema per la biodiversità, la nostra salute e i nostri figli”.

“Portiamo avanti con passione progetti di forestazione urbana destinati a rendere più verde e sana la Pianura Padana. E per farlo coinvolgiamo enti, associazioni e cittadini” spiega Christian Marcolin. “Vogliamo far capire che l’unico modo per attuare un cambiamento concreto può essere possibile solo se saremo uniti nel farlo”.

Il consumo di suolo e la qualità dell'aria sono due aspetti critici in tutta la Pianura Padana. FONTE: ISPRA ed ESA.

Il consumo di suolo e la qualità dell’aria sono due aspetti critici in tutta la Pianura Padana. FONTE: ISPRA ed ESA.

Gli obiettivi del progetto “Bosco Vivo”

L’impresa, per quanto possa sembrare proibitiva, ha già dato frutti tanto da imporre un ripensamento del sistema organizzativo dell’associazione per ampliare attività e traguardi. Il progetto “Bosco Vivo” ha permesso di mettere a dimora già seimila piante a partire dall’autunno 2019 in aree abbandonate accanto a capannoni o stabilimenti industriali. Il primo bosco è stato creato a Roncajette, in una frazione di Ponte San Nicolò adiacente al fiume Bacchiglione. Una superficie di 8500 metri quadri destinati a ospitare mille esemplari di specie di alberi e arbusti autoctoni.

Il prossimo target è ora composto da altri 10mila alberi, distribuiti su dieci terreni grandi come sedici campi da calcio. Nuove aree verdi che punteggeranno presto il panorama di vari comuni attorno a Padova. Il salto di qualità è stato reso possibile da un finanziamento di 150mila euro concessi dalla Provincia di Padova grazie all’allora consigliera provinciale delegata all’Ambiente, Elisa Venturini. Insieme alla Provincia sono stati selezionati i terreni. L’attività di piantumazione riguarderà dieci comuni che per primi hanno messo a disposizione aree di almeno 4mila metri quadri: Arzergrande, Piove di Sacco, Legnaro, Borgo Veneto, Rubano, Albignasego, Tribano, Limena, Rovolon e Selvazzano.

C’erano una volta i boschi in Pianura Padana

Nel frattempo, all’associazione Spiritus Mundi e al progetto Bosco Vivo hanno aderito agronomi e professionisti forestali, interessati a invertire la rotta di inquinamento e deforestazione che ha segnato nel corso del tempo il territorio veneto. “La Pianura Padana – spiegano i promotori di Spiritus Mundi – era anticamente ricoperta da estese foreste millenarie che ospitavano innumerevoli specie di flora e fauna”. Per secoli, quei boschi hanno dato sostentamento alle popolazioni locali, contribuendo al loro benessere, tanto da essere considerati sacri. “In pochi decenni – proseguono gli attivisti – lo sfruttamento crescente delle risorse naturali ha portato a uno stravolgimento degli equilibri naturali, causando la scomparsa quasi totali dei boschi e delle specie autoctone”. Nel 1980 di tutte le immense foreste del Veneto restavano appena 50 ettari.

Nei “Boschi Vivi” vengono quindi piantumate specie forestali autoctone riprodotte da sementi derivate dagli ultimi boschi relitti di pianura rimasti in vita. Un modo per preservare la biodiversità locale, adattatasi a quel territorio. “La riproduzione tramite sementi – spiega Marcolin – contribuisce alla conservazione e allo sviluppo di un’ampia diversità genetica, garantendo resilienza e resistenza degli ecosistemi ai cambiamenti climatici”.