Soia per biocarburanti, il nuovo amico della deforestazione

Lo stop all’uso di olio di palma come biocarburante previsto dalla Ue sta spingendo a una sua sostituzione con la soia. L’impatto ambientale negativo quindi non cambierebbe. La domanda del cereale potrebbe quadruplicare in un decennio. L’allarme in un rapporto di Transport & Environment

di Emanuele Isonio

 

Cambia l’ingrediente principale ma la ricetta rimarrebbe comunque indigesta. E continuerebbe a provocare deforestazioni su vasta scala, aumento delle emissioni climalteranti, danni irreparabili agli ecosistemi e una ulteriore perdita di biodiversità che la Terra certamente non può permettersi.

L’imputato è la soia, cereale che potrebbe rapidamente soppiantare l’utilizzo dell’olio di palma all’interno dei biocarburanti. Ne sono convinti i ricercatori della società di consulenza Cerulogy che hanno realizzato un dettagliato rapporto per conto dell’organizzazione indipendente Transport & Environment. Secondo il documento, la domanda di olio di soia per biodiesel potrebbe raddoppiare o addirittura quadruplicare entro il 2030 rispetto ai livelli dell’anno scorso. Il consumo annuale salirebbe quindi a 7,3 milioni di tonnellate. Un valore enorme. Tanto per capirci meglio: in Europa nel 2018 la quantità di olio di palma usata per produrre biocarburanti si è fermata a 4 milioni di tonnellate.

La quantità di superficie agricola mondiale coltivata a soia. Anni 1970-2018. FONTE: FAOstat.

La quantità di superficie agricola mondiale coltivata a soia. Periodo: 1970-2018. FONTE: FAOstat.

Addio a foreste grandi due volte Roma

La conseguenza sarebbe l’emissione di 38 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Ma i danni ambientali non verrebbero limitati a questo: come già avvenuto nel caso dell’olio di palma, anche la soia imporrebbe di trovare nuovi terreni per coltivarla. Inevitabile dunque la competizione con l’agricoltura per scopi alimentari, che per essere soddisfatta richiederebbe tra i 2,4 e i 4,2 milioni di ettari di terreno aggiuntivo. Una superficie grande, nel migliore dei casi, come la Slovenia. O quanto i Paesi Bassi, nell’ipotesi peggiore. Per portare avanti le nuove colture di soia, verrebbero inoltre rasi al suolo non meno di 230mila ettari di foreste. Due volte l’area della città di Roma. Enorme quindi la pressione su torbiere e aree umide tropicali in Amazzonia, Africa e Borneo.

L'impatto ambientale negativo dell'aumento delle coltivazioni di soia connesso con la politica europea sui biocarburanti. FONTE: Transport & Environment, 2020.

L’impatto ambientale negativo dell’aumento delle coltivazioni di soia connesso con la politica europea sui biocarburanti. FONTE: Transport & Environment, 2020.

Dalla Ue una norma boomerang

La prevista moltiplicazione delle colture di soia è un effetto indesiderato delle scelte fatte dall’Unione europea: per tentare di limitare i danni causati dall’olio di palma, la Commissione Ue ha infatti considerato quest’ultimo come un biocarburante ad elevato impatto ambientale. Il criterio utilizzato impone infatti di limitare i consumi di biocombustibili ad “elevato rischio ILUC” (Indirect Land Use Change): si calcolano cioè le emissioni da cambiamento indiretto dell’uso di suolo. E così, con la direttiva RED II, lo ha di fatto messo al bando: entro il 2030 non verrà più calcolato per raggiungere gli obiettivi per le fonti rinnovabili nei trasporti. Ma l’olio di palma è l’unica materia prima su cui è calata la scure di Bruxelles. Nessun altra è rientrata nell’elenco di quelle ad alto ILUC.

In questo modo, la norma europea non è riuscita a risolvere il problema dell’impatto ambientale dei biocarburanti. Limitare l’uso di singole materie prime agricole nei biocarburanti non è infatti sufficiente. Se si considerassero – spiegano gli analisti di Cerulogy – le emissioni indirette di CO2 causate ad esempio dall’abbattimento delle piante che non possono quindi più assorbire carbonio dall’atmosfera, molte materie prime per biofuels finirebbero per essere più inquinanti anche della benzina e del diesel tradizionale. La soia è senz’altro una di queste: già in passato studi indipendenti hanno indicato come fosse la seconda a maggiore rischio ILUC dopo l’olio di palma.

La perdita di aree forestali causate dalle commodities agricole. FONTE: Transport & Environment, 2020.

La perdita di aree forestali causate dalle commodities agricole. FONTE: Transport & Environment, 2020.

L’Italia anticipa i tempi

In attesa che la Commissione europea aggiorni l’elenco dei biocarburanti pericolosi per l’ambiente, un passo in avanti possono farlo i singoli Stati membri agendo autonomamente. Possono ridurre l’arco temporale entro il quale imporre lo stop alle materie prime controverse e anche ampliare il loro elenco. Esattamente ciò che si accinge a fare l’Italia: a fine ottobre il Senato ha approvato un emendamento alla legge di delegazione europea (primo firmatario Loredana De Petris, di Liberi e Uguali). La norma prevede di anticipare al 2023 lo stop agli incentivi per i biocarburanti a base sia di olio di palma sia di soia. Sicuramente un passo in avanti rispetto alla direttiva europea. Sempre che il testo venga confermato anche nel passaggio a Montecitorio.

Le foreste in Italia crescono. Ma sono un tesoro ancora sottovalutato

La superficie boschiva è raddoppiata dagli Anni 50. Ma ancora oggi l’80% del legname è importato e la gestione virtuosa del patrimonio forestale fatica ad affermarsi. Un problema urgente: dalla salute delle foreste passa la tutela della biodiversità e dei loro servizi ecosistemici

di Emanuele Isonio

Ascolta “Le foreste in Italia” su Spreaker.

Sotto attacco nel mondo, in forte aumento in Italia ed Europa. Il patrimonio forestale globale vive una condizione quantomeno ambivalente. Disboscamento selvaggio, incendi, agricoltura intensiva, eventi meteorologici estremi (tutti fattori di origine antropica) hanno reso il 2019 in un vero annus horribilis per le foreste mondiali: ne sono state distrutte 26 milioni di ettari. Un territorio grande come l’intero Regno Unito.
A livello italiano, la situazione è opposta. Dal secondo dopoguerra ad oggi la superficie forestale è quasi raddoppiata: oggi conta più di 11 milioni di ettari (erano 5,6 milioni negli Anni ’50). E negli ultimi 30 anni, l’incremento è del 28%. Risultato: oggi il territorio nazionale coperto da boschi ha raggiunto il 38%, un valore superiore ai due paesi considerati amici della foreste, come Germania e Svizzera (fermi al 31%).

Un tesoro nazionale sprecato

Del resto, anche i dati complessivi dell’Unione europea mostrano la stessa tendenza: il 43% della superficie Ue è costituito da terreni boschivi, un’area pari alla superficie della Grecia. Merito di programmi di riforestazione ma anche della ricrescita naturale legata all’abbandono delle aree interne.
Tutto a posto? Non proprio. Perché, soprattutto per il nostro Paese, questo aumento dei boschi non ha finora portato con sé una loro adeguata valorizzazione, anche in termini economici. Basta un dato per capirlo: ancora oggi l’80% del legname utilizzato dall’industria italiana è importato dall’estero. Un potenziale tesoro nazionale è quindi sprecato. E con esso, l’opportunità di costruire una solida filiera bosco-legno tricolore, a basso impatto ambientale.

L’importanza della gestione forestale sostenibile

“Solo una loro gestione sostenibile e responsabile garantisce la conservazione della biodiversità e l’erogazione dei servizi ecosistemici” conferma Antonio Nicoletti, responsabile nazionale aree protette di Legambiente. Proprio l’associazione ambientalista ha dedicato alla “Bioeconomia delle foreste” uno dei suoi 7 forum tematici organizzati con istituzioni e imprese per individuare le migliori proposte per il Piano nazionale di ripresa e resilienza che il governo italiano dovrà presentare alla Commissione europea entro aprile 2021.

Non va dimenticato che le nostre foreste ci regalano contributi importanti per centrare gli obiettivi previsti dall’Accordo sul clima di Parigi. Quanto grandi? “Tra i 30 e 40 milioni di tonnellate di carbon sink (lo stoccaggio naturale di anidride carbonica) è assicurato dalle aree verdi” spiega Lorenzo Ciccarese, responsabile conservazione habitat e specie terrestri, agricoltura e foreste di ISPRA. “Per raggiungere i livelli di mitigazione necessari entro un decennio è essenziale ripristinare le foreste, i suoli e le zone umide e creare spazi verdi nelle città. Un concetto alla base anche della Strategia europea per la biodiversità al 2030”.

Valore del carbon sink assicurato dalle foreste italiane. FONTE: ISPRA 2020 su dati 2018.

Valore del carbon sink assicurato dalle foreste italiane. FONTE: ISPRA 2020 su dati 2018.

Riscoprire l’uso del legno per ridurre l’impronta ecologica dell’industria

Per andare nella direzione giusta – sottolineano gli esperti intervenuti all’incontro Legambiente – è fondamentale aumentare gli sforzi per la transizione verso la bioeconomia. Un percorso che, in ambito forestale, significa non solo tutelare il patrimonio boschivo esistente ma diffondere l’uso del legno in molti settori industriali diversi. “Attenzione a non sottovalutare questo aspetto – precisa Ciccarese – perché il legno delle nostre foreste può benissimo sostituire altri materiali utilizzati, garantendo così sia la valorizzazione dei prodotti di derivazione boschiva sia la possibilità di ridurre l’impronta ecologica di numerosi comparti produttivi”.

I vantaggi dell’uso del legno in sostituzione di altri materiali sono facilmente comprensibili: “il legno è il più importante alleato per mitigare e contrastare i cambiamenti climatici” spiega Renzo Motta, presidente della Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale. “È un materiale rinnovabile, del quale usiamo ancora oggi una minima parte rispetto a quanto la natura ricrea ogni giorno. Dobbiamo diffondere quindi l’idea che biodiversità e bioeconomia non sono affatto in contrapposizione. La conservazione e la gestione sostenibile delle foreste sono complementari. E tra questi due aspetti la sinergià è indispensabile”.

Proposte per un Recovery Plan amico delle foreste

Proprio per questo, Legambiente ha stilato un elenco di proposte per rafforzare la bioeconomia circolare in ambito forestale, che chiede siano considerate come uno dei pilatri del Recovery Plan italiano. Tra esse:

  • incrementare il territorio protetto per aumentare la biodiversità forestale,
  • creare una rete nazionale delle foreste primarie e dei santuari della biodiversità,
  • diffondere la pianificazione e la certificazione forestale,
  • costituire un cluster legno nazionale che sostenga le filiere locali e il made in Italy, riducendo la quota di legno importato,
  • aumentare l’uso del legno nei processi produttivi e a fini energetici,
  • contrastare il traffico illegale del legno e dei prodotti di origine forestale,
  • creare foreste urbane per rigenerare le città a ridurre le ondate di calore.

Costa: “Creare nuove aree protette”

Dal governo arriva il parere positivo del ministro dell’Ambiente, Sergio Costa: “È mia ferma intenzione progettare nel Recovery plan la piantumazione di ulteriori 50 milioni di alberi. Al tempo stesso, creare nuove aree protette è una delle mie priorità. Esse colloquiano con il mondo produttivo e non è vero che il futuro non si può costruire con la transizione ecologica. Sto quindi spingendo per la creazione di nuovi Parchi nazionali, ingolosendo i territori dal punto di vista economico” ha concluso il ministro.

Da Milano alla Cina: le foreste verticali crescono

Il progetto dello studio Boeri di installare boschi sui grattacieli sta per diventare realtà anche in Estremo Oriente: a Huanggang e Nanjing ne saranno inaugurati quattro entro maggio. Permetteranno di tagliare  tonnellate di CO2 e polveri sottili, ridurre i consumi energetici e aumentare la biodiversità attraverso la riscoperta di specie autoctone

di Emanuele Isonio

 

Il primo esemplare ad essere sollevato da una gru fino al 25° piano, a 90 metri di altezza, è stato un esemplare di Osmanthus fragrans, una specie autoctona della Cina centrale. Ad esso si aggiungeranno presto altri 395 alberi, 3600 arbusti e 12000 piante perenni. Il tutto moltiplicato per due. Il luogo dell’evento è simbolico: la provincia dell’Hubei, diventata tristemente nota a livello planetario per l’epidemia da Covid-19 partita dal suo capoluogo Wuhan. A 80 chilometri da lì, nella città di Huanggang, due grattacieli stanno per ospitare le prime “foreste verticali” della Cina, che saranno inaugurate ufficialmente a febbraio 2021.

Un’eccellenza della bioarchitettura italiana

A ideare il progetto è l’architetto italiano Stefano Boeri, che già aveva realizzato l’avveniristico Bosco Verticale di Milano, ormai 6 anni fa. Cambiano i continenti ma l’obiettivo rimane identico: sfruttare l’edilizia urbana per diffondere sistemi capaci di assorbire CO2 e polveri sottili generate dal riscaldamento e dal traffico riducendo al tempo stesso il consumo di energia per la climatizzazione interna.
“Siamo lieti che il concetto di Bosco verticale stia iniziando a diffondersi in tutta la Cina” ha dichiarato l’architetto Boeri. “Le torri di Huanggang e Nanjing – come è avvenuto per il primo Bosco Verticale di Milano – sono destinate a diventare un modello di riferimento per la bioarchitettura sostenibile in tutto il Sud Est asiatico”.

A maggio altre due foreste verticali

Pochi mesi dopo l’inaugurazione dei grattacieli dell’Hubei, altri due foreste verticali saranno completate nel distretto di Nanjing Pukou a 300 chilometri da Shanghai. Anche a Nanjing gli alberi hanno iniziato già a raggiungere i balconi di due torri. Alla fine dei lavori, gli edifici ospiteranno 27 specie vegetali autoctone, 600 alberi di grandi dimensioni, 200 alberi di medie dimensioni e oltre 2500 tra arbusti e piante pendenti.
Il verde, che coprirà in tutto 4500 metri quadri di superficie, contribuirà alla rigenerazione della biodiversità locale e alla riduzione delle emissioni di CO2 di circa 18 tonnellate producendo fino a 16,5 tonnellate di ossigeno ogni anno.

Cosa ospiteranno i grattacieli

La prima torre, alta 200 metri e coronata sulla sommità da una lanterna verde interamente composta da una rete di 5000 metri quadri di rampicanti, comprenderà un museo, una scuola di bioarchitettura e un club privato al piano attico. La seconda torre, alta 108 metri, comprenderà invece un Hotel Hyatt con 305 camere e una piscina al quarto piano. L’inaugurazione dei due grattacieli di Nanchino è prevista per maggio prossimo.

Un’occasione per riscoprire la biodiversità perduta

In ciascun progetto, particolare attenzione è stata data alla scelta delle piante da installare: “Ci siamo focalizzati sulla flora autoctona delle due regioni” ha spiegato Laura Gatti, agronomo incaricato dello sviluppo botanico per le Foreste Verticali. “Abbiamo ricercato specie interessanti, poco utilizzate nel giardinaggio tradizionale. A Huanggang, ad esempio, la nostra ricerca botanica si è concentrata sulle specie originarie della regione di Hubei”.
Nonostante tutte le piante provenissero dai territori cinesi, in alcuni casi le Foreste verticali sono state l’occasione di una sorta di riscoperta: “molte delle specie selezionate per Huanggang – rivela Gatti – sono state coltivate appositamente per questo progetto. Nei vivai delle loro regioni di origine non si trovavano. Erano infatti considerate troppo “selvatiche”. La loro introduzione aggiunge quindi valore al progetto in termini di biodiversità, attrattiva e identità. Lo scambio di esperienze e conoscenze tra noi ed i nostri colleghi cinesi è senza dubbio motivo di reciproca espansione”.

Dissesto idrogeologico, servono almeno 26 miliardi per mettere in sicurezza l’Italia

Lo rivela il primo rapporto ReNDiS stilato da ISPRA. In 20 anni il ministero dell’Ambiente ha stanziato quasi 7 miliardi per 6mila progetti. Ma sono la punta dell’iceberg. Per prevenire alluvioni e frane serviranno molti più soldi

di Emanuele Isonio

 

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Il dissesto idrogeologico dei territori italiani ha comportato una spesa di quasi 7 miliardi solo considerando i soldi stanziati dal ministero dell’Ambiente per far fronte agli interventi più urgenti (circa 6mila i progetti finanziati). Alluvioni (48%) e frane (35%) le categorie di intervento più sovvenzionate. Lo rivela l’ISPRA nel primo rapporto ReNDiS (Repertorio Nazionale degli interventi per la Difesa del Suolo). Ma sarebbero necessari molti fondi in più per mettere in sicurezza il territorio: le richieste superano infatti i 26 miliardi di euro.

Dal 1999 l’Italia si è dotata di una piattaforma per monitorare tutti gli interventi per la mitigazione del rischio idrogeologico, finanziati dal ministero dell’Ambiente. Due le sezioni create all’interno della piattaforma: quella del “monitoraggio”, attiva dal 1999, dedicata agli interventi già finanziati, e quella delle “istruttorie” di recente costituzione, incentrata sugli interventi non ancora in programmazione e per i quali è stato richiesto il finanziamento.

Dissesto idrogeologico: distribuzione regionale degli interventi finanziati e dei progetti proposti ma ancora in fase istruttoria. FONTE: ISPRA, Primo rapporto ReNDiS 2020.

Dissesto idrogeologico: distribuzione regionale degli interventi finanziati e dei progetti proposti ma ancora in fase istruttoria. FONTE: ISPRA, Primo rapporto ReNDiS 2020.

Ogni intervento anti-dissesto dura in media 5 anni

Secondo i dati della sezione monitoraggio, la Sicilia è la regione con il maggior importo finanziato (789 milioni di euro per 542 interventi). A seguire, la Toscana (602 milioni per altrettanti interventi), la Lombardia (598 milioni per 544 interventi) e la Calabria (453 milioni per 528 interventi).

Per quanto riguarda i tempi di attuazione, il campione analizzato nel rapporto evidenzia una durata media di quasi 5 anni. Ma la situazione varia molto da caso a caso: un 10% di attività considerate “critiche” si protrae infatti anche per oltre 10 anni, senza particolari variazioni tra nord e sud nei tempi necessari a completare l’esecuzione degli interventi.

Quanto durano gli interventi di contrasto al dissesto idrogeologico. FONTE: ISPRA, Primo rapporto ReNDiS 2020.

Quanto durano gli interventi di contrasto al dissesto idrogeologico. FONTE: ISPRA, Primo rapporto ReNDiS 2020.

Dal rapporto ReNDiS emerge tuttavia come le opere finanziate siano solo la punta dell’iceberg di quelle richieste dai diversi territori per porre un argine al dissesto idrogeologico: le proposte progettuali sono oltre 7800 e richiederebbero come detto 26 miliardi di euro. “Questo dato – spiegano da ISPRA – rappresenta, in prima approssimazione, una stima del fabbisogno teorico per la messa in sicurezza dell’intero territorio nazionale, da attuarsi attraverso piani pluriennali di finanziamento”.

Più nel dettaglio, la regione con il maggior numero di richieste attive è la Campania (1.192 progetti, per quasi 5,6 miliardi). Seguono poi Calabria (872 progetti per 1,7 miliardi), Abruzzo (764 per 1,6 miliardi) e Sicilia (748 per 2,2 miliardi). Progetti quantitativamente inferiori ma molto onerosi anche per quanto riguarda la Puglia (481 per 2,4 miliardi) e il Veneto (243 per 2,3 miliardi).

Il land grabbing si fa digitale. Sudamerica sotto attacco

Nella regione il sistema digitale di registrazione della proprietà favorisce l’accaparramento della terra a danno delle comunità indigene

di Matteo Cavallito

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Le comunità indigene sudamericane sono chiamate a fronteggiare una crescente minaccia: la diffusione del land grabbing digitale. Il fenomeno dell’accaparramento delle terre da parte dei grandi gruppi di mercato non è certo una novità. Ma l’applicazione di una discussa tecnologia di misurazione e registrazione dei diritti di proprietà starebbe favorendo sempre di più gli interessi di una ristretta cerchia di gruppi finanziari e imprenditoriali. Lo ha denunciato, in particolare, l’organizzazione non profit spagnola Grain in un rapporto diffuso in questi mesi.

«Un autentico land grabbing digitale»

Tutto ruota attorno al georeferencing, o georeferenziazione, una tecnica di elaborazione delle mappe digitali ampiamente nota (per capirci: parliamo del sistema alla base delle immagini satellitari associato alla tecnologia GPS) e che negli ultimi anni è stata impiegata sempre di più nel censimento a scopo commerciale da parte dei grandi gruppi privati. Il problema, sostiene il rapporto di Grain, è che alle operazioni non seguirebbero adeguate verifiche sul campo da parte di autorità indipendenti. In questo modo il sistema finirebbe per «convalidare il processo storico di accaparramento dei terreni» realizzando, secondo la Ong spagnola «un autentico land grabbing digitale».

Le aree oggetto di studio nella ricerca di Grain. Immagine: Grain, “Digital fences: the financial enclosure of farmlands in South America” in https://grain.org/e/6529

Le aree oggetto di studio nella ricerca di Grain. Immagine: Grain, “Digital fences: the financial enclosure of farmlands in South America” in https://grain.org/e/6529

Il sistema è troppo sbilanciato

L’indagine si è concentrata sulle cinque principali aree di espansione agricola del Sudamerica. La lista comprende le regioni di Orinoquia (Colombia), Matopiba (Brasile) Chiquitania (Bolivia), Chaco Seco (Paraguay) e il Chaco (Argentina). Qui, precisa il rapporto, le terre considerate libere sarebbero tipicamente attribuite a coloro che per primi accedono ai sistemi digitali di registrazione. Con tutte le inevitabili conseguenze del caso. Caratterizzate da un accesso scarso o addirittura nullo alla tecnologia digitale, le comunità indigene finirebbero, di fatto, per essere escluse in partenza dal processo di attribuzione dei territori.

Le responsabilità della Banca Mondiale

Il fenomeno, nota qualcuno, sembrerebbe aver tratto ulteriore spinta dalle difficoltà endemiche sperimentate dai governi locali nella definizione dei diritti di proprietà sulle terre. La georeferenziazione, infatti, si sarebbe fatta largo inizialmente proprio con l’obiettivo di intervenire su un problema storicamente irrisolto. Ad assumere l’impegno è stata anche la Banca Mondiale che solo in Brasile ha finanziato con oltre 45 milioni di dollari lo sviluppo tecnologico del catasto rurale.

La Banca Mondiale ha finanziato con oltre 45 milioni di dollari il contestato processo di sviluppo tecnologico del catasto rurale. Foto: Grant Ellis /World Bank Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)

La Banca Mondiale ha finanziato con oltre 45 milioni di dollari il contestato processo di sviluppo tecnologico del catasto rurale. Foto: Grant Ellis /World Bank Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)

Multinazionali e grande finanza

Il risultato è stata la progressiva espulsione delle comunità originarie e la crescente concentrazione della proprietà. Nella regione colombiana di Orinoquia l’estensione media del suolo in mano a un unico titolare raggiunge i 10mila ettari. Oltre un terzo delle terre rurali argentine, sostiene ancora lo studio, è composta da lotti che oscillano tra i 10 e i 20mila ettari mentre il 40% del territorio fertile del Paraguay è diviso tra soli 600 proprietari.

Nel territorio del Cerrado, in Brasile, si possono addirittura osservare singole porzioni di suolo dedicate alla coltura della soia con un’estensione di oltre 10mila chilometri quadrati ciascuna.

A dominare la scena sono soprattutto le grandi multinazionali del cibo così come i fondi di investimento. Il piatto, d’altra parte, è ricchissimo: secondo le stime diffuse alcuni anni fa alla Fao, il mondo ospita territori fertili non ancora sfruttati per circa 1,4 miliardi ettari o 14 milioni di km2. Un’area complessiva grande quanto l’Antartide.

Da Pantelleria parte la sfida di un’agricoltura senza chimica

L’Ente Parco Nazionale, l’università di Palermo e Novamont hanno avviato i test sull’efficacia dell’acido pelargonico, erbicida naturale che non inquina ambiente, acqua e suolo

di Emanuele Isonio

 

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L’agricoltura italiana ha ancora oggi un triste primato: è quella, in Europa, che consuma la maggiore quantità di pesticidi per unità di superficie coltivata, 5,6 chili per ettaro all’anno. Un valore doppio rispetto a Francia e Germania. Un fattore di grande inquinamento per le risorse idriche: nelle riserve d’acqua italiane, superficiali e sotterranee – sottolinea l’Ispra – viaggia un cocktail di 175 pesticidi diversi. Il pericolo è ambientale ma anche sanitario: l’esposizione ai pesticidi comporta un incremento del rischio di tumori sia negli adulti sia nei bambini, di patologie metaboliche, neurodegenerative, polmonari, cardiovascolari e renali.

La strada degli erbicidi naturali

La fotografia spiega ancora di più l’importanza di progetti di agricoltura sostenibile, che dimostrino la possibilità di abbandonare l’abuso di chimica nel terreno. Uno di questi si sta sviluppando nell’isola di Pantelleria. Ad esso prendono parte l’Ente Parco, il Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Forestali dell’Università degli Studi di Palermo e Novamont, azienda italiana leader nel settore delle bioplastiche e della biochimica. Nel terreno del Parco Nazionale di Pantelleria sono partite le attività per testare l’efficacia dell‘acido pelargonico.

I vantaggi dell’acido pelargonico

L’erbicida di origine naturale ha una differenza cruciale rispetto ai prodotti realizzati con la chimica tradizionale: non mette a rischio i microrganismi del terreno e gli organismi acquatici nelle condizioni normali di utilizzo. Non presenta inoltre effetti negativi per l’ambiente, l’acqua ed il suolo: è infatti rapidamente biodegradabile, né interferisce con la biodiversità. Inoltre, non ha effetti residuali, per cui non agisce sulla germinazione dei semi presenti nel terreno. L’acido pelargonico non ha azione sistemica e, quindi, non distrugge le radici.

Sul piano ambientale, questa sostanza è presente in natura e viene ottenuta da un olio vegetale che non contiene coadiuvanti di sintesi.

Prima tappa verso l’agricoltura sostenibile

“La sperimentazione con l’acido pelargonico – spiega in una nota il responsabile comunicazione del Parco nazionale Isola di Pantelleria, Antonella Lusseri – è la prima fase di un piano di attività nel territorio nel Parco. Esse sono finalizzate a verificare l’utilizzo di tecniche e prodotti naturali per il passaggio ad un’agricoltura sostenibile”. Cinque gli obiettivi principali da raggiungere: mantenere la biodiversità, massimizzare l’utilizzo di tutte le componenti produttive, progettare sistemi a basso impatto ambientale, ridurre l’uso di plastica tradizionale per evitarne dispersione e accumulo nel suolo e, infine, sperimentare pratiche agronomiche innovative che permettano di ridurre il consumo di acqua, energia e la produzione di rifiuti.

Land grabbing: una minaccia grande due volte l’Italia

Negli anni i grandi investitori si sono accaparrati quasi 800mila chilometri quadrati di terreni sottraendoli alle comunità locali. Le conseguenze? Degrado del suolo, cambiamento climatico e pandemie

di Matteo Cavallito

 
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Nel corso degli anni gli operatori di mercato hanno acquisito il controllo di 79 milioni di ettari di terra fertile nel mondo. Lo ha rivelato il Terzo Rapporto “I padroni della Terra” realizzato dalla Ong FOCSIV. Ad oggi, in altre parole, grandi investitori, società finanziarie e multinazionali controllerebbero un’area di terreno vitale di circa 800 mila km2. Ovvero: un’estensione pari a due volte e mezzo quella dell’Italia con conseguenze ormai conclamate, si legge nello studio, «a danno delle comunità di contadini locali e dei popoli indigeni, nel quadro della competizione globale per le risorse naturali del Pianeta».

La minaccia del land grabbing

È il fenomeno del land grabbing, espressione ormai di uso comune con cui si indica la grande corsa all’accaparramento della terra. L’operazione è notoriamente redditizia, a fronte delle molteplici opportunità economiche: monoculture per l’alimentazione umana e animale, biocarburanti, estrazione mineraria, progetti industriali e turistici, urbanizzazione e ogni altra iniziativa che implica il disboscamento. Il filo conduttore è il carattere non sostenibile dei progetti che impattano sulle popolazioni indigene causandone la migrazione forzata. Ma le conseguenze non si esauriscono qui.

A patire gli effetti di queste operazioni, infatti, è anche la terra, soggetta inevitabilmente a un progressivo degrado. La conquista dei territori si traduce in particolare in una perdita della biodiversità e in un contributo aggiuntivo al cambiamento climatico. Due fattori – precisa il rapporto – che favoriscono la diffusione delle pandemie, inclusa ovviamente quella in atto.

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Perù, Russia e Repubblica Democratica del Congo i Paesi più colpiti

L’indagine alla base del rapporto è realizzata elaborando le informazioni contenute nella banca dati di Land Matrix, un’iniziativa globale di monitoraggio del fenomeno lanciata nel 2009. A marzo 2020, i 79 milioni di ettari in mano a grandi imprese, società finanziarie e Stati coinvolti nelle medesime operazioni sono coperti da circa 2.100 contratti. Solo nell’ultimo anno la dimensione di questi ultimi è aumentata di 8 milioni di ettari, un segnale della crescita del fenomeno. In cima alla classifica dei grandi Paesi investitori si collocano Cina, Stati Uniti, Regno Unito, Svizzera, Canada e Russia. I soggetti di queste nazioni, precisa il rapporto, gestiscono da soli più di 60 milioni di ettari.

Oltre la metà dei terreni controllati (più di 50 milioni di ettari) si concentra in soli cinque Paesi: Perù, la stessa Russia, Repubblica Democratica del Congo, Ucraina e Brasile. Alcune nazioni, precisa l’indagine, «sono contemporaneamente investitori e target» dal momento che molti contratti sono riconducibili a imprese locali.

La Cina svetta nella classifica dei maggiori investitori del suolo. Fonte: Land Matrix in FOCSIV, “I Padroni della Terra. Rapporto sull’accaparramento della terra 2020”.

La Cina svetta nella classifica dei maggiori investitori del suolo. Fonte: Land Matrix in FOCSIV, “I Padroni della Terra. Rapporto sull’accaparramento della terra 2020”.

«Nuove regole per fermare il land grabbing»

Per contrastare questo fenomeno, sostiene dunque FOCSIV, diventa quindi necessario promuovere una cooperazione internazionale caratterizzata da «nuove regole per fermare l’accaparramento delle terre». Le raccomandazioni dell’organizzazione, in particolare, includono il sostegno alle lotte dei popoli indigeni, l’accelerazione dei negoziati sul Trattato ONU relativo a diritti umani e imprese, un maggiore impegno da parte degli Stati nella riduzione delle emissioni e l’introduzione nei trattati commerciali di clausole vincolanti per il diritto alla terra delle comunità locali.

Informare i giovani sulla PAC, passaggio obbligato per un’agricoltura sostenibile

Al via il “progetto CNC – per una PAC a emissioni zero” del Kyoto Club. Una serie di webinar e incontri nelle scuole per spiegare la futura Politica agricola europea e il suo ruolo per ridurre le emissioni di CO2

di Emanuele Isonio

 

Ascolta “Informare i giovani sulla PAC, passaggio obbligato per un’agricoltura sostenibile” su Spreaker.

Webinar, seminari nelle scuole, eventi di approfondimento. Identico l’obiettivo: accrescere tra i cittadini, a partire dalle nuove generazioni che vivono nelle aree urbane, il livello di informazione sui vantaggi della Politica Agricola Comune in ambito sociale, economico e ambientale e sui problemi che legano lo sviluppo agricolo con inquinamento ed emissioni di gas serra.

Sono le linee lungo le quali si svilupperà il progetto “CNC – Per una PAC a emissioni zero”. A svilupparlo è il Kyoto Club, con il contributo della Direzione Generale “Agricoltura e Sviluppo Rurale” della Commissione europea.

Perché è importante informare sulla PAC

Gli esperti del Kyoto Club in particolare saranno presenti in 20 incontri organizzati in istituti agrari e università delle diverse regioni italiane fino a maggio 2021. Altrettanti i webinar, che partiti a ottobre, proseguiranno fino a fine gennaio (e saranno disponibili man mano sul sito dell’associazione, insieme a tutti i materiali utilizzati).

“Troppe volte i cittadini sentono parlare di PAC senza sapere realmente che cosa significhi. Dietro a questo acronimo si nasconde la Politica Agricola Comune dell’Ue, una delle più importanti politiche europee comuni a tutti i Paesi membri. Coniugare sicurezza alimentare e sviluppo agricolo e rurale con la sostenibilità ambientale e climatica è, ora più che mai, necessario” spiega Francesco Ferrante, vicepresidente di Kyoto Club, che sottolinea il ruolo fondamentale di un’adeguata divulgazione. “Ecco perché il principale obiettivo del progetto CNC è informare” prosegue Ferrante. “Uno sforzo fondamentale soprattutto in questa fase in cui è in discussione la riforma della PAC. Non dobbiamo infatti perdere l’opportunità di promuovere davvero quelle buone pratiche agricole che fanno bene all‘ambiente, ai consumatori e agli stessi agricoltori. Per questo siamo felici di essere a fianco della Commissione europea apprezzando la sua strategia Farm to Fork”.

Agricoltura, ecco il decalogo per farla tornare ad essere amica della Terra

L’agroindustria danneggia clima, suoli e salute. L’associazione ambientalista Legambiente ha presentato una lista di 10 punti utili a favorire una transizione verso modelli di agricoltura a basso impatto

di Emanuele Isonio

Ascolta “Agricoltura amica della terra: il decalogo” su Spreaker.

Dovrebbe servire per sfamare la popolazione mondiale ma da troppi decenni l’agricoltura mette sotto pressione le risorse naturali del Pianeta, distruggendole. Fa infatti perdere biodiversità ai territori, ricchezza ai suoli e contribuisce in modo determinante ai cambiamenti climatici. E, in un circolo vizioso, finisce per trasformarsi essa stessa in vittima, a causa delle ondate di calore, della siccità crescente, delle alluvioni e degli eventi meteorologici estremi. Risultato: la produzione di tutte le coltivazioni non irrigue dell’Europa mediterranea sono destinate a calare del 50% entro i prossimi 30 anni.

I danni dell’agricoltura intensiva

Una situazione preoccupante, figlia dello strapotere dell‘agricoltura intensiva basata sulle monocolture, responsabile principale dei gas climalteranti in atmosfera (come tutto il settore dei trasporti messi insieme): il comparto agricolo, secondo i dati del World Resources Institute, causa infatti l’11% dei gas serra (e, per di più, il dato è in crescita del 14% rispetto a 20 anni fa). Se poi si aggiungono anche le emissioni prodotte dal settore degli allevamenti, il dato totale aumenta fino al 25%.

I vantaggi dell’agroecologia

Per invertire la rotta sono essenziali investimenti in sostenibilità delle filiere, uso delle rinnovabili, lotta agli sprechi energetici e idrici, diffusione delle colture biologiche. E gli interventi sono sempre più improcrastinabili. Alcuni di questi sono finiti in un vero e proprio decalogo dell’agroecologia, stilato dall’associazione ambientalista Legambiente. Uno strumento utile per rilanciare e rendere più resiliente il made in Italy di qualità. “L’agroecologia – spiega Angelo Gentili, responsabile Agricoltura di Legambiente – può rappresentare un percorso per le produzioni italiane di qualità. È un tipo di agricoltura capace di sposare natura, biodiversità, tecnologia e riesce ad essere competitiva a livello nazionale e internazionale, fornendo ai consumatori cibi sani e rispettosi del capitale naturale”.

Il primo terreno di prova di questa conversione deve essere quello della nuova Politica Agricola Comune che le istituzioni della Ue stanno per approvare. “I 400 miliardi della nuova PAC – osserva Stefano Ciafani, presidente di Legambiente – devono favorire la transizione verso l’agroecologia, e i fondi del Recovery Plan che le si aggiungeranno, essere destinati a un reale cambio di passo in chiave ambientale”.

Stop agli incentivi ad agricoltura e allevamenti intensivi

Uno dei passaggi cruciali è far cessare i sussidi a pioggia. Questi ultimi hanno infatti caratterizzato negativamente la precedente PAC nel settennio 2014-2020 e che rischiano di compromettere il futuro dell’intero settore. “Quasi 60 miliardi di euro dei contribuenti dell’UE – ricorda Ciafani – vengono spesi ogni anno per finanziare agricoltura e zootecnia intensive. Serve, invece, scommettere, su un sistema che aiuti gli agricoltori nella transizione verso un modello sostenibile a lungo termine, trasformando quei sussidi in incentivi che favoriscano la riduzione degli impatti su acqua e aria, la conservazione della fertilità del suolo, come stabilito nelle strategie dell’Unione europea Farm to fork e Biodiversità. Queste sono la riduzione del 50% dell’uso dei fitofarmaci e del 20% dei fertilizzanti entro il 2030, il taglio del 50% dei consumi di antibiotici per gli allevamenti, il 40% di superfici agricole convertite a biologico e la trasformazione del 10% delle superfici agricole in aree ad alta biodiversità e habitat naturali. Legambiente chiede quindi che siano incorporate nella PAC in maniera vincolante”.

 

I 10 punti del decalogo per l’Agroecologia circolare

Il decalogo per l’Agroecologia è stato presentato durante il Forum per l’Agroecologia circolare, organizzato dall’associazione con i patrocini dei ministeri dell’Ambiente, delle Politiche agricole e della Regione Lazio. Questi in sintesi i suoi 10 punti:

1. Agricoltura biologica

Puntare con decisione allo sviluppo del comparto a partire dall’approvazione della proposta di legge ancora ferma al Senato.

2. Agricoltura integrata

Alzare l’asticella dell’agricoltura integrata attraverso innovazione e ricerca secondo il modello agroecologico, riducendo fortemente input negativi.

3. Salute dei suoli

Incrementare la sostanza organica ed aumentare la fertilità dei suoli, contribuendo allo stoccaggio di carbonio attraverso buone pratiche agricole e rotazione di colture.

4. Biodiversità

Proteggere habitat naturali e tutelare insetti impollinatori indispensabili per biodiversità agricola e naturale.

5. Allevamenti

Ridurre carichi zootecnici e allevamenti intensivi responsabili di due terzi emissioni settore, favorendo modelli sostenibili di allevamento.  Essi sono infatti in grado di migliorare benessere animale, riducendo importazione mangimi e foraggi causa di deforestazione.

6. Acqua ed energia

Ridurre fortemente i consumi idrici ed energetici del comparto e abbattere l’utilizzo di molecole di sintesi dal campo alla tavola, unendo pratiche tradizionali a sperimentazione agronomica e innovazione digitale, per rendere sostenibile l’intera filiera agroalimentare.

7. Rinnovabili

Incentivare l’utilizzo delle rinnovabili in agricoltura in ottica di multifunzionalità. Dal solare termico al biogas al biometano, passando dalla promozione dell’agrivoltaico –  che unisce produzione energetica del fotovoltaico con la coltivazione agricola – e dalla riconversione del parco macchine agricolo per renderlo più efficiente e meno inquinante.

8. Stop plastica

Porre un freno al consumo di plastica in agricoltura, favorendo il riciclo di imballaggi, l’utilizzo di bio-materiali e l’eco-packaging.

9. Aree interne

Promuovere l’agricoltura come collante sociale, presidio territoriale e antidoto al dissesto idrogeologico nelle aree interne, marginali, collinari e montane particolarmente colpite dal fenomeno dell’abbandono.

10. Legalità

Rispettare e difendere i diritti dei lavoratori del comparto agricolo, contrastando le agromafie e il fenomeno del caporalato.

Il meraviglioso mondo del biochar

Biofertilizzante, strumento di cattura di CO2 e sistema di recupero di materie critiche. Tutto nasce dalle biomasse a “cottura lenta”

di Matteo Cavallito

 
Ascolta “Il meraviglioso mondo del biochar” su Spreaker.

Un composto naturale dalle potenzialità enormi capace di incrementare la fertilità del terreno contribuendo alla rimozione delle emissioni e al recupero di materiali critici e preziosi. Insomma, una vera e propria risorsa chiave per il suolo e non soltanto. È il ritratto del biochar, una delle produzioni più promettenti nel trattamento della materia organica, tracciato da David Chiaramonti, professore ordinario presso il Dipartimento Energia del Politecnico di Torino, intervenendo nei giorni scorsi sul tema dell’evoluzione impiantistica per il trattamento della FORSU (semplificando: la componente “organico” della nostra raccolta differenziata) e delle biomasse. La presentazione si è svolta nell’ambito del recente convegno “Un suolo produttivo e in salute” nella cornice della Digital Edition 2020 di Ecomondo.

Nel processo di pirolisi lenta la materia viene riscaldata a basse temperature, si decompone e dà origine al prodotto finito. Immagine: dalla presentazione di David Chiaramonti, Ecomondo Digital Edition 2020

Nel processo di pirolisi lenta la materia viene riscaldata a basse temperature, si decompone e dà origine al prodotto finito. Immagine: dalla presentazione di David Chiaramonti, Ecomondo Digital Edition 2020.

Biochar: una risorsa essenziale

Il biochar nasce dalla conversione termochimica della biomassa attraverso la cosiddetta pirolisi lenta. La materia, in sintesi, viene riscaldata a basse temperature, si decompone e dà origine al prodotto finito. Caratterizzata da un maggior contenuto di carbonio e da una minore presenza di ossigeno e idrogeno rispetto al materiale di partenza, questa sostanza, soprattutto in caso di integrazione con il processo di compostaggio tradizionale, può essere usata per incrementare la fertilità del terreno migliorandone le caratteristiche chimiche, fisiche e biologiche. Le ricerche in tal senso non mancano e i risultati sono decisamente promettenti.

Il processo di produzione del biochar consente di recuperare materie prime che presentano un elevato rischio di approvvigionamento. Immagine: dalla presentazione di David Chiaramonti, Ecomondo Digital Edition 2020

Il processo di produzione del biochar consente di recuperare materie prime che presentano un elevato rischio di approvvigionamento. Immagine: dalla presentazione di David Chiaramonti, Ecomondo Digital Edition 2020.

Dal biochar molteplici applicazioni

Il fatto, argomenta Chiaramonti, è che il biochar «contribuisce a ricostituire la struttura del suolo ma anche a consentirne alcune funzioni trattenendo l’umidità e generando le condizioni per lo sviluppo della vita microbiologica». Ma i suoi vantaggi non si esauriscono qui. La sostanza può essere utilizzata per la produzione di energia. Inoltre ha un enorme potenziale in termini di cattura della CO2 con oltre un miliardo di tonnellate rimosse all’anno. Infine il riciclo delle materie prime critiche: attraverso il processo di produzione si possono recuperare infatti quei metalli, minerali e materiali naturali che, per citare la normativa europea, «presentano un elevato rischio di approvvigionamento» come fosforo, magnesio, titanio e molti altri ancora.