Economia circolare, Italia leader Ue ma ancora troppo dipendente dall’estero
Il nuovo rapporto del CEN: il nostro Paese primeggia per circolarità, ma importa il 46,6% dei materiali utilizzati, più del doppio della media Ue. Le nuove frontiere dell’economia circolare: fosforo, metalli e acqua
di Emanuele Isonio
L’Italia si conferma leader europea dell’economia circolare, ma resta allo stesso tempo una delle economie più fragili sul fronte dell’approvvigionamento delle materie prime. È il paradosso che emerge dall’8° Rapporto del Circular Economy Network, presentato a Roma durante la Conferenza nazionale sull’economia circolare 2026: il nostro Paese eccelle nel riciclo e nell’uso efficiente delle risorse, ma dipende dall’estero per quasi la metà dei materiali che utilizza.
Un dato che assume un peso crescente in un contesto internazionale segnato da crisi geopolitiche, restrizioni commerciali e tensioni sulle materie prime strategiche. Secondo il Rapporto, il 46,6% delle materie prime trasformate dall’industria italiana proviene infatti dalle importazioni, più del doppio della media europea ferma al 22,4%.
Nel 2025 il costo dell’import di materiali ha sfiorato i 600 miliardi di euro, con un aumento del 23,3% rispetto al 2021 nonostante la diminuzione dei volumi acquistati.
Il peso dei materiali strategici
A pesare sono soprattutto i metalli strategici – nichel, rame e acciaio – che rappresentano circa il 40% del valore complessivo delle importazioni nazionali. Una vulnerabilità aggravata dalle restrizioni all’export di materie prime critiche registrate a livello globale negli ultimi quindici anni. Il rapporto OCSE citato dal CEN documenta infatti un aumento di cinque volte di dazi, limitazioni quantitative e divieti all’esportazione di litio, cobalto, terre rare, grafite e manganese.

Classifica di circolarità tra i 27 paesi UE. Fonte: rapporto 2026 -elaborazione Circular Economy Network
Una questione di sicurezza strategica
Per questo, secondo gli autori del Rapporto, la transizione circolare non può più essere considerata soltanto una politica ambientale, ma una scelta strategica per la sicurezza economica e industriale europea.
“Con la crisi di Hormuz si discute molto della necessità di ridurre la vulnerabilità prodotta dalla dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili, ma troppo poco di quella altrettanto critica legata a numerose materie prime”, osserva Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile. “Una maggiore circolarità dell’economia diventerà sempre più una condizione imposta non solo dalla crisi climatica e dalla limitatezza delle risorse, ma dal contesto geopolitico. La circolarità è ormai un contenuto essenziale di una politica industriale all’altezza dei tempi”.
Sulla circolarità, i migliori dati continentali
I numeri italiani, almeno sul fronte della circolarità, restano però tra i migliori del continente. Il tasso di utilizzo circolare di materia – cioè la quota di materiali recuperati e reimmessi nei cicli produttivi – ha raggiunto il 21,6%, il valore più elevato dell’Unione europea contro una media del 12,2%. Ancora più marcato il vantaggio sul riciclo complessivo dei rifiuti: l’Italia recupera l’85,6% dei rifiuti urbani e speciali gestiti, più del doppio della media UE ferma al 41,2%.

Tasso di utilizzo circolare di materia nei principali quattro Paesi europei, 2019-2024 (%). FONTE: Rapporto 2026 Circular Economy Network
Anche la produttività delle risorse continua a crescere. Nel 2024 l’economia italiana ha generato 4,7 euro di PIL per ogni chilogrammo di materiale consumato, confermandosi la più efficiente tra le grandi economie europee. Sul fronte degli imballaggi, il tasso di riciclo ha raggiunto il 76,7%, anche in questo caso sopra la media europea.
Secondo il Rapporto, tuttavia, questi risultati non bastano. L’Europa continua infatti a consumare enormi quantità di materiali vergini e rischia di non raggiungere l’obiettivo del 24% di circolarità entro il 2030. Negli ultimi cinquant’anni i volumi globali di materiali utilizzati sono più che triplicati e continuano a crescere a un ritmo del 2,3% annuo.

Diagramma dei flussi di materiale in Italia nel 2024 (kt). FONTE: Eurostat.
L’importanza del futuro Circular Economy Act
Da qui la necessità di accelerare l’attuazione del futuro Circular Economy Act europeo, atteso entro la fine dell’anno. Il Circular Economy Network propone dieci azioni prioritarie: rafforzare il mercato delle materie prime seconde, incentivare riparazione e riuso, sostenere il recupero dei rifiuti elettronici, progettare prodotti più durevoli e usare gli appalti pubblici come leva per sviluppare filiere circolari.
Una delle sezioni più innovative del Rapporto, curata da ENEA, mette inoltre in relazione diretta economia circolare e sicurezza degli approvvigionamenti di materie prime critiche. Il caso del fosforo è emblematico: l’Unione europea dipende per l’82% dalle importazioni di roccia fosfatica, fondamentale per fertilizzanti e mangimi, con forniture concentrate in Paesi geopoliticamente instabili come Marocco, Russia e Algeria.
La miniera nei fanghi
Il Rapporto individua nei fanghi di depurazione una possibile “miniera urbana” ancora poco sfruttata per recuperare fosforo. Un tema di particolare interesse anche per il settore della salute del suolo e della fertilità agricola, in un contesto di crescente pressione sui fertilizzanti minerali.
“L’attuale crisi geopolitica ha evidenziato la vulnerabilità del nostro sistema produttivo”, sottolinea Claudia Brunori, direttrice del Dipartimento sostenibilità e circolarità ENEA. “Anche se il nostro Paese ha sviluppato una grande capacità di riciclo e produttività delle materie prime, è quanto mai necessario un cambio di paradigma improntato sullo sfruttamento delle nostre miniere urbane e sull’uso efficiente delle risorse lungo tutta la catena del valore”.

Panoramica dei principali costi dell’inazione e dei benefici collaterali dell’economia circolare in Europa. FONTE: OCSE
Gli investimenti nella transizione circolare arrancano
Tra le criticità segnalate dal Rapporto emerge infine il rallentamento degli investimenti. Nonostante la crescente urgenza strategica della transizione circolare, gli investimenti privati italiani nei settori legati a riciclo, riparazione, riuso e noleggio sono scesi da 13,1 miliardi nel 2019 a 10,2 miliardi nel 2023. Anche l’attuazione del PNRR procede lentamente: a ottobre 2025 risultava speso appena il 17% delle risorse destinate agli impianti di gestione dei rifiuti e alle filiere del riciclo.
Il rischio, avverte il Rapporto, è che l’Italia resti campione europeo nelle performance ambientali senza riuscire a trasformare questa leadership in una strategia industriale solida e duratura.

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