Non c’è transizione ecologica senza bioeconomia

Presentato il manifesto della European Circular Bioeconomy Policy Initiative, cui aderiscono università, centri di ricerca e aziende europee. Una strategia in cinque punti per aiutare il futuro economico europeo. Filo conduttore: la rigenerazione del suolo e lo sviluppo della bioeconomia

di Matteo Cavallito

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L’Europa della transizione ecologica non può fare a meno della bioeconomia circolare. Un approccio essenziale per garantire un miglior uso delle risorse che, tuttavia, non si è ancora adeguatamente concretizzato. È il messaggio chiave emerso nel corso della presentazione della European Circular Bioeconomy Policy Initiative (ECBPI). “Il tempo sta scadendo, abbiamo necessità di rigenerare il nostro suolo ma siamo ancora lontani dagli obiettivi” commenta David Newman, managing director della stessa organizzazione. Il materiale biogenico, spiega, resta una risorsa essenziale per la salute dei terreni ma ad oggi riusciamo a intercettarne solo il 2% del totale. Un’accelerazione, insomma, è più che mai necessaria.

In azione per la bioeconomia

Il recupero delle risorse è fondamentale. Ma la bioeconomia circolare nel suo insieme resta un fenomeno più complesso. Lo evidenzia lo stesso Manifesto promosso da ECBPI che ha già raccolto l’adesione di 26 enti tra università, centri di ricerca e imprese. Cinque i punti essenziali:

  1. superare l’idea di una crescita (economica) illimitata;
  2. produrre materiali e manufatti progettando al tempo stesso il loro ciclo di vita e le politiche per gestire al meglio quest’ultimo;
  3. fermare il degrado e l’inquinamento dell’ambiente e del suolo;
  4. creare sistemi economici rigenerativi e trasformativi innescando un cambiamento culturale per “fare di più con meno”;
  5. cambiare il modello di consumo scegliendo un nuovo approccio circolare. Perché – spiega ancora Newman – “sostituire i materiali di origine fossile con la materia rinnovabile non è sufficiente per generare un vero cambio di paradigma”.
Europa al lavoro

Dalla Strategia per il suolo “Healthy Soil for Healthy Life” alla “Farm to Fork Strategy” passando per la nuova Regolamentazione per l’uso dei terreni e delle foreste. Il biennio 2021-22 potrebbe essere decisivo. “Le opportunità per concretizzare gli obiettivi della bioeconomia circolare non mancano” spiega Roberto Ferrigno, membro del consiglio dell’Institute for European Environmental Policy. Intervenire sul fronte energetico per ridurre le emissioni di CO2 nell’atmosfera è essenziale ma non può essere sufficiente. Se si vogliono raggiungere gli obiettivi climatici occorre puntare anche sulla carbon sequestration. Ovvero sulla capacità di ritenzione del biossido di carbonio da parte dei terreni. Proprio per questo, spiega ancora Ferrigno, “occorre riportare al centro il suolo e fermare la deforestazione”. Ma anche, aggiunge, “rivedere la Direttiva UE sui pesticidi”, sostituendo quelli di origine chimica con prodotti naturali.

Le strategie UE che coinvolgono la bioeconomia circolare. Immagine: dalla presentazione della European Circular Bioeconomy Policy Initiative (ECBPI)

Le strategie UE che coinvolgono la bioeconomia circolare. Immagine: dalla presentazione della European Circular Bioeconomy Policy Initiative (ECBPI)

Suolo e bio-waste, legame essenziale

Al cuore di queste iniziative c’è la valorizzazione del bio-waste, ovvero dei rifiuti biologici. Un’opportunità “da sviluppare a livello locale”, nota Florian Amlinger, direttore della società austriaca Compost – Consulting & Development, sottolineando il ruolo della partecipazione delle comunità e l’importanza delle specificità di ogni territorio. Ma anche un segnale di cambio di paradigma.

“Per anni abbiamo guardato ai rifiuti biologici in termini di problema di smaltimento, oggi li vediamo come una risorsa” suggerisce Percy Foster, direttore della società di consulenza irlandese Foster Environmental. Restituire il bio-waste al suolo in un’ottica circolare significa infatti contribuire alla sua salute e alla sua performance (dalla fertilità alla stessa carbon sequestration). Ma l’operazione, alla base del compostaggio, non è scontata. In primo luogo “occorrerebbe fissare degli obiettivi precisi di recupero (in percentuale sul totale dei rifiuti, ndr) come quelli che già esistono per i rifiuti plastici” prosegue Foster. In secondo luogo, occorre evitare la contaminazione del bio-waste stesso, un fenomeno diffuso che tende a vanificare in molti casi gli sforzi per la valorizzazione degli scarti.

L’economia circolare fa bene…

Il terreno dunque ha un ruolo essenziale. “Se pensiamo alla bioeconomia come a un edificio, ecco che il suolo può essere visto come le sue fondamenta” spiega Alessio Boldrin, professore associato della Technical University of Denmark. Il mercato potrebbe diventare in questo senso un punto di riferimento. “Ogni volta che sviluppiamo nuove tecnologie e soluzioni dobbiamo dotarci di un business plan” evidenzia Sergio Ponsá Salas, direttore del BETA Tech Center della Universitat de Vic – Universitat Central de Catalunya. Ovvero, “dobbiamo chiederci se queste possano trovare spazio nel mercato e se siano compatibili con le politiche e le regolamentazioni in atto”.

…all’economia

Ma ecco che una domanda sorge spontanea: che ne è del rischio economico? È possibile che le restrizioni imposte dalla transizione ecologica impattino negativamente sulla crescita economica? Nel breve periodo i Paesi che dipendono molto dal fossile potrebbero patire gli effetti del cambiamento, per questo l’Unione europea ha già stanziato 150 miliardi di sostegno attraverso il Just Transition Mechanism che sarà attivo da qui al 2027. Le opportunità in ogni caso sono evidenti. “Il 37% delle risorse del Recovery sono rivolte all’ambiente” ricorda Roberta De Santis, docente di Politica Economica presso la LUISS di Roma. Senza contare che la stessa bioeconomia, ha ipotizzato nel 2018 la Commissione europea, potrebbe creare un milione di nuovi posti di lavoro entro il 2030.

A Bruxelles nasce una rete per rafforzare la bioeconomia circolare

Prende il via la European Circular Bioeconomy Policy Initiative: una rete di enti di ricerca e aziende per stimolare la bioeconomia circolare e rafforzare gli sbocchi di mercato dei materiali biobased. Martedì 23 febbraio la presentazione ufficiale del manifesto

di Emanuele Isonio

 

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“Lavorare sulle politiche nel contesto europeo per promuovere la bioeconomia circolare”. Il Recovery Plan, l’esigenza di uscire rafforzati dalla crisi economica post-Covid, l’importanza di raggiungere i target climatici previsti dall’Unione europea rappresentano un’occasione forse irripetibile per rafforzare i comparti produttivi a minore impatto ambientale. Eppure, molto rimane da fare per non perdere la sfida di produrre meglio, di più e con meno risorse. Per questo, a Bruxelles nascerà una rete di enti di ricerca, università, aziende “illuminate”: la European Circular Bioeconomy Policy Initiative (ECBPI).

Produrre di più con meno

La presentazione ufficiale avverrà in un incontro (ovviamente virtuale, visti i tempi…) in programma martedì prossimo, 23 febbraio (la partecipazione è libera, previa iscrizione). “La nostra missione è per il progresso dell’economia europea, la rigenerazione del nostro ambiente, la sostenibilità della nostra agricoltura, lo sviluppo della ricerca scientifica e la salute dei nostri cittadini. Crediamo che le opportunità e le sfide che dobbiamo affrontare in Europa per una prosperità continua siano intrinsecamente legate alla crescita di una bioeconomia circolare rigenerativa” spiega a Re Soil Foundation Roberto Ferrigno, partner of the ECBPI. “In questa visione vediamo che i materiali e l’energia derivati ​​da rifiuti organici e sottoprodotti agricoli, da risorse rinnovabili, coltivate in modo sostenibile, a base biologica che completano la produzione alimentare, vengono restituiti al suolo attraverso la gestione sistemica. Solo in questo modo possiamo migliorare e garantire la vitalità a lungo termine del produzione agricola in Europa”.

La mission della nuova rete sarà messa nero su bianco in un manifesto che verrà illustrato durante l’incontro. Al centro, ci sarà comunque l’esigenza di tutelare e migliorare la qualità del suolo europeo: “esso – prosegue Ferrigno – ci fornisce il 95% del cibo: il suo continuo sfruttamento non è sostenibile e sta causando erosione e declino della qualità. La rigenerazione dei suoli e il miglioramento della biodiversità del nostro capitale naturale attraverso una gestione ricostituente e circolare dell’energia e dei materiali, sono essenziali per invertire la tendenza al peggioramento della qualità ecologica”.

Bioeconomia, un potenziale di sviluppo enorme

Per fare questo, lo sviluppo della bioeconomia circolare è essenziale. Le opportunità di crescita sono enormi. “La bioeconomia – calcolava già la Commissione europea nel 2018 – ha il potenziale di creare un milione di nuovi posti di lavoro “verdi” entro il 2030. Già ora comprende l’agricoltura, la silvicoltura, la pesca, la produzione alimentare, la bioenergia e i bioprodotti e, con un fatturato annuo indicativo di 2mila miliardi di euro, dà lavoro a circa 18 milioni di persone. È anche un settore cruciale per stimolare la crescita nelle zone rurali e in quelle costiere”.

L’urgenza di strumenti legislativi in favore del suolo

Tuttavia le politiche attuali a livello, sia a livello comunitario sia fra i singoli Stati membri, non sono chiare. Ancora non esistono ad esempio strumenti legislativi che riconoscano il contributo che la bioeconomia può offrire in termini di chiusura del ciclo circolare suolo-suolo. “Questo – precisa Ferrigno – soprattutto in relazione al fine vita dei materiali, dove è fondamentale la rigenerazione della qualità del suolo. La nostra iniziativa vuole quindi lavorare in tal senso. E per farlo, punta a coinvolgere tutte le associazioni, le industrie e i gruppi politici che condividono le nostre preoccupazioni e i nostri obiettivi”.

Cemento, inquinatore globale. Una minaccia per clima e suolo

La produzione di cemento contribuisce a quasi un decimo delle emissioni globali di CO2. Nuovi sistemi produttivi sostenibili accendono (un po’) di speranza. Ma occorre anche proteggere il suolo

di Matteo Cavallito

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“Se l’industria del cemento fosse un Paese, sarebbe il terzo più grande emittente di CO2 del mondo dopo Cina e Stati Uniti”. Così la BBC, intervenendo in passato – ma il tema, ovviamente, resta valido tuttora – su una questione troppo spesso sottovalutata: l’enorme impatto climatico di un settore chiave dell’economia. Cemento, ovvero costruzioni. Motore di sviluppo ma anche fattore critico per la tenuta del Pianeta. Ad oggi la sua produzione genera l’8% delle emissioni globali di anidride carbonica contro il 12% dell’agricoltura e il 2,5% dell’aviazione. Ma l’inquinamento non è tutto. Perché l’edificazione e lo sviluppo di strade e infrastrutture producono anche crescente impermeabilizzazione: una delle minacce più serie alla salute del suolo.

Il boom del cemento parla cinese

L’uso del cemento è diventato un fenomeno globale a partire dagli anni ’50. Da allora, rileva la BBC, la sua produzione è aumentata di 30 volte grazie anche a un’ulteriore accelerazione registrata negli ultimi 30 anni. A partire dall’ultimo decennio del secolo scorso, infatti, Cina e India hanno dato un impulso clamoroso al settore facendo quadruplicare la produzione complessiva. Tra il 2011 e il 2013 la Cina ha consumato 6,6 miliardi di tonnellate di cemento contro le 4,5 utilizzate dagli Stati Uniti in tutto il XX secolo.
Statistic: Major countries in worldwide cement production from 2015 to 2019 (in million metric tons) | Statista
Fonte: Statista

L’efficienza energetica non basta

Secondo il Royal Institute of International Affairs di Londra, o Chatham House – ricorda ancora la BBC – la produzione globale di cemento libera nell’atmosfera 2,2 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno. Nel tempo le emissioni medie per unità di prodotto sono diminuite grazie al perseguimento di una maggiore efficienza energetica da parte delle imprese. Ma il processo di creazione della materia, nella sostanza, non è mai stato radicalmente modificato rispetto alle sue caratteristiche originali brevettate nell’Ottocento. L’estrazione delle materie prime dalle cave, l’impiego di forni ad alte temperature e la creazione del clinker, elemento chiave per il cemento, continuano ad avere un impatto enorme in termini di emissioni gassose.

L’alternativa “bio”

Sempre secondo Chatham House, per soddisfare i requisiti dell’Accordo di Parigi sul clima il settore del cemento dovrebbe garantire un calo della CO2 prodotta non inferiore al 16%. Negli ultimi anni alcuni studi si sono focalizzati su una nuova soluzione rappresentata dal cosiddetto biocemento. L’idea è quella di sfruttare l’azione dei microorganismi per produrre una compattazione della materia del tutto simile a quella che si verifica nel processo di formazione del corallo. L’operazione avviene a temperatura ambiente senza l’impiego di combustibili. I vantaggi per il clima, insomma, sono evidenti. Ma l’impatto del cemento sull’ambiente, è bene ricordarlo, non si manifesta, purtroppo, solo sul fronte delle emissioni.

Ridurre la cementificazione per tutelare il suolo

La cementificazione del territorio, infatti, è tuttora in espansione. Il terreno urbano, ricorda una recente ricerca pubblicata sulla rivista Nature, ospita oltre la metà della popolazione mondiale ed è responsabile del 70% delle emissioni di gas serra di origine umana nel Pianeta. Da qui al 2040, osserva ancora lo studio, non meno del 50% del suolo cittadino di nuova espansione interesserà i territori coltivati generando una diminuzione della produzione agricola globale compresa tra l’1% e il 4%.

È il fenomeno del soil sealing, l’impermeabilizzazione del terreno, che secondo le stime della FAO procede al ritmo di circa circa 10 chilometri quadrati all’ora. In questo contesto il suolo smette di svolgere la maggior parte dei suoi servizi ecosistemici sperimentando inoltre una ridotta capacità di cattura del carbonio e favorendo di conseguenza il cambiamento climatico. Proprio per questa ragione il recupero degli edifici dismessi e il ripristino degli spazi degradati diventano un’alternativa imprescindibile per rispondere alle esigenze di spazio per la popolazione senza compromettere la salute del suolo.

Suoli, ecco i parametri FAO per la gestione sostenibile

La Global Soil Partnership della FAO ha sviluppato un protocollo per chiarire le tecniche migliori per avere terreni sani. Al suo interno, 14 indicatori che descrivono la salute dei suoli

di Emanuele Isonio

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Che i suoli non godano generalmente di buona salute è un fatto tristemente noto, soprattutto fra gli addetti ai lavori: quasi il 70% dei terreni è reso malsano da pratiche di gestione scorrette, unite a inquinamento, urbanizzazione crescente e agli effetti dei cambiamenti climatici. Intervenire è necessario, quali siano gli strumenti migliori da usare è ancora oggetto di dibattito. A tentare di fare chiarezza, ci prova la FAO. L’Agenzia Onu per agricoltura e alimentazione, attraverso il segretariato della Global Soil Partnership insieme al panel tecnico intergovernativo sui suoli, ha infatti stilato un protocollo per valutare se una certa pratica è in linea con la gestione sostenibile del suolo o se invece va ripensata. Il percorso, sviluppato dopo anni di confronti, è stato approvato a fine 2020. Entro la prima metà di quest’anno verrà infine prodotta una versione aggiornata del protocollo, completa di metodologie, istruzioni d’uso e linee guida.

I 4 indicatori principali e come misurarli

Ma che cosa dice questo protocollo? Al suo interno, vengono elencati 4 indicatori principali e 10 aggiuntivi per valutare la salubrità di un terreno e la sostenibilità di una pratica di gestione. “La misurazione di questi indicatori – spiega il documento FAO – valuta la capacità di un suolo di mantenere i propri servizi ecosistemici. Ciascun parametro è stato selezionato dopo aver consultato esperti che lavorano nel campo della scienza del suolo e dello sviluppo agricolo”. Degli indicatori principali fanno parte la produttività del suolo, il livello di carbonio organico del suolo, le proprietà fisiche del suolo e la sua attività biologica.

Gli indicatori selezionati dalla Global Soil Partnership della FAO per pianificare una gestione sostenibile dei terreni. FONTE: FAO.

Gli indicatori selezionati dalla Global Soil Partnership della FAO per pianificare una gestione sostenibile dei terreni. FONTE: FAO.

  • Il primo indicatore – quello sulla produttività del suolo – rivela la sua capacità di produrre biomassa, sia per scopi agricoli, forestali o ambientali. “Sebbene la produttività sia un indicatore indiretto dello stato dei suoli, è un parametro critico dell’impatto complessivo delle pratiche di gestione sostenibile” spiega il report. “Per la valutazione corretta, la produttività agricola dovrebbe essere misurata utilizzando lo stesso prodotto, lo stesso metodo di coltivazione e gli stessi input di fertilizzanti”.
  • Il carbonio organico del suolo è un indicatore comunemente riconosciuto che riflette lo stato chimico, fisico e biologico dei terreni. Il tasso di carbonio organico ha una relazione diretta con la disponibilità di nutrienti del suolo, la sua struttura, la sua porosità, la capacità di ritenzione idrica e la presenza di macro, meso e micro fauna al suo interno.
  • Le proprietà fisiche del suolo sono rappresentate dalla sua densità, che misura la massa di terreno asciutto per unità di volume. I cambiamenti in densità offrono un’indicazione dei cambiamenti nella struttura dei suoli, nella porosità e nella compattazione. Indicano inoltre quanto facilmente l’acqua, l’aria e le radici delle piante possano muoversi al suo interno.
  • L‘attività biologica del suolo è infine un buon indicatore della vita sotterranea. Essa è influenzata da salinità e inquinamento e può rivelare la persistenza del degrado del suolo. Per misurarla, un metodo affidabile è la respirazione del suolo, utilizzata sia nei test di laboratorio che in quelli sul campo.
Il percorso per arrivare a valutare la sostenibilità della gestione dei suoli, proposto dala Global Soil Partnership della FAO. FONTE: FAO.

Il percorso per arrivare a valutare la sostenibilità della gestione dei suoli, proposto dala Global Soil Partnership della FAO. FONTE: FAO.

Se però il degrado del suolo è causato da minacce specifiche e ben definite, queste ultime dovrebbero essere misurate ricorrendo ad altri strumenti. Ecco perché, oltre ai 4 indicatori principali, i tecnici FAO elencano una serie di indicatori aggiuntivi. Tra essi: la quantità di nutrienti del suolo, la presenza di elementi inquinanti, il tasso di erosione, la salinità del suolo, la sua diversità biologica, il suo PH, la sua resistenza alla penetrazione e la capacità d’acqua disponibile.

L’importanza dei confronti con suoli adiacenti

Attenzione però: i tecnici FAO sottolineano come non sia sufficiente individuare un set di indicatori. Per capire quanto davvero le pratiche di gestione sostenibile possano giovare a un certo suolo, è cruciale effettuare confronti con lo stesso tipo di terreno. “Data la grande varietà di proprietà dei suoli, anche all’interno di uno stesso territorio, le misure degli indicatori dei suoli non possono essere confrontate con quelle di un sito diverso” sottolinea il documento FAO. Una corretta applicazione degli indicatori del protocollo passa quindi da un confronto con le misure effettuate sullo stesso terreno prima di avviare le pratiche di gestione sostenibile oppure su aree adiacenti che non hanno ricevuto tali azioni.

Altrettanto importante è il tempo di misurazione: per la maggior parte delle pratiche di gestione sostenibile, gli impatti positivi possono essere osservati entro un periodo di tempo compreso tra 4 e 8 anni dopo la loro applicazione.

L’appello della FAO: “Serve una strategia globale per la biodiversità”

L’ultimo rapporto dell’Organizzazione Onu per l’agricoltura avverte: “La biodiversità del suolo offre una soluzione alla maggior parte dei problemi del Pianeta”. Agricoltura sostenibile e dati sono gli strumenti chiave. Ma occorre cooperazione

di Matteo Cavallito

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La biodiversità del suolo è un fattore decisivo per il mantenimento dell’equilibrio ecosistemico e climatico oltre che per la sicurezza alimentare e sanitaria. La sua importanza, tuttavia, è ancora ampiamente sottovalutata e la sua tutela è messa a rischio dalla carenza di dati, di politiche comuni e di standard globali. È il messaggio lanciato dalla FAO nel suo ultimo rapporto. L’indagine, realizzata con la collaborazione di 300 scienziati, sottolinea l’enorme peso della varietà biologica capace, secondo gli autori, “di offrire soluzioni alla maggior parte dei problemi del Pianeta”. Proprio per questa ragione, sottolinea ancora la FAO, occorre puntare sulle nuove tecnologie – a partire dall’intelligenza artificiale – per sviluppare la conoscenza delle proprietà dei terreni e gestire questi ultimi attraverso pratiche sostenibili.

Un Sistema complesso in equilibrio costante

Il suolo, ricorda la FAO, ospita un quarto della biodiversità complessiva del Pianeta. Oltre il 40% degli esseri viventi, inoltre, si relaziona con il terreno nel corso del suo ciclo di vita. A destare particolare meraviglia è soprattutto lo scenario sotterraneo che ospita la microfauna dei microbi. Così come l’universo macro di vermi, formiche e termiti che operano in un rapporto competitivo ma a tratti simbiotico garantendo la continuità del sistema. Il risultato? Una catena alimentare che si rinnova, un equilibrio chimico con le piante, una stabilizzazione del suolo in contrasto all’erosione.

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Dalla biodiversità al biorisanamento

Il fatto, argomenta la FAO, è che tutto questo ha un impatto enorme sulla vita del Pianeta. “Il ruolo del terreno nel contrastare il cambiamento climatico non può essere sottovalutato” si legge nel rapporto. E se è vero che un suolo sano è in grado di trattenere un ammontare di carbonio superiore al quantitativo immagazzinato dall’atmosfera e dalla vegetazione messe insieme, ecco che la tutela della biodiversità – che della salute del terreno è l’elemento chiave – diventa imprescindibile.

Decisiva, in questo senso, la pratica del biorisanamento che si basa tanto sull’uso di microrganismi specifici capaci di biodegradare le sostanze inquinanti quanto sugli interventi di modifica delle condizioni del terreno per favorire lo sviluppo della fauna microbica. I risultati? Prodigiosi, sostiene l’organizzazione. In caso di fuoriuscita di petrolio, si legge nel rapporto, batteri e funghi del terreno possono arrivare a ridurre dell’85% l’ammontare della contaminazione.

Allarme antibiotici

Tra i principali nemici del suolo, lo studio della FAO cita in particolare la deforestazione, l’acidificazione, l’inquinamento e l’erosione. Ma nell’elenco rientra anche l’impiego eccessivo di fitofarmaci. Proprio questi ultimi, infatti, sono tuttora tra i principali responsabili della perdita di biodiversità con tutte le ricadute del caso sull’agricoltura e la sicurezza alimentare. Sotto accusa, in particolare, l’uso degli antibiotici negli allevamenti. “Una parte significativa dei farmaci usati nelle colture e nel bestiame finisce nel suolo, influenzando la biodiversità e creando resistenza antimicrobica negli organismi che vi abitano”. I prodotti biologici rappresenterebbero una valida alternativa ma “il loro costo elevato ne limita l’adozione da parte degli agricoltori”. Ciò non toglie, osserva ancora il rapporto, che alcuni coltivatori abbiano imparato a creare da sé i propri biofertilizzanti riproducendo “consorzi nativi di microrganismi del suolo”.

Dati e cooperazione per un suolo sostenibile

Nel suo rapporto, infine, l’organizzazione sottolinea l’importanza dell’uso massiccio dei dati nel monitoraggio del suolo. Un’operazione notoriamente ricca di potenzialità. Alcuni Paesi si stanno già muovendo ma nella maggior parte dei casi prevale ancora “una mancanza di conoscenza, capacità e risorse per implementare i principi di salute del suolo e di valorizzazione della biodiversità”. Le raccomandazioni includono non a caso la standardizzazione dei protocolli di analisi in tutto il mondo, l’adozione di pratiche di gestione sostenibile dei terreni – nella politica agricola così come nella pianificazione urbana – e la cooperazione a livello globale.

Imballaggi in plastica: l’Europa non ricicla abbastanza

Dal 1° gennaio sono in vigore regole più stringenti sull’esportazione di rifiuti e sul calcolo dei tassi di riciclo. L’obiettivo Ue del 50% di plastica riciclata entro cinque anni si allontana pericolosamente. Ridurre l’uso e la produzione di materiali plastici diventa ancora più urgente

di Antoine de Ravignan / Traduzione Andrea Torsello – VoxEurop*

 

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L’Unione europea deve fare i conti con la gestione dei suoi rifiuti di plastica a partire dalla loro componente principale, gli imballaggi. A sostenerlo è un rapporto della Corte dei conti europea. La produzione continua infatti a crescere: l’anno scorso ha raggiunto circa 18 milioni di tonnellate. Di questi, poco più del 60 per cento erano imballaggi. E mentre la plastica impiega secoli a degradarsi, il 40% della produzione Ue è destinata a essere usata per packaging che poi finirà tra i rifiuti.

La gestione di questi rifiuti sta per complicarsi molto per gli operatori europei. Il 1° gennaio è entrato infatti in vigore un emendamento alla convenzione di Basilea sulle esportazioni dei rifiuti pericolosi, adottato nel maggio 2019. Fino ad ora, la maggior parte dei materiali plastici era riportata nella lista dei rifiuti non pericolosi, la cosiddetta “lista verde”. Ma da gennaio, quella lista è cambiata. In essa potranno figurare solo i materiali riciclabili non contaminati, pre-trattati, privi di qualsiasi componente non riciclabile e che sono stati oggetto di una preparazione rispettosa dell’ambiente in vista di un riciclo immediato.

Esportare i rifiuti

Questo cambiamento renderà ancora più difficile esportare verso l’Asia la plastica europea destinata a essere riciclata. Le esportazioni si sono già dimezzate rispetto al 2016, quando la Cina aveva cominciato a chiudere il proprio mercato, processo ormai completato. Questa grande potenza non vuole più essere la “discarica del mondo”. Ha quindi reso più severe le sue norme sulla qualità dei materiali che importa per il riciclo. Una maniera, inoltre, per regolare i flussi e lasciare spazio al trattamento dei propri rifiuti in plastica. Risultato: le esportazioni europee si sono orientate verso paesi meno esigenti (principalmente Malesia e Turchia). Ma con l’entrata in vigore dell’emendamento alla Convenzione di Basilea, queste opportunità potrebbero a loro volta ridursi.

La perdita del mercato cinese nel 2017-2018 e le probabili restrizioni a partire da quest’anno con il giro di vite promosso dalla Convenzione di Basilea, complicano ancora di più il raggiungimento dei nuovi obiettivi che l’Ue si è prefissata. Infatti, l’Unione ha rivisto nel 2018 la sua direttiva sugli imballaggi e sui rifiuti connessi. Ora l’obiettivo è raggiungere un tasso di riciclo degli imballaggi in plastica del 50% nel 2025 e del 55% entro il 2030. Il target fissato in precedenza (22,5% entro il 2008) è stato raggiunto e ampiamente superato. Oggi, l’Europa nel suo insieme vanta un tasso di riciclo dei suoi rifiuti da imballaggi in plastica del 41%.

Ma se l’Ue ha raggiunto questo livello, che resta comunque modesto se paragonato ad altri materiali (il vetro si ricicla al 73%, gli imballaggi metallici al 76%, la carta e il cartone all’83%), è in buona parte grazie alle sue esportazioni. “L’esportazione di rifiuti da imballaggi in plastica al di fuori dell’Ue – afferma la Corte dei conti europea – ha contribuito per un terzo al tasso di riciclaggio dichiarato per l’insieme dell’Unione europea nel 2017”. E in effetti, se le esportazioni totali di rifiuti in plastica diminuiscono, la quota di rifiuti da imballaggi aumenta in queste esportazioni: era la metà tra 2012-2013, mentre ha raggiunto i tre quarti nel 2017.

Il rischio di uno smaltimento illegale

Benché oggi siano più che mai limitate, le esportazioni contribuiscono fortemente alla realizzazione di obiettivi che sono peraltro stati rivisti al rialzo. A questo problema se ne aggiunge un altro: la mancanza di controllo su queste esportazioni, sia in partenza, sia all’arrivo nel paese di destinazione. Secondo le norme europee, i rifiuti esportati per il riciclo devono essere trattati nel paese di destinazione secondo gli stessi standard ambientali vigenti in Europa. In pratica, questa regola è ben lungi dall’essere strettamente osservata. I rifiuti possono essere abbandonati in natura o finire negli oceani, dopo che organizzazioni mafiose li hanno presi in caricato fatturando un trattamento fittizio.

I governi europei, per definizione, non hanno alcun potere di controllo nei paesi terzi. Gli imprenditori europei in teoria sarebbero vincolati in virtù della “responsabilità estesa del produttore” ma svolgono raramente delle verifiche su ciò che avviene ai rifiuti nel paese d’arrivo. “Pertanto, le garanzie sul riciclo dei rifiuti al di fuori dell’Unione europea sono deboli e il rischio di attività illegali è elevato”, scrive la Corte dei conti, secondo la quale “lo smaltimento illegale dei rifiuti costituisce uno dei mercati criminali più redditizi al mondo, al pari della tratta degli esseri umani, del traffico di droga e del commercio illecito di armi, in ragione del debole rischio di azioni penali e dell’ammontare poco elevato delle sanzioni”.

Citato dalla stessa Corte dei conti, il progetto di ricerca europeo BlockWaste ha stimato nel 2017 che il 13% dei rifiuti non pericolosi sparisce in filiere illegali – una quota che raggiunge il 33% per i rifiuti pericolosi.

L’impatto dei nuovi standard

Quello delle esportazioni non è l’unico ostacolo sulla strada verso i nuovi obiettivi europei sul riciclo, che sono giuridicamente vincolanti. La revisione della direttiva europea sugli imballaggi nel 2018 ha imposto agli Stati membri regole di contabilizzazione più rigide e armonizzate a partire dal 2020. Fino a questo momento, ogni paese aveva un certo margine di manovra sulla questione, da cui risultavano grosse divergenze nei metodi di calcolo. Ad esempio, le quantità di plastica dichiarata “riciclata” potevano essere misurate in diverse tappe del processo di raccolta, di selezione e di riciclo. Inoltre, come sottolinea la Corte dei conti, le procedure di verifica evidenziano livelli di qualità molto diseguali e nessuno corre dei rischi se fornisce informazioni inesatte. In breve, le attuali statistiche europee sono da prendere con le pinze.

 

Le nuove regole per il calcolo, che si applicano a partire da quest’anno, forniranno un’immagine più conforme alla realtà, come dovrebbe apparire nelle statistiche a partire dal 2022. Gli esperti del settore stimano che le nuove regole porteranno a un drastico crollo dei tassi di riciclo negli stati membri. Su scala europea, il tasso attuale del 41% potrebbe ridursi al 30%, facendo tornare indietro l’Europa di dieci anni.

È necessario agire

Tra la rendicontazione più rigorosa e le restrizioni sulle esportazioni, sarà difficile raggiungere l’obiettivo del 50% di riciclo da qui a cinque anni, soprattutto per i Paesi che si trovano in ritardo. Diventa quindi urgente per l’Ue aumentare la propria capacità di trattamento dei rifiuti, che oggi risulta insufficiente, sia con sforzi a livello nazionale sia con una maggior solidarietà tra Stati membri su questo tema. Se non si faranno questi investimenti, si darà spazio ai canali illegali di trattamento dei rifiuti. Il rapporto della Corte dei conti mette chiaramente in guardia sul rischio accresciuto di alimentare le attività criminali.

Tuttavia, come ricordano i magistrati europei, per aumentare il tasso di riciclo non basta investire nelle filiere della raccolta e nelle unità di trattamento: bisogna agire anche alle due estremità. A valle, è fondamentale garantire degli sbocchi per i materiali riciclati. Oggi, le capacità di produzione di plastica riciclata superano ampiamente le capacità di assorbimento nel mercato. Secondo la Corte dei Conti, ogni anno nell’Ue si usano 4 milioni di tonnellate di plastica riciclata, mentre l’obiettivo della Commissione europea è arrivare, nel quadro dell’“Alleanza per le plastiche circolari, a 10 milioni di tonnellate nel 2025, ovvero all’incirca l’attuale livello di riciclo. Secondo Plastic Europe, l’associazione delle imprese del settore, nel 2018 sono stati raccolte 29,1 milioni di tonnellate di rifiuti in plastica (a prescindere dalla tipologia). Di esse, il 32% destinato al riciclo, il 43% alla valorizzazione energetica (incenerimento) e il 25% alla discarica.

Il problema delle tasse sugli imballaggi

All’altra estremità della filiera, occorre migliorare la riciclabilità degli imballaggi in plastica. La Corte evidenzia a questo proposito le falle del meccanismo della Rep, la “Responsabilità estesa del produttore”. In base a questo sistema, le industrie che producono imballaggi versano una tassa per il trattamento dei loro prodotti alla fine del ciclo di vita, secondo il principio “chi inquina paga”, che va a pesare in ultima istanza sul prezzo pagato dai consumatori.

Tuttavia, per come è attuata, la Rep non favorisce necessariamente le migliori pratiche. Nella maggior parte dei casi, l’ammontare della tassa pagata dall’imprenditore è calcolata in funzione del peso. Ciò spinge ad alleggerire gli imballaggi per limitare il costo. Il peso medio di una bottiglia in PET da mezzo litro è quindi passata dai 24 grammi del 1990 ai 9,5 grammi del 2013. Ma, come indica la Corte, queste pratiche hanno comportato modifiche alle bottiglie, con una struttura multistrato e l’uso di molteplici materiali plastici diversi, che rendono più difficile il riciclo.

Alcuni stati, come i Paesi Bassi, applicano una modulazione della tassa in funzione della riciclabilità, ma si tratta di iniziative isolate. La revisione della direttiva imballaggi nel 2018 ha previsto una ecomodulazione della tassa sugli imballaggi, che deve essere applicata in tutti gli Stati membri. Bisognerà vedere quali saranno gli effetti di questo sforzo di armonizzazione dall’alto.

L’urgenza di produrre e usare meno plastica

I necessari progressi sul fronte del riciclo degli imballaggi in plastica non devono però far perdere di vista l’urgenza di ridurne l’uso e la produzione. Da questo punto di vista gli europei sono più virtuosi degli statunitensi, con 32 chili di rifiuti da imballaggi in plastica pro capite contro i 45 kg oltreoceano. Resta però il fatto che l’impatto del Vecchio Continente è sei volte superiore a quello di un indiano (5 kg annui pro capite). Malgrado l’aumento del riciclo degli imballaggi, passato da 5,5 milioni di tonnellate nel 2013 a 7 milioni nel 2017, lo smaltimento di questi tramite incenerimento o discarica non è diminuito ma è rimasto stabile, intorno ai 9,5 milioni di tonnellate annue. Lungi dal ridurre il proprio consumo di imballaggi in plastica, gli europei ne utilizzano sempre di più.

*L’articolo originale è stato pubblicato su Alternative Economiques nell’ambito del progetto EDJNet, rete europea per il datagiornalismo.. Licenza: Attribution 4.0 International (CC BY 4.0). Traduzione di: Andrea Torsello | VoxEurop.

Agricoltura circolare e plastiche biodegradabili per ripristinare il suolo europeo

L’uso di plastica tradizionale sui terreni agricoli riduce del 15% il rendimento delle colture. Guerrini (Novamont): per tutelare il suolo europeo serve una nuova agricoltura circolare. Con le plastiche di origine biologica protagoniste

 

di Matteo Cavallito

Ascolta “Agricoltura circolare e plastiche bio per ripristinare il suolo” su Spreaker.

Il futuro dell’agricoltura europea sarà circolare. Lo impone lo logica e lo pretende, ovviamente, la ratio delle politiche pubbliche destinate a disciplinare il settore. Ma per tradurre il principio in soluzioni concrete occorre puntare prima di tutto su materiali sostenibili a partire dalle plastiche biodegradabili. Lo ha sostenuto Sara Guerrini, Agriculture Sales Specialist presso Novamont, in occasione di un webinar online organizzato da Kyoto Club, L’evento, svoltosi ieri, è parte di un ciclo sul tema de “La PAC per l’ambiente, il cambiamento climatico e la protezione del suolo”.

La politica agricola per un suolo a rischio

Già, il suolo europeo. Un risorsa a forte rischio, ricorda la Guerrini citando i dati più recenti. Oggi il 20% dei terreni Ue è soggetto a erosione mentre nel sud del Continente il 25% dei suoli è a rischio desertificazione. A conti fatti, l’ammontare di terra produttiva in Europa si riduce al ritmo di mille km quadrati all’anno. Non sorprende che in questo contesto la Politica Agricola Comune (PAC) abbia un peso centrale. Le iniziative condotte in tal senso fanno leva anche sul sostegno all’impiego di materiale biodegradabile con l’obiettivo di ridurre l’uso delle plastiche tradizionali in agricoltura.

Suolo europeo: allarme plastica. Immagine: dalla presentazione di Sara Guerrini (Novamont), “La PAC per l’ambiente, il cambiamento climatico e la protezione del suolo”, Kyoto Club, 17 dicembre 2020.

Suolo europeo: allarme plastica. Immagine: dalla presentazione di Sara Guerrini (Novamont), “La PAC per l’ambiente, il cambiamento climatico e la protezione del suolo”, Kyoto Club, 17 dicembre 2020.

Un suolo invaso dalle plastiche

I numeri, d’altra parte non mentono. Secondo diverse stime, a partire da quella della Commissione UE, il 5% dei rifiuti plastici è costituito in Europa da materiale usato in agricoltura il cui impiego – sottolinea Guerrini – riduce del 15% il rendimento delle colture. A preoccupare sono le microplastiche che invadono i terreni continentali al ritmo di 15mila tonnellate all’anno. Così come il materiale di grande dimensione che raggiunge in questo senso quota 76mila. Nella categoria si collocano i teli pacciamanti usati per coprire e proteggere i terreni ma assai difficili da smaltire. Si ritiene che ad oggi il 30% di questi ultimi rimanga sui terreni dopo la fine del suo ciclo vitale.

I vantaggi delle plastiche biodegrabili. Immagine: dalla presentazione di Sara Guerrini (Novamont), “La PAC per l’ambiente, il cambiamento climatico e la protezione del suolo”, Kyoto Club, 17 dicembre 2020.

I vantaggi delle plastiche biodegradabili. Immagine: dalla presentazione di Sara Guerrini (Novamont), “La PAC per l’ambiente, il cambiamento climatico e la protezione del suolo”, Kyoto Club, 17 dicembre 2020.

Le bioplastiche? Utili e coerenti

Attualmente i teli biodegradabili rappresentano appena il 5% del totale (per un peso complessivo di 4mila tonnellate). I margini di crescita, insomma, ci sono tutti e la logica, manco a dirlo, è decisamente stringente. Il crescente uso della plastica di origine vegetale ridurrebbe la contaminazione dei terreni e delle acque senza pesare sulle discariche. L’impiego di materiale biodegradabile, inoltre, è perfettamente coerente con le ambizioni di sviluppo della bioeconomia circolare, altro elemento cardine del Green Deal e delle altre strategie correlate.

Infine gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs). La scelta del biodegradabile – sostiene ancora Guerrini – inciderebbe positivamente su almeno otto diverse categorie contenute nell’elenco delle aree chiave individuate dall’Onu. Tra cui sicurezza alimentare, crescita economica sostenibile e lotta al cambiamento climatico.

FAO: urgente incrementare le pratiche agricole sostenibili

Biodiversità, clima, funzioni vitali e contributi alla medicina: il suolo e i suoi abitanti, sottolinea la FAO, costituiscono una ricchezza inestimabile ma ancora ampiamente sottovalutata. Il futuro? Richiede sviluppo della conoscenza e di tecniche produttive responsabili

di Matteo Cavallito

Ascolta “FAO urgente incrementare le pratiche agricole sostenibili” su Spreaker.

C’è un mondo vitale, dinamico, ricchissimo eppure ancora ampiamente sottovalutato. Un macrocosmo underground, per così dire, capace di ospitare il 25% dell’intera biodiversità del Pianeta e di garantire risorse di vario genere – cibo, riparo e così via – al 40% degli animali terrestri. Insomma, un comparto sconfinato da tutelare ad ogni costo. È il messaggio lanciato in questi giorni dalla FAO attraverso il rapporto “Lo stato delle conoscenze sulla biodiversità del suolo”.

Dal suolo cibo, equilibrio climatico e… vaccini

Lo studio, pubblicato in occasione della Giornata mondiale del suolo, esplora la questione sotto diversi punti di vista (vita, contributi, minacce, opportunità, cambiamento climatico) coinvolgendo oltre 300 scienziati provenienti da tutto il mondo. I terreni, spiegano gli autori, svolgono funzioni essenziali come la tutela della sicurezza alimentare, l’apporto di materie prime, la regolazione climatica e la fornitura di componenti essenziali per la cura delle malattie. Da più di cento anni, si legge nel rapporto, gli scienziati hanno anche trattato le sostanze prodotte dagli organismi del suolo per realizzare medicinali di vario genere. Inclusi i vaccini.

 

Un mondo intermedio e sottovalutato

Dietro alla ricchezza del suolo non c’è solo l’opera delle sue creature più note. Per anni, commenta la rivista Science, “gli scienziati si sono concentrati soprattutto sugli abitanti più grandi e si quelli più piccoli”. Ma tra la vita di formiche, termiti e lombrichi, da una parte, e le dinamiche dei microbi dall’altra, sussiste in realtà un vero e proprio mondo intermedio fatto di “migliaia di minuscole creature a lungo trascurate come protisti, nematodi e tardigradi microscopici e altri animali leggermente più grandi, come acari, code di primavera, e larve di insetti che contribuiscono a rendere il suolo uno degli habitat biologicamente più diversificati della Terra”. Non è un caso che lo studio della FAO si concentri in modo particolare su questa micro e meso-fauna che contribuisce in modo decisivo alla creazione di un ecosistema ricco e complesso.

Nel suolo abitano creature poco conosciute che offrono costantemente un contributo prezioso quanto sottovalutato. Immagine: FAO, ITPS, GSBI, SCBD and EC. 2020. “State of knowledge of soil biodiversity - Status, challenges and potentialities, Report” https://doi.org/10.4060/cb1928en © FAO, 2020 Some rights reserved, Creative Commons Attribution-NonCommercial- ShareAlike 3.0 IGO licence (CC BY-NC-SA 3.0 IGO; https://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/3.0/igo/ legalcode/legalcode).

Nel suolo abitano creature poco conosciute che offrono costantemente un contributo prezioso quanto sottovalutato. Immagine: FAO, ITPS, GSBI, SCBD and EC. 2020. “State of knowledge of soil biodiversity – Status, challenges and potentialities, Report” © FAO, 2020 Some rights reserved, Creative Commons Attribution-NonCommercial- ShareAlike 3.0 IGO licence CC BY-NC-SA 3.0 IGO

In Europa i suoli sostenibili valgono oltre 100 miliardi

La minaccia al suolo e alla sua biodiversità è ormai conclamata. Le attività umane, a cominciare dalla pratica di un’agricoltura intensiva e all’uso improprio di prodotti chimici, sono in cima alla lista dei pericoli. Deforestazione, urbanizzazione e cambiamento climatico sono ormai emergenze conclamate. Per questo, sostiene ancora la FAO, “occorre incrementare l’uso di pratiche sostenibili da parte degli agricoltori”. Un fenomeno tuttora non abbastanza diffuso “a causa della mancanza di supporto tecnico, incentivi e ambienti favorevoli”.

I benefici economici, per altro, sarebbero ragguardevoli. Secondo un’indagine condotta da NaturaSì insieme alla società di consulenza tedesca Soil & More Impacts, la rigenerazione del suolo attraverso l’agricoltura biodinamica, potrebbe valere fino a 774 euro all’anno per ogni ettaro. Che, moltiplicato per l’intera superficie coltivata europea, corrisponde a “ben oltre 100 miliardi di euro”.

FAO: lo sviluppo sostenibile passa per un suolo sano

Anche per questo le raccomandazioni della FAO si concentrano sul rilancio della biodiversità e sull’espansione dell’agricoltura biologica. Considerata elemento chiave per il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dall’ONU, la tutela dell’ecosistema diventa dunque una condizione irrinunciabile. Decisivi, si legge dunque nel rapporto, diventano quindi alcuni compiti specifici come lo sviluppo di protocolli standard, la diffusione delle informazioni e delle conoscenze sul suolo e i sui suoi abitanti e la creazione di un programma di intervento a livello globale.

Informare i giovani sulla PAC, passaggio obbligato per un’agricoltura sostenibile

Al via il “progetto CNC – per una PAC a emissioni zero” del Kyoto Club. Una serie di webinar e incontri nelle scuole per spiegare la futura Politica agricola europea e il suo ruolo per ridurre le emissioni di CO2

di Emanuele Isonio

 

Ascolta “Informare i giovani sulla PAC, passaggio obbligato per un’agricoltura sostenibile” su Spreaker.

Webinar, seminari nelle scuole, eventi di approfondimento. Identico l’obiettivo: accrescere tra i cittadini, a partire dalle nuove generazioni che vivono nelle aree urbane, il livello di informazione sui vantaggi della Politica Agricola Comune in ambito sociale, economico e ambientale e sui problemi che legano lo sviluppo agricolo con inquinamento ed emissioni di gas serra.

Sono le linee lungo le quali si svilupperà il progetto “CNC – Per una PAC a emissioni zero”. A svilupparlo è il Kyoto Club, con il contributo della Direzione Generale “Agricoltura e Sviluppo Rurale” della Commissione europea.

Perché è importante informare sulla PAC

Gli esperti del Kyoto Club in particolare saranno presenti in 20 incontri organizzati in istituti agrari e università delle diverse regioni italiane fino a maggio 2021. Altrettanti i webinar, che partiti a ottobre, proseguiranno fino a fine gennaio (e saranno disponibili man mano sul sito dell’associazione, insieme a tutti i materiali utilizzati).

“Troppe volte i cittadini sentono parlare di PAC senza sapere realmente che cosa significhi. Dietro a questo acronimo si nasconde la Politica Agricola Comune dell’Ue, una delle più importanti politiche europee comuni a tutti i Paesi membri. Coniugare sicurezza alimentare e sviluppo agricolo e rurale con la sostenibilità ambientale e climatica è, ora più che mai, necessario” spiega Francesco Ferrante, vicepresidente di Kyoto Club, che sottolinea il ruolo fondamentale di un’adeguata divulgazione. “Ecco perché il principale obiettivo del progetto CNC è informare” prosegue Ferrante. “Uno sforzo fondamentale soprattutto in questa fase in cui è in discussione la riforma della PAC. Non dobbiamo infatti perdere l’opportunità di promuovere davvero quelle buone pratiche agricole che fanno bene all‘ambiente, ai consumatori e agli stessi agricoltori. Per questo siamo felici di essere a fianco della Commissione europea apprezzando la sua strategia Farm to Fork”.

Come proteggere il suolo? La Commissione Ue lancia una consultazione pubblica

Fino al 10 dicembre cittadini, esperti e stakeholder potranno fornire il proprio contributo. Obiettivo: raccogliere proposte che si tradurranno poi in una legge europea in difesa della salute della terra

di Emanuele Isonio

 

Ascolta “La Commissione Ue lancia una consultazione pubblica” su Spreaker.

Una consultazione pubblica di 5 settimane per raccogliere pareri e proposte su un tema cruciale per il futuro dell’Europa: il suolo. A lanciarla è la Commissione europea, sottolineando come la salute del suolo sia essenziale per conseguire gli obiettivi in materia di clima e biodiversità previsti nel Green Deal europeo.

L’iniziativa rientra nella “Strategia Ue sulla biodiversità per il 2030. Ad essa potranno rispondere sia privati cittadini, sia i soggetti coinvolti nel comparto agricolo, sia rappresentanti di aziende, centri di ricerca, università, associazioni ambientaliste, ONG, enti pubblici, sindacati. Obiettivo: avere un quadro il più possibile ampio dei punti di vista su quali siano le azioni da intraprendere per aggredire i problemi che danneggiano attualmente il suolo europeo.

I dati, ricordati dalla stessa Commissione nel documento che precede la consultazione sono allarmanti: “attualmente il 12,7% è affetto da fenomeni erosivi, 390mila aree sono contaminate a causa dell’inquinamento prodotto da siti industriali, il 25% dei terreni nell’Europa centrale e meridionale corre un severo rischio di desertificazione”.

La call, alla quale si può partecipare registrandosi al sito della Commissione europea, è partita ufficialmente il 5 novembre scorso. Termine ultimo per aderirvi: il 10 dicembre prossimo. Una volta conclusa questa prima fase di ascolto – spiegano dall’esecutivo europeo – la Commissione pubblicherà una relazione di sintesi delle proposte ricevute. All’interno del documento, si spiegherà come saranno attuate le varie azioni e, se del caso, perché determinati suggerimenti non possono essere accolti.