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Più fertilità, meno emissioni. Un progetto per studiare il mix ideale per suolo e clima

Al via il progetto SOMMIT condotto dal CREA nell’ambito del programma congiunto europeo sul suolo. L’obiettivo? Studiare il miglior bilanciamento tra fertilità, sequestro di carbonio ed emissioni di gas serra. Per offrire soluzioni efficaci in tutto il Continente

di Matteo Cavallito

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Individuare le migliori soluzioni per migliorare la fertilità del suolo riducendo le emissioni di gas serra. È l’obiettivo del progetto SOMMIT, lanciato dal CREA, il Consiglio delle ricerche per agricoltura ed economia agraria del Ministero dell’Agricoltura, e finanziato dallo European Joint Programme EJP-Soil, l’iniziativa continentale che coinvolge 13 istituzioni di 9 diversi Paesi. La ricerca punta a studiare l’interazione tra le strategie agricole e il bilancio tra sequestro di carbonio e rilascio gassoso. Due dinamiche, queste ultime, che si intrecciano producendo risultati variabili. Con ovvie conseguenze per il clima.

Decisive le caratteristiche del terreno

L’addizione di materia organica al suolo è considerata centrale nelle strategie di bioeconomia circolare. Prodotti come il compost o i reflui della zootecnia possono far crescere la fertilità e il sequestro di carbonio. Ma i livelli di ritenzione e la quantità di emissioni non sono facili da determinare visto che i fattori in gioco sono moltissimi. “Il suolo è un sistema complesso in cui interagiscono fattori pedologici – che identificano le proprietà chimiche e fisiche del terreno – e climatici” spiega Alessandra Lagomarsino, ricercatrice del CREA Agricoltura e Ambiente e coordinatrice del Progetto SOMMIT. “A questo si aggiungono i diversi effetti associati al tipo di coltura cui il suolo stesso è soggetto e le caratteristiche dei differenti input organici”. Tutti aspetti da prendere in considerazione. Soprattutto alla luce dei noti effetti collaterali.

Bilanciare i fattori per ridurre le emissioni

La materia organica aggiunta al suolo favorisce lo stoccaggio di carbonio ma, in alcuni casi, può contribuire, per contro, alle emissioni di gas serra. “I reflui zootecnici, ad esempio, producono un aumento del rilascio del protossido d’azoto, un gas con un potenziale di riscaldamento quasi 300 volte più potente rispetto alla CO2” rileva Lagomarsino. Ma queste dinamiche non sono identiche ovunque perché a pesare sono appunto le diverse caratteristiche del terreno. “Un suolo argilloso mediterraneo, ad esempio, si comporta in maniera diversa rispetto a un omologo sabbioso dell’Europa centrale” prosegue la ricercatrice. L’obiettivo finale della ricerca, dunque, consiste nell’individuare le pratiche più adatte per ottenere il migliore trade-off possibile. “Vale a dire aumentare il sequestro di CO2 senza favorire eccessivamente le emissioni di protossido d’azoto”.

Tre diversi approcci

Lo studio si basa su tre diversi approcci. Si parte con i dati esistenti che sono resi disponibili da altre indagini. In primo luogo di tratta di condurre una meta analisi sul tema specifico del bilanciamento sequestro/emissioni, un argomento ancora poco studiato sul quale però è intervenuto di recente un interessante lavoro condotto da Bertrand Guenet, ricercatore del Laboratorio di Scienze del Clima e dell’Ambiente di Gif-sur-Yvette (Francia), e pubblicato lo scorso mese di settembre. A questo si aggiungono le prove sperimentali condotte in sette diversi siti che sono sotto osservazione da decenni, un arco temporale ideale per valutare le dinamiche di cattura e rilascio dei gas serra che, ricorda la coordinatrice del progetto, “diventano visibili solo nel lungo periodo”.

Infine l’approccio modellistico, che dovrebbe consentire, alla luce del lavoro svolto, di ipotizzare effetti e soluzioni per terreni differenti soggetti a diverse condizioni chimiche, fisiche e climatiche. Lo studio integrato di questi aspetti permetterà quindi di fornire soluzioni a tutti i soggetti coinvolti nella gestione del suolo. Dagli agricoltori alla società civile fino agli utenti finali.

Horizon Europe, lo strumento per far decollare la transizione ecologica

Massimo Iannetta (rappresentante italiano al Cluster 6 di Horizon Europe): “Per stimolare bioeconomia, agricoltura sostenibile e progetti di rigenerazione dei suoli, l’Europa ha messo a disposizione 10 miliardi di euro. Sta agli Stati membri ora creare le migliori condizioni per ottenere il massimo da quei finanziamenti”

di Emanuele Isonio

 

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Tre pilastri e diversi poli tematici per continuare una sfida già iniziata negli anni scorsi: finanziare la ricerca europea e attraverso di essa rendere più competitivo il tessuto produttivo europeo. Horizon Europe è un tassello fondamentale per la Ue del futuro. Erede di Horizon 2020 appena scaduto ma con ambizioni anche più grandi. Quali? Lo abbiamo chiesto a Massimo Iannetta, responsabile della Divisione “Biotecnologie e Agroindustria” di ENEA e delegato nazionale al Cluster 6 “Cibo, Bioeconomia, Risorse naturali, Agricoltura e Ambiente” di Horizon Europe.

Massimo Iannetta, responsabile della Divisione "Biotecnologie e Agroindustria” di ENEA e delegato nazionale al Cluster 6 “Food, Bioeconomy, Natural resources, Agriculture and Environment” di Horizon Europe.

Massimo Iannetta, responsabile della Divisione “Biotecnologie e Agroindustria” di ENEA e delegato nazionale al Cluster 6 “Food, Bioeconomy, Natural resources, Agriculture and Environment” di Horizon Europe.

Dottor Iannetta, partiamo dal principio: che cos’è il programma Horizon Europe e a chi sono rivolti i fondi messi a disposizione?

Horizon è il programma quadro di ricerca europeo. Viene elaborato da tutti i partner europei e da rappresentanti della comunità scientifica: insieme individuano temi di interesse, che vengono poi sviluppati, nel corso di 6-7 anni, attraverso strumenti diversi. Horizon è diviso in ambiti, definiti pillar (pilastri, ndr) dalla Commissione europea, indirizzati all’eccellenza scientifica, alla competitività, alla creazione di un’ecosistema dell’innovazione. Sono coinvolti non solo i ricercatori dei centri d’eccellenza della ricerca europei, ma anche il mondo delle imprese, i territori, la società civile. Uno degli obiettivi diventato sempre più rilevante negli anni è infatti quello di collegare il mondo della scienza e la società europea.

Al suo interno, lei segue il Cluster 6. Com’è costruito e quali sono i suoi obiettivi?

Il cluster 6 è uno dei sei ambiti individuati all’interno del secondo pilastro, dedicato alle grandi sfide della Ue in termini di competitività delle imprese. Sono aree tematiche molto ampie. Il Cluster 6 affronta tutti i temi legati a cibo, bioeconomia, risorse naturali, agricoltura e ambiente. Ed è strettamente collegato ai cluster che si occupano di salute, inclusività sociale, sicurezza, cultura, industria digitale, spazio, clima, energia, mobilità. È anche strettamente collegato con gli altri due pilastri dell’eccellenza scientifica e dell’ecosistema dell’innovazione.

La struttura del Programma Horizon Europe. FONTE: Commissione europea. La struttura del Programma Horizon Europe. FONTE: Commissione Europea.

La struttura del Programma Horizon Europe. FONTE: Commissione europea. La struttura del Programma Horizon Europe. FONTE: Commissione Europea.

A quanto ammontano i finanziamenti garantiti dalla Commissione europea ai diversi ambiti di Horizon Europe?

Complessivamente Horizon Europe vale 95 miliardi di euro. Il solo cluster 6 ne vale circa 10: un segno tangibile dell’importanza che i temi relativi a cibo, bioeconomia, agricoltura e ambiente rivestono all’interno di questo programma quadro. Gli obiettivi sono ben precisi, legati a una transizione ecologica e digitale che possa anche favorire una maggiore vicinanza rispetto ai temi sociali. Il mondo dell’agroalimentare ha bisogno di questa connessione ai temi sociali per tenere ancorate quelle attività nei nostri territori.

Siamo in un momento critico: dobbiamo continuare a produrre, perché la popolazione è più esigente ed è in aumento ma dobbiamo farlo con minori risorse, quindi in modo più sostenibile. La sfida è enorme: non dimentichiamo che il settore agroalimentare incide sulle emissioni di CO2 pari al 20-25% del totale. Un processo di decarbonizzazione in questo ambito è assolutamente fondamentale. Possiamo riuscire a realizzarlo grazie a una forte spinta della ricerca e dell’innovazione nell’ambito di uso efficiente delle risorse, di chiusura dei cicli di produzione, con particolare attenzione alle risorse naturali del pianeta.

Nei mesi scorsi la commissione europea ha lanciato varie mission, tra le quali la Mission Soil Health and food. Come si lega il Cluster 6 di Horizon EU con la mission soil health and food?

Il cluster 6 è strettamente legato alla Mission Soil. Quest’ultima ha obiettivi molto sfidanti che devono diventare patrimonio comune della società. Nel work programme su cui stiamo lavorando come delegati nazionali ci sono diversi riferimenti al miglioramento della struttura dei suoli. Non ci preoccupa solo la loro componente biologica e chimica ma anche quella fisica, per favorire sia la produzione sia la conservazione delle risorse naturali. Questo ragionamento è stato implementato all’interno delle sette aree tematiche del Cluster 6 (le cosiddette destination). All’interno di ciascuna destination c’è un riferimento specifico alla Mission Soil Health and Food e allo European Green Deal: una delle sue aree tematiche – la strategia Farm to Fork – fa preciso riferimento al miglioramento delle condizioni di fertilità dei terreni e alla riduzione della perdita di nutrienti e della loro contaminazione chimica.

Un altro aspetto che lega suoli e food è poi quello del microbioma: diversi topic del Cluster 6 riguardano lo studio dei microrganismi presenti nel suolo che si collegano alle capacità produttive dei terreni, al microbioma dei prodotti alimentari e al nostro microbioma intestinale.

95 miliardi di risorse sono molti soldi e devono essere utilizzati nel migliore dei modi perché producano gli effetti sperati. Sono stati previsti sistemi di valutazione e monitoraggio delle attività finanziate attraverso il Cluster 6 di Horizon Europe?

Intanto c’è un enorme lavoro preliminare: i diversi topic all’interno delle varie aree tematiche sono definiti attraverso una mediazione dei vari paesi membri della Ue che partecipano alla stesura del work programme. Una volta decisi i topic, si stabilisce il budget legato a ciascuno di essi e si definiscono i requisiti che devono avere le attività all’interno del cluster. Ci sono criteri di valutazione legati all’impatto atteso. Uno dei focus principali della nuova programmazione di Horizon è proprio legato alle ricadute che queste attività hanno sulla società e sull’avanzamento della conoscenza. A valle del finanziamento c’è poi un’azione di monitoriaggio che segue i vari passi del progetto. Uffici appositi della commissione che garantiscono il buon esito del risultato finale.

La struttura del Programma Horizon Europe. FONTE: Commissione Europea. https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/research_and_innovation/strategy_on_research_and_innovation/presentations/horizon_europe_it_investire_per_plasmare_il_nostro_future.pdf

La struttura del Programma Horizon Europe. FONTE: Commissione Europea. https://ec.europa.eu/info/sites/info/files/research_and_innovation/strategy_on_research_and_innovation/presentations/horizon_europe_it_investire_per_plasmare_il_nostro_future.pdf

È possibile individuare quale sia l’effetto moltiplicatore degli investimenti fatti grazie al programma Horizon? Si riesce cioè a capire quanti euro stimola ogni euro di fondi destinati alla transizione ecologica e alla bioeconomia?

Questa è una bella domanda. Dobbiamo fare una premessa: noi italiani siamo quelli che ricevono i maggiori investimenti che l’Europa concede per l’eccellenza della ricerca. I giovani ricercatori italiani vincono di più queste proposte ma poi decidono di svolgere la propria attività in altri Paesi perché lì trovano condizioni migliori per favorire il processo di ricadute della loro attività di ricerca e innovazione.

Rispondo alla sua domanda dicendo quindi che molto dipende dal contesto in cui la ricerca viene sviluppata e dalle relazioni con il mondo della ricerca e dell’innovazione presente in ciascun Paese. Ci sono Paesi più virtuosi che generano un effetto moltiplicatore è più alto e altri che lo sono di meno. Noi dovremmo fare molto di più per favorire un ambiente più accogliente in termini di sburocratizzazione delle procedure, di accompagnamento dei giovani ricercatori, di maggiore coinvolgimento delle imprese e dei nostri territori in questo percorso di innovazione. Tutto questo passa anche attraverso un maggiore finanziamento della ricerca pubblica italiana in favore del mondo scientifico.

Ricerca UE, dieci progetti per terra e clima

Entra nel vivo l’EJP Soil, il programma di ricerca congiunta Ue su clima e suolo. Dall’agricoltura sostenibile alla cattura della CO2 i temi da sviluppare non mancano. L’obiettivo? Nuove soluzioni da applicare al Continente e all’intero Pianeta

di Matteo Cavallito

 

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Operare sui suoli agricoli “sviluppando una gestione intelligente e sostenibile per il clima”. Se lo pone come obiettivo l’EJP SOIL, lo European Joint Programme per i terreni istituito dalla Commissione europea con la collaborazione di 24 Stati membri. Il piano, in particolare, punta ad avviare una ricerca integrata su scala europea destinata a individuare nuove soluzioni per sfruttare al meglio le potenzialità del suolo tutelandone la salute. Il terreno, come noto, svolge una funzione fondamentale grazie alla sua capacità di sequestro della CO2. Nelle strategie di gestione sostenibile lo sviluppo di questa caratteristica – attraverso l’addizione di materia organica, ad esempio – si affianca alla messa in atto delle buone pratiche agricole. Che possono contribuire alla riduzione delle emissioni in atmosfera.

Quattro obiettivi per salvare il clima

Il programma europeo si pone quattro obiettivi. Sul piano sociale l’iniziativa per il clima punta a promuovere una maggiore consapevolezza della necessità di gestire il suolo agricolo in modo sostenibile. Un traguardo basato sulla comprensione dell’importanza dei servizi ecosistemici offerti dal terreno. Sul piano operativo – spiegano i promotori – l’iniziativa intende “rafforzare la comunità di ricerca europea”, allineando gli studi e armonizzando il sistema di scambio di dati tra i ricercatori “per contribuire al reporting internazionale e raggiungere la coerenza e l’applicabilità globale delle informazioni”.

Sul fronte politico, inoltre, il piano intende “elaborare raccomandazioni basate su prove per i decisori” avviando quindi “un dialogo tra scienza, politica, azioni pratiche e società”. A livello scientifico, infine, si pone l’obiettivo di “sviluppare nuove conoscenze sulla gestione climatica intelligente del suolo agricolo”. L’idea, insomma, è quella di “fornire un sostegno scientifico per le politiche agricole e climatiche su scala locale e globale”.

Dieci progetti con l’agricoltura protagonista

Nelle scorse settimane, Claire Chenu, docente di scienza del suolo presso l’Università AgroParisTech e coordinatrice del programma europeo, ha annunciato l’avvio di dieci nuovi progetti. Tra questi la ricerca belga CLIMASOMA o “Climate change adaptation through soil and crop management” sull’adattamento al clima e gli studi STEROPES, in Francia, e SensRes, in Danimarca, sulla mappatura ad alta definizione della variazione spaziale del suolo.
Altri progetti condotti in Austria, Belgio e Svezia chiamano in causa l’analisi del processo di erosione, le buone pratiche di agricoltura sostenibile e i servizi ecosistemici.

In campo anche l’Italia

Le altre ricerche, infine, si focalizzano sulla mitigazione del clima. Tra queste il progetto Sommit che punta a individuare le migliori strategie per favorire il sequestro di carbonio e l’aumento della fertilità del terreno. All’iniziativa contribuisce anche l’Italia che partecipa alla ricerca attraverso il CREA, il Consiglio delle ricerche per agricoltura ed economia agraria del Ministero dell’Agricoltura. Su temi affini si muove anche il progetto tedesco CarboSeq che si propone di stimare il potenziale di sequestro di CO2 nei terreni agricoli. Completano l’elenco l’iniziativa TRACE-Soils (Spagna) che punta a valutare, in termini di costi e benefici, il rapporto tra la ritenzione del carbonio e la perdita di nutrienti nel suolo, e il programma finlandese INSURE sulla cattura della CO2 e la mitigazione climatica attraverso la riumidificazione dei suoli coltivati a torba.

Leggi, innovazioni, agricoltura: per curare il suolo Ue è l’ora delle azioni concrete

Presentata ufficialmente in Italia la Mission Soil della Ue. Dai Living Labs alle Lighthouses, passando per il ruolo degli agricoltori: contro degrado e cementificazione servono buone pratiche. Ma anche scelte politiche. A partire da una legge a tutela del suolo

di Matteo Cavallito

 

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Il clima cambia, la crisi avanza e nemmeno il suolo europeo si sente tanto bene. Lo dicono i dati – quasi 3 milioni i siti contaminati nel Vecchio Continente – e lo segnala la persistenza di gravi minacce, dall’erosione alla cementificazione, per tacer di tutto il resto. La Ue, ed è questa la migliore notizia, ha un piano dettagliato. Ma il tempo a disposizione è poco e occorre agire subito con iniziative concrete in linea con la sua mission Soil Health and Food. Lo sottolineano i relatori dell’incontro “Caring for soil is caring for life”, organizzato dal ministero dell’Università in collaborazione con l’APRE, l’Agenzia per la Promozione della Ricerca europea. Obiettivo: presentare nel dettaglio la missione Ue, una delle cinque iniziative all’interno del programma quadro Horizon Europe.

Soluzioni concrete per la salute del suolo

“Il posizionamento italiano in questo particolare contesto porta necessariamente ad immaginare che il nostro Paese debba assicurarsi un ruolo di primaria importanza nella futura Mission Soil” spiega il direttore dell’APRE, Marco Falzetti. “Creare consapevolezza, coinvolgere le comunità locali, favorire l’approccio della ricerca partecipata sono tra gli obiettivi principali” aggiunge Catia Bastioli, AD di Novamont e membro del Board della Mission Soil, sottolineando i traguardi più urgenti: garantire la salute di almeno il 75% dei suoli europei entro il 2030 ma anche “tutelare la biodiversità e il ciclo dei nutrienti, mitigare il clima, regolare il ciclo dell’acqua, avere servizi culturali e per il paesaggio”.

Fonte: Caring for soil is caring for life, evento di presentazione 24 febbraio 2021

Fonte: Caring for soil is caring for life, evento di presentazione 24 febbraio 2021

A promuovere soluzioni concrete sono oggi due entità complementari: i Living Laboratories e le Lighthouses. I primi puntano a creare conoscenza, progettare, valutare e diffondere soluzioni innovative. Le seconde sono fattorie sperimentali nate per testare e dimostrare la validità delle buone pratiche. A tutto questo si aggiunge l’elaborazione di un nuovo set di otto indicatori per monitorare lo stato del suolo. Oltre allo sviluppo di nuovi servizi di consulenza indipendenti per agricoltori e silvicoltori.

Innovazioni contro il degrado

“La cura dei suoli è fondamentale per assicurare la sostenibilità dell’agricoltura” ricorda Antonio Parenti, Capo della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea. Ma nel nostro Paese le condizioni generali dei terreni restano preoccupanti. Sono quasi 16mila i chilometri quadrati di suolo soggetto a degrado di gravità variabile nella Penisola, ricorda Angelo Riccaboni, rappresentante nazionale della Mission “Soil Health and Food” e presidente del Santa Chiara Lab dell’Università di Siena. Anche per questo è necessario “adottare innovazioni tecnologiche, organizzative e sociali attraverso la stretta collaborazione fra ricercatori, agricoltori, imprese alimentari, istituzioni e cittadini”.

Allarme consumo: il suolo pro capite si restringe

A preoccupare, inoltre, è il consumo di suolo.  Per l’Italia, nota Michele Munafò, dirigente dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), si parla di 16 ettari al giorno. Che in un anno fanno 57,5 chilometri quadrati. Il problema, in ogni caso, ha una dimensione globale: “Nel 1950 ogni cittadino su questo Pianeta aveva a disposizione 6mila metri quadrati di suolo” spiega Massimo Iannetta, delegato nazionale Cluster 6 Horizon Europe. “Mezzo secolo più tardi il dato pro capite era sceso a 2mila metri quadrati. Nel 2050, dicono le previsioni, dovrebbe calare a mille”. E l’incremento demografico non è l’unico fattore decisivo visto che a pesare, aggiunge, sono tutti i noti fenomeni di degrado e consumo a cominciare dalla deforestazione e dal soil sealing.

“Creare filiere disinquinanti”

Che fare dunque? Le iniziative e le proposte di coinvolgimento non mancano. I coltivatori, nota ad esempio Massimiliano Giansanti, Presidente di Confagricoltura Nazionale, “hanno due compiti: produrre beni primari e tutelare la centralità della bioeconomia circolare”. Quanto al ripristino dei terreni “occorre una ricerca applicata di lunga durata” evidenzia Giuseppe Corti, presidente della Società Italiana di Pedologia. Che, da parte sua, propone la messa a punto di “nuove filiere del disinquinamento” capaci di trovare soluzioni – dalle biomasse al compostaggio – che siano anche sostenibili dal punto di vista economico.

Per tutelare il suolo “serve un atto politico”

Le buone pratiche nel settore alimentare – tuttora monitorate da un osservatorio ad hoc come ricorda Cristiana Tozzi, Responsabile Progetto strategico PRIMA – non mancano. Ma altre azioni forti sono quanto mai necessarie anche a livello legislativo. “Serve un atto politico urgente, il Parlamento deve approvare subito una legge contro il consumo di suolo” tuona Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana. E se è vero che “per il suolo molta strada deve essere percorsa, specialmente dal punto di vista normativo”, osserva Debora Fino, presidente di Re Soil Foundation, è tuttora evidente come le mancanze regolamentari finiscano per impattare sulla vita e il lavoro di molti operatori. Non avere leggi specifiche per la salvaguardia del suolo crea danni incalcolabili. “Chiediamo di avere la possibilità di rigenerare i terreni perché il terreno fertile è il nostro strumento di lavoro” è l’appello di Alessandro Apolito di Coldiretti.

Formazione: un ruolo chiave

Infine la formazione, elemento chiave a tutti i livelli. “È compito del Ministero dell’Università e della Ricerca promuovere linee strategiche per sviluppare ricerca e innovazione, trovando così soluzioni concrete alle sfide della nostra società” osserva la neotitolare del dicastero, Cristina Messa. “Nonostante i tanti interventi di sensibilizzazione a livelli differenti non c’è ancora una cultura del suolo” nota infine Adele Muscolo, professoressa di pedologia, biochimica agraria ed ecologia del suolo all’Università di Reggio Calabria e rappresentante presso l’Horizon Europe Mission Board. Non a caso, la docente ha seguito un progetto pilota di formazione sul tema per la scuola superiore e ha annunciato l’avvio di nuove iniziative a livello di scuole primarie e secondarie di primo grado.

Non c’è transizione ecologica senza bioeconomia

Presentato il manifesto della European Circular Bioeconomy Policy Initiative, cui aderiscono università, centri di ricerca e aziende europee. Una strategia in cinque punti per aiutare il futuro economico europeo. Filo conduttore: la rigenerazione del suolo e lo sviluppo della bioeconomia

di Matteo Cavallito

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L’Europa della transizione ecologica non può fare a meno della bioeconomia circolare. Un approccio essenziale per garantire un miglior uso delle risorse che, tuttavia, non si è ancora adeguatamente concretizzato. È il messaggio chiave emerso nel corso della presentazione della European Circular Bioeconomy Policy Initiative (ECBPI). “Il tempo sta scadendo, abbiamo necessità di rigenerare il nostro suolo ma siamo ancora lontani dagli obiettivi” commenta David Newman, managing director della stessa organizzazione. Il materiale biogenico, spiega, resta una risorsa essenziale per la salute dei terreni ma ad oggi riusciamo a intercettarne solo il 2% del totale. Un’accelerazione, insomma, è più che mai necessaria.

In azione per la bioeconomia

Il recupero delle risorse è fondamentale. Ma la bioeconomia circolare nel suo insieme resta un fenomeno più complesso. Lo evidenzia lo stesso Manifesto promosso da ECBPI che ha già raccolto l’adesione di 26 enti tra università, centri di ricerca e imprese. Cinque i punti essenziali:

  1. superare l’idea di una crescita (economica) illimitata;
  2. produrre materiali e manufatti progettando al tempo stesso il loro ciclo di vita e le politiche per gestire al meglio quest’ultimo;
  3. fermare il degrado e l’inquinamento dell’ambiente e del suolo;
  4. creare sistemi economici rigenerativi e trasformativi innescando un cambiamento culturale per “fare di più con meno”;
  5. cambiare il modello di consumo scegliendo un nuovo approccio circolare. Perché – spiega ancora Newman – “sostituire i materiali di origine fossile con la materia rinnovabile non è sufficiente per generare un vero cambio di paradigma”.
Europa al lavoro

Dalla Strategia per il suolo “Healthy Soil for Healthy Life” alla “Farm to Fork Strategy” passando per la nuova Regolamentazione per l’uso dei terreni e delle foreste. Il biennio 2021-22 potrebbe essere decisivo. “Le opportunità per concretizzare gli obiettivi della bioeconomia circolare non mancano” spiega Roberto Ferrigno, membro del consiglio dell’Institute for European Environmental Policy. Intervenire sul fronte energetico per ridurre le emissioni di CO2 nell’atmosfera è essenziale ma non può essere sufficiente. Se si vogliono raggiungere gli obiettivi climatici occorre puntare anche sulla carbon sequestration. Ovvero sulla capacità di ritenzione del biossido di carbonio da parte dei terreni. Proprio per questo, spiega ancora Ferrigno, “occorre riportare al centro il suolo e fermare la deforestazione”. Ma anche, aggiunge, “rivedere la Direttiva UE sui pesticidi”, sostituendo quelli di origine chimica con prodotti naturali.

Le strategie UE che coinvolgono la bioeconomia circolare. Immagine: dalla presentazione della European Circular Bioeconomy Policy Initiative (ECBPI)

Le strategie UE che coinvolgono la bioeconomia circolare. Immagine: dalla presentazione della European Circular Bioeconomy Policy Initiative (ECBPI)

Suolo e bio-waste, legame essenziale

Al cuore di queste iniziative c’è la valorizzazione del bio-waste, ovvero dei rifiuti biologici. Un’opportunità “da sviluppare a livello locale”, nota Florian Amlinger, direttore della società austriaca Compost – Consulting & Development, sottolineando il ruolo della partecipazione delle comunità e l’importanza delle specificità di ogni territorio. Ma anche un segnale di cambio di paradigma.

“Per anni abbiamo guardato ai rifiuti biologici in termini di problema di smaltimento, oggi li vediamo come una risorsa” suggerisce Percy Foster, direttore della società di consulenza irlandese Foster Environmental. Restituire il bio-waste al suolo in un’ottica circolare significa infatti contribuire alla sua salute e alla sua performance (dalla fertilità alla stessa carbon sequestration). Ma l’operazione, alla base del compostaggio, non è scontata. In primo luogo “occorrerebbe fissare degli obiettivi precisi di recupero (in percentuale sul totale dei rifiuti, ndr) come quelli che già esistono per i rifiuti plastici” prosegue Foster. In secondo luogo, occorre evitare la contaminazione del bio-waste stesso, un fenomeno diffuso che tende a vanificare in molti casi gli sforzi per la valorizzazione degli scarti.

L’economia circolare fa bene…

Il terreno dunque ha un ruolo essenziale. “Se pensiamo alla bioeconomia come a un edificio, ecco che il suolo può essere visto come le sue fondamenta” spiega Alessio Boldrin, professore associato della Technical University of Denmark. Il mercato potrebbe diventare in questo senso un punto di riferimento. “Ogni volta che sviluppiamo nuove tecnologie e soluzioni dobbiamo dotarci di un business plan” evidenzia Sergio Ponsá Salas, direttore del BETA Tech Center della Universitat de Vic – Universitat Central de Catalunya. Ovvero, “dobbiamo chiederci se queste possano trovare spazio nel mercato e se siano compatibili con le politiche e le regolamentazioni in atto”.

…all’economia

Ma ecco che una domanda sorge spontanea: che ne è del rischio economico? È possibile che le restrizioni imposte dalla transizione ecologica impattino negativamente sulla crescita economica? Nel breve periodo i Paesi che dipendono molto dal fossile potrebbero patire gli effetti del cambiamento, per questo l’Unione europea ha già stanziato 150 miliardi di sostegno attraverso il Just Transition Mechanism che sarà attivo da qui al 2027. Le opportunità in ogni caso sono evidenti. “Il 37% delle risorse del Recovery sono rivolte all’ambiente” ricorda Roberta De Santis, docente di Politica Economica presso la LUISS di Roma. Senza contare che la stessa bioeconomia, ha ipotizzato nel 2018 la Commissione europea, potrebbe creare un milione di nuovi posti di lavoro entro il 2030.

Luca Mercalli: “Se non curiamo il suolo impossibile vincere la sfida del clima”

Il meteorologo e climatologo a Re Soil Foundation: l’importanza del suolo è ancora ampiamente sottovalutata. Serve una grande campagna di informazione sul suo valore e una legge che finalmente lo difenda

di Emanuele Isonio

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“Rispetto ad altri fenomeni connessi con i cambiamenti climatici, la questione del degrado del suolo è ancora oggi decisamente sottovalutata dall’opinione pubblica e dagli amministratori locali e nazionali. Il suolo è considerato solo come un supporto o per parcheggiarci la macchina o per farci attività di business legate ai capitali immobiliari o di grandi infrastrutture. C’è una grandissima incapacità di rendersi conto del suo valore e dell’irreversibilità del suo consumo: il suolo, una volta perso, è perso per sempre”. Meteorologo, climatologo, divulgatore scientifico accademico, Luca Mercalli è uno dei volti più noti, che ha portato al grande pubblico questioni cruciali come i cambiamenti climatici, il legame tra tutela ambientale e salute, la transizione ecologica (oggi è di gran voga ma sulle bocche degli addetti ai lavori risuona da decenni…).

Professor Mercalli, ci spiega innanzitutto che legame esiste tra cambiamenti climatici e impoverimento del suolo?

Il suolo ha molto a che fare con il clima per i numerosi servizi ecosistemici che offre. Ci sono relazioni tra le emissioni di CO2 climalteranti, a partire dal fatto che le piante metabolizzano la CO2 dell’atmosfera e la stoccano nel legno e nella sostanza organica degli strati più superficiali del suolo, quella più preziosa e fertile. Se noi cementifichiamo una superficie di terreno, togliamo la possibilità alle piante di sottrarre CO2 dall’atmosfera e restituiamo addirittura anche quella già contenuta nella sostanza organica del suolo. Quindi il danno è doppio.

C’è poi una relazione con l’acqua: sigillando un suolo, impediamo l’infiltrazione in falda. Quindi da un lato abbiamo meno acqua per gli usi idropotabili e dall’altra aumentiamo i rischi di alluvioni, rese già più frequenti a causa delle piogge intense causate dai cambiamenti climatici. I suoli più impermeabilizzati smaltiscono ovviamente meno l’acqua.

Poi c’è la questione del comfort urbano: i suoli sigillati aumentano le isole di calore nei periodi estivi, durante le grandi ondate di calore africano. Quando abbiamo delle zone verdi, invece, c’è una riduzione della temperatura offerta dall’evapotraspirazione del fogliame. Togliendo superfici verdi, quindi aumentiamo il disagio in termini di comfort termico estivo.

C’è poi ovviamente tutto il tema legato alla biodiversità: quando togliamo suolo, eliminiamo tutto il capitale di vita microscopica contenuta in esso. E questo non può che impoverire l’ambiente.

Ci sono territori più interessati da questo fenomeno e quindi in maggiore pericolo?

Il problema è globale. Ovunque nel mondo c’è un assalto al suolo dovuto all’aumento esponenziale di aree urbane, infrastrutture, di attività minerarie e di una cattiva agricoltura: quest’ultima, sebbene non distrugga per sempre il suolo, lo impoverisce moltissimo aumentandone l’erosione. Chiaramente, la perdita di suolo per cementificazione è la peggiore perché irreversibile. In questo senso, l’Italia è tra i Paesi più esposti: ormai abbiamo cementificato l’8% del territorio nazionale e per di più nelle zone di maggior pregio. Le aree di pianura, scelte per gli insediamenti urbani e industriali, sono quelle con i suoli più preziosi.

Localizzazione dei principali cambiamenti dovuti al consumo di suolo tra il 2018 e il 2019. Fonte: elaborazioni ISPRA su cartografia SNPA - Rapporto "Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici" Anno 2020.

Localizzazione dei principali cambiamenti dovuti al consumo di suolo tra il 2018 e il 2019. Fonte: elaborazioni ISPRA su cartografia SNPA – Rapporto “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici” Anno 2020.

Si può dire quindi che se non curiamo il suolo non possiamo vincere la sfida del clima?

Certo: sono tutti temi collegati tra loro. Perdere il suolo significa perdere la capacità di produrre cibo, oltre che non poter compensare in parte il cambiamento climatico. Ma il suolo è un fattore chiave, così come lo sono tante altre cause.

Quali azioni per il futuro pensa quindi siano più urgenti ed efficaci per contrastare il degrado del suolo?

La prima è proprio una funzione di comunicazione e di educazione. Se i cittadini non comprendono il valore del suolo, è ovvio che non si impegneranno nemmeno per ridurne il degrado. Sistema scolastico, governo e tutti gli istituti formativi dovrebbero iniziare una forte campagna di informazione. E poi è urgente una legge a tutela del suolo: la proposta di legge langue da troppo tempo in Parlamento (dal febbraio 2020 è ferma all’esame congiunto delle Commissioni Agricoltura e Ambiente del Senato, ndr). Evidentemente prevalgono altri interessi e a quanto pare nessuno la vuole varare, per fare in modo che da subito diventi efficace una effettiva difesa del suolo che ci rimane.

La Ue ha indicato la salute del suolo come obiettivo di una delle 5 mission avviate all’interno del programma Horizon Europe, il programma europeo per la ricerca e l’innovazione: questa scelta va nella direzione giusta? E sono realistici i target che propone (riportare entro il 2030 almeno il 75% dei suoli di ogni stato membro dell’UE in salute)?

Temo che siano dei semplici auspici. Abbiamo purtroppo visto che la legge per la difesa del suolo è fallita anche a livello europeo. Non è la prima volta che si tenta di far approvare dall’Europarlamento quella norma ma poi gli effetti non si vedono.

Un’ultima domanda sull’attualità stretta: ha suscitato molto dibattito la scelta del neopremier Mario Draghi di creare un ministero della Transizione ecologica, al posto del tradizionale ministero dell’Ambiente. Il suo perimetro di azione verrà ampliato, attribuendogli deleghe finora assegnate ad altri dicasteri. Come valuta questa scelta? Aiuterà a orientare le politiche pubbliche in favore di una maggiore sostenibilità delle attività produttive e di una riduzione degli impatti ambientali?

Nuovamente, sulla carta ci sono dei propositi, sulla realtà giudicheremo. Avverto soltanto che il ministro che è stato scelto è un tecnologo: all’interno della transizione ecologica non vedo mai le professionalità che dei problemi ambientali si occupano. Avrei visto bene un pedologo, ovvero un esperto di scienza dei suoli a capo di un dicastero del genere. Così come un climatologo o un biologo: insomma una figura che si occupa delle scienze del sistema Terra. Io non conosco l’attuale ministro, ho semplicemente letto il suo curriculum. Ma vedo che sostanzialmente è un tecnologo. Mi pare che si assuma un approccio diverso: non dalla parte dell’ambiente ma dalla parte di una tecnologia che voglia essere un po’ più rispettosa dell’ambiente. Le due cose sono però molto diverse. Di tecnologi e di “sviluppisti” ne abbiamo già abbastanza.

“Uniti per la salute dei suoli “. Alla scoperta della mission Ue

Boom di iscrizioni (oltre mille) all’incontro di mercoledì 24 febbraio organizzato dal Ministero dell’Università per presentare i dettagli della Mission Soil della Ue. Obiettivo: invertire la rotta di degrado e cattiva gestione che colpisce attualmente oltre il 60% dei suoli continentali

di Emanuele Isonio

 

Ascolta “Mission Soil: “Uniti per la salute dei suoli “” su Spreaker.

Fondamentale, eppure ancora sottovalutato. Vittima di un pericoloso degrado, ma tutt’oggi poco considerato nelle politiche pubbliche. La fonte dalla quale deriva il 95% del nostro cibo è in pericolo. Nonostante ciò, le azioni utili a invertire la rotta sono molto indietro rispetto a quelle che frenano l’inquinamento dell’aria o dell’acqua. I dati sulla salute del suolo italiano ed europeo sono decisamente preoccupanti: il 60-70% è compromesso a causa delle attuali pratiche di gestione, dell’inquinamento, dell’urbanizzazione e degli effetti del cambiamento climatico. Nell’Unione europea si contano quasi 3 milioni di potenziali siti contaminati (solo il 24% inventariato) con gravi rischi per la salute. Gli apporti di nutrienti nei terreni agricoli sono a livelli di rischio di eutrofizzazione di suolo e acque, con potenziali pesanti ripercussioni sulla biodiversità. I terreni coltivati perdono carbonio ad un tasso dello 0,5% all’anno.

Problemi urgenti che si legano a danni economici altrettanto ingenti: i costi associati al degrado del suolo nell’Unione europea superano infatti i 50 miliardi di euro all’anno. Non è un caso che la Ue abbia quindi deciso di varare una strategia ad hoc per tentare di invertire la rotta. Obiettivo: garantire che entro la fine dell’attuale decennio, il 75% dei suoli europei sia sano e in grado di fornire servizi ecosistemici essenziali come la fornitura di cibo e altra biomassa, sostenere la biodiversità, immagazzinare e regolare il flusso di acqua o mitigare gli effetti del cambiamento climatico. Il traguardo è naturalmente cruciale per il benessere dei cittadini europei dei prossimi decenni.

Il programma dell’incontro

Per presentare nel dettaglio la Mission Soil Health and Food, mercoledì prossimo il ministero dell’Università organizzerà un incontro online,”Caring for soil is caring for life”, in collaborazione con l’APRE, Agenzia per la Promozione della Ricerca europea (la partecipazione è gratuita, previa iscrizione all’evento). Quanto inizi a essere sentito il tema lo dimostra il vero boom di iscrizioni alla piattaforma per seguire l’incontro: oltre 1000.

Tra i relatori che interverranno: Marco Falzetti, direttore dell’APRE, Catia Bastioli, membro del Board della Mission Soil; Angelo Riccaboni, delegato italiano alla mission; Giuseppe Corti, presidente Società Italiana di Pedologia; Luca Mercalli, presidente Società Meteorologica Italiana; Debora Fino, presidente della Fondazione Re Soil; Ettore Prandini, presidente di Coldiretti Nazionale.

L’importanza di sensiblizzare cittadini e stakeholder

“Questo evento rappresenta un momento divulgativo estremamente importante per sensibilizzare la cittadinanza, le istituzioni, le associazioni, il mondo della ricerca, dell’industria e dell’agricoltura sull’importanza di definire, ora, azioni concrete e per co-creare opportunità di sviluppo che includano un suolo sano per la natura, le persone e il clima” commenta Catia Bastioli. “Creare consapevolezza, coinvolgere le comunità locali, favorire l’approccio della ricerca partecipata sono tra gli obiettivi principali della Mission Soil Health and Food, per fare in modo che un bene così prezioso e a rischio come il suolo non sia più dato per scontato”. Analisi condivisa dal neoministro dell’Università e Ricerca, Cristina Messa, che sottolinea il legame diretto tra la Mission Soil e il futuro del nostro Paese, a partire da sistemi agroalimentari più competitivi. “Per questi motivi – spiega Messa – il Programma Nazionale per la Ricerca supporterà lo sforzo della Missione europea, promuovendo le attività di ricerca e innovazione e favorendo la cooperazione tra ricerca, imprese, cittadini e istituzioni”.

Il fattore innovazioni tecnologiche

L’obiettivo che si è data la Ue è ovviamente molto ambizioso. Per centrarlo, sarà decisiva la stretta collaborazione a diversi livelli. “L’adozione di innovazioni tecnologiche, organizzative e sociali da parte delle nostre imprese agroalimentari e delle nostre comunità può dare un contributo fondamentale per affrontare i gravi problemi dei suoli italiani” spiega Angelo Riccaboni.

Cinque mission per l’Unione europea del futuro

La mission Soil Health and Food è solo una delle cinque che l’Unione europea ha recentemente varato e sono parte integrante del programma quadro Horizon Europe a partire da quest’anno: impegni per risolvere alcune delle più grandi sfide che il nostro mondo deve affrontare e che saranno al centro del processo di trasformazione, e di ripresa, che è in corso in tutta Europa.Oltre a garantire la salute del suolo e il cibo, si pongono l’obiettivo di combattere il cancro, adattarsi ai cambiamenti climatici, proteggere gli oceani e vivere in città più verdi.

Le missioni contribuiranno in modo decisivo agli obiettivi del Green Deal europeo e agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Ognuna di esse opererà come un portafoglio di azioni – come progetti di ricerca, misure politiche o anche iniziative legislative – per raggiungere un obiettivo misurabile che non potrebbe essere raggiunto attraverso azioni individuali.

A Bruxelles nasce una rete per rafforzare la bioeconomia circolare

Prende il via la European Circular Bioeconomy Policy Initiative: una rete di enti di ricerca e aziende per stimolare la bioeconomia circolare e rafforzare gli sbocchi di mercato dei materiali biobased. Martedì 23 febbraio la presentazione ufficiale del manifesto

di Emanuele Isonio

 

Ascolta “A Bruxelles nasce la rete per la bioeconomia circolare” su Spreaker.

“Lavorare sulle politiche nel contesto europeo per promuovere la bioeconomia circolare”. Il Recovery Plan, l’esigenza di uscire rafforzati dalla crisi economica post-Covid, l’importanza di raggiungere i target climatici previsti dall’Unione europea rappresentano un’occasione forse irripetibile per rafforzare i comparti produttivi a minore impatto ambientale. Eppure, molto rimane da fare per non perdere la sfida di produrre meglio, di più e con meno risorse. Per questo, a Bruxelles nascerà una rete di enti di ricerca, università, aziende “illuminate”: la European Circular Bioeconomy Policy Initiative (ECBPI).

Produrre di più con meno

La presentazione ufficiale avverrà in un incontro (ovviamente virtuale, visti i tempi…) in programma martedì prossimo, 23 febbraio (la partecipazione è libera, previa iscrizione). “La nostra missione è per il progresso dell’economia europea, la rigenerazione del nostro ambiente, la sostenibilità della nostra agricoltura, lo sviluppo della ricerca scientifica e la salute dei nostri cittadini. Crediamo che le opportunità e le sfide che dobbiamo affrontare in Europa per una prosperità continua siano intrinsecamente legate alla crescita di una bioeconomia circolare rigenerativa” spiega a Re Soil Foundation Roberto Ferrigno, partner of the ECBPI. “In questa visione vediamo che i materiali e l’energia derivati ​​da rifiuti organici e sottoprodotti agricoli, da risorse rinnovabili, coltivate in modo sostenibile, a base biologica che completano la produzione alimentare, vengono restituiti al suolo attraverso la gestione sistemica. Solo in questo modo possiamo migliorare e garantire la vitalità a lungo termine del produzione agricola in Europa”.

La mission della nuova rete sarà messa nero su bianco in un manifesto che verrà illustrato durante l’incontro. Al centro, ci sarà comunque l’esigenza di tutelare e migliorare la qualità del suolo europeo: “esso – prosegue Ferrigno – ci fornisce il 95% del cibo: il suo continuo sfruttamento non è sostenibile e sta causando erosione e declino della qualità. La rigenerazione dei suoli e il miglioramento della biodiversità del nostro capitale naturale attraverso una gestione ricostituente e circolare dell’energia e dei materiali, sono essenziali per invertire la tendenza al peggioramento della qualità ecologica”.

Bioeconomia, un potenziale di sviluppo enorme

Per fare questo, lo sviluppo della bioeconomia circolare è essenziale. Le opportunità di crescita sono enormi. “La bioeconomia – calcolava già la Commissione europea nel 2018 – ha il potenziale di creare un milione di nuovi posti di lavoro “verdi” entro il 2030. Già ora comprende l’agricoltura, la silvicoltura, la pesca, la produzione alimentare, la bioenergia e i bioprodotti e, con un fatturato annuo indicativo di 2mila miliardi di euro, dà lavoro a circa 18 milioni di persone. È anche un settore cruciale per stimolare la crescita nelle zone rurali e in quelle costiere”.

L’urgenza di strumenti legislativi in favore del suolo

Tuttavia le politiche attuali a livello, sia a livello comunitario sia fra i singoli Stati membri, non sono chiare. Ancora non esistono ad esempio strumenti legislativi che riconoscano il contributo che la bioeconomia può offrire in termini di chiusura del ciclo circolare suolo-suolo. “Questo – precisa Ferrigno – soprattutto in relazione al fine vita dei materiali, dove è fondamentale la rigenerazione della qualità del suolo. La nostra iniziativa vuole quindi lavorare in tal senso. E per farlo, punta a coinvolgere tutte le associazioni, le industrie e i gruppi politici che condividono le nostre preoccupazioni e i nostri obiettivi”.

“Ecco le tecnologie che possono aiutarci a vincere la sfida del suolo sano”

Debora Fino, presidente di Re Soil Foundation: l’importanza di avere un suolo in salute è ancora troppo sottovalutata. Le competenze dei tecnici possono ispirare politiche lungimiranti che contrastino degrado e desertificazione

di Emanuele Isonio

 

“Abbiamo imparato nei decenni a prenderci cura dell’aria e dell’acqua con precise norme e tecnologie che prevengono e abbattono l’inquinamento. Per il suolo molta strada deve essere percorsa, specialmente dal punto di vista normativo”. Debora Fino è una docente (di ingegneria chimica) del Politecnico di Torino. Il suo ateneo, insieme all’università di Bologna, a Coldiretti e a Novamont hanno creato da qualche mese la Re Soil Foundation. E proprio lei, da pochi giorni, è stata scelta per guidarla.

Professoressa Fino, perché avete deciso di creare una Fondazione per il Suolo?

Re-Soil Foundation nasce per fornire al legislatore un supporto competente per impostare politiche di tutela della fertilità dei nostri suoli, per preservarla. Questo comporta necessariamente che parte del carbonio che “ricicliamo”, dai rifiuti organici e dallo stesso sequestro e riconversione della CO2 dall’atmosfera, deve essere resistuito ai terreni, pena il loro degrado. Tale degrado in questo frangente storico è accelerato dai cambiamenti climatici che portano desertificazione.

La Ue ha inserito proprio il suolo tra le 5 mission incluse nel programma Horizon Europe. La Fondazione Re Soil come declinerà gli obiettivi di questa missione a livello italiano?

La Fondazione certamente potrà svolgere un ruolo di catalizzatore per quelle competenze italiane che sono in grado di sviluppare nuove tecnologie per la tutela dei suoli in risposta alle future call europee del Green New Deal. Allo stesso modo potranno essere valorizzati molti siti di grande interesse nel nostro Paese come teatri di sperimentazione di queste tecnologie. Pensiamo ad esempio al contrasto della desertificazione in aree come la Sicilia, oppure al continuo miglioramento della qualità dei suoli in zone di produzioni agroalimentari di grande qualità.

Avere un suolo “qualificato” su concrete basi scientifiche potrà diventare un plus sotto il profilo commerciale.

Per riuscirci, pensa che sia necessaria un’attività di sensibilizzazione sul suolo per indirizzare le politiche più corrette? E a quali livelli?

I livelli sono molteplici. Dal ministero dell’Agricoltura al neonato ministero della Transizione ecologica, a quelle locali promosse dalle Regioni. Oggi la percezione di quella che è l’importanza di un suolo per la produzione in qualità di un prodotto è scarsa. Ancora minore è la consapevolezza del fatto che se un suolo viene trascurato, negli anni si deteriora irreversibilmente. Occorre previdenza e lungimiranza che proprio una azione pre-normativa illuminata può ispirare a chi è tenuto a legiferare e stabilire politiche di indirizzo.

Quanto è sviluppata, in base alla sua percezione, la sensibilità sull’importanza del tema suolo tra opinione pubblica, stakeholder e amministratori pubblici?

Come le dicevo, molto meno di quanto oramai abbiamo capito l’importanza della tutela dell’aria che respiriamo e dell’acqua che beviamo. Forse perché in questi casi c’è una diretta correlazione tra la nostra salute e quella di questi fondamentali contesti. Nelle città più inquinate si stimano in svariate migliaia i morti legati all’inquinamento dell’aria. In questo campo norme precise hanno portato o stanno portando a veri e propri cambi di paradigma nella società: pensiamo alla mobilità sostenibile o all’uso di fonti energetiche rinnovabili.

Al di là del suo nuovo ruolo nella Re Soil Foundation lei è soprattutto una docente del Politecnico di Torino: la tecnologia può dare una mano per combattere la battaglia in favore del suolo?

Certamente, la tecnologia oggigiorno è sempre fondamentale. In questo settore amo definirla un acceleratore degli effetti di meccanismi naturali. Certamente lo sviluppo di bioplastiche che combinino ottime resistenze meccaniche a biodegradabilità in condizioni ambiente potrà essere di grande utilità. Questo favorirebbe la produzione di compost (ammendante agricolo ottenuto con processi biotecnologici da rifiuti organici) di grande qualità. D’altra parte i rifiuti organici o gli sfalci agricoli possono essere trattati termo-chimicamente così da generare al contempo combustibili rinnovabili e un residuo solido a base di carbone (noto come biochar) che può essere indirizzato ad uso di integratore della composizione dei suoli. Come sempre le tecnologie possono proporre svariati approcci che nei diversi contesti portano a scelte applicative diverse.

Quali sono le tecnologie più promettenti ed efficaci per recuperare la capacità di assorbimento della CO2 dei suoli?

Innanzitutto la fotosintesi è il meccanismo principe con cui la natura cattura questa molecola per convertirla in materia organica, che poi, almeno in quota parte deve essere lasciata nei suoli. D’altra parte, si può intervenire con molte tecnologie (chimiche, elettrochimiche, biologiche e non solo) per catturare e convertire l’anidride carbonica da fumi di combustione o altre correnti concentrate. Un libro che consiglio come lettura su questo tema è “Chimica Verde 2.0: Impariamo dalla natura come combattere il riscaldamento globale” di Guido Saracco edito da Zanichelli. Tratta delle tecnologie che sono sviluppate dalla sede torinese dell’Istituto Italiano di Tecnologia, un’eccellenza nel settore.

Come è messa l’Italia quanto a ricerche di tecnologie applicate al benessere dei suoli?

Se è vero che, dati ISPRA alla mano, il nostro Paese vede un quarto dei suoi suoli in degrado, è altresì vero che le risorse e le azioni intraprese per combattere attivamente questa minaccia sono nettamente in crescita. Negli ultimi due anni, l’Italia insieme a Portogallo, Ucraina e Turchia ha ricoperto il ruolo di pioniere nell’implementazione efficace delle Linee Guida Volontarie per la Gestione Sostenibile del Suolo (VGSSM) approvate e promosse dalla FAO nel 2016. Questo si è riflesso non solo ispirando iniziative proposte dai policymakers a livello nazionale e regionale, ma anche rendendo il nostro paese scenario di numerosissimi progetti.

I dati parlano chiaro: la branca inerente alla sostenibilità e la produttività dell’agricoltura dell’European Innovation Partnership (EIP-AGRI) riporta che sono stati più di 450 i finanziamenti in Italia in campo agricolo e selvicolturale finalizzati alla ricerca tecnologica ed alla creazione di gruppi operativi. Il networking fra di essi costituisce indubbiamente un elemento cardine per portare soluzioni efficaci. In parallelo, anche i programmi Life sponsorizzati dalla Commissione europea sono una strepitosa occasione per portare contributi significativi sul miglioramento della salute del suolo.

Ci sono best practice particolarmente significative?

Cito due esempi illustri “Made in Italy”: il primo è soil4life, un programma attualmente in corso finalizzato a introdurre attivamente le linee guida sopracitate per l’uso sostenibile del suolo. Il secondo è Life HelpSoil, un piano già concluso con successo, finalizzato all’applicazione dell’agricoltura conservativa. I suoi principi, basati su rotazione delle colture e lavorazioni minime del terreno, sono sicuramente un’ottima proposta di “best practice” per il futuro.

Clima e demografia. La guerra per il suolo sconvolge la Nigeria

Il degrado del terreno minaccia la Nigeria creando le condizioni per un sanguinoso conflitto tra pastori e agricoltori. Con il land grabbing sullo sfondo

di Matteo Cavallito

 

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Uno scontro per la sopravvivenza, una guerra tra poveri, un conflitto religioso: accade in Nigeria sotto il peso di molti elementi diversi. Agricoltori contro pastori, contrapposizione alimentata da una crescente scarsità di risorse. La ricerca di spazio vitale diventa spasmodica mentre l’incremento demografico e l’espansione dell’allevamento creano le condizioni per il progressivo degrado del suolo. Il bilancio? Più di 3.600 morti secondo Amnesty International anche se la cifra dovrà essere certamente aggiornata al rialzo visto che il conteggio, avviato nel gennaio 2016, si ferma all’ottobre 2018. Una tragedia, insomma, alla quale il governo centrale non sembra in grado di porre rimedio. Ma anche un monito. Perché quel che accade nel più grande Paese dell’Africa potrebbe ripetersi altrove sotto il peso del principale fattore di crisi: il cambiamento climatico, ovviamente.

Il suolo della Nigeria è sempre più arido

“Le stagioni secche si stanno allungando, quelle piovose si accorciano” ha spiegato di recente Robert Muggah, politologo canadese e noto esperto di conflitti al Financial Times. Il risultato è che i pastori dell’etnia Fulani, prevalentemente musulmani, sono stati indotti a dirigersi sempre più a sud alla ricerca di terra risparmiata dalla siccità scontrandosi con gli agricoltori, in buona parte cristiani. Morale: la contrapposizione religiosa ha agito come benzina sul fuoco alimentando una tensione generata in primo luogo dagli effetti del riscaldamento globale. “Negli ultimi due decenni, la crisi climatica ha contribuito ad alterare il vecchio ordine basato su accordi amichevoli trasformando quest’ultimo in uno scontro segnato da saccheggi, incursioni, furto di bestiame e uccisioni premeditateha scritto il Guardian.

In un continente chiamato a rigenerare 8 milioni di ettari all’anno da qui al 2030 per contrastare la desertificazione, la Nigeria vive un persistente problema di degrado. Nel primo decennio del secolo, nota un rapporto ONU del 2018, il Paese ha perso quasi mezzo milione di ettari di foreste con inevitabili ricadute in termini di stoccaggio della CO2 e un conseguente aumento – 1,3 milioni di tonnellate in più – delle emissioni nell’atmosfera.

Il fattore demografico

A tutto questo contribuiscono i numeri dell’espansione demografica. La popolazione nigeriana cresce a ritmo sostenuto da anni e viaggia attualmente a quota 200 milioni. A questo ritmo, si stima, il numero degli abitanti potrebbe raddoppiare entro la metà del secolo. Ad aumentare però è anche il bestiame che oggi, rileva ancora il Guardian, ammonta a 20 milioni di capi contro i 9,2 del 1981. La ricerca di terreno da destinare al pascolo impatta inevitabilmente sul suolo secondo una dinamica ben nota che si accompagna allo sviluppo del settore dell’allevamento. Nell’affare, prosegue il Guardian, sarebbe entrato anche il gruppo terroristico Boko Haram, accusato di finanziare le sue operazioni anche attraverso il furto e la successiva rivendita di esemplari d’allevamento.

Rischio land grabbing

Il governo federale ha provato a risolvere la questione proponendo l’istituzione di colonie ad hoc destinate al pascolo. Un’ipotesi che incontra tuttora molte resistenze di fronte al timore che gli allevatori possano approfittare della situazione per accaparrarsi la terra in via definitiva secondo la celebre logica del land grabbing. Il rischio di un’esasperazione della crisi con gravi effetti diffusi resta insomma più vivo che mai. Un monito implicito per tutti quei Paesi, dall’Africa al Sudamerica in particolare, che vivono quel conflitto permanente tra agricoltura e allevamento intensivo. Pagando un prezzo enorme in termini di deforestazione. E non solo.