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Il land grabbing si fa digitale. Sudamerica sotto attacco

Nella regione il sistema digitale di registrazione della proprietà favorisce l’accaparramento della terra a danno delle comunità indigene

di Matteo Cavallito

Ascolta “Land grabbing digitale: Sudamerica sotto attacco” su Spreaker.

Le comunità indigene sudamericane sono chiamate a fronteggiare una crescente minaccia: la diffusione del land grabbing digitale. Il fenomeno dell’accaparramento delle terre da parte dei grandi gruppi di mercato non è certo una novità. Ma l’applicazione di una discussa tecnologia di misurazione e registrazione dei diritti di proprietà starebbe favorendo sempre di più gli interessi di una ristretta cerchia di gruppi finanziari e imprenditoriali. Lo ha denunciato, in particolare, l’organizzazione non profit spagnola Grain in un rapporto diffuso in questi mesi.

«Un autentico land grabbing digitale»

Tutto ruota attorno al georeferencing, o georeferenziazione, una tecnica di elaborazione delle mappe digitali ampiamente nota (per capirci: parliamo del sistema alla base delle immagini satellitari associato alla tecnologia GPS) e che negli ultimi anni è stata impiegata sempre di più nel censimento a scopo commerciale da parte dei grandi gruppi privati. Il problema, sostiene il rapporto di Grain, è che alle operazioni non seguirebbero adeguate verifiche sul campo da parte di autorità indipendenti. In questo modo il sistema finirebbe per «convalidare il processo storico di accaparramento dei terreni» realizzando, secondo la Ong spagnola «un autentico land grabbing digitale».

Le aree oggetto di studio nella ricerca di Grain. Immagine: Grain, “Digital fences: the financial enclosure of farmlands in South America” in https://grain.org/e/6529

Le aree oggetto di studio nella ricerca di Grain. Immagine: Grain, “Digital fences: the financial enclosure of farmlands in South America” in https://grain.org/e/6529

Il sistema è troppo sbilanciato

L’indagine si è concentrata sulle cinque principali aree di espansione agricola del Sudamerica. La lista comprende le regioni di Orinoquia (Colombia), Matopiba (Brasile) Chiquitania (Bolivia), Chaco Seco (Paraguay) e il Chaco (Argentina). Qui, precisa il rapporto, le terre considerate libere sarebbero tipicamente attribuite a coloro che per primi accedono ai sistemi digitali di registrazione. Con tutte le inevitabili conseguenze del caso. Caratterizzate da un accesso scarso o addirittura nullo alla tecnologia digitale, le comunità indigene finirebbero, di fatto, per essere escluse in partenza dal processo di attribuzione dei territori.

Le responsabilità della Banca Mondiale

Il fenomeno, nota qualcuno, sembrerebbe aver tratto ulteriore spinta dalle difficoltà endemiche sperimentate dai governi locali nella definizione dei diritti di proprietà sulle terre. La georeferenziazione, infatti, si sarebbe fatta largo inizialmente proprio con l’obiettivo di intervenire su un problema storicamente irrisolto. Ad assumere l’impegno è stata anche la Banca Mondiale che solo in Brasile ha finanziato con oltre 45 milioni di dollari lo sviluppo tecnologico del catasto rurale.

La Banca Mondiale ha finanziato con oltre 45 milioni di dollari il contestato processo di sviluppo tecnologico del catasto rurale. Foto: Grant Ellis /World Bank Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)

La Banca Mondiale ha finanziato con oltre 45 milioni di dollari il contestato processo di sviluppo tecnologico del catasto rurale. Foto: Grant Ellis /World Bank Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)

Multinazionali e grande finanza

Il risultato è stata la progressiva espulsione delle comunità originarie e la crescente concentrazione della proprietà. Nella regione colombiana di Orinoquia l’estensione media del suolo in mano a un unico titolare raggiunge i 10mila ettari. Oltre un terzo delle terre rurali argentine, sostiene ancora lo studio, è composta da lotti che oscillano tra i 10 e i 20mila ettari mentre il 40% del territorio fertile del Paraguay è diviso tra soli 600 proprietari.

Nel territorio del Cerrado, in Brasile, si possono addirittura osservare singole porzioni di suolo dedicate alla coltura della soia con un’estensione di oltre 10mila chilometri quadrati ciascuna.

A dominare la scena sono soprattutto le grandi multinazionali del cibo così come i fondi di investimento. Il piatto, d’altra parte, è ricchissimo: secondo le stime diffuse alcuni anni fa alla Fao, il mondo ospita territori fertili non ancora sfruttati per circa 1,4 miliardi ettari o 14 milioni di km2. Un’area complessiva grande quanto l’Antartide.

Land grabbing: una minaccia grande due volte l’Italia

Negli anni i grandi investitori si sono accaparrati quasi 800mila chilometri quadrati di terreni sottraendoli alle comunità locali. Le conseguenze? Degrado del suolo, cambiamento climatico e pandemie

di Matteo Cavallito

 
Ascolta “I padroni della terra” su Spreaker.

Nel corso degli anni gli operatori di mercato hanno acquisito il controllo di 79 milioni di ettari di terra fertile nel mondo. Lo ha rivelato il Terzo Rapporto “I padroni della Terra” realizzato dalla Ong FOCSIV. Ad oggi, in altre parole, grandi investitori, società finanziarie e multinazionali controllerebbero un’area di terreno vitale di circa 800 mila km2. Ovvero: un’estensione pari a due volte e mezzo quella dell’Italia con conseguenze ormai conclamate, si legge nello studio, «a danno delle comunità di contadini locali e dei popoli indigeni, nel quadro della competizione globale per le risorse naturali del Pianeta».

La minaccia del land grabbing

È il fenomeno del land grabbing, espressione ormai di uso comune con cui si indica la grande corsa all’accaparramento della terra. L’operazione è notoriamente redditizia, a fronte delle molteplici opportunità economiche: monoculture per l’alimentazione umana e animale, biocarburanti, estrazione mineraria, progetti industriali e turistici, urbanizzazione e ogni altra iniziativa che implica il disboscamento. Il filo conduttore è il carattere non sostenibile dei progetti che impattano sulle popolazioni indigene causandone la migrazione forzata. Ma le conseguenze non si esauriscono qui.

A patire gli effetti di queste operazioni, infatti, è anche la terra, soggetta inevitabilmente a un progressivo degrado. La conquista dei territori si traduce in particolare in una perdita della biodiversità e in un contributo aggiuntivo al cambiamento climatico. Due fattori – precisa il rapporto – che favoriscono la diffusione delle pandemie, inclusa ovviamente quella in atto.

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Perù, Russia e Repubblica Democratica del Congo i Paesi più colpiti

L’indagine alla base del rapporto è realizzata elaborando le informazioni contenute nella banca dati di Land Matrix, un’iniziativa globale di monitoraggio del fenomeno lanciata nel 2009. A marzo 2020, i 79 milioni di ettari in mano a grandi imprese, società finanziarie e Stati coinvolti nelle medesime operazioni sono coperti da circa 2.100 contratti. Solo nell’ultimo anno la dimensione di questi ultimi è aumentata di 8 milioni di ettari, un segnale della crescita del fenomeno. In cima alla classifica dei grandi Paesi investitori si collocano Cina, Stati Uniti, Regno Unito, Svizzera, Canada e Russia. I soggetti di queste nazioni, precisa il rapporto, gestiscono da soli più di 60 milioni di ettari.

Oltre la metà dei terreni controllati (più di 50 milioni di ettari) si concentra in soli cinque Paesi: Perù, la stessa Russia, Repubblica Democratica del Congo, Ucraina e Brasile. Alcune nazioni, precisa l’indagine, «sono contemporaneamente investitori e target» dal momento che molti contratti sono riconducibili a imprese locali.

La Cina svetta nella classifica dei maggiori investitori del suolo. Fonte: Land Matrix in FOCSIV, “I Padroni della Terra. Rapporto sull’accaparramento della terra 2020”.

La Cina svetta nella classifica dei maggiori investitori del suolo. Fonte: Land Matrix in FOCSIV, “I Padroni della Terra. Rapporto sull’accaparramento della terra 2020”.

«Nuove regole per fermare il land grabbing»

Per contrastare questo fenomeno, sostiene dunque FOCSIV, diventa quindi necessario promuovere una cooperazione internazionale caratterizzata da «nuove regole per fermare l’accaparramento delle terre». Le raccomandazioni dell’organizzazione, in particolare, includono il sostegno alle lotte dei popoli indigeni, l’accelerazione dei negoziati sul Trattato ONU relativo a diritti umani e imprese, un maggiore impegno da parte degli Stati nella riduzione delle emissioni e l’introduzione nei trattati commerciali di clausole vincolanti per il diritto alla terra delle comunità locali.