14 Novembre 2023

Madagascar, istanza contro una multinazionale italiana per landgrabbing

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In Madagascar, le zone a pascolo sono utilizzate per l’allevamento estensivo dello zebù, il pilastro dell’economia della regione. FOTO: Elle Leontiev, Unsplash

Diverse associazioni, tra cui Action Aid, hanno denunciato la multinazionale italiana Tozzi Green Jtf per l’accaparramento illecito di terreni in Madagascar per le sue attività agro-industriali. Almeno 100mila gli abitanti e gli allevatori danneggiati. L’ennesima prova dell’importanza di una direttiva europea sulla due diligence

di Tosca Ballerini*

 

L’altopiano di Ihorombe, nel Madagascar centro-meridionale, è una vasta distesa di colline e prati bassi a un’altitudine compresa tra 300 e 600 metri. Così come nel resto del Paese, le zone a pascolo sono utilizzate per l’allevamento estensivo dello zebù, “il pilastro dell’economia della regione” secondo il CREAM (Centre de Recherches, d’Études et d’appui à l’analyse economique à Madagascar).

L’altra fonte di sostentamento delle popolazioni locali, in una delle zone a maggiore insicurezza alimentare del mondo, è l’agricoltura su piccola scala, principalmente riso, caratterizzata dall’uso di piccoli attrezzi e tecniche tradizionali con cui la grande maggioranza degli agricoltori della regione (circa il 93%) coltiva la propria terra.

Tozzi Green JTF in Madagascar

Con due contratti della durata di 30 anni con lo stato malgascio, la multinazionale italiana Tozzi Green ha preso in affitto tramite la sua filiale JTF Madagascar (Jatropha Technology Farm Madagascar) 7.000 ettari nel 2012 e 4.000 ettari nel 2018 su terreni che fino ad allora erano destinati, secondo i diritti fondiari consuetudinari, al pascolo degli zebù.

Qui, la multinazionale ha impiantato prima una monocultura di jatropha per la produzione di biocarburanti e in seguito al fallimento di questo progetto una monocultura di mais destinato all’alimentazione di pollame e una di geranio per la produzione di olii essenziali, destinati all’esportazione. Per finanziare queste attività, Tozzi Green JFT ha beneficiato dal 2019 di prestiti di 7,5 milioni di euro accordati da due banche per lo sviluppo detenute dagli Stati, la finlandese FINNFUND e la belga BIO.

Accuse e proteste della popolazione locale

“Gli abitanti della regione conoscono una insicurezza alimentare a causa del cambiamento climatico. E tuttavia l’accaparramento di terra e le attività di monocultura a grande scala di Tozzi Green violano i diritti umani delle popolazioni locali e aggravano questa situazione”, denuncia la rappresentante del Collettivo TANY, basato in Madagascar. Le comunità locali protestano contro le concessioni dei terreni da parte dello Stato alla multinazionale e in particolare contro la mancanza di partecipazione, d’informazione e di indennizzazione adeguate al momento dell’impianto delle monoculture, che hanno avuto “impatti molto negativi sul piano economico e sociale”.

“L’agricoltura ha subito danni perché l’azienda ha deviato i corsi d’acqua; gli zebù sono magri perché i pascoli sono stati ridotti; Tozzi Green aveva proposto dei posti di lavoro, ma ce ne sono stati pochi; le promesse fatte per iscritto non sono state rispettate”, denunciano gli abitanti della regione di Ihorombe.

Zebù e popolazione locale in Madagascar. FOTO: Sitraka Mamy Tantely Andriamialijaona, Unsplash

Zebù e popolazione locale in Madagascar. FOTO: Sitraka Mamy Tantely Andriamialijaona, Unsplash

L’istanza per landgrabbing in Madagascar contro Tozzi Green JTF

Assieme all’associazione malgascia BIMTT e ad Action Aid Italia, il collettivo TANY ha presentato il 13 ottobre 2023 una istanza contro Tozzi Green JTF per le sue attività agro-industriali presso il punto focale dell’OCSE in Italia, Paese dove si trova la sede della multinazionale. Per agire contro Tozzi Green JTF, il collettivo TANY ha ricevuto il mandato da parte di tre organizzazioni contadine, per un totale di almeno 10omila abitanti che sarebbero stati impattati dalle attività di agro-business della multinazionale.

“Alcuni anni fa i Paesi dell’OCSE hanno approvato delle linee guida rivolte alle imprese che indicano cosa dovrebbero fare per rispettare i diritti umani e l’ambiente e porre in essere due diligence accurata per prevenire gli impatti negativi delle loro attività. Non sono norme giuridiche, ma raccomandazioni. Queste linee guida prevedono l’istituzione di punti di contatto nazionali che funzionano come una sorta di organismo di controllo che può ricevere le istanze della società civile e se lo ritiene opportuno far partire tavolo di confronto tra le parti (società civile e la multinazionale accusata) per risolvere i problemi denunciati”, spiega a Materia Rinnovabile Luca Saltalamacchia, avvocato che ha presentato l’istanza a nome delle tre ONG.

I principali Paesi investitori e Paesi target del fenomeno del land grabbing mondiale. FONTE: Rapporto Padroni della Terra FOCSIV 2022

I principali Paesi investitori e Paesi target del fenomeno del land grabbing mondiale. FONTE: Rapporto Padroni della Terra FOCSIV 2022

Il concetto di proprietà e un vuoto legislativo

Saltalamacchia spiega che benché il punto di contatto non sia un tribunale, è comunque un organismo che ha una importanza rilevante: “Se l’azienda si rifiuta di collaborare o di accettare proposte della società civile, il punto di contatto deve pubblicare un rapporto completo che dopo avrà un impatto forte sulla reputazione della multinazionale. Come giurista ritengo che il land grabbing di Tozzi Green rappresenti violazione di diversi diritti fondamentali delle popolazioni locali”.

L’avvocato, esperto in diritti umani, clima e ambiente, spiega che un problema generale in molti Paesi del mondo abitati da popolazioni locali indigene è il concetto di proprietà, che è un concetto occidentale. Le popolazioni locali che vivono in terre ancestrali da secoli si basano sul diritto consuetudinario che riconosce che sono i titolari del terreno, ma spesso questo diritto non è riconosciuto dal diritto civile. Molto spesso le terre che sono considerate come “collettive” dalle popolazioni locali, risultano di proprietà di nessuno secondo il catasto e le normative civiliste, ma non è vero che non sono di nessuno.

I problemi giuridici

Rajoelisolo Kotondrajaona, presidente di BIMTT denuncia: “Il sistema giuridico installato dai coloni non è per la sicurezza dei malgasci, ma per fare la colonizzazione. Consente agli stranieri di installarsi facilmente e favorisce anche la corruzione. Il nostro sistema giuridico fondiario non ci protegge, e di questo approfittano per utilizzare la nostra terra”. Nel caso della regione di Ihorombe e dei terreni concessi a Tozzi Green JFT, lo Stato si sarebbe definito proprietario dei terreni che ha poi affittato alla multinazionale non tenendo in conto il diritto consuetudinario.

“Il sistema dell’affitto è una sorta di vendita mascherata dei terreni”, denuncia Kotondrajaona. La rappresentante del Collettivo TANY spiega che una nuova legge permette alle società straniere di avere dei contratti di locazione di una durata fino a 90 anni. Secondo tale legge “la sola ragione per la quale un contratto potrebbe non essere rinnovato è se non viene pagata una piccola tassa amministrativa che rappresenta una cifra irrisoria per le aziende”.

La direttiva europea sulla due diligence

Saltalamacchia spiega che ci sono norme internazionali che dovrebbero imporre agli Stati di riconoscere e proteggere i diritti umani, ma queste valgono per gli Stati, mentre per le imprese private “c’è un vuoto legislativo molto largo”. Questo potrebbe essere colmato, almeno in parte, con l’approvazione della direttiva europea sulla due diligence (Corporate Sustainability Due Diligence Directive, CSDDD).

“Come Action Aid Italia lavoriamo in tantissimi paesi dove c’è il land grabbing. Le linee guida OCSE sono un ottimo strumento ma purtroppo poco efficace perché́ non vincolanti. Il caso Tozzi Green è per noi anche una maniera per portare ulteriori contributi alla causa della due diligence per una legislazione efficace”, dice a Materia Rinnovabile Cristiano Maugeri, esperto di Action Aid Italia. “Con la Direttiva sulla due diligence si chiede alle multinazionali di dotarsi di strumenti che consentono di vedere dove ci sono rischi per i diritti umani e ambientali, questo permetterebbe di passare da una raccomandazione a uno strumento giuridico vero e proprio per valutare i rischi e contrastarli”.

L’onere della prova

La proposta di direttiva della Commissione europea è allo studio dell’Europarlamento e del Consiglio dei Ministri e dovrebbe passare alla fase del trilogo a inizio novembre. Secondo Maugeri, nei passaggi all’Europarlamento e al Consiglio ci sono due elementi chiave che “destano preoccupazione”. Il primo è l’asimmetria nell’accesso alla giustizia: “In alcuni passaggi si è persa la possibilità di invertire l’onere della prova”, ovvero, secondo gli emendamenti introdotti all’Europarlamento, sta alla società civile di dimostrare di avere subito un danno, invece che essere la multinazionale che deve dimostrare di non averne fatti.

L’esperto spiega che è molto difficile per una comunità mettere in piedi un processo e portare a giudizio un’azienda. “Per questo motivo il mondo della società civile chiede che venga ripristinata la possibilità di invertire l’onere della prova. A questo fine come Action Aid Italia conduciamo la campagna italiana Impresa 2030 e partecipiamo alla campagna europea Justice is everybody’s businnes“.

La questione del settore finanziario

Il secondo elemento è la possibile esclusione del settore finanziario dal campo di applicazione della direttiva. “Questa è una posizione prevalentemente francese, a cui molti governi si stanno allineando, tra cui l’Italia, che dice che non è necessario includere gli organismi finanziari nell’ambito di applicazione della direttiva”, spiega a Materia Rinnovabile Maugeri, ricordando invece il grande impatto delle attività finanziare, sia da parte di banche pubbliche che private, nell’indirizzare investimenti che rispettino o meno i diritti umani e l’ambiente.

Le linee guida dell’OCSE prevedono che entro tre mesi il punto di contatto debba emettere il provvedimento di valutazione iniziale e entro un anno chiudere l’intera procedura. Saltalamacchia spiega che il punto di contatto nazionale italiano, presso il Ministero dello sviluppo economico, lavora con tempi più dilatati e che quindi una valutazione iniziale dovrebbe arrivare nel giro di cinque o sei mesi.

* L’articolo originale è stato pubblicato su Renewable Matter.