19 Ottobre 2022

Il cambiamento climatico rende la siccità 20 volte più probabile

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L’indagine del World Weather Attribution (WWA): il clima favorisce la siccità soprattutto negli strati non superficiali del suolo. Esacerbando la crisi alimentare ed economica

di Matteo Cavallito

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La siccità che ha colpito l’Europa nei mesi scorsi? Tutt’altro che una sorpresa. Lo sostiene un’équipe di ricercatori che, in uno studio diffuso nelle ultime settimane, ha evidenziato il ruolo decisivo assunto dal riscaldamento globale. “La crisi climatica aveva reso almeno 20 volte più probabile la siccità record che ha colpito l’emisfero settentrionale quest’estate”, ha scritto il quotidiano britannico Guardian. “Senza il riscaldamento globale causato dall’uomo, l’evento avrebbe potuto essere previsto solo una volta ogni quattro secoli”.

Il fenomeno, rilevano i ricercatori del World Weather Attribution (WWA), un gruppo di scienziati formatosi per studiare l’incidenza degli eventi estremi, ha impattato in particolare sulle condizioni del suolo finendo per esacerbare una crisi più ampia in campo alimentare ed economico.

La sicurezza alimentare in pericolo

“Carenza d’acqua, incendi estesi, prezzi elevati dei prodotti alimentari e gravi perdite di raccolto sono stati tra gli impatti più importanti di una delle estati europee più calde mai registrate, con ondate di calore e precipitazioni eccezionalmente scarse in tutto l’emisfero settentrionale”, spiegano gli autori. Il risultato è stato il forte deficit idrico dei terreni che “ha portato a raccolti scarsi nelle regioni colpite facendo aumentare il rischio di incendi e minacciando, in collaborazione i con prezzi del cibo già molto alti , la sicurezza alimentare in tutto il mondo”.

Il tema è tristemente attuale. “Dopo essere rimasta sostanzialmente invariata nei primi anni successivi al 2015”, ha ricordato di recente la FAO, “la diffusione della denutrizione nel mondo è balzata dall’8% al 9,3% dal 2019 al 2020 e ha raggiunto il 9,8% nel 2021. Lo scorso anno “il numero di persone che hanno patito la fame è compreso tra 702 e 828 milioni. Con un aumento di circa 150 milioni dallo scoppio della pandemia”.

Siccità fino a 20 volte più probabile

L’indagine, che ha coinvolto studiosi provenienti da diversi atenei di Regno Unito, Svizzera, India, Olanda, Francia e Stati Uniti, ha permesso di stimare il contributo del cambiamento climatico in termini di aumento dell’incidenza della siccità del terreno nelle diverse aree coinvolte.

“Combinando tutte le prove – spiegano i ricercatori – abbiamo riscontrato che nell’Europa centro-occidentale il cambiamento climatico indotto dall’uomo ha reso la carenza di umidità del suolo nella zona delle radici 3-4 volte più probabile e la siccità di superficie 5-6 volte più prevedibile”.

L’impatto è stato superiore nelle aree dell’emisfero settentrionale che si collocano a nord della fascia tropicale. Qui il clima ha reso molto più probabile la siccità del suolo: cinque volte tanto nell’area superficiale e addirittura venti volte nella zona delle radici. Sebbene permanga ancora incertezza intorno ai numeri esatti, rilevano i ricercatori, l’analisi condotta evidenzia in ogni caso “che la siccità del terreno continuerà ad aumentare al crescere del riscaldamento globale”.

Suolo secco, fenomeno globale

Il problema del suolo secco attira oggi crescente attenzione. Negli ultimi mesi, ad esempio, bassi livelli di umidità sono stati registrati nelle zone agricole più produttive della Russia. L’impatto negativo sui raccolti è scontato. Ad oggi i terreni seminati nel Paese ammontano a 9,4 milioni di ettari contro i 10,7 di dodici mesi fa. E il rischio, senza contare gli effetti della guerra, è che il mercato globale possa andare incontro a un calo dell’offerta.

Siccità ed erosione colpiscono da tempo anche l’Ucraina non diversamente da alcune delle zone più produttive del Pianeta a cominciare dalle regioni agricole degli USA della Francia e della Cina, Qui, scrive la Reuters, il fenomeno “sta riducendo la disponibilità di grano facendo aumentare il rischio di carestia in alcune delle nazioni più povere del mondo”. Gli Stati Uniti, primo produttore di mais del Pianeta, in particolare, dovrebbero registrare nei prossimi mesi il raccolto più scarso degli ultimi tre anni.