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Più fertilità, meno emissioni. Un progetto per studiare il mix ideale per suolo e clima

Al via il progetto SOMMIT condotto dal CREA nell’ambito del programma congiunto europeo sul suolo. L’obiettivo? Studiare il miglior bilanciamento tra fertilità, sequestro di carbonio ed emissioni di gas serra. Per offrire soluzioni efficaci in tutto il Continente

di Matteo Cavallito

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Individuare le migliori soluzioni per migliorare la fertilità del suolo riducendo le emissioni di gas serra. È l’obiettivo del progetto SOMMIT, lanciato dal CREA, il Consiglio delle ricerche per agricoltura ed economia agraria del Ministero dell’Agricoltura, e finanziato dallo European Joint Programme EJP-Soil, l’iniziativa continentale che coinvolge 13 istituzioni di 9 diversi Paesi. La ricerca punta a studiare l’interazione tra le strategie agricole e il bilancio tra sequestro di carbonio e rilascio gassoso. Due dinamiche, queste ultime, che si intrecciano producendo risultati variabili. Con ovvie conseguenze per il clima.

Decisive le caratteristiche del terreno

L’addizione di materia organica al suolo è considerata centrale nelle strategie di bioeconomia circolare. Prodotti come il compost o i reflui della zootecnia possono far crescere la fertilità e il sequestro di carbonio. Ma i livelli di ritenzione e la quantità di emissioni non sono facili da determinare visto che i fattori in gioco sono moltissimi. “Il suolo è un sistema complesso in cui interagiscono fattori pedologici – che identificano le proprietà chimiche e fisiche del terreno – e climatici” spiega Alessandra Lagomarsino, ricercatrice del CREA Agricoltura e Ambiente e coordinatrice del Progetto SOMMIT. “A questo si aggiungono i diversi effetti associati al tipo di coltura cui il suolo stesso è soggetto e le caratteristiche dei differenti input organici”. Tutti aspetti da prendere in considerazione. Soprattutto alla luce dei noti effetti collaterali.

Bilanciare i fattori per ridurre le emissioni

La materia organica aggiunta al suolo favorisce lo stoccaggio di carbonio ma, in alcuni casi, può contribuire, per contro, alle emissioni di gas serra. “I reflui zootecnici, ad esempio, producono un aumento del rilascio del protossido d’azoto, un gas con un potenziale di riscaldamento quasi 300 volte più potente rispetto alla CO2” rileva Lagomarsino. Ma queste dinamiche non sono identiche ovunque perché a pesare sono appunto le diverse caratteristiche del terreno. “Un suolo argilloso mediterraneo, ad esempio, si comporta in maniera diversa rispetto a un omologo sabbioso dell’Europa centrale” prosegue la ricercatrice. L’obiettivo finale della ricerca, dunque, consiste nell’individuare le pratiche più adatte per ottenere il migliore trade-off possibile. “Vale a dire aumentare il sequestro di CO2 senza favorire eccessivamente le emissioni di protossido d’azoto”.

Tre diversi approcci

Lo studio si basa su tre diversi approcci. Si parte con i dati esistenti che sono resi disponibili da altre indagini. In primo luogo di tratta di condurre una meta analisi sul tema specifico del bilanciamento sequestro/emissioni, un argomento ancora poco studiato sul quale però è intervenuto di recente un interessante lavoro condotto da Bertrand Guenet, ricercatore del Laboratorio di Scienze del Clima e dell’Ambiente di Gif-sur-Yvette (Francia), e pubblicato lo scorso mese di settembre. A questo si aggiungono le prove sperimentali condotte in sette diversi siti che sono sotto osservazione da decenni, un arco temporale ideale per valutare le dinamiche di cattura e rilascio dei gas serra che, ricorda la coordinatrice del progetto, “diventano visibili solo nel lungo periodo”.

Infine l’approccio modellistico, che dovrebbe consentire, alla luce del lavoro svolto, di ipotizzare effetti e soluzioni per terreni differenti soggetti a diverse condizioni chimiche, fisiche e climatiche. Lo studio integrato di questi aspetti permetterà quindi di fornire soluzioni a tutti i soggetti coinvolti nella gestione del suolo. Dagli agricoltori alla società civile fino agli utenti finali.

Leggi, innovazioni, agricoltura: per curare il suolo Ue è l’ora delle azioni concrete

Presentata ufficialmente in Italia la Mission Soil della Ue. Dai Living Labs alle Lighthouses, passando per il ruolo degli agricoltori: contro degrado e cementificazione servono buone pratiche. Ma anche scelte politiche. A partire da una legge a tutela del suolo

di Matteo Cavallito

 

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Il clima cambia, la crisi avanza e nemmeno il suolo europeo si sente tanto bene. Lo dicono i dati – quasi 3 milioni i siti contaminati nel Vecchio Continente – e lo segnala la persistenza di gravi minacce, dall’erosione alla cementificazione, per tacer di tutto il resto. La Ue, ed è questa la migliore notizia, ha un piano dettagliato. Ma il tempo a disposizione è poco e occorre agire subito con iniziative concrete in linea con la sua mission Soil Health and Food. Lo sottolineano i relatori dell’incontro “Caring for soil is caring for life”, organizzato dal ministero dell’Università in collaborazione con l’APRE, l’Agenzia per la Promozione della Ricerca europea. Obiettivo: presentare nel dettaglio la missione Ue, una delle cinque iniziative all’interno del programma quadro Horizon Europe.

Soluzioni concrete per la salute del suolo

“Il posizionamento italiano in questo particolare contesto porta necessariamente ad immaginare che il nostro Paese debba assicurarsi un ruolo di primaria importanza nella futura Mission Soil” spiega il direttore dell’APRE, Marco Falzetti. “Creare consapevolezza, coinvolgere le comunità locali, favorire l’approccio della ricerca partecipata sono tra gli obiettivi principali” aggiunge Catia Bastioli, AD di Novamont e membro del Board della Mission Soil, sottolineando i traguardi più urgenti: garantire la salute di almeno il 75% dei suoli europei entro il 2030 ma anche “tutelare la biodiversità e il ciclo dei nutrienti, mitigare il clima, regolare il ciclo dell’acqua, avere servizi culturali e per il paesaggio”.

Fonte: Caring for soil is caring for life, evento di presentazione 24 febbraio 2021

Fonte: Caring for soil is caring for life, evento di presentazione 24 febbraio 2021

A promuovere soluzioni concrete sono oggi due entità complementari: i Living Laboratories e le Lighthouses. I primi puntano a creare conoscenza, progettare, valutare e diffondere soluzioni innovative. Le seconde sono fattorie sperimentali nate per testare e dimostrare la validità delle buone pratiche. A tutto questo si aggiunge l’elaborazione di un nuovo set di otto indicatori per monitorare lo stato del suolo. Oltre allo sviluppo di nuovi servizi di consulenza indipendenti per agricoltori e silvicoltori.

Innovazioni contro il degrado

“La cura dei suoli è fondamentale per assicurare la sostenibilità dell’agricoltura” ricorda Antonio Parenti, Capo della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea. Ma nel nostro Paese le condizioni generali dei terreni restano preoccupanti. Sono quasi 16mila i chilometri quadrati di suolo soggetto a degrado di gravità variabile nella Penisola, ricorda Angelo Riccaboni, rappresentante nazionale della Mission “Soil Health and Food” e presidente del Santa Chiara Lab dell’Università di Siena. Anche per questo è necessario “adottare innovazioni tecnologiche, organizzative e sociali attraverso la stretta collaborazione fra ricercatori, agricoltori, imprese alimentari, istituzioni e cittadini”.

Allarme consumo: il suolo pro capite si restringe

A preoccupare, inoltre, è il consumo di suolo.  Per l’Italia, nota Michele Munafò, dirigente dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), si parla di 16 ettari al giorno. Che in un anno fanno 57,5 chilometri quadrati. Il problema, in ogni caso, ha una dimensione globale: “Nel 1950 ogni cittadino su questo Pianeta aveva a disposizione 6mila metri quadrati di suolo” spiega Massimo Iannetta, delegato nazionale Cluster 6 Horizon Europe. “Mezzo secolo più tardi il dato pro capite era sceso a 2mila metri quadrati. Nel 2050, dicono le previsioni, dovrebbe calare a mille”. E l’incremento demografico non è l’unico fattore decisivo visto che a pesare, aggiunge, sono tutti i noti fenomeni di degrado e consumo a cominciare dalla deforestazione e dal soil sealing.

“Creare filiere disinquinanti”

Che fare dunque? Le iniziative e le proposte di coinvolgimento non mancano. I coltivatori, nota ad esempio Massimiliano Giansanti, Presidente di Confagricoltura Nazionale, “hanno due compiti: produrre beni primari e tutelare la centralità della bioeconomia circolare”. Quanto al ripristino dei terreni “occorre una ricerca applicata di lunga durata” evidenzia Giuseppe Corti, presidente della Società Italiana di Pedologia. Che, da parte sua, propone la messa a punto di “nuove filiere del disinquinamento” capaci di trovare soluzioni – dalle biomasse al compostaggio – che siano anche sostenibili dal punto di vista economico.

Per tutelare il suolo “serve un atto politico”

Le buone pratiche nel settore alimentare – tuttora monitorate da un osservatorio ad hoc come ricorda Cristiana Tozzi, Responsabile Progetto strategico PRIMA – non mancano. Ma altre azioni forti sono quanto mai necessarie anche a livello legislativo. “Serve un atto politico urgente, il Parlamento deve approvare subito una legge contro il consumo di suolo” tuona Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana. E se è vero che “per il suolo molta strada deve essere percorsa, specialmente dal punto di vista normativo”, osserva Debora Fino, presidente di Re Soil Foundation, è tuttora evidente come le mancanze regolamentari finiscano per impattare sulla vita e il lavoro di molti operatori. Non avere leggi specifiche per la salvaguardia del suolo crea danni incalcolabili. “Chiediamo di avere la possibilità di rigenerare i terreni perché il terreno fertile è il nostro strumento di lavoro” è l’appello di Alessandro Apolito di Coldiretti.

Formazione: un ruolo chiave

Infine la formazione, elemento chiave a tutti i livelli. “È compito del Ministero dell’Università e della Ricerca promuovere linee strategiche per sviluppare ricerca e innovazione, trovando così soluzioni concrete alle sfide della nostra società” osserva la neotitolare del dicastero, Cristina Messa. “Nonostante i tanti interventi di sensibilizzazione a livelli differenti non c’è ancora una cultura del suolo” nota infine Adele Muscolo, professoressa di pedologia, biochimica agraria ed ecologia del suolo all’Università di Reggio Calabria e rappresentante presso l’Horizon Europe Mission Board. Non a caso, la docente ha seguito un progetto pilota di formazione sul tema per la scuola superiore e ha annunciato l’avvio di nuove iniziative a livello di scuole primarie e secondarie di primo grado.

“Uniti per la salute dei suoli “. Alla scoperta della mission Ue

Boom di iscrizioni (oltre mille) all’incontro di mercoledì 24 febbraio organizzato dal Ministero dell’Università per presentare i dettagli della Mission Soil della Ue. Obiettivo: invertire la rotta di degrado e cattiva gestione che colpisce attualmente oltre il 60% dei suoli continentali

di Emanuele Isonio

 

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Fondamentale, eppure ancora sottovalutato. Vittima di un pericoloso degrado, ma tutt’oggi poco considerato nelle politiche pubbliche. La fonte dalla quale deriva il 95% del nostro cibo è in pericolo. Nonostante ciò, le azioni utili a invertire la rotta sono molto indietro rispetto a quelle che frenano l’inquinamento dell’aria o dell’acqua. I dati sulla salute del suolo italiano ed europeo sono decisamente preoccupanti: il 60-70% è compromesso a causa delle attuali pratiche di gestione, dell’inquinamento, dell’urbanizzazione e degli effetti del cambiamento climatico. Nell’Unione europea si contano quasi 3 milioni di potenziali siti contaminati (solo il 24% inventariato) con gravi rischi per la salute. Gli apporti di nutrienti nei terreni agricoli sono a livelli di rischio di eutrofizzazione di suolo e acque, con potenziali pesanti ripercussioni sulla biodiversità. I terreni coltivati perdono carbonio ad un tasso dello 0,5% all’anno.

Problemi urgenti che si legano a danni economici altrettanto ingenti: i costi associati al degrado del suolo nell’Unione europea superano infatti i 50 miliardi di euro all’anno. Non è un caso che la Ue abbia quindi deciso di varare una strategia ad hoc per tentare di invertire la rotta. Obiettivo: garantire che entro la fine dell’attuale decennio, il 75% dei suoli europei sia sano e in grado di fornire servizi ecosistemici essenziali come la fornitura di cibo e altra biomassa, sostenere la biodiversità, immagazzinare e regolare il flusso di acqua o mitigare gli effetti del cambiamento climatico. Il traguardo è naturalmente cruciale per il benessere dei cittadini europei dei prossimi decenni.

Il programma dell’incontro

Per presentare nel dettaglio la Mission Soil Health and Food, mercoledì prossimo il ministero dell’Università organizzerà un incontro online,”Caring for soil is caring for life”, in collaborazione con l’APRE, Agenzia per la Promozione della Ricerca europea (la partecipazione è gratuita, previa iscrizione all’evento). Quanto inizi a essere sentito il tema lo dimostra il vero boom di iscrizioni alla piattaforma per seguire l’incontro: oltre 1000.

Tra i relatori che interverranno: Marco Falzetti, direttore dell’APRE, Catia Bastioli, membro del Board della Mission Soil; Angelo Riccaboni, delegato italiano alla mission; Giuseppe Corti, presidente Società Italiana di Pedologia; Luca Mercalli, presidente Società Meteorologica Italiana; Debora Fino, presidente della Fondazione Re Soil; Ettore Prandini, presidente di Coldiretti Nazionale.

L’importanza di sensiblizzare cittadini e stakeholder

“Questo evento rappresenta un momento divulgativo estremamente importante per sensibilizzare la cittadinanza, le istituzioni, le associazioni, il mondo della ricerca, dell’industria e dell’agricoltura sull’importanza di definire, ora, azioni concrete e per co-creare opportunità di sviluppo che includano un suolo sano per la natura, le persone e il clima” commenta Catia Bastioli. “Creare consapevolezza, coinvolgere le comunità locali, favorire l’approccio della ricerca partecipata sono tra gli obiettivi principali della Mission Soil Health and Food, per fare in modo che un bene così prezioso e a rischio come il suolo non sia più dato per scontato”. Analisi condivisa dal neoministro dell’Università e Ricerca, Cristina Messa, che sottolinea il legame diretto tra la Mission Soil e il futuro del nostro Paese, a partire da sistemi agroalimentari più competitivi. “Per questi motivi – spiega Messa – il Programma Nazionale per la Ricerca supporterà lo sforzo della Missione europea, promuovendo le attività di ricerca e innovazione e favorendo la cooperazione tra ricerca, imprese, cittadini e istituzioni”.

Il fattore innovazioni tecnologiche

L’obiettivo che si è data la Ue è ovviamente molto ambizioso. Per centrarlo, sarà decisiva la stretta collaborazione a diversi livelli. “L’adozione di innovazioni tecnologiche, organizzative e sociali da parte delle nostre imprese agroalimentari e delle nostre comunità può dare un contributo fondamentale per affrontare i gravi problemi dei suoli italiani” spiega Angelo Riccaboni.

Cinque mission per l’Unione europea del futuro

La mission Soil Health and Food è solo una delle cinque che l’Unione europea ha recentemente varato e sono parte integrante del programma quadro Horizon Europe a partire da quest’anno: impegni per risolvere alcune delle più grandi sfide che il nostro mondo deve affrontare e che saranno al centro del processo di trasformazione, e di ripresa, che è in corso in tutta Europa.Oltre a garantire la salute del suolo e il cibo, si pongono l’obiettivo di combattere il cancro, adattarsi ai cambiamenti climatici, proteggere gli oceani e vivere in città più verdi.

Le missioni contribuiranno in modo decisivo agli obiettivi del Green Deal europeo e agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Ognuna di esse opererà come un portafoglio di azioni – come progetti di ricerca, misure politiche o anche iniziative legislative – per raggiungere un obiettivo misurabile che non potrebbe essere raggiunto attraverso azioni individuali.

A Bruxelles nasce una rete per rafforzare la bioeconomia circolare

Prende il via la European Circular Bioeconomy Policy Initiative: una rete di enti di ricerca e aziende per stimolare la bioeconomia circolare e rafforzare gli sbocchi di mercato dei materiali biobased. Martedì 23 febbraio la presentazione ufficiale del manifesto

di Emanuele Isonio

 

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“Lavorare sulle politiche nel contesto europeo per promuovere la bioeconomia circolare”. Il Recovery Plan, l’esigenza di uscire rafforzati dalla crisi economica post-Covid, l’importanza di raggiungere i target climatici previsti dall’Unione europea rappresentano un’occasione forse irripetibile per rafforzare i comparti produttivi a minore impatto ambientale. Eppure, molto rimane da fare per non perdere la sfida di produrre meglio, di più e con meno risorse. Per questo, a Bruxelles nascerà una rete di enti di ricerca, università, aziende “illuminate”: la European Circular Bioeconomy Policy Initiative (ECBPI).

Produrre di più con meno

La presentazione ufficiale avverrà in un incontro (ovviamente virtuale, visti i tempi…) in programma martedì prossimo, 23 febbraio (la partecipazione è libera, previa iscrizione). “La nostra missione è per il progresso dell’economia europea, la rigenerazione del nostro ambiente, la sostenibilità della nostra agricoltura, lo sviluppo della ricerca scientifica e la salute dei nostri cittadini. Crediamo che le opportunità e le sfide che dobbiamo affrontare in Europa per una prosperità continua siano intrinsecamente legate alla crescita di una bioeconomia circolare rigenerativa” spiega a Re Soil Foundation Roberto Ferrigno, partner of the ECBPI. “In questa visione vediamo che i materiali e l’energia derivati ​​da rifiuti organici e sottoprodotti agricoli, da risorse rinnovabili, coltivate in modo sostenibile, a base biologica che completano la produzione alimentare, vengono restituiti al suolo attraverso la gestione sistemica. Solo in questo modo possiamo migliorare e garantire la vitalità a lungo termine del produzione agricola in Europa”.

La mission della nuova rete sarà messa nero su bianco in un manifesto che verrà illustrato durante l’incontro. Al centro, ci sarà comunque l’esigenza di tutelare e migliorare la qualità del suolo europeo: “esso – prosegue Ferrigno – ci fornisce il 95% del cibo: il suo continuo sfruttamento non è sostenibile e sta causando erosione e declino della qualità. La rigenerazione dei suoli e il miglioramento della biodiversità del nostro capitale naturale attraverso una gestione ricostituente e circolare dell’energia e dei materiali, sono essenziali per invertire la tendenza al peggioramento della qualità ecologica”.

Bioeconomia, un potenziale di sviluppo enorme

Per fare questo, lo sviluppo della bioeconomia circolare è essenziale. Le opportunità di crescita sono enormi. “La bioeconomia – calcolava già la Commissione europea nel 2018 – ha il potenziale di creare un milione di nuovi posti di lavoro “verdi” entro il 2030. Già ora comprende l’agricoltura, la silvicoltura, la pesca, la produzione alimentare, la bioenergia e i bioprodotti e, con un fatturato annuo indicativo di 2mila miliardi di euro, dà lavoro a circa 18 milioni di persone. È anche un settore cruciale per stimolare la crescita nelle zone rurali e in quelle costiere”.

L’urgenza di strumenti legislativi in favore del suolo

Tuttavia le politiche attuali a livello, sia a livello comunitario sia fra i singoli Stati membri, non sono chiare. Ancora non esistono ad esempio strumenti legislativi che riconoscano il contributo che la bioeconomia può offrire in termini di chiusura del ciclo circolare suolo-suolo. “Questo – precisa Ferrigno – soprattutto in relazione al fine vita dei materiali, dove è fondamentale la rigenerazione della qualità del suolo. La nostra iniziativa vuole quindi lavorare in tal senso. E per farlo, punta a coinvolgere tutte le associazioni, le industrie e i gruppi politici che condividono le nostre preoccupazioni e i nostri obiettivi”.

“Il Trentino ha un problema di consumo di suolo”

La fotografia dell’Osservatorio Paesaggio Trentino: in mezzo secolo quasi raddoppiati gli insediamenti. Oggi le aree disponibili per l’agricoltura sono appena il 13%. Coldiretti: diamo riconoscimento sociale e culturale al suolo e alle attività agricole

di Matteo Cavallito

 

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La preoccupazione è messa nero su bianco dall’Osservatorio del Paesaggio Trentino: “il territorio della Provincia di Trento ha subito nel secondo dopoguerra una trasformazione radicale della propria struttura insediativa e paesaggistica”. È bastato poco più di mezzo secolo per far passare il suolo occupato da insediamenti e infrastrutture dai 5400 ettari del 1960 ai 16mila del 2004. “La progressione degli incrementi delle superfici insediate è stata pertanto superiore al 190%, segnalando andamenti mai verificatisi nella storia insediativa del Trentino”. L’analisi è contenuta nella “Ricerca 2020 sulle dinamiche di urbanizzazione e sul consumo di suolo in Trentino”, resa pubblica nei giorni scorsi.

L’importanza di leggere bene i dati

Un problema già di per sé, ma reso ancor più delicato perché lo sviluppo di edifici e aree produttive è avvenuto soprattutto a discapito delle aree agricole. Anche in questo caso, i dati della Ricerca 2020 vanno letti con grande attenzione. Attualmente il suolo “consumato” registrato per la Provincia di Trento risulta essere del 3,7%. Apparentemente quindi ben inferiore rispetto al dato del 7,1% della media nazionale. Ma, precisano i tecnici dell’Osservatorio, “è necessario effettuare una lettura più contestualizzata di questo dato, alla luce dei caratteri orografici e altimetrici del Trentino”.

Il 60% del territorio infatti si colloca al di sopra dei 1000 metri di quota. Il 53% della superficie è rappresentata da boschi, il 12% da pascoli e il 22% da rocce e ghiacci. “Per l’agricoltura e gli insediamenti risulta così disponibile solo il 13% della superficie provinciale. L’analisi dei fenomeni di consumo di suolo ci segnala che ben più di un quarto di questa preziosa porzione del territorio risulta essere interessata da fenomeni spinti di artificializzazione”.

Classificazione dei comuni trentini in base all’estensione delle aree fortemente antropizzate. FONTE: ricerca sulle dinamiche di urbanizzazione e sul consumo di suolo in trentino. Dicembre 2020 - Osservatorio Paesaggio Trentino.

Classificazione dei comuni trentini in base all’estensione delle aree fortemente antropizzate. FONTE: ricerca sulle dinamiche di urbanizzazione e
sul consumo di suolo in
trentino. Dicembre 2020 – Osservatorio Paesaggio Trentino.

Il confronto con le altre aree alpine

Anche la comparazione con quanto avviene in altri territori montani conferma la preoccupazione dell’Osservatorio per il Paesaggio, strumento per il governo del territorio istituito nel 2010 dalla Provincia Autonoma di Trento. In provincia di Bolzano ad esempio, solo il 2,8% del territorio è consumato. Il dato è analogo a quello del Bellunese. In provincia di Sondrio e in Valle d’Aosta le quote di territorio soggetto a consumo di suolo sono anche inferiori (rispettivamente 2,6% e 2,1%).

L’allarme di Coldiretti

La performance peggiore rispetto ad altri territori simili è stata sottolineata anche da Coldiretti Trentino, particolarmente preoccupata per la perdita di suolo agricolo. “Il problema – commenta Gianluca Barbacovi, presidente di Coldiretti Trentino Alto Adige – è ancora più marcato visto che negli ultimi 5 anni, con una legge provinciale che dovrebbe garantire uno stop al consumo di suolo, la tendenza non si è affatto invertita”.

Oltre al danno economico, Coldiretti sottolinea come un territorio reso meno salubre e più fragile dal consumo di suolo sia anche meno capace di reagire e adattarsi ai cambiamenti climatici che rendono le precipitazioni più intense e concentrate in determinati periodi dell’anno. “Per proteggere la terra e i cittadini che ci vivono, le istituzioni devono difendere la propria disponibilità di terreno fertile con un adeguato riconoscimento sociale, culturale ed economico del ruolo dell’attività agricola” propone Barbacovi. “La disponibilità di terra coltivata si traduce in produzioni agricole di qualità e in sicurezza alimentare e ambientale per i cittadini nei confronti del degrado e del rischio idrogeologico. Se non poniamo un argine al consumo di suolo perdiamo un’opportunità in termini di sviluppo economico e occupazionale per l’intero Paese”.

 

“Contro il suolo degradato, creiamo filiere produttive disinquinanti”

La proposta di Giuseppe Corti (presidente Società Italiana di Pedologia) intervistato da Re Soil Foundation: il degrado del suolo è un problema planetario. Per contrastarlo dobbiamo investire in filiere che ne aiutino la salubrità e al tempo stesso producano reddito. Il Recovery Fund? Una opportunità irripetibile

di Emanuele Isonio

 

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“Dobbiamo creare delle filiere di disinquinamento che siano però già in grado di darci prodotti non da destinare all’alimentazione umana ma per altri usi. Penso alla produzione di legno o piante per farne biomasse o olio per combustione o autotrazione. Queste potrebbero essere filiere che aiutano a disinquinare i suoli, ma al tempo stesso potrebbero aiutare a sostenere le enormi spese cui andremo in conto se vorremo davvero migliorare i suoli italiani”. La proposta è di Giuseppe Corti, uno dei massimi esperti di suolo in Italia. Docente all’università Politecnica delle Marche e presidente della Società Italiana di Pedologia (la disciplina, cruciale, che studia la genesi, la storia e le condizioni del suolo).

 

Professore, partiamo dal principio: in che condizioni sono i suoli a livello globale?

Certamente non sono entusiasmanti. L’uso è stato utilizzato spesso in modo scorretto, sia per quanto riguarda le lavorazioni del suolo spesso eccessive sia per l’uso massicco di fertilizzanti chimici. Ecco perché abbiamo un diffuso problema di riduzione del contenuto di sostanza organica nel suolo, che porta con sé l’accentuata erosione. Abbiamo poi il problema del consumo di suolo e di inquinamento dei terreni. C’è poi il fenomeno sempre più diffuso della salinizzazione dei suoli, dovuta all’uso distorto fatto del suolo e delle acque di irrigazione.

Concentriamoci sul nostro Paese: l’Italia è messa mediamente meglio o peggio degli altri Stati Ue?

L’Italia, come del resto altri Stati europei, ha un problema di eccessivo consumo del suolo. Ciò è dovuto a una cementificazione selvaggia, che non trova alcuna motivazione razionale se non quella di rispondere ad appetiti speculativi, spesso con la complicità di amministrazioni locali e infiltrazioni malavitose. Siamo abituati a edificare sempre i suoli in pianura, vicini alle grandi vie di comunicazione. Questo fa sì che all’agricoltura rimangano sempre più suoli marginali. Abbiamo poi un problema di inquinamento dovuto ad alcune industrie e a discariche abusive, di nuovo legate a interessi criminali. A ciò si aggiunge, come in tutto il Sud Europa, il “male assoluto” che è la riduzione della quantità di sostanza organica, legato alle eccessive fertilizzazioni azotate nel comparto agricolo.

Il fenomeno del soil sealing è ampiamente diffuso. La situazione si sta aggravando nella maggior parte delle regioni del Pianeta. IMMAGINE FAO http://www.fao.org/3/a-i6470e.pdf

Il fenomeno del soil sealing è ampiamente diffuso. La situazione si sta aggravando nella maggior parte delle regioni del Pianeta. IMMAGINE FAO http://www.fao.org/3/a-i6470e.pdf

Ci spiega perché ognuno di noi deve preoccuparsi se il suolo è degradato?

Parto da un dato FAO: se facciamo 100 la quantità di calorie necessarie al sostentamento dell’umanità per un intero anno, meno dell’1% proviene da mari e oceani. Quindi, il 98,5% del sostentamento dell’umanità deriva dal suolo, soprattutto dalle attività agricole. Ecco perché ci dobbiamo preoccupare della qualità dei nostri suoli e di conservarlo in salute per le future generazioni.

In questo senso immagino che sia cruciale un aumento di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, a partire dai più giovani. Sbaglio?

È assolutamente giusto. Aumentare la sensibilizzazione a un uso corretto e armonico del suolo e farlo soprattutto fra i giovani è fondamentale. Purtroppo, c’è una cultura generalizzata che concepiva il suolo come una risorsa infinita. D’altro canto, a inizio Novecento gli abitanti sulla Terra erano un miliardo. Ora siamo 7,5 miliardi con previsione di arrivare a 10 miliardi entro metà secolo. C’era poi la visione della terra come di qualcosa che non potesse subire danni. In Toscana diciamo “la terra para anche le saette”. Purtroppo, soprattutto dopo il secondo dopoguerra abbiamo degradato i suoli. Ma non possiamo continuare così.

L’Unione europea, dedicando una mission ai suoli, sembra voler cambiare direzione…

Quella mission punta a riportare in salute entro il 2030 il 75% dei terreni per fare in modo che essi possano garantire cibo sano e servizi ecosistemici a tutti noi. E’ una sfida ambiziosa che dobbiamo sposare con convinzione.

Ma un suolo degradato si può davvero recuperare? Come e quanto tempo serve?

Partiamo da un esempio: la mancanza di sostanza organica nei suoli, che come detto è un problema diffuso e drammatico. Se abbiamo impiegato dai 50 ai 70 anni per portare un contenuto medio dei suoli agricoli italiani dal 3,5% a sotto l’1% come possiamo pensare di tornare a quei livelli in pochi anni? E’ chiaro che il processo è estremamente lungo e complicato. I microrganismi nel suolo rispondono infatti all’introduzione di sostanza organica in una maniera che non è sempre elastica.

Pensiamo poi all’inquinamento. Dobbiamo capire di che tipo di inquinamento parliamo: se ci concentriamo su quello dovuto a metalli pesanti, si può intervenire con soluzioni a basso costo, se il contenuto di inquinanti non supera di molto i limiti di legge. Ad esempio possiamo usare piante fitoestraenti che aiutano a soluzioni ottimale nell’arco di qualche decennio o di un secolo.

Un secolo nei casi meno gravi? Non oso immaginare quanto tempo serva per i casi più difficili…

I tempi sono questi. Dobbiamo imparare a rendercene conto. Se i livelli di inquinamento sono maggiori, servono parecchi secoli. Se vogliamo riportare la gran parte dei suoli inquinati a livelli accettabili, dobbiamo quindi partire immediatamente. Dobbiamo sviluppare progetti di ampissimo respiro che siamo mantenibili per tempi molto lunghi. Questo non può essere fatto senza pensare di poter produrre qualcosa in quei suoli particolarmente degradati. Ecco perché io propongo di immaginare e costruire delle filiere produttive di disinquinamento.

In Italia abbiamo anche eccellenze da valorizzare e diffondere?

I numerosi problemi non devono abbatterci. In Italia abbiamo anche situazioni straordinarie: produzioni di pregio che nessun altro Paese ha, un patrimonio forestale straordinario che è ancora sfruttato troppo poco. E potremmo farlo nel rispetto della natura e delle foreste. Poi abbiamo un paesaggio invidiato in tutto il mondo. Parlare di produzioni di qualità, di foreste e di paesaggio significa parlare di suolo, perché esso è alla base di tutto questo.

Non possiamo non parlare di Recovery Plan. Il Piano di rilancio e resilienza italiano potrà essere un’opportunità per introdurre soluzioni efficaci a favore del suolo?

Il Recovery Plan dovrebbe essere un’opportunità per tutto il settore agricolo e forestale italiano e questo dovrebbe passare da una valorizzazione e recupero dei suoli italiani. Noi abbiamo bisogno di portare lo studio del suolo a livelli incredibilmente più alti di quanto facciamo oggi, spesso per carenza di fondi. Abbiamo bisogno di consocerlo, di cartografarlo, di capire quali aree sono vocate a una produzione piuttosto che a un’altra, anche per ridurre le sostanze utilizzate. Se indoviniamo le condizioni pedoclimatiche ideali, avremo prodotti migliori e con un minore input di sostanze esterne.

Agricoltura e zootecnia a zero emissioni? “Si può fare con l’uso sostenibile del suolo”

Un nuovo studio della Fondazione CMCC: la gestione responsabile del suolo può contribuire agli obiettivi di mitigazione globali e sviluppo sostenibile locale

 

di Emanuele Isonio

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“I settori agricolo, forestale e zootecnico possono contribuire agli obiettivi globali di mitigazione e di sviluppo di un territorio. A patto che vengono messe in atto delle attività sostenibili di uso del suolo”. A confermarlo è uno studio diretto dalla Fondazione CMCC (Centro euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici) che mette in luce come le opzioni di mitigazione basate sul settore agricolo, specialmente alla piccola scala, possano portare all’azzeramento delle emissioni delle aziende zootecniche. Per di più può fornire un’ampia gamma aggiuntiva di benefici ecologici, ambientali e socioeconomici a livello locale.

Dal settore AFOLU 24% delle emissioni globali

Le emissioni di gas serra del settore agricolo, forestale e altri usi del suolo (il cosiddetto settore AFOLU, Agriculture, Forestry and Other Land Use) rappresentano il 24% delle emissioni globali. I principali driver sotto accusa sono le emissioni legate alla deforestazione, le emissioni di metano degli allevamenti o prodotte dalla fermentazione anaerobica di materia organica, principalmente dalle coltivazioni di riso, o di protossido di azoto (N2O) legate all’uso di fertilizzanti in agricoltura. Tale settore è pertanto uno dei principali responsabili del cambiamento climatico, secondo solo al settore energetico.

Emissioni nocive settore AFOLU (Agricoltura, foreste e usi del suolo) - Fonte: IPCC

Emissioni nocive settore AFOLU (Agricoltura, foreste e usi del suolo) – Fonte: IPCC

Agricoltura, strumento di risoluzione del problema clima e suolo

I ricercatori hanno quindi identificato alcune possibili opzioni di mitigazione land-based per ridurre e compensare le emissioni del settore zootecnico. Quest’ultimo rappresenta attualmente una delle principali fonti di gas serra dell’intero settore agricolo. A partire dagli Anni ’90 le emissioni degli allevamenti sono diminuite, con una riduzione del 20% in Europa nel 2018. Tuttavia, ancora oggi, a livello europeo rappresentano più del 60% del totale delle emissioni del comparto agricolo.

“Il settore agricolo – spiega Maria Vincenza Chiriacò, ricercatrice CMCC e primo autore dello studio – ha una caratteristica unica: è sia parte del problema che della soluzione. Da un lato genera emissioni di gas serra, dall’altro può riassorbirle, soprattutto con un’appropriata gestione sostenibile, grazie all’attività di fotosintesi e alla biodiversità del suolo, rappresentando un importante sink di carbonio. Tutti gli altri settori (energia, edilizia, trasporti) possono impegnarsi per ridurre le proprie emissioni e farle tendere progressivamente a zero. Non hanno però la possibilità di sottrarre dall’atmosfera quell’eccesso di CO2 ormai già presente”.

Due fasi nell’analisi CMCC

L’approccio seguito dai ricercatori del CMCC si articola in due fasi successive. Per prima cosa hanno realizzato una stima delle emissioni di gas serra derivanti dalle attività delle aziende zootecniche, calcolando la loro impronta di carbonio. Successivamente hanno valutato il potenziale di alcune attività nel settore agricolo e forestale per la mitigazione delle emissioni stimate nel passaggio precedente.
I risultati dello studio hanno messo in luce come le opzioni di mitigazione prese in esame, basate sulle pratiche agricole maggiormente sostenibili, possano non solo compensare, ma persino portare il settore zootecnico a zero emissioni. A raggiungere, cioè, la carbon neutrality.

Il case history della provincia di Viterbo

I ricercatori CMCC si sono concentrati su un primo caso studio pilota in Italia centrale. Hanno scelto un’area della provincia di Viterbo con una forte vocazione agricola. L’obiettivo era comprendere come e in che misura le emissioni di gas serra delle aziende zootecniche potevano essere ridotte o compensate attraverso rimozioni di carbonio nella stessa area. I ricercatori hanno così messo a punto un approccio land-based, combinando diverse metodologie: elaborazioni GIS, misurazioni delle emissioni delle aziende zootecniche attraverso il metodo LCA (life cycle assessment) e altre metodologie dell’IPCC. Obiettivo: arrivare a una stima precisa delle emissioni di gas serra del comparto zootecnico e del potenziale di mitigazione di diverse opzioni di gestione agricola e forestale su scala locale, nelle immediate vicinanze della fonte emissiva.

“I risultati del nostro studio” – commenta Riccardo Valentini membro del comitato strategico della Fondazione CMCC e docente dell’università della Tuscia – mostrano la possibilità di una totale compensazione delle emissioni delle aziende zootecniche dell’area pilota, indicando i percorsi possibili per arrivare alla carbon neutrality, cioè a zero emissioni o persino a emissioni negative. Se opportunamente gestito, il settore agricolo appare un settore chiave, in grado di contribuire sensibilmente agli obiettivi di mitigazione dei cambiamenti climatici globali”.

Un approccio di prossimità

Da sottolineare il concetto di prossimità alla base di questo approccio. “Esistono – spiega infatti Chiriacò – già molti meccanismi di compensazione delle emissioni. Spesso però seguono una logica di compensazione su scala globale. L’assorbimento del carbonio emesso in atmosfera avviene perciò in aree geograficamente molto distanti da quelle in cui sono state generate le emissioni da compensare”.

Nell’approccio di prossimità realizzato dal CMCC, la compensazione delle emissioni avviene vicino alla fonte emissiva. “Questo – prosegue Chiriacò – oltre a contribuire al raggiungimento degli obiettivi globali di mitigazione del cambiamento climatico, comporta un miglioramento ad ampio raggio dell’intero sistema agro-forestale su scala locale. Fornisce così tutta una serie di co-benefici ambientali e socio-economici per la comunità e il territorio”.

Suoli, ecco i parametri FAO per la gestione sostenibile

La Global Soil Partnership della FAO ha sviluppato un protocollo per chiarire le tecniche migliori per avere terreni sani. Al suo interno, 14 indicatori che descrivono la salute dei suoli

di Emanuele Isonio

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Che i suoli non godano generalmente di buona salute è un fatto tristemente noto, soprattutto fra gli addetti ai lavori: quasi il 70% dei terreni è reso malsano da pratiche di gestione scorrette, unite a inquinamento, urbanizzazione crescente e agli effetti dei cambiamenti climatici. Intervenire è necessario, quali siano gli strumenti migliori da usare è ancora oggetto di dibattito. A tentare di fare chiarezza, ci prova la FAO. L’Agenzia Onu per agricoltura e alimentazione, attraverso il segretariato della Global Soil Partnership insieme al panel tecnico intergovernativo sui suoli, ha infatti stilato un protocollo per valutare se una certa pratica è in linea con la gestione sostenibile del suolo o se invece va ripensata. Il percorso, sviluppato dopo anni di confronti, è stato approvato a fine 2020. Entro la prima metà di quest’anno verrà infine prodotta una versione aggiornata del protocollo, completa di metodologie, istruzioni d’uso e linee guida.

I 4 indicatori principali e come misurarli

Ma che cosa dice questo protocollo? Al suo interno, vengono elencati 4 indicatori principali e 10 aggiuntivi per valutare la salubrità di un terreno e la sostenibilità di una pratica di gestione. “La misurazione di questi indicatori – spiega il documento FAO – valuta la capacità di un suolo di mantenere i propri servizi ecosistemici. Ciascun parametro è stato selezionato dopo aver consultato esperti che lavorano nel campo della scienza del suolo e dello sviluppo agricolo”. Degli indicatori principali fanno parte la produttività del suolo, il livello di carbonio organico del suolo, le proprietà fisiche del suolo e la sua attività biologica.

Gli indicatori selezionati dalla Global Soil Partnership della FAO per pianificare una gestione sostenibile dei terreni. FONTE: FAO.

Gli indicatori selezionati dalla Global Soil Partnership della FAO per pianificare una gestione sostenibile dei terreni. FONTE: FAO.

  • Il primo indicatore – quello sulla produttività del suolo – rivela la sua capacità di produrre biomassa, sia per scopi agricoli, forestali o ambientali. “Sebbene la produttività sia un indicatore indiretto dello stato dei suoli, è un parametro critico dell’impatto complessivo delle pratiche di gestione sostenibile” spiega il report. “Per la valutazione corretta, la produttività agricola dovrebbe essere misurata utilizzando lo stesso prodotto, lo stesso metodo di coltivazione e gli stessi input di fertilizzanti”.
  • Il carbonio organico del suolo è un indicatore comunemente riconosciuto che riflette lo stato chimico, fisico e biologico dei terreni. Il tasso di carbonio organico ha una relazione diretta con la disponibilità di nutrienti del suolo, la sua struttura, la sua porosità, la capacità di ritenzione idrica e la presenza di macro, meso e micro fauna al suo interno.
  • Le proprietà fisiche del suolo sono rappresentate dalla sua densità, che misura la massa di terreno asciutto per unità di volume. I cambiamenti in densità offrono un’indicazione dei cambiamenti nella struttura dei suoli, nella porosità e nella compattazione. Indicano inoltre quanto facilmente l’acqua, l’aria e le radici delle piante possano muoversi al suo interno.
  • L‘attività biologica del suolo è infine un buon indicatore della vita sotterranea. Essa è influenzata da salinità e inquinamento e può rivelare la persistenza del degrado del suolo. Per misurarla, un metodo affidabile è la respirazione del suolo, utilizzata sia nei test di laboratorio che in quelli sul campo.
Il percorso per arrivare a valutare la sostenibilità della gestione dei suoli, proposto dala Global Soil Partnership della FAO. FONTE: FAO.

Il percorso per arrivare a valutare la sostenibilità della gestione dei suoli, proposto dala Global Soil Partnership della FAO. FONTE: FAO.

Se però il degrado del suolo è causato da minacce specifiche e ben definite, queste ultime dovrebbero essere misurate ricorrendo ad altri strumenti. Ecco perché, oltre ai 4 indicatori principali, i tecnici FAO elencano una serie di indicatori aggiuntivi. Tra essi: la quantità di nutrienti del suolo, la presenza di elementi inquinanti, il tasso di erosione, la salinità del suolo, la sua diversità biologica, il suo PH, la sua resistenza alla penetrazione e la capacità d’acqua disponibile.

L’importanza dei confronti con suoli adiacenti

Attenzione però: i tecnici FAO sottolineano come non sia sufficiente individuare un set di indicatori. Per capire quanto davvero le pratiche di gestione sostenibile possano giovare a un certo suolo, è cruciale effettuare confronti con lo stesso tipo di terreno. “Data la grande varietà di proprietà dei suoli, anche all’interno di uno stesso territorio, le misure degli indicatori dei suoli non possono essere confrontate con quelle di un sito diverso” sottolinea il documento FAO. Una corretta applicazione degli indicatori del protocollo passa quindi da un confronto con le misure effettuate sullo stesso terreno prima di avviare le pratiche di gestione sostenibile oppure su aree adiacenti che non hanno ricevuto tali azioni.

Altrettanto importante è il tempo di misurazione: per la maggior parte delle pratiche di gestione sostenibile, gli impatti positivi possono essere osservati entro un periodo di tempo compreso tra 4 e 8 anni dopo la loro applicazione.

“Corn” in the USA: così i residui di mais aiutano il suolo americano

Gli scarti del mais sono una risorsa preziosa per rendere il suolo più produttivo senza effetti collaterali e aumentare la redditività dei campi. Negli Stati Uniti una ricerca ne promuove l’uso efficace per l’allevamento e l’agricoltura

di Matteo Cavallito

 

Ascolta “"Corn" in the USA” su Spreaker.

I residui di mais? Una ricchezza sconosciuta in grado di fare la differenza per gli animali, gli agricoltori e il suolo. È la tesi argomentata da una recente ricerca statunitense sulle potenzialità di quell’insieme di foglie, bucce, chicchi e pannocchie essiccate al sole che caratterizzano il paesaggio letterario del Midwest americano. Fascinazione bucolica, certo, ma non solo. Perché la verità, sostiene Morgan Grabau, membro dell’American Society of Agronomy e autrice dello studio, è che quei corn litter, gli “scarti del mais”, appunto, sono “una risorsa sottoutilizzata”. Capace però di far aumentare la redditività dei campi e favorire la sicurezza alimentare tanto per il bestiame quanto per gli esseri umani.

Pascolo? No problem, ci pensa il mais

Centrale, nell’indagine, è il ruolo del pascolo. La necessità di aprire spazio “vitale” per il bestiame d’allevamento rappresenta in molti casi una nota minaccia per il suolo. Il disboscamento con successivo impianto di erba da foraggio è uno scenario tipico. L’apertura dei campi coltivati agli animali, dopo la raccolta, è un’alternativa poco apprezzata visto che il pascolo animale, di norma, tenderebbe a compattare il terreno limitandone la successiva resa. Lo studio della Grabau e del suo team di ricerca, tuttavia, evidenzia come un uso efficiente dei campi di mais possa garantire al contrario un’alternanza pacifica e vantaggiosa tra l’attività agricola e l’allevamento.

“Effetti minimi sulle proprietà del suolo”

L’indagine si è concentrata su alcuni campi del Nebraska nei mesi di febbraio e marzo quando, a differenza di ciò che accade nel periodo autunnale e invernale, le temperature più alte rendono il suolo potenzialmente vulnerabile agli effetti del pascolo. Operando sulle diverse variabili in gioco – tempo trascorso e numero di bovini – la Grabau e i suoi ricercatori hanno osservato però “effetti minimi sulle proprietà del suolo e sulla sua resa”. Anzi, la concentrazione di un elevato numero di animali in un periodo di due settimane avrebbe addirittura aumentato la produttività del terreno, successivamente seminato a soia. Il bestiame, in pratica, avrebbe rimosso, nutrendosene, un maggiore quantitativo di scarti favorendo un rialzo della temperatura del suolo con effetti benefici per il suo rendimento.

Campi USA: 85% di potenziale inesplorato

“La compattazione non è permanente”, ha precisato ancora la Grabau sottolineando, in questo senso, anche il ruolo della preziosa attività microbica nel favorire un allentamento del terreno. Il risultato finale, aggiunge, è “l’integrazione di colture e bestiame” in un sistema di produzione capace di portare un mutuo beneficio. I residui di mais si trasformano in foraggio salutare ma a basso costo. Mentre il pascolo, lungi dal costituire uno spauracchio, si svolge senza danni favorendo, in alcuni casi, un incremento della produzione agricola. E il bello, suggeriscono le cifre, è che il potenziale appare ancora largamente inesplorato. Ad oggi, segnala la ricerca, “solo il 15% dei terreni coperti di residui di mais negli Stati Uniti centrali è destinato al pascolo”.

L’appello della FAO: “Serve una strategia globale per la biodiversità”

L’ultimo rapporto dell’Organizzazione Onu per l’agricoltura avverte: “La biodiversità del suolo offre una soluzione alla maggior parte dei problemi del Pianeta”. Agricoltura sostenibile e dati sono gli strumenti chiave. Ma occorre cooperazione

di Matteo Cavallito

Ascolta “FAO: serve una strategia globale per la biodiversità” su Spreaker.

La biodiversità del suolo è un fattore decisivo per il mantenimento dell’equilibrio ecosistemico e climatico oltre che per la sicurezza alimentare e sanitaria. La sua importanza, tuttavia, è ancora ampiamente sottovalutata e la sua tutela è messa a rischio dalla carenza di dati, di politiche comuni e di standard globali. È il messaggio lanciato dalla FAO nel suo ultimo rapporto. L’indagine, realizzata con la collaborazione di 300 scienziati, sottolinea l’enorme peso della varietà biologica capace, secondo gli autori, “di offrire soluzioni alla maggior parte dei problemi del Pianeta”. Proprio per questa ragione, sottolinea ancora la FAO, occorre puntare sulle nuove tecnologie – a partire dall’intelligenza artificiale – per sviluppare la conoscenza delle proprietà dei terreni e gestire questi ultimi attraverso pratiche sostenibili.

Un Sistema complesso in equilibrio costante

Il suolo, ricorda la FAO, ospita un quarto della biodiversità complessiva del Pianeta. Oltre il 40% degli esseri viventi, inoltre, si relaziona con il terreno nel corso del suo ciclo di vita. A destare particolare meraviglia è soprattutto lo scenario sotterraneo che ospita la microfauna dei microbi. Così come l’universo macro di vermi, formiche e termiti che operano in un rapporto competitivo ma a tratti simbiotico garantendo la continuità del sistema. Il risultato? Una catena alimentare che si rinnova, un equilibrio chimico con le piante, una stabilizzazione del suolo in contrasto all’erosione.

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Dalla biodiversità al biorisanamento

Il fatto, argomenta la FAO, è che tutto questo ha un impatto enorme sulla vita del Pianeta. “Il ruolo del terreno nel contrastare il cambiamento climatico non può essere sottovalutato” si legge nel rapporto. E se è vero che un suolo sano è in grado di trattenere un ammontare di carbonio superiore al quantitativo immagazzinato dall’atmosfera e dalla vegetazione messe insieme, ecco che la tutela della biodiversità – che della salute del terreno è l’elemento chiave – diventa imprescindibile.

Decisiva, in questo senso, la pratica del biorisanamento che si basa tanto sull’uso di microrganismi specifici capaci di biodegradare le sostanze inquinanti quanto sugli interventi di modifica delle condizioni del terreno per favorire lo sviluppo della fauna microbica. I risultati? Prodigiosi, sostiene l’organizzazione. In caso di fuoriuscita di petrolio, si legge nel rapporto, batteri e funghi del terreno possono arrivare a ridurre dell’85% l’ammontare della contaminazione.

Allarme antibiotici

Tra i principali nemici del suolo, lo studio della FAO cita in particolare la deforestazione, l’acidificazione, l’inquinamento e l’erosione. Ma nell’elenco rientra anche l’impiego eccessivo di fitofarmaci. Proprio questi ultimi, infatti, sono tuttora tra i principali responsabili della perdita di biodiversità con tutte le ricadute del caso sull’agricoltura e la sicurezza alimentare. Sotto accusa, in particolare, l’uso degli antibiotici negli allevamenti. “Una parte significativa dei farmaci usati nelle colture e nel bestiame finisce nel suolo, influenzando la biodiversità e creando resistenza antimicrobica negli organismi che vi abitano”. I prodotti biologici rappresenterebbero una valida alternativa ma “il loro costo elevato ne limita l’adozione da parte degli agricoltori”. Ciò non toglie, osserva ancora il rapporto, che alcuni coltivatori abbiano imparato a creare da sé i propri biofertilizzanti riproducendo “consorzi nativi di microrganismi del suolo”.

Dati e cooperazione per un suolo sostenibile

Nel suo rapporto, infine, l’organizzazione sottolinea l’importanza dell’uso massiccio dei dati nel monitoraggio del suolo. Un’operazione notoriamente ricca di potenzialità. Alcuni Paesi si stanno già muovendo ma nella maggior parte dei casi prevale ancora “una mancanza di conoscenza, capacità e risorse per implementare i principi di salute del suolo e di valorizzazione della biodiversità”. Le raccomandazioni includono non a caso la standardizzazione dei protocolli di analisi in tutto il mondo, l’adozione di pratiche di gestione sostenibile dei terreni – nella politica agricola così come nella pianificazione urbana – e la cooperazione a livello globale.