Articoli

Soia per biocarburanti, il nuovo amico della deforestazione

Lo stop all’uso di olio di palma come biocarburante previsto dalla Ue sta spingendo a una sua sostituzione con la soia. L’impatto ambientale negativo quindi non cambierebbe. La domanda del cereale potrebbe quadruplicare in un decennio. L’allarme in un rapporto di Transport & Environment

di Emanuele Isonio

 

Cambia l’ingrediente principale ma la ricetta rimarrebbe comunque indigesta. E continuerebbe a provocare deforestazioni su vasta scala, aumento delle emissioni climalteranti, danni irreparabili agli ecosistemi e una ulteriore perdita di biodiversità che la Terra certamente non può permettersi.

L’imputato è la soia, cereale che potrebbe rapidamente soppiantare l’utilizzo dell’olio di palma all’interno dei biocarburanti. Ne sono convinti i ricercatori della società di consulenza Cerulogy che hanno realizzato un dettagliato rapporto per conto dell’organizzazione indipendente Transport & Environment. Secondo il documento, la domanda di olio di soia per biodiesel potrebbe raddoppiare o addirittura quadruplicare entro il 2030 rispetto ai livelli dell’anno scorso. Il consumo annuale salirebbe quindi a 7,3 milioni di tonnellate. Un valore enorme. Tanto per capirci meglio: in Europa nel 2018 la quantità di olio di palma usata per produrre biocarburanti si è fermata a 4 milioni di tonnellate.

La quantità di superficie agricola mondiale coltivata a soia. Anni 1970-2018. FONTE: FAOstat.

La quantità di superficie agricola mondiale coltivata a soia. Periodo: 1970-2018. FONTE: FAOstat.

Addio a foreste grandi due volte Roma

La conseguenza sarebbe l’emissione di 38 milioni di tonnellate di CO2 equivalente. Ma i danni ambientali non verrebbero limitati a questo: come già avvenuto nel caso dell’olio di palma, anche la soia imporrebbe di trovare nuovi terreni per coltivarla. Inevitabile dunque la competizione con l’agricoltura per scopi alimentari, che per essere soddisfatta richiederebbe tra i 2,4 e i 4,2 milioni di ettari di terreno aggiuntivo. Una superficie grande, nel migliore dei casi, come la Slovenia. O quanto i Paesi Bassi, nell’ipotesi peggiore. Per portare avanti le nuove colture di soia, verrebbero inoltre rasi al suolo non meno di 230mila ettari di foreste. Due volte l’area della città di Roma. Enorme quindi la pressione su torbiere e aree umide tropicali in Amazzonia, Africa e Borneo.

L'impatto ambientale negativo dell'aumento delle coltivazioni di soia connesso con la politica europea sui biocarburanti. FONTE: Transport & Environment, 2020.

L’impatto ambientale negativo dell’aumento delle coltivazioni di soia connesso con la politica europea sui biocarburanti. FONTE: Transport & Environment, 2020.

Dalla Ue una norma boomerang

La prevista moltiplicazione delle colture di soia è un effetto indesiderato delle scelte fatte dall’Unione europea: per tentare di limitare i danni causati dall’olio di palma, la Commissione Ue ha infatti considerato quest’ultimo come un biocarburante ad elevato impatto ambientale. Il criterio utilizzato impone infatti di limitare i consumi di biocombustibili ad “elevato rischio ILUC” (Indirect Land Use Change): si calcolano cioè le emissioni da cambiamento indiretto dell’uso di suolo. E così, con la direttiva RED II, lo ha di fatto messo al bando: entro il 2030 non verrà più calcolato per raggiungere gli obiettivi per le fonti rinnovabili nei trasporti. Ma l’olio di palma è l’unica materia prima su cui è calata la scure di Bruxelles. Nessun altra è rientrata nell’elenco di quelle ad alto ILUC.

In questo modo, la norma europea non è riuscita a risolvere il problema dell’impatto ambientale dei biocarburanti. Limitare l’uso di singole materie prime agricole nei biocarburanti non è infatti sufficiente. Se si considerassero – spiegano gli analisti di Cerulogy – le emissioni indirette di CO2 causate ad esempio dall’abbattimento delle piante che non possono quindi più assorbire carbonio dall’atmosfera, molte materie prime per biofuels finirebbero per essere più inquinanti anche della benzina e del diesel tradizionale. La soia è senz’altro una di queste: già in passato studi indipendenti hanno indicato come fosse la seconda a maggiore rischio ILUC dopo l’olio di palma.

La perdita di aree forestali causate dalle commodities agricole. FONTE: Transport & Environment, 2020.

La perdita di aree forestali causate dalle commodities agricole. FONTE: Transport & Environment, 2020.

L’Italia anticipa i tempi

In attesa che la Commissione europea aggiorni l’elenco dei biocarburanti pericolosi per l’ambiente, un passo in avanti possono farlo i singoli Stati membri agendo autonomamente. Possono ridurre l’arco temporale entro il quale imporre lo stop alle materie prime controverse e anche ampliare il loro elenco. Esattamente ciò che si accinge a fare l’Italia: a fine ottobre il Senato ha approvato un emendamento alla legge di delegazione europea (primo firmatario Loredana De Petris, di Liberi e Uguali). La norma prevede di anticipare al 2023 lo stop agli incentivi per i biocarburanti a base sia di olio di palma sia di soia. Sicuramente un passo in avanti rispetto alla direttiva europea. Sempre che il testo venga confermato anche nel passaggio a Montecitorio.

Da Pantelleria parte la sfida di un’agricoltura senza chimica

L’Ente Parco Nazionale, l’università di Palermo e Novamont hanno avviato i test sull’efficacia dell’acido pelargonico, erbicida naturale che non inquina ambiente, acqua e suolo

di Emanuele Isonio

 

Ascolta “Da Pantelleria parte la sfida di un'agricoltura senza chimica” su Spreaker.

L’agricoltura italiana ha ancora oggi un triste primato: è quella, in Europa, che consuma la maggiore quantità di pesticidi per unità di superficie coltivata, 5,6 chili per ettaro all’anno. Un valore doppio rispetto a Francia e Germania. Un fattore di grande inquinamento per le risorse idriche: nelle riserve d’acqua italiane, superficiali e sotterranee – sottolinea l’Ispra – viaggia un cocktail di 175 pesticidi diversi. Il pericolo è ambientale ma anche sanitario: l’esposizione ai pesticidi comporta un incremento del rischio di tumori sia negli adulti sia nei bambini, di patologie metaboliche, neurodegenerative, polmonari, cardiovascolari e renali.

La strada degli erbicidi naturali

La fotografia spiega ancora di più l’importanza di progetti di agricoltura sostenibile, che dimostrino la possibilità di abbandonare l’abuso di chimica nel terreno. Uno di questi si sta sviluppando nell’isola di Pantelleria. Ad esso prendono parte l’Ente Parco, il Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Forestali dell’Università degli Studi di Palermo e Novamont, azienda italiana leader nel settore delle bioplastiche e della biochimica. Nel terreno del Parco Nazionale di Pantelleria sono partite le attività per testare l’efficacia dell‘acido pelargonico.

I vantaggi dell’acido pelargonico

L’erbicida di origine naturale ha una differenza cruciale rispetto ai prodotti realizzati con la chimica tradizionale: non mette a rischio i microrganismi del terreno e gli organismi acquatici nelle condizioni normali di utilizzo. Non presenta inoltre effetti negativi per l’ambiente, l’acqua ed il suolo: è infatti rapidamente biodegradabile, né interferisce con la biodiversità. Inoltre, non ha effetti residuali, per cui non agisce sulla germinazione dei semi presenti nel terreno. L’acido pelargonico non ha azione sistemica e, quindi, non distrugge le radici.

Sul piano ambientale, questa sostanza è presente in natura e viene ottenuta da un olio vegetale che non contiene coadiuvanti di sintesi.

Prima tappa verso l’agricoltura sostenibile

“La sperimentazione con l’acido pelargonico – spiega in una nota il responsabile comunicazione del Parco nazionale Isola di Pantelleria, Antonella Lusseri – è la prima fase di un piano di attività nel territorio nel Parco. Esse sono finalizzate a verificare l’utilizzo di tecniche e prodotti naturali per il passaggio ad un’agricoltura sostenibile”. Cinque gli obiettivi principali da raggiungere: mantenere la biodiversità, massimizzare l’utilizzo di tutte le componenti produttive, progettare sistemi a basso impatto ambientale, ridurre l’uso di plastica tradizionale per evitarne dispersione e accumulo nel suolo e, infine, sperimentare pratiche agronomiche innovative che permettano di ridurre il consumo di acqua, energia e la produzione di rifiuti.

Informare i giovani sulla PAC, passaggio obbligato per un’agricoltura sostenibile

Al via il “progetto CNC – per una PAC a emissioni zero” del Kyoto Club. Una serie di webinar e incontri nelle scuole per spiegare la futura Politica agricola europea e il suo ruolo per ridurre le emissioni di CO2

di Emanuele Isonio

 

Ascolta “Informare i giovani sulla PAC, passaggio obbligato per un’agricoltura sostenibile” su Spreaker.

Webinar, seminari nelle scuole, eventi di approfondimento. Identico l’obiettivo: accrescere tra i cittadini, a partire dalle nuove generazioni che vivono nelle aree urbane, il livello di informazione sui vantaggi della Politica Agricola Comune in ambito sociale, economico e ambientale e sui problemi che legano lo sviluppo agricolo con inquinamento ed emissioni di gas serra.

Sono le linee lungo le quali si svilupperà il progetto “CNC – Per una PAC a emissioni zero”. A svilupparlo è il Kyoto Club, con il contributo della Direzione Generale “Agricoltura e Sviluppo Rurale” della Commissione europea.

Perché è importante informare sulla PAC

Gli esperti del Kyoto Club in particolare saranno presenti in 20 incontri organizzati in istituti agrari e università delle diverse regioni italiane fino a maggio 2021. Altrettanti i webinar, che partiti a ottobre, proseguiranno fino a fine gennaio (e saranno disponibili man mano sul sito dell’associazione, insieme a tutti i materiali utilizzati).

“Troppe volte i cittadini sentono parlare di PAC senza sapere realmente che cosa significhi. Dietro a questo acronimo si nasconde la Politica Agricola Comune dell’Ue, una delle più importanti politiche europee comuni a tutti i Paesi membri. Coniugare sicurezza alimentare e sviluppo agricolo e rurale con la sostenibilità ambientale e climatica è, ora più che mai, necessario” spiega Francesco Ferrante, vicepresidente di Kyoto Club, che sottolinea il ruolo fondamentale di un’adeguata divulgazione. “Ecco perché il principale obiettivo del progetto CNC è informare” prosegue Ferrante. “Uno sforzo fondamentale soprattutto in questa fase in cui è in discussione la riforma della PAC. Non dobbiamo infatti perdere l’opportunità di promuovere davvero quelle buone pratiche agricole che fanno bene all‘ambiente, ai consumatori e agli stessi agricoltori. Per questo siamo felici di essere a fianco della Commissione europea apprezzando la sua strategia Farm to Fork”.

Agricoltura, ecco il decalogo per farla tornare ad essere amica della Terra

L’agroindustria danneggia clima, suoli e salute. L’associazione ambientalista Legambiente ha presentato una lista di 10 punti utili a favorire una transizione verso modelli di agricoltura a basso impatto

di Emanuele Isonio

Ascolta “Agricoltura amica della terra: il decalogo” su Spreaker.

Dovrebbe servire per sfamare la popolazione mondiale ma da troppi decenni l’agricoltura mette sotto pressione le risorse naturali del Pianeta, distruggendole. Fa infatti perdere biodiversità ai territori, ricchezza ai suoli e contribuisce in modo determinante ai cambiamenti climatici. E, in un circolo vizioso, finisce per trasformarsi essa stessa in vittima, a causa delle ondate di calore, della siccità crescente, delle alluvioni e degli eventi meteorologici estremi. Risultato: la produzione di tutte le coltivazioni non irrigue dell’Europa mediterranea sono destinate a calare del 50% entro i prossimi 30 anni.

I danni dell’agricoltura intensiva

Una situazione preoccupante, figlia dello strapotere dell‘agricoltura intensiva basata sulle monocolture, responsabile principale dei gas climalteranti in atmosfera (come tutto il settore dei trasporti messi insieme): il comparto agricolo, secondo i dati del World Resources Institute, causa infatti l’11% dei gas serra (e, per di più, il dato è in crescita del 14% rispetto a 20 anni fa). Se poi si aggiungono anche le emissioni prodotte dal settore degli allevamenti, il dato totale aumenta fino al 25%.

I vantaggi dell’agroecologia

Per invertire la rotta sono essenziali investimenti in sostenibilità delle filiere, uso delle rinnovabili, lotta agli sprechi energetici e idrici, diffusione delle colture biologiche. E gli interventi sono sempre più improcrastinabili. Alcuni di questi sono finiti in un vero e proprio decalogo dell’agroecologia, stilato dall’associazione ambientalista Legambiente. Uno strumento utile per rilanciare e rendere più resiliente il made in Italy di qualità. “L’agroecologia – spiega Angelo Gentili, responsabile Agricoltura di Legambiente – può rappresentare un percorso per le produzioni italiane di qualità. È un tipo di agricoltura capace di sposare natura, biodiversità, tecnologia e riesce ad essere competitiva a livello nazionale e internazionale, fornendo ai consumatori cibi sani e rispettosi del capitale naturale”.

Il primo terreno di prova di questa conversione deve essere quello della nuova Politica Agricola Comune che le istituzioni della Ue stanno per approvare. “I 400 miliardi della nuova PAC – osserva Stefano Ciafani, presidente di Legambiente – devono favorire la transizione verso l’agroecologia, e i fondi del Recovery Plan che le si aggiungeranno, essere destinati a un reale cambio di passo in chiave ambientale”.

Stop agli incentivi ad agricoltura e allevamenti intensivi

Uno dei passaggi cruciali è far cessare i sussidi a pioggia. Questi ultimi hanno infatti caratterizzato negativamente la precedente PAC nel settennio 2014-2020 e che rischiano di compromettere il futuro dell’intero settore. “Quasi 60 miliardi di euro dei contribuenti dell’UE – ricorda Ciafani – vengono spesi ogni anno per finanziare agricoltura e zootecnia intensive. Serve, invece, scommettere, su un sistema che aiuti gli agricoltori nella transizione verso un modello sostenibile a lungo termine, trasformando quei sussidi in incentivi che favoriscano la riduzione degli impatti su acqua e aria, la conservazione della fertilità del suolo, come stabilito nelle strategie dell’Unione europea Farm to fork e Biodiversità. Queste sono la riduzione del 50% dell’uso dei fitofarmaci e del 20% dei fertilizzanti entro il 2030, il taglio del 50% dei consumi di antibiotici per gli allevamenti, il 40% di superfici agricole convertite a biologico e la trasformazione del 10% delle superfici agricole in aree ad alta biodiversità e habitat naturali. Legambiente chiede quindi che siano incorporate nella PAC in maniera vincolante”.

 

I 10 punti del decalogo per l’Agroecologia circolare

Il decalogo per l’Agroecologia è stato presentato durante il Forum per l’Agroecologia circolare, organizzato dall’associazione con i patrocini dei ministeri dell’Ambiente, delle Politiche agricole e della Regione Lazio. Questi in sintesi i suoi 10 punti:

1. Agricoltura biologica

Puntare con decisione allo sviluppo del comparto a partire dall’approvazione della proposta di legge ancora ferma al Senato.

2. Agricoltura integrata

Alzare l’asticella dell’agricoltura integrata attraverso innovazione e ricerca secondo il modello agroecologico, riducendo fortemente input negativi.

3. Salute dei suoli

Incrementare la sostanza organica ed aumentare la fertilità dei suoli, contribuendo allo stoccaggio di carbonio attraverso buone pratiche agricole e rotazione di colture.

4. Biodiversità

Proteggere habitat naturali e tutelare insetti impollinatori indispensabili per biodiversità agricola e naturale.

5. Allevamenti

Ridurre carichi zootecnici e allevamenti intensivi responsabili di due terzi emissioni settore, favorendo modelli sostenibili di allevamento.  Essi sono infatti in grado di migliorare benessere animale, riducendo importazione mangimi e foraggi causa di deforestazione.

6. Acqua ed energia

Ridurre fortemente i consumi idrici ed energetici del comparto e abbattere l’utilizzo di molecole di sintesi dal campo alla tavola, unendo pratiche tradizionali a sperimentazione agronomica e innovazione digitale, per rendere sostenibile l’intera filiera agroalimentare.

7. Rinnovabili

Incentivare l’utilizzo delle rinnovabili in agricoltura in ottica di multifunzionalità. Dal solare termico al biogas al biometano, passando dalla promozione dell’agrivoltaico –  che unisce produzione energetica del fotovoltaico con la coltivazione agricola – e dalla riconversione del parco macchine agricolo per renderlo più efficiente e meno inquinante.

8. Stop plastica

Porre un freno al consumo di plastica in agricoltura, favorendo il riciclo di imballaggi, l’utilizzo di bio-materiali e l’eco-packaging.

9. Aree interne

Promuovere l’agricoltura come collante sociale, presidio territoriale e antidoto al dissesto idrogeologico nelle aree interne, marginali, collinari e montane particolarmente colpite dal fenomeno dell’abbandono.

10. Legalità

Rispettare e difendere i diritti dei lavoratori del comparto agricolo, contrastando le agromafie e il fenomeno del caporalato.

Sicurezza alimentare: la soluzione è nei microbi dei terreni

La fertilità del suolo? È legata alla biodiversità dei suoi microrganismi. Dal progetto SIMBA un’alternativa circolare per colture più produttive e sostenibili

di Matteo Cavallito

 

Ascolta “Sicurezza alimentare: la soluzione è nei microbi dei terreni” su Spreaker.

Di fronte a una popolazione mondiale destinata a crescere ulteriormente nei prossimi decenni (+2 miliardi da qui al 2050 secondo le stime Onu) l’utilizzo efficiente del sistema agricolo e la capacità di garantire un adeguato approvvigionamento di cibo sono obiettivi irrinunciabili. Le difficoltà, verrebbe da dire, non mancano di certo ma la buona notizia è che il suolo contiene in sé le risorse vitali utili allo scopo. Lo ha sottolineato Annamaria Bevivino, Responsabile Laboratorio Sostenibilità, Qualità e Sicurezza delle Produzioni Agroalimentari dell’ENEA, intervenendo al convegno “Un suolo produttivo e in salute” nell’ambito della Digital Edition 2020 di Ecomondo. Il riferimento corre al contenuto del Progetto SIMBA, un’iniziativa europea parte del programma Horizon 2020, di cui ENEA è partner, che si pone l’obiettivo di sfruttare il microbioma, ovvero le comunità microbiche del suolo e del mare, per la produzione sostenibile di cibo.

«I microorganismi alla base di un suolo fertile»

«Il suolo è un sistema complesso e dinamico» spiega la Bevivino sottolineando il nesso tra «fertilità del terreno e biodiversità microbica». I microorganismi, in altri termini, sono come una banca di risorse a cui la pianta può attingere in modo selettivo a seconda delle sue necessità. Contribuendo alla decomposizione delle sostanze organiche e al rilascio dei nutrienti minerali essenziali, inoltre, i microbi garantiscono in ultima analisi l’equilibrio dell’ecosistema. Il loro potenziale, insomma, è enorme. Anche se ad oggi non è stato adeguatamente sfruttato.

Analizzando il microbioma e progettando i consorzi di microorganismi più promettenti è possibile migliorare la produttività e la salute del suolo e delle piante. Immagine: presentazione di Annamaria Bevivino (ENEA) presso Ecomondo 2020.

Analizzando il microbioma e progettando i consorzi di microorganismi più promettenti è possibile migliorare la produttività e la salute del suolo e delle piante. Immagine: presentazione di Annamaria Bevivino (ENEA) presso Ecomondo 2020.

Verso un sistema circolare

Nella sua prima fase, il Progetto SIMBA ha avviato un’indagine del database del microbioma presente nei suoli oggetto di studio analizzando le colture di grano, mais, patate e pomodori in Italia e in Germania. In seguito i consorzi più promettenti di questi microorganismi saranno progettati e testati in laboratorio per migliorare la produttività e la salute delle piante convertendo le materie prime e i residui in alimenti e mangimi. Il risultato atteso consiste in un aumento della qualità e della sicurezza delle colture e in una riduzione degli input chimici. Ma anche, conclude Bevivino, in «un cambiamento di paradigma a favore di un’agroecologia circolare che ponga al centro il ruolo dei microorganismi che sono alla base della vita dell’ecosistema». Un cambio di rotta necessario e più urgente che mai.