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Land grabbing: una minaccia grande due volte l’Italia

Negli anni i grandi investitori si sono accaparrati quasi 800mila chilometri quadrati di terreni sottraendoli alle comunità locali. Le conseguenze? Degrado del suolo, cambiamento climatico e pandemie

di Matteo Cavallito

 
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Nel corso degli anni gli operatori di mercato hanno acquisito il controllo di 79 milioni di ettari di terra fertile nel mondo. Lo ha rivelato il Terzo Rapporto “I padroni della Terra” realizzato dalla Ong FOCSIV. Ad oggi, in altre parole, grandi investitori, società finanziarie e multinazionali controllerebbero un’area di terreno vitale di circa 800 mila km2. Ovvero: un’estensione pari a due volte e mezzo quella dell’Italia con conseguenze ormai conclamate, si legge nello studio, «a danno delle comunità di contadini locali e dei popoli indigeni, nel quadro della competizione globale per le risorse naturali del Pianeta».

La minaccia del land grabbing

È il fenomeno del land grabbing, espressione ormai di uso comune con cui si indica la grande corsa all’accaparramento della terra. L’operazione è notoriamente redditizia, a fronte delle molteplici opportunità economiche: monoculture per l’alimentazione umana e animale, biocarburanti, estrazione mineraria, progetti industriali e turistici, urbanizzazione e ogni altra iniziativa che implica il disboscamento. Il filo conduttore è il carattere non sostenibile dei progetti che impattano sulle popolazioni indigene causandone la migrazione forzata. Ma le conseguenze non si esauriscono qui.

A patire gli effetti di queste operazioni, infatti, è anche la terra, soggetta inevitabilmente a un progressivo degrado. La conquista dei territori si traduce in particolare in una perdita della biodiversità e in un contributo aggiuntivo al cambiamento climatico. Due fattori – precisa il rapporto – che favoriscono la diffusione delle pandemie, inclusa ovviamente quella in atto.

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Perù, Russia e Repubblica Democratica del Congo i Paesi più colpiti

L’indagine alla base del rapporto è realizzata elaborando le informazioni contenute nella banca dati di Land Matrix, un’iniziativa globale di monitoraggio del fenomeno lanciata nel 2009. A marzo 2020, i 79 milioni di ettari in mano a grandi imprese, società finanziarie e Stati coinvolti nelle medesime operazioni sono coperti da circa 2.100 contratti. Solo nell’ultimo anno la dimensione di questi ultimi è aumentata di 8 milioni di ettari, un segnale della crescita del fenomeno. In cima alla classifica dei grandi Paesi investitori si collocano Cina, Stati Uniti, Regno Unito, Svizzera, Canada e Russia. I soggetti di queste nazioni, precisa il rapporto, gestiscono da soli più di 60 milioni di ettari.

Oltre la metà dei terreni controllati (più di 50 milioni di ettari) si concentra in soli cinque Paesi: Perù, la stessa Russia, Repubblica Democratica del Congo, Ucraina e Brasile. Alcune nazioni, precisa l’indagine, «sono contemporaneamente investitori e target» dal momento che molti contratti sono riconducibili a imprese locali.

La Cina svetta nella classifica dei maggiori investitori del suolo. Fonte: Land Matrix in FOCSIV, “I Padroni della Terra. Rapporto sull’accaparramento della terra 2020”.

La Cina svetta nella classifica dei maggiori investitori del suolo. Fonte: Land Matrix in FOCSIV, “I Padroni della Terra. Rapporto sull’accaparramento della terra 2020”.

«Nuove regole per fermare il land grabbing»

Per contrastare questo fenomeno, sostiene dunque FOCSIV, diventa quindi necessario promuovere una cooperazione internazionale caratterizzata da «nuove regole per fermare l’accaparramento delle terre». Le raccomandazioni dell’organizzazione, in particolare, includono il sostegno alle lotte dei popoli indigeni, l’accelerazione dei negoziati sul Trattato ONU relativo a diritti umani e imprese, un maggiore impegno da parte degli Stati nella riduzione delle emissioni e l’introduzione nei trattati commerciali di clausole vincolanti per il diritto alla terra delle comunità locali.