Una nuova banca dati rivela il costo climatico del degrado delle foreste
I ricercatori hanno sintetizzato quasi quarant’anni di dati, fornendo una delle sintesi più complete mai prodotte sulle dinamiche del carbonio nelle foreste dopo gli eventi avversi e durante la successiva rigenerazione
di Matteo Cavallito
La conservazione delle foreste e la loro rigenerazione dopo gli eventi avversi sono considerate entrambe strategie di primo piano nella mitigazione climatica. A oggi, tuttavia, l’attenzione della ricerca e delle politiche ambientali si è concentrata soprattutto sugli effetti della deforestazione. Al contrario, gli studi sul degrado forestale – risultato di incendi, taglio selettivo degli alberi, frammentazione degli habitat, siccità e altri fattori di disturbo – si sono scontrati nel tempo con la difficoltà di misurare il fenomeno che pure, come sanno gli scienziati, può compromettere profondamente la capacità delle foreste stesse di immagazzinare carbonio.
A colmare questa lacuna ci pensa oggi un lavoro del GFZ Helmholtz Centre for Geosciences di Potsdam, in Germania, che ha coordinato un consorzio internazionale composto da decine di ricercatori, i quali hanno raccolto e armonizzato i risultati di 146 studi condotti dal 1988 a oggi nelle foreste tropicali di America, Africa e Asia. Il risultato è una banca dati pantropicale che, assicurano gli autori, costituisce una delle sintesi più complete mai prodotte sulle dinamiche del carbonio forestale dopo eventi avversi e durante la successiva rigenerazione.
Una banca dati senza precedenti
“La nostra banca dati e la relativa meta-analisi migliorano l’accuratezza e la completezza della rendicontazione e della modellizzazione degli inventari del carbonio”, spiega lo studio pubblicato su Science Advances. “Le consistenti perdite e gli incrementi di carbonio nella biomassa fuori terra derivanti da distinti processi di degrado e recupero sono oggi caratterizzati in modo molto più accurato, fornendo una solida base di evidenze per politiche volte a fermare il degrado e favorire il recupero a fini di mitigazione climatica”. Le foreste tropicali, ricordano i ricercatori, racchiudono circa il 70% della biomassa vivente globale e costituiscono circa un terzo del serbatoio terrestre del carbonio.
Quando vengono abbattute o danneggiate, questo equilibrio si altera: il carbonio viene rilasciato nell’atmosfera e la capacità degli ecosistemi di assorbire nuove emissioni diminuisce. Ma quali sono, invece, le conseguenze del “semplice” degrado?
L’indagine, una delle più ampie mai realizzate sul tema, mostra che anche questo fenomeno, in effetti, comporta enormi perdite di carbonio e sottolinea, al tempo stesso, l’importanza di preservare almeno parte della struttura dell’ecosistema danneggiato. Un’azione, quest’ultima, che consentirebbe infatti un recupero molto più rapido nel confronto con le aree completamente disboscate.
Dal degrado forti perdite di carbonio ma le foreste possono recuperare
L’analisi quantitativa mette in evidenza che le perdite di carbonio nella biomassa fuori terra possono essere molto elevate anche quando la foresta non viene completamente distrutta. Gli incendi, osserva una nota dell’Helmholtz Centre, provocano in media una perdita del 49% del carbonio presente nella vegetazione, il taglio selettivo del 34% e gli effetti della frammentazione ai margini della foresta del 31%. Inoltre, gli studiosi hanno osservato che all’aumentare dell’intensità e della frequenza dei disturbi cresce in modo significativo anche la quantità di carbonio persa.
Ma il dato forse più interessante riguarda la capacità di ripresa degli ecosistemi. “Dopo 20 anni di rigenerazione, le riserve di carbonio nella biomassa fuori terra sono risultate più elevate nelle foreste degradate in fase di recupero (dal 41 al 117%) rispetto alle foreste secondarie ricresciute dopo una deforestazione completa (dall’1 al 74%), indicando un maggiore potenziale di rigenerazione quando la struttura della foresta viene preservata”, prosegue lo studio. In altre parole, lasciare in piedi una parte dell’ecosistema significa preservare il suolo, le fonti di semi, la connettività ecologica e tutti quegli elementi che rendono possibile una ricostruzione molto più efficace della biomassa.
Dati più certi per la contabilità delle emissioni
Le implicazioni dello studio vanno oltre la ricerca accademica. La nuova banca dati e la meta-analisi, infatti, possono servire “come base di evidenze per politiche volte a fermare il degrado e favorire il recupero a fini di mitigazione climatica”. Esse forniscono infatti strumenti concreti per rendere più accurati i modelli sul ciclo del carbonio, gli inventari nazionali dei gas serra e la rendicontazione prevista dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC).
Disporre di fattori di emissione più affidabili, quindi, significa poter stimare meglio il contributo del degrado delle foreste alle emissioni globali e, al tempo stesso, valorizzare il ruolo del loro recupero naturale per le strategie di mitigazione.
Soprattutto in un momento nel quale i governi sono chiamati a definire politiche climatiche sempre più efficaci e basate su dati solidi. “Sebbene i continui miglioramenti delle metodologie aumenteranno la precisione dei numeri, rinviare gli interventi con il pretesto dell’incertezza degli stessi non è più giustificabile”, conclude lo studio. Con i dati e le conoscenze a disposizione, infatti, è oggi possibile prevenire il degrado delle foreste oltre che favorire il recupero degli ecosistemi già danneggiati.

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