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Danni a biodiversità, suolo ed ecosistemi: “Invertiamo la rotta per evitare un futuro orribile”

Un report di un team internazionale di 17 scienziati avverte: la perdita di biodiversità, i danni ai suoli e ai servizi ecosistemici ci stanno portando verso la 6a estinzione di massa. “Serve una doccia fredda per attuare finalmente politiche virtuose su vasta scala che evitino il peggio”

di Emanuele Isonio

 

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Un team di 17 scienziati tra i più influenti e autorevoli. Un gruppo internazionale di esperti per una prognosi mai così cupa per il futuro del pianeta, basata peraltro su 150 studi accademici: “le condizioni ambientali sono molto più terribili e pericolose di quanto generalmente pensino non solo i cittadini comuni ma anche la comunità scientifica”. Il tutto è messo nero su bianco in un’analisi pubblicata su Frontiers in Conservation Science.

“Il nostro non vuole essere però un invito alla resa: puntiamo invece a fornire ai leader una ‘doccia fredda’ realistica dello stato del Pianeta, essenziale per pianificare le strategie utili a evitare un futuro orribile” spiegano i 17 esperti, provenienti da numerose università statunitensi, messicane e australiane. Non a caso, oltre al durissimo j’accuse della situazione attuale, sottolineano l’esistenza di numerose best practice capaci di condurre verso soluzioni efficaci e durature.

I dati preoccupanti sulla perdita di biodiversità

La lunga analisi punta il dito in particolare contro la perdita di biodiversità causata dalle attività umane. Oltre il 70% dei suoli terrestri è stato alterato in modo significativo e la percentuale toccherà il 90% entro il 2050. In più, abbiamo perso l’85% delle zone umide, con danni significativi per ecosistemi, fauna e rese agricole. A questo è connessa una immensa riduzione di specie animali. “Quelle di vertebrati monitorate nel corso degli anni – spiega la ricerca – sono diminuite in media del 68% negli ultimi cinque decenni. Complessivamente un milione di specie è minacciato di estinzione su circa 7-10 milioni presenti sul pianeta”. E per quanto riguarda il mondo vegetale la situazione non è certo migliore: il 40% delle piante è considerato in pericolo.

L’impatto delle attività umane sugli ecosistemi terrestri. FONTE: Robert Watson, Peccei Lecture Roma 12.11.2019

L’impatto delle attività umane sugli ecosistemi terrestri. FONTE: Robert Watson, Peccei Lecture Roma 12.11.2019

“Forse le persone conoscono questa situazione ma non ne capiscono l’urgenza. Oppure la comprendono ma non vogliono accettare i sacrifici individuali del cambio di rotta” ha detto ai microfoni della CNN uno degli autori del rapporto, Daniel Blumstein, docente dell’università della California. “Non è esagerato parlare di un potenziale rischio per la nostra civiltà”.

Servizi ecosistemici a serio rischio

La perdita di biodiversità comporta infatti una diminuzione drastica dei servizi ecosistemici. Tra quelli espressamente citati dagli autori del rapporto: il ridotto sequestro di carbonio nel terreno, la ridotta impollinazione, la degradazione del suolo, la scarsa qualità dell’acqua e dell’aria, le inondazioni più frequenti e intense, l’aumento degli incendi, il peggioramento della salute umana. Un dato in particolare viene citato nella ricerca, per far capire quanta biomassa è stata trasferita dagli ecosistemi naturali all’uso umano: oggi i mammiferi selvatici, gli uccelli, i rettili e gli anfibi costituiscono appena il 5% del totale della biomassa presente sulla Terra. Il 36% è rappresentato dall’uomo e il 59% dal bestiame. “Siamo già sul percorso di una sesta estinzione di massa. Questo è un fatto scientificamente incontrovertibile” ammonisce il report.

Questa tendenza è poi resa peggiore non solo dalla crescita della popolazione ma soprattutto dal consumo insostenibile di risorse naturali. In mezzo secolo si è passati dal consumare il 73% della capacità rigenerativa della Terra al 170%.

Riepilogo delle principali categorie di cambiamento ambientale espresso come variazione percentuale rispetto alla linea di base fornita nel testo. Il rosso indica la percentuale della categoria che è stata danneggiata, persa o altrimenti interessata, mentre il blu indica la percentuale che è intatta, rimasta o comunque inalterata. FONTE: Bradshaw e altri, "Underestimating the Challenges of Avoiding a Ghastly Future" 13.01.2021.

Riepilogo delle principali categorie di cambiamento ambientale espresso come variazione percentuale rispetto alla linea di base. Il rosso indica la percentuale della categoria che è stata danneggiata, persa o altrimenti interessata, mentre il blu indica la percentuale che è intatta, rimasta o comunque inalterata. FONTE: Bradshaw e altri, “Underestimating the Challenges of Avoiding a Ghastly Future” 13.01.2021, Frontiers in Conservation Science.

Cambiare le regole del gioco

Un’inversione di rotta, secondo i 17 scienziati, non può prescindere da due fattori: superare l’inerzia dei decisori politici e cambiare le regole del gioco. Tra le soluzioni possibili, indicate nella ricerca: l’abbandono rapido dei combustibili fossili, la corretta determinazione del prezzo delle esternalità negative causate dalle varie attività umane, il coinvolgimento delle popolazioni più povere e delle donne, investimenti in istruzione.

“Ci sono molti esempi di interventi di successo per prevenire le estinzioni di massa, ripristinare gli ecosistemi, incoraggiare un’attività economica più sostenibile su scala sia locale sia regionale” concludono gli esperti. “Solo una conoscenza realistica delle sfide colossali che la comunità internazionale ha di fronte può consentirle di tracciare un futuro meno devastato. Agli esperti delle discipline che si occupano di biosfera spetta di dire le cose come stanno. Devono evitare ogni reticenza o di ricoprire di zucchero le sfide schiaccianti che ci attendono”.

Alberi monumentali: alla scoperta delle gemme più rare del suolo

Sono tra gli esempi più insoliti e preziosi della biodiversità del territorio: un elenco speciale voluto dal Ministero delle Politiche agricole ne conserva storia e significato. La lista dei “patriarchi vegetali” conta finora 3500 esemplari

di Matteo Cavallito

 

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Maestosi, rari, eccezionalmente importanti: sono gli alberi monumentali italiani, membri di un club esclusivo capace di attirare costante attenzione. Un elenco speciale fatto di esemplari unici per storia, specificità e significato. Una lista composta da oltre 3.500 esemplari riconosciuti e tutelati dal Ministero delle Politiche agricole. Si distribuiscono su tutto il suolo nazionale. E, da qualche tempo, sono ancora più accessibili. Grazie al web.

Una mappa degli alberi monumentali

Basta collegarsi sulla pagina dedicata di Google Maps, infatti, per scoprirne collocazione e caratteristiche. Cliccando su ogni punto di interesse si può individuare la pianta e il punto esatto in cui trovarla. Ne deriva una geografia dei cosiddetti “patriarchi vegetali”, vero e proprio giro d’Italia alla scoperta della biodiversità arborea. Un balzo digitale lungo mille e più chilometri che da un maestoso pino cembro situato a Gressoney-Saint-Jean, in provincia di Aosta, conduce a una memorabile quercia vallonea di Tricase, in Salento.

Natura e storia alla base del riconoscimento

A caratterizzare gli alberi monumentali sono sostanzialmente due elementi: il grande valore biologico e l’importanza storico-culturale. Caratteristiche decisive che attribuiscono alle piante un significato profondo sotto vari aspetti. Tra questi spicca senza dubbio la longevità. La Val di Fiemme, in Trentino, ospita il celebre Re Leone, un cembro siberiano con oltre 7 metri di circonferenza e 8 secoli di vita. Nei pressi di Curinga, in provincia di Catanzaro, sorge invece il platano di Vrisi che da oltre mille anni sorveglia il bosco circostante.

Un elenco in evoluzione

L’Elenco degli alberi monumentali d’Italia è stato redatto nel 2017 con l’obiettivo, sottolineava l’allora Ministro Maurizio Martina, di “diffondere la conoscenza di un patrimonio naturale e culturale collettivo di inestimabile valore” caratterizzato, in particolare, da “un forte valore identitario per molte comunità”. La lista è stata aggiornata tre volte ed è tuttora in evoluzione. Il censimento spetta ai Comuni sotto la guida delle Regioni ma le segnalazioni possono arrivare anche dagli enti territoriali, dalle scuole e direttamente dai cittadini. Che, non diversamente da ciò che accade in altre iniziative, possono contribuire alla tutela del patrimonio forestale.

Con boschi ben gestiti, il carbonio assorbito sale del 30%

Il calcolo contenuto in un rapporto di Fondazione Symbola e Coldiretti: “gli investimenti boschivi essenziali per centrare gli obiettivi previsti dal pacchetto europeo per la ripresa Next Generation EU”. Necessario piantare 200 milioni di alberi entro il 2030

di Emanuele Isonio

 

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“Il Piano nazionale di ripresa e resilienza italiano deve individuare nei boschi e nelle foreste uno degli assi strategici della transizione ecologica. Per favorirla, la Commissione europea ha messo a disposizione la quota maggiore delle risorse disponibili – ben il 37% – del Next Generation EU. Ha così impresso una decisiva accelerazione al progetto del Green Deal, ribadendone e rafforzandone la centralità per fare dell’Europa il primo continente a impatto climatico zero”. L’appello congiunto è stato sottoscritto da Ettore Prandini, (presidente di Coldiretti), Ermete Realacci (presidente della Fondazione Symbola) e Federico Vecchioni (amministratore delegato di Bonifiche Ferraresi).

L’occasione è data da un’analisi presentata dalle tre organizzazioni. Obiettivo: evidenziare il contributo dei nostri boschi e foreste alla qualità della vita delle città, alla stabilità idrogeologica dei territori, alla sicurezza delle comunità, alla bellezza dei paesaggi e alla conservazione della biodiversità.

Un toccasana per territori, aria e clima

I numeri in tal senso sono già piuttosto significativi. L’Italia è già oggi con 11,4 milioni di ettari il secondo tra i grandi paesi europei per copertura forestale: il 38% del territorio italiano è infatti occupato da boschi. A superarci è solo la Spagna, con il 55%. Siamo invece più avanti a Germania 32,8%, Francia 32,1% e Gran Bretagna 13,1%. Ogni anno le foreste italiane sottraggono così dall’atmosfera circa 46,2 milioni di tonnellate di anidride carbonica, che si traducono in 12,6 milioni di tonnellate di carbonio accumulato. Il carbonio organico accumulato nelle foreste italiane è pari a 1,24 miliardi di tonnellate, corrispondenti a 4,5 miliardi di tonnellate di CO2. Non solo: in città, le piante possono ridurre le temperature e rimuovere ozono e polveri sottili, queste ultime in gran parte responsabili delle 60mila morti premature che ogni anno avvengono nel nostro Paese a causa dell’inquinamento atmosferico.

Copertura forestale - Confronto tra i principali paesi europei e media Ue. FONTE: Fondazione Symbola-Coldiretti-Bonifiche Ferraresi. "Boschi e foreste nel Next Generation Eu" dicembre 2020.

Copertura forestale – Confronto tra i principali paesi europei e media Ue. FONTE: Fondazione Symbola-Coldiretti-Bonifiche Ferraresi. “Boschi e foreste nel Next Generation Eu” dicembre 2020.

Gestione sostenibile, il monito di IPCC e Carabinieri forestali

Ecco quindi spiegata l’importanza di gestire al meglio questo vero patrimonio. Lo ricorda l’IPCC (Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) secondo cui la gestione forestale sostenibile è il più importante strumento di mitigazione grazie all’assorbimento (sink di carbonio), all’immagazzinamento negli stock di biomassa e alla sostituzione di prodotti fossili con prodotti legnosi.

Lo confermano anche i Carabinieri forestali. Sono loro ogni giorno in prima linea contro traffici e attività illegali: “i boschi, oltre ad essere un bene paesaggistico, sono ecosistemi che rappresentano una risorsa in termini di biodiversità e di stabilità dei terreni” spiega Giampiero Costantini, comandante della Regione Carabinieri Forestali di Abruzzo e Molise. “Oggi infatti il cambiamento climatico può indurre un aumento delle temperature medie con conseguente alterazione delle manifestazioni metereologiche. Ciò fa registrare una maggiore frequenza di piogge forti  e spesso acide, unite a periodi di siccità accentuati. Tali mutazioni sono associate a una variazione della capacità del suolo di assorbire acqua piovana con il conseguente aumento dei processi alluvionali. Da qui la necessità di tutelare il bosco per mantenerlo in salute al fine di conservare in via prioritaria la sua funzione di bene ecologico”.

200 milioni di alberi in 10 anni

Se il patrimonio forestale non fosse lasciato a sé stesso e fosse anzi gestito correttamente l’immagazzinamento del carbonio crescerebbe del 30%. Come farlo? Prevedendo nuove riserve forestali, una rete dei boschi vetusti, applicando sistematiche scelte di pianificazione, convertire i boschi da cedui a fustaie, trasformando i popolamenti da coetanei a disetanei e allungando i turni di utilizzazione. Inoltre se aumentassimo l’utilizzo del legno in tutti gli edifici pubblici, si avrebbe per ogni chilogrammo di legno impiegato una riduzione media di 1,2 chilo di carbonio, dovuto al mancato utilizzo di materiali Carbon intensive come cemento e acciaio.

Ecco spiegato il motivo per cui le tre organizzazioni sottolineano l’importanza che l’Italia dia il proprio contributo alla “Strategia europea per la biodiversità 2030”. Essa prevede di piantare 3 miliardi di alberi nei diversi Paesi del’Unione. Per l’Italia, questo si tradurrebbe nell’impegno di piantare oltre 200 milioni di alberi nei prossimi 10 anni.

Potenziale impatto del miglioramento della gestione forestale italiana sull'importazione di legno grezzo. FONTE: Fondazione Symbola-Coldiretti-Bonifiche Ferraresi. "Boschi e foreste nel Next Generation Eu" dicembre 2020.

Potenziale impatto del miglioramento della gestione forestale italiana sull’importazione di legno grezzo. FONTE: Fondazione Symbola-Coldiretti-Bonifiche Ferraresi. “Boschi e foreste nel Next Generation Eu” dicembre 2020.

Ricadute positive anche per economia e occupazione

Tali azioni avrebbero senz’altro un impatto positivo sul fabbisogno di legno che è attualmente coperto per l’80% da importazione. Un valore complessivo di 3 miliardi di euro che ci rende secondi importatori netti in Europa dopo il Regno Unito. “Se facessimo piantagioni dedicate in grado di sostituire almeno il legname grezzo che importiamo (pari a 3,2 milioni di metri cubi), servirebbero 365.000 ettari e dovremmo aspettare anni per farle crescere adeguatamente” spiegano gli estensori del rapporto. Migliorando la gestione dei 783.000 ettari di boschi in grado di fornirlo (sugli 11,4 milioni di ettari che abbiamo) produrremmo più di 3 milioni di metri cubi. L’import diverrebbe di fatto superfluo”.

Sul fronte occupazionale, poi, il settore florovivaistico sarebbe il primo ad averne effetti positivi: attualmente occupa in Italia circa 200mila persone. Per soddisfare la richiesta di 200 milioni di piante in più, serviranno 25mila nuovi posti di lavoro stabili oltre a 4mila posti per i primi 4 anni legati alle iniziali attività di piantagione e manutenzione.

Impatto dell'aumento della superficie forestale sul numero di addetti del settore florivivaistico. FONTE: Fondazione Symbola-Coldiretti-Bonifiche Ferraresi. "Boschi e foreste nel Next Generation Eu" dicembre 2020.

Impatto dell’aumento della superficie forestale sul numero di addetti del settore florivivaistico. FONTE: Fondazione Symbola-Coldiretti-Bonifiche Ferraresi. “Boschi e foreste nel Next Generation Eu” dicembre 2020.

Il futuro dell’agricoltura amica del suolo? Nei semi tradizionali

Recuperare i semi storici per sfruttare la capacità millenaria della natura di adattarsi al territorio. Dalla Spagna al Brasile le varietà antiche sono al centro di una strategia vincente

di Matteo Cavallito

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Gli allevamenti intensivi e le monoculture, soprattutto quando caratterizzate dall’impiego di semi geneticamente modificati, rappresentano una minaccia per la biodiversità. Da qualche tempo, tuttavia, sembrano emergere con forza alcune buone pratiche per il recupero della ricchezza del suolo. Iniziative diverse che riguardano differenti anelli della catena produttiva e distributiva del comparto food. Come dire, dal campo alla tavola. Promuovendo la sostenibilità agricola e valorizzando una risorsa troppo spesso sottovalutata: i semi tradizionali.

I pericoli delle soluzioni transgeniche

Il tema è emerso di recente in occasione di un forum promosso da Slow Food in occasione dell’edizione 2020 di Terra Madre. «I semi tradizionali rappresentano uno dei sistemi per far fronte alla crisi climatica» sostiene l’organizzazione che propone, al tempo stesso, di «puntare sempre più sulla biodiversità esistente anziché lavorare sulle sementi transgeniche». Il fatto, nota Jordi Limón Marsa, proprietario e chef di due ristoranti a Barcellona, è che i consumatori «spesso non conoscono l’origine dei semi» ignorando ad esempio se questi ultimi siano stati trattati.

Il rischio, a quel punto, è di trovarsi di fronte a prodotti originatisi a partire da varietà ibride, frutto della selezione artificiale di alcune caratteristiche. Oppure transgeniche, ovvero modificate con l’innesto di geni provenienti da altre piante o animali. In entrambi i casi i semi non possono essere recuperati e il risultato è che gli agricoltori si trovano a «dipendere» dai laboratori e dalle aziende che li hanno brevettati.

A Barcellona un orto della tradizione

Limón Marsa, da parte sua, ha deciso di perseguire una strategia differente. Nei suoi ristoranti vengono infatti utilizzate solo le verdure coltivate nell’orto di proprietà dove si impiegano i semi tradizionali. Di che si tratta? Essenzialmente di varietà vecchie di migliaia di anni e vincolate alle zone di produzione. Quello che accade, in sintesi, è che uno stesso ceppo finisce per sviluppare caratteristiche differenti per adattarsi al diverso tipo di terreno e alle condizioni climatiche. È il caso, ad esempio, di una nota famiglia di pomodori cui appartengono le varietà conosciute come San Marzano, pomodoro Pera e Corno delle Ande coltivate rispettivamente in Italia, Spagna e Perù. «Stesso ceppo ma diverso adattamento al territorio», prosegue lo chef. Che aggiunge: «L’aspetto positivo è che questi semi non si possono brevettare e possono essere ripiantati all’infinito».

Dai semi un assist alla biodiversità

L’uso di questi semi non contribuisce soltanto alla conservazione delle varietà antiche ma diventa uno strumento utile per il recupero della biodiversità e della salute dei terreni. È il caso degli interventi sui suoli degradati, ovvero su quei terreni vittime della riconversione o della coltura intensiva. Molto interesse, in questo stesso, sta suscitando ultimamente l’attenta opera di ripristino nel Cerrado brasiliano, una delle aree agricole più importanti del mondo. Qui un’organizzazione che coinvolge scienziati, ambientalisti e veri e propri “collezionisti” di semi tradizionali si sta impegnando per ripopolare i terreni con la loro vegetazione originale. Una massiccia attività di recupero dell’intero suolo brasiliano, nota una ricerca, potrebbe richiedere l’impiego di 15.600 tonnellate di semi tradizionali. L’iniziativa genererebbe fino a 57mila posti di lavoro oltre a redditi complessivi pari a 146 milioni di dollari.

In Sicilia nasce la prima “foresta commestibile” che salva terra, diritti e biodiversità

Un terreno confiscato alla mafia ospiterà la “food forest” ideata dalle cooperative Valdibella e NoE: 5 ettari di piante coltivate secondo i criteri dell’agroecologia e corridoi verdi per gli insetti impollinatori. Il progetto è stato inserito tra le Comunità del Cambiamento Slow Food

di Emanuele Isonio

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Un’area di cinque ettari, confiscata alla mafia più di 20 anni fa, sta diventando lo scenario per un sogno unico nel suo genere in Italia: trasformarla in una “food forest” o “foresta commestibile”. Come? Convertendola in un sistema agroforestale nel quale troveranno spazio diverse specie di piante. Alcune saranno destinate a produrre cibo, altre semplicemente ad arricchire la biodiversità necessaria a mantenere in equilibrio l’ambiente e arricchire il suolo.

Il progetto si svilupperà a Partinico, trenta chilometri a sud-ovest di Palermo. A svilupparlo, due realtà siciliane del Terzo settore: la cooperativa agricola Valdibella, attiva nella vicina Camporeale dal 1998 e la NoE (No Emarginazione), cooperativa sociale che da quasi trent’anni si occupa di inclusione sociale di persone portatrici di handicap.

Orti, 1500 alberi e aree per le api

“L’idea – spiega il presidente di Valdibella, Massimiliano Solano – è di un ecologo brasiliano, Rafael da Silveira Bueno. È lui ad averci suggerito di trasformare il terreno in una foresta commestibile”. Il progetto prevede la piantumazione di circa 1500 alberi – tra cui olivi, frassini da manna, avocadi, agrumi, noci – la nascita di un giardino mediterraneo e l’allestimento di un’area orticola.

Non solo: ci sarà un biolago per la gestione delle acque reflue fitodepurate, un’area di compostaggio e verranno piantate siepi che offriranno protezione dal vento e dagli incendi. Parola d’ordine: biodiversità. Lo dimostra anche la volontà di destinare un’area a querce, corbezzoli, ginestre, rose canine, mirti e biancospini, piante che rappresentano risorse alimentari per le api. “Sarà una realtà agricola professionale, produttiva, basata su uno schema agroecologico e improntata al minimo impatto ambientale” assicura Solano. “Per me è un nuovo modello di agricoltura”.

La scelta di Slow Food

Non a caso, la foresta di Partinico, per la sua originalità, è diventata la prima delle Comunità del cambiamento di Slow Food: un’iniziativa ideata per sostenere progetti collettivi con cui imprese, istituzioni e singoli individui si attivano per cambiare i sistemi alimentari locali, adottando pratiche più sostenibili e inclusive. “Rappresentano esempi di buone pratiche replicabili per creare un cambiamento tangibile nella produzione, trasformazione, distribuzione, consumo del cibo” spiega Francesco Sottile, del comitato esecutivo di Slow Food Italia. “Quando il progetto di Partinico sarà realizzato, il cambiamento sarà evidente: un appezzamento di terrerno verrà infatti riconvertito a una produzione agricola, basata su agroecologia e sostenibilità. La foresta commestibile – prosegue Sottile – metterà insieme la biodiversità delle specie arboree con gli orti e i cereali, con le specie aromatiche e gli arbusti. I corridoi verdi permetteranno agli insetti di trovare spazio per nutrirsi, per riprodursi e per impollinare frutta e ortaggi”.

Da non sottovalutare nemmeno la ricaduta sociale dell’iniziativa: “Saranno coinvolti giovani e integrati alcuni portatori di fragilità che potranno toccare con mano il lavoro e la produzione. Nascerà una comunità di consumatori pronti a sostenere la produzione agricola creando sviluppo basato sulla responsabilità e la consapevolezza”.

Che cosa sono le comunità di cambiamento Slow Food?

Che cosa sono le comunità di cambiamento Slow Food?

Il progetto Comunità del Cambiamento

Il progetto delle Comunità del cambiamento Slow Food è nato la scorsa primavera. Prevede di selezionare 100 progetti utili a modificare in tutte le regioni italiane i sistemi alimentari locali. Due le fasi delle candidature: la prima si è chiusa a luglio scorso. La prossima sarà attiva dall’8 gennaio all’8 febbraio prossimi. I progetti selezionati avranno 18 mesi di tempo per essere completati. Ciascuno di essi riceverà da 5 a 30mila euro sotto forma di denaro, attrezzature o servizi. I contributi economici alle Comunità del cambiamento potranno arrivare da aziende, istituzioni, fondazioni, che aderiscano a uno specifico fondo. Ma anche i privati cittadini potranno sostenere l’iniziativa, attraverso la donazione del 5×1000 alla Fondazione Slow Food per la Biodiversità.

Le foreste in Italia crescono. Ma sono un tesoro ancora sottovalutato

La superficie boschiva è raddoppiata dagli Anni 50. Ma ancora oggi l’80% del legname è importato e la gestione virtuosa del patrimonio forestale fatica ad affermarsi. Un problema urgente: dalla salute delle foreste passa la tutela della biodiversità e dei loro servizi ecosistemici

di Emanuele Isonio

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Sotto attacco nel mondo, in forte aumento in Italia ed Europa. Il patrimonio forestale globale vive una condizione quantomeno ambivalente. Disboscamento selvaggio, incendi, agricoltura intensiva, eventi meteorologici estremi (tutti fattori di origine antropica) hanno reso il 2019 in un vero annus horribilis per le foreste mondiali: ne sono state distrutte 26 milioni di ettari. Un territorio grande come l’intero Regno Unito.
A livello italiano, la situazione è opposta. Dal secondo dopoguerra ad oggi la superficie forestale è quasi raddoppiata: oggi conta più di 11 milioni di ettari (erano 5,6 milioni negli Anni ’50). E negli ultimi 30 anni, l’incremento è del 28%. Risultato: oggi il territorio nazionale coperto da boschi ha raggiunto il 38%, un valore superiore ai due paesi considerati amici della foreste, come Germania e Svizzera (fermi al 31%).

Un tesoro nazionale sprecato

Del resto, anche i dati complessivi dell’Unione europea mostrano la stessa tendenza: il 43% della superficie Ue è costituito da terreni boschivi, un’area pari alla superficie della Grecia. Merito di programmi di riforestazione ma anche della ricrescita naturale legata all’abbandono delle aree interne.
Tutto a posto? Non proprio. Perché, soprattutto per il nostro Paese, questo aumento dei boschi non ha finora portato con sé una loro adeguata valorizzazione, anche in termini economici. Basta un dato per capirlo: ancora oggi l’80% del legname utilizzato dall’industria italiana è importato dall’estero. Un potenziale tesoro nazionale è quindi sprecato. E con esso, l’opportunità di costruire una solida filiera bosco-legno tricolore, a basso impatto ambientale.

L’importanza della gestione forestale sostenibile

“Solo una loro gestione sostenibile e responsabile garantisce la conservazione della biodiversità e l’erogazione dei servizi ecosistemici” conferma Antonio Nicoletti, responsabile nazionale aree protette di Legambiente. Proprio l’associazione ambientalista ha dedicato alla “Bioeconomia delle foreste” uno dei suoi 7 forum tematici organizzati con istituzioni e imprese per individuare le migliori proposte per il Piano nazionale di ripresa e resilienza che il governo italiano dovrà presentare alla Commissione europea entro aprile 2021.

Non va dimenticato che le nostre foreste ci regalano contributi importanti per centrare gli obiettivi previsti dall’Accordo sul clima di Parigi. Quanto grandi? “Tra i 30 e 40 milioni di tonnellate di carbon sink (lo stoccaggio naturale di anidride carbonica) è assicurato dalle aree verdi” spiega Lorenzo Ciccarese, responsabile conservazione habitat e specie terrestri, agricoltura e foreste di ISPRA. “Per raggiungere i livelli di mitigazione necessari entro un decennio è essenziale ripristinare le foreste, i suoli e le zone umide e creare spazi verdi nelle città. Un concetto alla base anche della Strategia europea per la biodiversità al 2030”.

Valore del carbon sink assicurato dalle foreste italiane. FONTE: ISPRA 2020 su dati 2018.

Valore del carbon sink assicurato dalle foreste italiane. FONTE: ISPRA 2020 su dati 2018.

Riscoprire l’uso del legno per ridurre l’impronta ecologica dell’industria

Per andare nella direzione giusta – sottolineano gli esperti intervenuti all’incontro Legambiente – è fondamentale aumentare gli sforzi per la transizione verso la bioeconomia. Un percorso che, in ambito forestale, significa non solo tutelare il patrimonio boschivo esistente ma diffondere l’uso del legno in molti settori industriali diversi. “Attenzione a non sottovalutare questo aspetto – precisa Ciccarese – perché il legno delle nostre foreste può benissimo sostituire altri materiali utilizzati, garantendo così sia la valorizzazione dei prodotti di derivazione boschiva sia la possibilità di ridurre l’impronta ecologica di numerosi comparti produttivi”.

I vantaggi dell’uso del legno in sostituzione di altri materiali sono facilmente comprensibili: “il legno è il più importante alleato per mitigare e contrastare i cambiamenti climatici” spiega Renzo Motta, presidente della Società Italiana di Selvicoltura ed Ecologia Forestale. “È un materiale rinnovabile, del quale usiamo ancora oggi una minima parte rispetto a quanto la natura ricrea ogni giorno. Dobbiamo diffondere quindi l’idea che biodiversità e bioeconomia non sono affatto in contrapposizione. La conservazione e la gestione sostenibile delle foreste sono complementari. E tra questi due aspetti la sinergià è indispensabile”.

Proposte per un Recovery Plan amico delle foreste

Proprio per questo, Legambiente ha stilato un elenco di proposte per rafforzare la bioeconomia circolare in ambito forestale, che chiede siano considerate come uno dei pilatri del Recovery Plan italiano. Tra esse:

  • incrementare il territorio protetto per aumentare la biodiversità forestale,
  • creare una rete nazionale delle foreste primarie e dei santuari della biodiversità,
  • diffondere la pianificazione e la certificazione forestale,
  • costituire un cluster legno nazionale che sostenga le filiere locali e il made in Italy, riducendo la quota di legno importato,
  • aumentare l’uso del legno nei processi produttivi e a fini energetici,
  • contrastare il traffico illegale del legno e dei prodotti di origine forestale,
  • creare foreste urbane per rigenerare le città a ridurre le ondate di calore.

Costa: “Creare nuove aree protette”

Dal governo arriva il parere positivo del ministro dell’Ambiente, Sergio Costa: “È mia ferma intenzione progettare nel Recovery plan la piantumazione di ulteriori 50 milioni di alberi. Al tempo stesso, creare nuove aree protette è una delle mie priorità. Esse colloquiano con il mondo produttivo e non è vero che il futuro non si può costruire con la transizione ecologica. Sto quindi spingendo per la creazione di nuovi Parchi nazionali, ingolosendo i territori dal punto di vista economico” ha concluso il ministro.

Sicurezza alimentare: la soluzione è nei microbi dei terreni

La fertilità del suolo? È legata alla biodiversità dei suoi microrganismi. Dal progetto SIMBA un’alternativa circolare per colture più produttive e sostenibili

di Matteo Cavallito

 

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Di fronte a una popolazione mondiale destinata a crescere ulteriormente nei prossimi decenni (+2 miliardi da qui al 2050 secondo le stime Onu) l’utilizzo efficiente del sistema agricolo e la capacità di garantire un adeguato approvvigionamento di cibo sono obiettivi irrinunciabili. Le difficoltà, verrebbe da dire, non mancano di certo ma la buona notizia è che il suolo contiene in sé le risorse vitali utili allo scopo. Lo ha sottolineato Annamaria Bevivino, Responsabile Laboratorio Sostenibilità, Qualità e Sicurezza delle Produzioni Agroalimentari dell’ENEA, intervenendo al convegno “Un suolo produttivo e in salute” nell’ambito della Digital Edition 2020 di Ecomondo. Il riferimento corre al contenuto del Progetto SIMBA, un’iniziativa europea parte del programma Horizon 2020, di cui ENEA è partner, che si pone l’obiettivo di sfruttare il microbioma, ovvero le comunità microbiche del suolo e del mare, per la produzione sostenibile di cibo.

«I microorganismi alla base di un suolo fertile»

«Il suolo è un sistema complesso e dinamico» spiega la Bevivino sottolineando il nesso tra «fertilità del terreno e biodiversità microbica». I microorganismi, in altri termini, sono come una banca di risorse a cui la pianta può attingere in modo selettivo a seconda delle sue necessità. Contribuendo alla decomposizione delle sostanze organiche e al rilascio dei nutrienti minerali essenziali, inoltre, i microbi garantiscono in ultima analisi l’equilibrio dell’ecosistema. Il loro potenziale, insomma, è enorme. Anche se ad oggi non è stato adeguatamente sfruttato.

Analizzando il microbioma e progettando i consorzi di microorganismi più promettenti è possibile migliorare la produttività e la salute del suolo e delle piante. Immagine: presentazione di Annamaria Bevivino (ENEA) presso Ecomondo 2020.

Analizzando il microbioma e progettando i consorzi di microorganismi più promettenti è possibile migliorare la produttività e la salute del suolo e delle piante. Immagine: presentazione di Annamaria Bevivino (ENEA) presso Ecomondo 2020.

Verso un sistema circolare

Nella sua prima fase, il Progetto SIMBA ha avviato un’indagine del database del microbioma presente nei suoli oggetto di studio analizzando le colture di grano, mais, patate e pomodori in Italia e in Germania. In seguito i consorzi più promettenti di questi microorganismi saranno progettati e testati in laboratorio per migliorare la produttività e la salute delle piante convertendo le materie prime e i residui in alimenti e mangimi. Il risultato atteso consiste in un aumento della qualità e della sicurezza delle colture e in una riduzione degli input chimici. Ma anche, conclude Bevivino, in «un cambiamento di paradigma a favore di un’agroecologia circolare che ponga al centro il ruolo dei microorganismi che sono alla base della vita dell’ecosistema». Un cambio di rotta necessario e più urgente che mai.

Dalla finanza $2600 miliardi che danneggiano la biodiversità

Il calcolo è dell’organizzazione Portfolio.earth e riguarda le 50 più grandi banche globali. Ciascuna ha concesso in media 52 miliardi in favore di attività ai danni degli ecosistemi mondiali

di Matteo Cavallito

 

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Nel 2019 le maggiori banche del Pianeta hanno finanziato con oltre 2.600 miliardi di dollari progetti legati direttamente o indirettamente alla distruzione di ecosistemi e fauna selvatica. L’esborso, per fare un paragone, supera nettamente il controvalore dell’economia italiana (circa 2.000 miliardi di dollari alla fine dello scorso anno). Lo evidenzia un rapporto diffuso in queste settimane dall’organizzazione Portfolio.earth: l’iniziativa, cui partecipano esperti di finanza, economia e ambiente, punta a far comprendere meglio l’impatto dell‘industria finanziaria sulla biodiversità.

Dalla natura dipende la metà del Pil globale

Quello del settore finanziario è un ruolo cruciale. Ad oggi, spiegano i ricercatori citando le stime del World Economic Forum, la natura e i suoi servizi contribuiscono a circa la metà del Pil globale (44 miliardi di dollari). Il settore industriale è da sempre sotto accusa per l’impatto negativo delle sue attività sull’ambiente. Non altrettanto, tuttavia, si può dire del comparto bancario, il cui contributo è stato spesso sottovalutato. Eppure quello dei finanziamenti è un meccanismo chiave, il “carburante” delle iniziative imprenditoriali, comprese ovviamente quelle che determinano un danno all’ecosistema. Secondo l’analisi di Portfolio.earth, due terzi dei finanziamenti concessi hanno favorito attività che comportano direttamente una perdita della biodiversità (come la pesca o l’estrazione mineraria ad esempio). Un terzo dei fondi è finito invece nelle casse delle imprese che contribuiscono indirettamente al fenomeno, alimentando la domanda di materie prime (come le aziende del settore costruzioni e infrastrutture).

In cima alla lista nera i colossi di Wall Street

L’analisi ha coinvolto 50 grandi banche globali. Ciascuna ha concesso in media 52 miliardi di dollari di finanziamenti. In cima alla lista ci sono alcuni dei maggiori istituti americani: Bank of America, Citigroup e JP Morgan Chase. Questi ultimi sono stati responsabili di circa un quarto dei prestiti concessi dal campione osservato. Nella Top Ten compaiono anche la statunitense Wells Fargo oltre a tre banche giapponesi – Mizuho Financial, Mitsubishi Financial e Sumitomo Mitsui Banking Corporation. Altrettanti gli istituti europei: la francese BNP Paribas e le britanniche HSBC e Barclays. Il 32% dei finanziamenti – tra prestiti e sottoscrizioni obbligazionarie – è finito nel settore delle infrastrutture, il 25% nel comparto minerario e il 20% nell’industria del fossile. Il settore agroalimentare ha ricevuto soltanto il 10% dei finanziamenti. Quest’ultimo dato, sottolineano i ricercatori, è comunque preoccupante considerando il forte impatto di questo segmento produttivo sulla perdita di biodiversità a livello globale.

Banche e governi devono agire in fretta

Il vero problema, tuttavia, è che le banche non sembrano aver preso sufficientemente coscienza del problema. Le eccezioni sono ancora troppo poche. «Gli operatori del settore finanziario – si legge nel rapporto – hanno ampiamente evitato di esaminare la loro situazione». Proprio per questo, gli autori chiedono ora agli istituti di rendere noto e ridurre drasticamente il loro impatto sulla natura invitando al tempo stesso i governi a riscrivere le regole per limitare i danni associati alle operazioni finanziarie.