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Luca Mercalli: “Se non curiamo il suolo impossibile vincere la sfida del clima”

Il meteorologo e climatologo a Re Soil Foundation: l’importanza del suolo è ancora ampiamente sottovalutata. Serve una grande campagna di informazione sul suo valore e una legge che finalmente lo difenda

di Emanuele Isonio

Ascolta “Intervista a Luca Mercalli: "Se non curiamo il suolo impossibile vincere la sfida del clima"” su Spreaker.

“Rispetto ad altri fenomeni connessi con i cambiamenti climatici, la questione del degrado del suolo è ancora oggi decisamente sottovalutata dall’opinione pubblica e dagli amministratori locali e nazionali. Il suolo è considerato solo come un supporto o per parcheggiarci la macchina o per farci attività di business legate ai capitali immobiliari o di grandi infrastrutture. C’è una grandissima incapacità di rendersi conto del suo valore e dell’irreversibilità del suo consumo: il suolo, una volta perso, è perso per sempre”. Meteorologo, climatologo, divulgatore scientifico accademico, Luca Mercalli è uno dei volti più noti, che ha portato al grande pubblico questioni cruciali come i cambiamenti climatici, il legame tra tutela ambientale e salute, la transizione ecologica (oggi è di gran voga ma sulle bocche degli addetti ai lavori risuona da decenni…).

Professor Mercalli, ci spiega innanzitutto che legame esiste tra cambiamenti climatici e impoverimento del suolo?

Il suolo ha molto a che fare con il clima per i numerosi servizi ecosistemici che offre. Ci sono relazioni tra le emissioni di CO2 climalteranti, a partire dal fatto che le piante metabolizzano la CO2 dell’atmosfera e la stoccano nel legno e nella sostanza organica degli strati più superficiali del suolo, quella più preziosa e fertile. Se noi cementifichiamo una superficie di terreno, togliamo la possibilità alle piante di sottrarre CO2 dall’atmosfera e restituiamo addirittura anche quella già contenuta nella sostanza organica del suolo. Quindi il danno è doppio.

C’è poi una relazione con l’acqua: sigillando un suolo, impediamo l’infiltrazione in falda. Quindi da un lato abbiamo meno acqua per gli usi idropotabili e dall’altra aumentiamo i rischi di alluvioni, rese già più frequenti a causa delle piogge intense causate dai cambiamenti climatici. I suoli più impermeabilizzati smaltiscono ovviamente meno l’acqua.

Poi c’è la questione del comfort urbano: i suoli sigillati aumentano le isole di calore nei periodi estivi, durante le grandi ondate di calore africano. Quando abbiamo delle zone verdi, invece, c’è una riduzione della temperatura offerta dall’evapotraspirazione del fogliame. Togliendo superfici verdi, quindi aumentiamo il disagio in termini di comfort termico estivo.

C’è poi ovviamente tutto il tema legato alla biodiversità: quando togliamo suolo, eliminiamo tutto il capitale di vita microscopica contenuta in esso. E questo non può che impoverire l’ambiente.

Ci sono territori più interessati da questo fenomeno e quindi in maggiore pericolo?

Il problema è globale. Ovunque nel mondo c’è un assalto al suolo dovuto all’aumento esponenziale di aree urbane, infrastrutture, di attività minerarie e di una cattiva agricoltura: quest’ultima, sebbene non distrugga per sempre il suolo, lo impoverisce moltissimo aumentandone l’erosione. Chiaramente, la perdita di suolo per cementificazione è la peggiore perché irreversibile. In questo senso, l’Italia è tra i Paesi più esposti: ormai abbiamo cementificato l’8% del territorio nazionale e per di più nelle zone di maggior pregio. Le aree di pianura, scelte per gli insediamenti urbani e industriali, sono quelle con i suoli più preziosi.

Localizzazione dei principali cambiamenti dovuti al consumo di suolo tra il 2018 e il 2019. Fonte: elaborazioni ISPRA su cartografia SNPA - Rapporto "Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici" Anno 2020.

Localizzazione dei principali cambiamenti dovuti al consumo di suolo tra il 2018 e il 2019. Fonte: elaborazioni ISPRA su cartografia SNPA – Rapporto “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici” Anno 2020.

Si può dire quindi che se non curiamo il suolo non possiamo vincere la sfida del clima?

Certo: sono tutti temi collegati tra loro. Perdere il suolo significa perdere la capacità di produrre cibo, oltre che non poter compensare in parte il cambiamento climatico. Ma il suolo è un fattore chiave, così come lo sono tante altre cause.

Quali azioni per il futuro pensa quindi siano più urgenti ed efficaci per contrastare il degrado del suolo?

La prima è proprio una funzione di comunicazione e di educazione. Se i cittadini non comprendono il valore del suolo, è ovvio che non si impegneranno nemmeno per ridurne il degrado. Sistema scolastico, governo e tutti gli istituti formativi dovrebbero iniziare una forte campagna di informazione. E poi è urgente una legge a tutela del suolo: la proposta di legge langue da troppo tempo in Parlamento (dal febbraio 2020 è ferma all’esame congiunto delle Commissioni Agricoltura e Ambiente del Senato, ndr). Evidentemente prevalgono altri interessi e a quanto pare nessuno la vuole varare, per fare in modo che da subito diventi efficace una effettiva difesa del suolo che ci rimane.

La Ue ha indicato la salute del suolo come obiettivo di una delle 5 mission avviate all’interno del programma Horizon Europe, il programma europeo per la ricerca e l’innovazione: questa scelta va nella direzione giusta? E sono realistici i target che propone (riportare entro il 2030 almeno il 75% dei suoli di ogni stato membro dell’UE in salute)?

Temo che siano dei semplici auspici. Abbiamo purtroppo visto che la legge per la difesa del suolo è fallita anche a livello europeo. Non è la prima volta che si tenta di far approvare dall’Europarlamento quella norma ma poi gli effetti non si vedono.

Un’ultima domanda sull’attualità stretta: ha suscitato molto dibattito la scelta del neopremier Mario Draghi di creare un ministero della Transizione ecologica, al posto del tradizionale ministero dell’Ambiente. Il suo perimetro di azione verrà ampliato, attribuendogli deleghe finora assegnate ad altri dicasteri. Come valuta questa scelta? Aiuterà a orientare le politiche pubbliche in favore di una maggiore sostenibilità delle attività produttive e di una riduzione degli impatti ambientali?

Nuovamente, sulla carta ci sono dei propositi, sulla realtà giudicheremo. Avverto soltanto che il ministro che è stato scelto è un tecnologo: all’interno della transizione ecologica non vedo mai le professionalità che dei problemi ambientali si occupano. Avrei visto bene un pedologo, ovvero un esperto di scienza dei suoli a capo di un dicastero del genere. Così come un climatologo o un biologo: insomma una figura che si occupa delle scienze del sistema Terra. Io non conosco l’attuale ministro, ho semplicemente letto il suo curriculum. Ma vedo che sostanzialmente è un tecnologo. Mi pare che si assuma un approccio diverso: non dalla parte dell’ambiente ma dalla parte di una tecnologia che voglia essere un po’ più rispettosa dell’ambiente. Le due cose sono però molto diverse. Di tecnologi e di “sviluppisti” ne abbiamo già abbastanza.

“Il Trentino ha un problema di consumo di suolo”

La fotografia dell’Osservatorio Paesaggio Trentino: in mezzo secolo quasi raddoppiati gli insediamenti. Oggi le aree disponibili per l’agricoltura sono appena il 13%. Coldiretti: diamo riconoscimento sociale e culturale al suolo e alle attività agricole

di Matteo Cavallito

 

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La preoccupazione è messa nero su bianco dall’Osservatorio del Paesaggio Trentino: “il territorio della Provincia di Trento ha subito nel secondo dopoguerra una trasformazione radicale della propria struttura insediativa e paesaggistica”. È bastato poco più di mezzo secolo per far passare il suolo occupato da insediamenti e infrastrutture dai 5400 ettari del 1960 ai 16mila del 2004. “La progressione degli incrementi delle superfici insediate è stata pertanto superiore al 190%, segnalando andamenti mai verificatisi nella storia insediativa del Trentino”. L’analisi è contenuta nella “Ricerca 2020 sulle dinamiche di urbanizzazione e sul consumo di suolo in Trentino”, resa pubblica nei giorni scorsi.

L’importanza di leggere bene i dati

Un problema già di per sé, ma reso ancor più delicato perché lo sviluppo di edifici e aree produttive è avvenuto soprattutto a discapito delle aree agricole. Anche in questo caso, i dati della Ricerca 2020 vanno letti con grande attenzione. Attualmente il suolo “consumato” registrato per la Provincia di Trento risulta essere del 3,7%. Apparentemente quindi ben inferiore rispetto al dato del 7,1% della media nazionale. Ma, precisano i tecnici dell’Osservatorio, “è necessario effettuare una lettura più contestualizzata di questo dato, alla luce dei caratteri orografici e altimetrici del Trentino”.

Il 60% del territorio infatti si colloca al di sopra dei 1000 metri di quota. Il 53% della superficie è rappresentata da boschi, il 12% da pascoli e il 22% da rocce e ghiacci. “Per l’agricoltura e gli insediamenti risulta così disponibile solo il 13% della superficie provinciale. L’analisi dei fenomeni di consumo di suolo ci segnala che ben più di un quarto di questa preziosa porzione del territorio risulta essere interessata da fenomeni spinti di artificializzazione”.

Classificazione dei comuni trentini in base all’estensione delle aree fortemente antropizzate. FONTE: ricerca sulle dinamiche di urbanizzazione e sul consumo di suolo in trentino. Dicembre 2020 - Osservatorio Paesaggio Trentino.

Classificazione dei comuni trentini in base all’estensione delle aree fortemente antropizzate. FONTE: ricerca sulle dinamiche di urbanizzazione e
sul consumo di suolo in
trentino. Dicembre 2020 – Osservatorio Paesaggio Trentino.

Il confronto con le altre aree alpine

Anche la comparazione con quanto avviene in altri territori montani conferma la preoccupazione dell’Osservatorio per il Paesaggio, strumento per il governo del territorio istituito nel 2010 dalla Provincia Autonoma di Trento. In provincia di Bolzano ad esempio, solo il 2,8% del territorio è consumato. Il dato è analogo a quello del Bellunese. In provincia di Sondrio e in Valle d’Aosta le quote di territorio soggetto a consumo di suolo sono anche inferiori (rispettivamente 2,6% e 2,1%).

L’allarme di Coldiretti

La performance peggiore rispetto ad altri territori simili è stata sottolineata anche da Coldiretti Trentino, particolarmente preoccupata per la perdita di suolo agricolo. “Il problema – commenta Gianluca Barbacovi, presidente di Coldiretti Trentino Alto Adige – è ancora più marcato visto che negli ultimi 5 anni, con una legge provinciale che dovrebbe garantire uno stop al consumo di suolo, la tendenza non si è affatto invertita”.

Oltre al danno economico, Coldiretti sottolinea come un territorio reso meno salubre e più fragile dal consumo di suolo sia anche meno capace di reagire e adattarsi ai cambiamenti climatici che rendono le precipitazioni più intense e concentrate in determinati periodi dell’anno. “Per proteggere la terra e i cittadini che ci vivono, le istituzioni devono difendere la propria disponibilità di terreno fertile con un adeguato riconoscimento sociale, culturale ed economico del ruolo dell’attività agricola” propone Barbacovi. “La disponibilità di terra coltivata si traduce in produzioni agricole di qualità e in sicurezza alimentare e ambientale per i cittadini nei confronti del degrado e del rischio idrogeologico. Se non poniamo un argine al consumo di suolo perdiamo un’opportunità in termini di sviluppo economico e occupazionale per l’intero Paese”.

 

Cemento, inquinatore globale. Una minaccia per clima e suolo

La produzione di cemento contribuisce a quasi un decimo delle emissioni globali di CO2. Nuovi sistemi produttivi sostenibili accendono (un po’) di speranza. Ma occorre anche proteggere il suolo

di Matteo Cavallito

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“Se l’industria del cemento fosse un Paese, sarebbe il terzo più grande emittente di CO2 del mondo dopo Cina e Stati Uniti”. Così la BBC, intervenendo in passato – ma il tema, ovviamente, resta valido tuttora – su una questione troppo spesso sottovalutata: l’enorme impatto climatico di un settore chiave dell’economia. Cemento, ovvero costruzioni. Motore di sviluppo ma anche fattore critico per la tenuta del Pianeta. Ad oggi la sua produzione genera l’8% delle emissioni globali di anidride carbonica contro il 12% dell’agricoltura e il 2,5% dell’aviazione. Ma l’inquinamento non è tutto. Perché l’edificazione e lo sviluppo di strade e infrastrutture producono anche crescente impermeabilizzazione: una delle minacce più serie alla salute del suolo.

Il boom del cemento parla cinese

L’uso del cemento è diventato un fenomeno globale a partire dagli anni ’50. Da allora, rileva la BBC, la sua produzione è aumentata di 30 volte grazie anche a un’ulteriore accelerazione registrata negli ultimi 30 anni. A partire dall’ultimo decennio del secolo scorso, infatti, Cina e India hanno dato un impulso clamoroso al settore facendo quadruplicare la produzione complessiva. Tra il 2011 e il 2013 la Cina ha consumato 6,6 miliardi di tonnellate di cemento contro le 4,5 utilizzate dagli Stati Uniti in tutto il XX secolo.
Statistic: Major countries in worldwide cement production from 2015 to 2019 (in million metric tons) | Statista
Fonte: Statista

L’efficienza energetica non basta

Secondo il Royal Institute of International Affairs di Londra, o Chatham House – ricorda ancora la BBC – la produzione globale di cemento libera nell’atmosfera 2,2 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno. Nel tempo le emissioni medie per unità di prodotto sono diminuite grazie al perseguimento di una maggiore efficienza energetica da parte delle imprese. Ma il processo di creazione della materia, nella sostanza, non è mai stato radicalmente modificato rispetto alle sue caratteristiche originali brevettate nell’Ottocento. L’estrazione delle materie prime dalle cave, l’impiego di forni ad alte temperature e la creazione del clinker, elemento chiave per il cemento, continuano ad avere un impatto enorme in termini di emissioni gassose.

L’alternativa “bio”

Sempre secondo Chatham House, per soddisfare i requisiti dell’Accordo di Parigi sul clima il settore del cemento dovrebbe garantire un calo della CO2 prodotta non inferiore al 16%. Negli ultimi anni alcuni studi si sono focalizzati su una nuova soluzione rappresentata dal cosiddetto biocemento. L’idea è quella di sfruttare l’azione dei microorganismi per produrre una compattazione della materia del tutto simile a quella che si verifica nel processo di formazione del corallo. L’operazione avviene a temperatura ambiente senza l’impiego di combustibili. I vantaggi per il clima, insomma, sono evidenti. Ma l’impatto del cemento sull’ambiente, è bene ricordarlo, non si manifesta, purtroppo, solo sul fronte delle emissioni.

Ridurre la cementificazione per tutelare il suolo

La cementificazione del territorio, infatti, è tuttora in espansione. Il terreno urbano, ricorda una recente ricerca pubblicata sulla rivista Nature, ospita oltre la metà della popolazione mondiale ed è responsabile del 70% delle emissioni di gas serra di origine umana nel Pianeta. Da qui al 2040, osserva ancora lo studio, non meno del 50% del suolo cittadino di nuova espansione interesserà i territori coltivati generando una diminuzione della produzione agricola globale compresa tra l’1% e il 4%.

È il fenomeno del soil sealing, l’impermeabilizzazione del terreno, che secondo le stime della FAO procede al ritmo di circa circa 10 chilometri quadrati all’ora. In questo contesto il suolo smette di svolgere la maggior parte dei suoi servizi ecosistemici sperimentando inoltre una ridotta capacità di cattura del carbonio e favorendo di conseguenza il cambiamento climatico. Proprio per questa ragione il recupero degli edifici dismessi e il ripristino degli spazi degradati diventano un’alternativa imprescindibile per rispondere alle esigenze di spazio per la popolazione senza compromettere la salute del suolo.

Da discarica a paradiso: l’eredità di Claudio Abbado salva un pezzo di Sardegna

Lo storico direttore d’orchestra aveva acquistato un terreno di 8 ettari nel 1992 per sottrarlo a degrado e speculazioni edilizie. A sette anni dalla sua morte, gli eredi Abbado lo cedono in comodato gratuito a Legambiente per progetti di ricerca sulla biodiversità, educazione e tutela ambientale

di Emanuele Isonio

 

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Era una discarica abusiva, poteva diventare l’ennesimo pezzo di suolo di pregio venduto alla speculazione. È diventata invece un’oasi di pace, biodiversità e profumi di macchia mediterranea. Non solo: d’ora in poi sarà un palcoscenico per progetti di ricerca botanica, programmi ecologici, attività di educazione alla tutela del territorio. Il merito è della lungimiranza di Claudio Abbado, tra i più noti direttori d’orchestra mondiali e dei suoi eredi. Questi ultimi, in occasione del settimo anniversario della scomparsa dell’artista, hanno annunciato che quel terreno, otto ettari di paradiso tra le spiagge del Lazzaretto e delle Bombarde, nella costa nord-occidentale della Sardegna, sarà ceduto in comodato d’uso gratuito pluriennale a Legambiente per tutelarlo e renderlo fruibile da cittadini e ricercatori.

9mila piante piantumate al posto di lavatrici, pneumatici e scarti edilizi

Claudio Abbado acquistò nel 1992 quel terreno dall’Ersat, braccio esecutivo per l’agricoltura della Regione Sardegna. All’epoca quell’area era nient’altro che una discarica informale, un terreno che già stimolava appetiti speculativi, che volevano costruirvi strutture che avrebbero deturpato l’ambiente naturale della costa. Contemporaneamente, Abbado si impegnò a non realizzare alcuna edificazione immobiliare.

“Quando decise di acquistarlo – ricorda Alessandra, figlia del celebre musicista – quel terreno era ricoperto di rifiuti, in particolare siringhe, lavatrici, pneumatici e scarti edilizi. Lui scelse di sottrarlo a una condizione di abbandono ed era prossimo a diventare sito di un grande hotel di lusso, a massimo sfruttamento turistico. Lo ha tutelato e protetto semplicemente per quello che è: un’oasi naturale che svolge delle funzioni ecologiche essenziali.

Abbado cambiò quindi la destinazione dell’area: divenne, di fatto, un terreno agricolo. Da quel momento si dedicò a un grande progetto di bonifica: partirono 7 tir carichi di scarti e, successivamente, fece piantumare 9mila piante, ristabilendo l’ambiente della macchia mediterranea tipica del luogo. Negli anni, il terreno è diventato così un gioiello naturalistico tutelato e protetto per il suo importante valore ambientale, oggi inserito nel Parco regionale naturale di Porto Conte.

Un futuro fatto di ricerca, tutela, educazione

Le azioni intraprese saranno coerenti con il progetto originario ideato da Claudio Abbado, ovvero la tutela e la valorizzazione dell’ambiente. A coordinare le attività sarà un comitato, del quale faranno parte i rappresentanti della famiglia Abbado e dei circoli Legambiente di Alghero e Sassari.

Tra gli obiettivi dell’accordo, lo svolgimento di attività educative, di ricerca e di tutela e promozione dell’ambiente verso il territorio e verso la comunità locale, per un miglioramento della qualità della vita; la partecipazione a progetti finanziabili, compatibilmente con il piano di gestione della Zona di Protezione speciale di Capo Caccia; la stipula di collaborazioni con amministrazioni locali, università, enti di gestione di aree protette, scuole. Prevista anche la costituzione di una rete di economia civile per il rilancio dell’area. Essa coinvolgerà cittadini, imprese, realtà del terzo settore, amministrazioni pubbliche e mondo della ricerca.

“I principi e i valori di tutela dell’ambiente hanno ispirato la vita di un direttore d’orchestra che ha dato lustro alla cultura del nostro Paese. Ora potremo dare seguito a quell’impegno” commenta Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente. “È un’occasione straordinaria per raccontare come vivere in armonia con la natura sia indispensabile per affrontare insieme le grandi sfide, a partire da quella della crisi climatica”.

L’esigenza di un nuovo approccio culturale

Con le azioni portate avanti su quel terreno in Sardegna, Abbado voleva però anche dare un segnale di un preciso approccio culturale. Lo spiega sua nipote Francesca: “La crisi climatica che stiamo vivendo è soprattutto una crisi culturale. Lo dimostra la difficoltà accettare un cambio di rotta, di costumi, di comportamenti visti come una minaccia alla qualità della vita. Nonno ha dimostrato che investire nella natura, riconoscendola come soggetto per le funzioni che svolge è un primo passo per rispondere alla crisi che stiamo vivendo e per gettare le basi di una nuova società”.

Cementificazione, Consulta: tutela aree verdi viene prima degli interessi privati

La Corte costituzionale ha dichiarato legittima la legge con cui nel 2018 la Regione Lazio ha deciso l’ampliamento del 36% del Parco dell’Appia Antica. Su quell’area doveva sorgere un maxi-insediamento da un milione di metri cubi

di Emanuele Isonio

 

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Il 2021 inizia con una buona notizia per chi crede nelle aree protette come strumento per tutelare il territorio contro i rischi di speculazione e cementificazione. La Corte costituzionale con una sentenza emessa pochi giorni prima di Natale ha, di fatto, sancito la supremazia del bene comune ambientale rispetto agli interessi economici individuali.

Uno stop definitivo al controverso progetto Marino 2

La vicenda, in particolare, riguarda il Parco Regionale dell’Appia Antica: un’area naturale protetta di oltre 4500 ettari, creata più di 20 anni fa dalla Regione Lazio ma soprattutto il parco urbano più grande d’Europa, che parte a ridosso del centro storico di Roma e si spinge fino ai comuni di Ciampino e Marino. Tutto inizia due anni fa. A ottobre 2018 la Regione Lazio ha approvato un ampliamento del territorio protetto: 1213 ettari in più, pari al 36% in più di territorio protetto.

L'area protetta dal Parco Regionale dell'Appia Antica, completo dell'ampliamento previsto con la legge regionale del 2018. FONTE: Parco Appia Antica.

L’area protetta dal Parco Regionale dell’Appia Antica, completo dell’ampliamento previsto con la legge regionale del 2018. FONTE: Parco Appia Antica.

La scelta era stata fatta per fermare un controverso programma edilizio già approvato dal comune di Marino e dalla Regione stessa negli anni precedenti (era il 2011): dietro quel progetto c’era Luca Parnasi. L’immobiliarista romano proprio su quell’area voleva costruire un nuovo imponente insediamento urbano. Il suo nome? Marino 2. Oltre un milione di metri cubi di cemento sulla campagna romana che avrebbero ospitato circa 15mila abitanti. Un tipico esempio di cementificazione realizzata, per di più, in un’area di grande pregio naturalistico e archeologico. La legge regionale aveva però fatto saltare quel progetto. Proprio appellandosi ad essa, la Regione Lazio e il Comune di Marino hanno infatti archiviato il procedimento di valutazione di impatto ambientale del progetto e negato il permesso di costruire. Le ditte costruttrici erano quindi ricorsi al Tar che, a sua volta, ha coinvolto la Consulta.

La Consulta: i vincoli paesaggistici prevalgono sugli strumenti urbanistici

La Corte costituzionale però con la sentenza n. 276 (redattrice, il giudice Daria de Pretis) ha dichiarato infondati i dubbi del Tar Lazio sull’articolo 7 della legge regionale n. 7/2018. Ha quindi respinto la tesi dei giudici amministrativi secondo cui un’area avente pregio ambientale non potrebbe essere tutelata qualora sia interessata da un progetto edificatorio previsto in uno strumento urbanistico attuativo già approvato. “In questo modo – spiegano i giudici della Consulta in una nota – si finisce per attribuire alla pianificazione urbanistica un valore preclusivo del pieno dispiegarsi della tutela ambientale mentre ciò contraddice la funzione stessa dei vincoli preordinati a questa finalità”.

La sentenza ha quindi ricordato i precedenti costituzionali in tema di limiti al diritto di proprietà e ha ribadito che i vincoli finalizzati alla tutela ambientale non hanno carattere espropriativo e non ricadono perciò nell’ambito di applicazione del terzo comma dell’articolo 42 della Costituzione (quello secondo cui “la proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale”). “Si tratta infatti di limitazioni che ineriscono intrinsecamente al bene – precisa la Consulta – in ragione di caratteri suoi propri e vanno pertanto ricondotte a quanto previsto dal secondo comma dell’articolo 42 (che permette di limitare la proprietà privata per assicurarne la funzione sociale). “E questo – aggiunge la nota – vale anche nel caso in cui il vincolo investa beni compresi in uno strumento urbanistico attuativo”.

Un tratto della "regina viarum" all'interno del Parco Regionale dell'Appia Antica.

Un tratto della “regina viarum” all’interno del Parco Regionale dell’Appia Antica.

Mario Tozzi: la Consulta permette di realizzare il sogno di Antonio Cederna

Entusiasta per la sentenza il presidente del Parco dell’Appia Antica, Mario Tozzi.

“Con questa sentenza – sottolinea il geologo e divulgatore scientifico, contattato da Re Soil Foundation – abbiamo la certezza che uno degli angoli più belli dell‘Agro romano non sarà più devastato dall’edilizia, dall’inquinamento, da attività economiche e produttive dannose per l’ambiente. E tutto questo grazie ad un parco “naturalistico” voluto e amato dai cittadini.

La Corte Costituzionale non solo afferma la legittimità dell’ampliamento fisico del territorio del parco dell’Appia Antica. Sottolinea anche l’importanza nell’attività di tutela del parco regionale. Riconosce il lavoro di tanti che si sono impegnati per la tutela ambientale dell’Appia, in senso lato, e non strettamente dal punto di vista naturalistico. Il Parco di oggi è finalmente quello immaginato da Antonio Cederna e previsto dalla legge istitutiva regionale del 1988. È un punto di riferimento per cittadini e turisti.

Per realizzare quello che è oggi, si è cominciato nel primo decennio del 2000 (inserimento Tenuta Toramarancia del 2002 e proposta ampliamento Bonelli del 2005). Parte da lì la sfida lanciata per riconnettere aree ad alto valore ambientale e culturale oggi separate, creando un sistema di continuità territoriale e ambientale verso il centro storico di Roma e verso i Castelli Romani. Ci sono voluti anni perché questa sfida venisse raccolta dai due giovani e battaglieri consiglieri regionali, Marta Bonafoni e Marco Cacciatore, che con la loro proposta di legge di ampliamento hanno portato tutto il Consiglio Regionale ad emanarla nel 2018″.

L’importanza delle aree protette

“Chi si occupa di paesaggio dice che quella degli scorsi giorni è una sentenza storica, uno straordinario precedente” aggiunge la consigliera regionale Marta Bonafoni. “Con quella norma – spiega – ci eravamo presi una bella responsabilità e il timore di essere smentiti dalla Consulta era tanto. La sentenza n.276 riconosce invece la bontà del nostro emendamento e fa anche di più. Scrive che la tutela ambientale e paesaggistica del bene è sovraordinata a qualsivoglia interesse privato”.

Al di là del caso particolare, la sentenza della Corte costituzionale è una indiretta conferma dell’importanza del ramificato sistema delle aree protette costruito in Italia. Ad oggi poco meno del 20% del territorio nazionale è tutelato grazie a parchi nazionali (24), parchi regionali (152), aree marine protette (30), riserve statali (147), riserve regionali (418). E ad essi si aggiungono altre 576 aree sottoposte a tutela. Strumenti utili a difendere il territorio italiano, garantire la salute del suolo, degli ecosistemi e della biodiversità: l’Italia è infatti il Paese europeo con la maggiore varietà di specie viventi, animali e vegetali, molte delle quali endemiche.

Frane, crolli e voragini: ecco quali sono le aree più colpite

L’Italia è il Paese europeo con il maggior numero di eventi franosi. Al vertice della classifica nazionale Torino, Aosta e Brescia. Per le voragini di origine antropica, il Lazio batte tutti. Più della metà dei comuni di Veneto ed Emilia Romagna coinvolti da fenomeni di subsidenza

di Emanuele Isonio

 

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Torino. E poi Aosta, Brescia, Sondrio e Messina. Nell’Italia che crolla, sono queste le province maglia nera per gli eventi franosi: un fenomeno per il quale però è l’Italia intera a doversi preoccupare. Fra gli Stati europei il nostro è infatti di gran lunga il più esposto: i dati forniti da Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e Ricerca ambientale) rivelano che due terzi degli episodi registrati in Europa nel 2018 sono infatti avvenuti entro i nostri confini. Le cause principali? Eventi meteorologici estremi figli dei cambiamenti climatici, insieme a terremoti e ad attività umane come scavi e costruzione di strade e dighe. Il risultato è sempre lo stesso: territori sotto stress ed esposti a pericoli crescenti.

I fenomeni di origine antropica, che si affiancano ai normali processi della superficie terrestre, sono peraltro in costante aumento. Una conseguenza di azioni umane che avvengono spesso senza attenzione, né pianificazione adeguata e che finiscono per trasformarsi in pericoli per l’uomo stesso oltre che in ingenti danni economici.

Eventi franosi, le prime 15 province più colpite (2018)

In Lombardia 142mila frane

Analizzando i dati Ispra che monitorano il fenomeno, l'associazione Openpolis ha realizzato un'inchiesta per evidenziare quali siano i territori più interessati. Tra le province più colpite da frane, 9 sono collocate nelle regioni del Nord, 4 nel Mezzogiorno e 2 al centro. Se dal livello provinciale, si allarga l'attenzione sui dati regionali, la leadership degli eventi franosi va alla Lombardia: se ne sono contati oltre 142mila sparsi su un'area di quasi 3900 chilometri quadrati. Seguono la Toscana con 115mila frane e l'Emilia Romagna con quasi 80mila.

“Le precipitazioni brevi e intense e quelle persistenti sono i fattori più importanti per l’innesco dei fenomeni di instabilità” si legge nell'Annuario dei dati ambientali di Ispra. “I fattori antropici assumono un ruolo sempre più determinante tra le cause predisponenti, con azioni sia dirette, quali tagli stradali, scavi, sovraccarichi dovuti a edifici o rilevati stradali o ferroviari, sia indirette quali ad esempio la mancata manutenzione del territorio e delle opere di difesa del suolo”.

I principali parametri delle frane in Italia. FONTE: ISPRA Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia (Progetto IFFI).

I principali parametri delle frane in Italia. FONTE: ISPRA Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia (Progetto IFFI).

Subsidenza, colpita più della metà dei comuni lombardi ed emiliani

Le frane non sono però gli unici eventi considerati come pericolosità geologiche e che meritano quindi di essere mappati. Molte aree sono ad esempio interessate da una lenta erosione o da sprofondamenti del terreno. In una parola: subsidenza. Questo fenomeno, che ha di per sé origini naturali e coinvolge qualche millimetro di suolo ogni anno, viene però fortemente accelerato dall'intervento umano. Quanto? Da 10 a 100 volte. Le regioni più colpite da episodi di subsidenza sono il Veneto e l'Emilia Romagna: in ciascuna di esse, più di un Comune su due ha subito almeno un evento. Segue, con il 19% dei Comuni interessati, la Campania.

I Comuni interessati da subsidenza nelle diverse regioni italiane

Sinkholes: crescono le voragini causate dall'uomo

C'è poi il capitolo dei sinkholes, fenomeni particolari nei quali lo sprofondamento del suolo è improvviso. Vere e proprie voragini, prodotte sia per cause naturali (connessi ad esempio al carsismo e alla circolazione idrogeologica del territorio) sia per cause antropogeniche che si formano spesso nei centri urbani, “connessi – spiega Ispra - per lo più alla presenza di cavità sotterranee e/o a disfunzioni della rete idraulica di sottoservizi”. I numeri riguardanti questi ultimi sono ben maggiori rispetto agli episodi naturali.

“Numerose città italiane – spiega l'Annuario Ispra - presentano una rete di cavità, gallerie e cunicoli sotterranei molto sviluppata. Tali cavità furono realizzate, nelle epoche passate, per lo sfruttamento dei materiali da costruzione. Ne sono esempi alcune grandi città, quali Roma, in cui venivano coltivati i terreni piroclastici (pozzolane e tufi) e Napoli, in cui lo sfruttamento del tufo giallo campano è continuato per secoli”.

Numero di voragini divise per regioni - Anni 1960/2018

Ed è proprio il Lazio, con 1500 voragini conteggiate dal 1960 al 2018, la regione più colpita dal fenomeno. Segue la Campania con 988 casi e dalle due isole maggiori – Sicilia e Sardegna – che hanno registrato entrambe 100 sinkholes. “Le attività di escavazione, in genere diffuse in aree urbane, per cavare materiale lapideo o per realizzare ambienti e vie di comunicazione in sotterraneo – ammonisce Ispra - possono essere fattori predisponenti ai sinkholes nelle città, così come le perdite delle condutture interrate, asportando materiale, possono creare cavità ipogee che inducono dei crolli improvvisi in superficie (spesso di porzioni di sedi stradali)”.

Ecco perché monitorare gli eventi geologici è essenziale. “I fenomeni di dissesto geologico-idraulico sono caratterizzati da un’elevata ripetitività nel tempo e nello spazio – ricorda Ispra – e quindi l’analisi delle condizioni di pericolosità risulta particolarmente importante per la gestione del territorio, che deve essere supportata da politiche congiunte di previsione e prevenzione”.

Come prima, più di prima. Il soil sealing fa paura

Nel mondo ogni 60 secondi vengono impermeabilizzati 17 ettari di terreno. È il fenomeno del soil sealing, alimentato soprattutto dalla crescente urbanizzazione. Un problema globale con Asia e Africa nell’occhio del ciclone

di Matteo Cavallito

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Immaginate di ricoprire porzioni di terreno con qualcosa di impermeabile, bloccandone il “respiro” e il dinamismo dei suoi processi vitali. Il risultato sarà sempre lo stesso: suolo degradato, perdita di fertilità e biodiversità, disidratazione del terreno e molto altro ancora. Sono questi, ma l’elenco è parziale, i principali effetti del soil sealing, un fenomeno che nella sola Italia si mangia una media di 16 ettari di superficie al giorno. Tra i fattori principali c’è ovviamente la cementificazione legata in primo luogo alla crescita degli spazi urbani. Dalla metà degli anni ’50 ad oggi, rileva la European Environment Agency, l’area complessiva occupata dalle città del Vecchio Continente è cresciuta del 78% a fronte di un aumento della popolazione pari ad appena il 33%.

Il fenomeno del soil sealing è ampiamente diffuso. La situazione si sta aggravando nella maggior parte delle regioni del Pianeta. Immagine: Fao, 2016 http://www.fao.org/3/a-i6470e.pdf

Il fenomeno del soil sealing è ampiamente diffuso. La situazione si sta aggravando nella maggior parte delle regioni del Pianeta. Immagine: Fao, 2016

La giungla d’asfalto? In Asia e Africa

Il trend è visibile anche a livello globale e, quel che più conta, appare destinato a confermarsi in futuro. La quota di popolazione residente nelle aree urbane, segnala l’ultimo World Cities Report delle Nazioni Unite, dovrebbe passare dall’attuale 56,2% al 60,4% entro il 2030. A trainare il fenomeno saranno quasi esclusivamente le città delle aree meno sviluppate dell’Africa e dell’Asia orientale e meridionale che contribuiranno da sole al 96% della crescita dell’urbanizzazione globale. Circa un terzo dell’incremento della popolazione urbana mondiale da qui al 2050 arriverà da appena tre Paesi: India, Cina e Nigeria.

Cibo, CO2, clima: un disastro ad ampio raggio

Nel mondo, avverte la Fao, il soil sealing viaggia al terrificante ritmo di 17 ettari al minuto. L’impermeabilizzazione dei terreni, in altre parole, procede inesorabile coprendo circa 10 chilometri quadrati di spazio ogni ora. Morale: il suolo perde la capacità di svolgere la maggior parte dei suoi servizi ecosistemici tra cui la produzione di cibo e fibre. Il terreno, inoltre, cede gran parte della sua efficacia nella cattura del carbonio favorendo così il cambiamento climatico. Per le nazioni emergenti e in via di sviluppo, in particolare, i problemi iniziano a porsi con crescente evidenza. Negli ultimi tempi, ad esempio, il Bangladesh ha denunciato come l’espansione urbana stia provocando la scomparsa dell’1% dei suoi terreni agricoli ogni anno.

Nel mondo il soil sealing colpisce 17 ettari di terreno ogni minute. Immagine: Fao, 2016 http://www.fao.org/3/a-i6470e.pdf

Nel mondo il soil sealing colpisce 17 ettari di terreno ogni minute. Immagine: Fao, 2016

UE e Onu per la tutela del suolo

Non è un caso che la comunità internazionale si sia mossa negli ultimi anni per promuovere provvedimenti urgenti a tutela del suolo. Nel 2013 sia il Parlamento sia il Consiglio europeo si sono posti l’obiettivo di azzerare il consumo di suolo netto (la differenza tra lo spazio consumato e quello restituito alle sue funzioni naturali) entro il 2050. Attualmente la più recente Soil Health and Food Mission UE punta a garantire la salute del 75% dei terreni continentali entro il 2030. Entro la stessa data, infine, l’Onu si augura di poter centrare i due traguardi fissati cinque anni or sono: registrare un saldo non negativo del degrado del territorio (ovvero un pareggio o un avanzo di bilancio tra i fenomeni di riduzione o recupero di produttività biologica ed economica del suolo) e allineare il consumo dei terreni alla crescita demografica reale.

SOS Suolo: ecco i nemici che gli stanno togliendo la salute

È una battaglia che si combatte sotto traccia ma da essa dipende la salute nostra, degli ecosistemi, dei sistemi agricoli e dell’economia. Abbiamo individuato 5 nodi da affrontare, a tutti i livelli, per restituire salubrità ai suoli

di Emanuele Isonio e Matteo Cavallito

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“Riportiamo in buona salute il 75% dei suoli europei prima di arrivare al 2030”. L’obiettivo è talmente importante per l’Unione europea da essere stato inserito dalla Commissione Von der Leyen fra le cinque mission del programma Horizon Europe. Il perché di tanta apprensione da parte dell’esecutivo comunitario è ben presente agli esperti di tutto il mondo. Meno forse all’opinione pubblica.

Qualche dato può rendere l’idea della situazione: il 33% dei suoli mondiali è degradato. La percentuale in Europa sale al 60%, dove, in appena 10 anni, 177mila chilometri quadrati di terreni hanno subito una progressiva desertificazione (un’area grande più della metà del territorio italiano). A livello planetario poi i suoli coltivati hanno perso tra il 25 e il 75% di carbonio, rilasciato nell’atmosfera sotto forma di CO2, che contribuisce all’innalzamento delle temperature globali.

La fotografia è impietosa e certamente preoccupante. Perché suoli malati significano danni alle rese delle coltivazioni agricole pari a un danno di 400 miliardi di dollari all’anno, una progressiva perdita di biodiversità, maggiore esposizione alle inondazioni e all’erosione. Non è un caso che anche la FAO si sia mobilitata e abbia creato, nel 2014, la Giornata Mondiale per il Suolo, che si celebrerà anche quest’anno il prossimo 5 dicembre.
Ma quali sono i “nemici” del suolo? L’elenco è molto lungo. Ne abbiamo selezionati cinque, che rendono bene l’idea del pericolo che il mondo sta correndo. Quasi unicamente per responsabilità umana.

Giuseppe Corti (Presidente SIPe): “Ecco quali sono i nemici del suolo”

 

1. Deforestazione, ogni anno persi 10 milioni di ettari

Chi pensa che il problema deforestazione possa passare in secondo piano mentre il mondo è impegnato a fronteggiare la pandemia da Covid-19 è fuori strada. Perché c’è un legame diretto tra la progressiva riduzione di habitat naturali e foreste mondiali e l’aumento di virus che fanno il salto di specie, trasmettendosi dagli animali selvatici all’uomo. La nostra salute dipende da quella dell’ecosistema. Lo stato di salute delle foreste è in questo senso un fattore cruciale.

La situazione non è certo positiva: dal 1990 – rivela l’ultimo rapporto FAO sullo Stato delle Foreste – 420 milioni di ettari sono andati perduti a causa della conversione del suolo ad altri usi (agricoltura non solo per scopi alimentari ma anche a fini energetici o per lasciare spazio agli allevamenti intensivi). Unica parziale buona notizia è che negli ultimi trent’anni il tasso di deforestazione si è ridotto. Ancora oggi però, ogni anno, vanno persi circa 10 milioni di ettari ad opera dell’uomo (un’area più grande dell’Austria).

Variazione netta di area forestale negli ultimi tre decenni. FONTE: Rapporto Stato delle Foreste FAO, 2020.

Variazione netta di area forestale negli ultimi tre decenni. FONTE: Rapporto Stato delle Foreste FAO, 2020.

Il disboscamento ha ricadute dirette sulla fertilità dei terreni (quindi sulle loro rese agricole) e sulla loro capacità di sequestrare carbonio. Si trasformano così in un driver cruciale di riscaldamento globale e cambiamento climatico. Il fatto che nelle foreste abiti il 68% dei mammiferi terrestri e il 75% degli uccelli fa capire quanto man mano che si abbattono gli alberi, si aumenta il rischio di diffusione di virus. La via della gestione sostenibile del patrimonio boschivo e la ferrea tutela delle foreste primarie sono quindi l’unico modo per sperare di invertire il trend.

Alessandra Stefani (direttore generale MIPAAF): “Più consapevolezza e filiere locali del legno”

 

2. Plastiche sui campi, solo il 28% viene riciclato

L’uso della plastica è da sempre sotto i riflettori per i rischi impliciti che esso comporta in termini di impatto ambientale. Molta attenzione, negli ultimi anni, è stata posta al problema della dispersione degli scarti di questo materiale nei fiumi, nei mari e negli oceani. La questione, tuttavia, si pone anche nel settore agricolo. “Pur generando un aumento significativo della produttività, il sempre più intenso utilizzo di materie plastiche in agricoltura sta generando anche crescenti effetti negativi sull’ambiente dell’agro-ecosistema” notava già nel 2016 una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Agriculture and Agricultural Science Procedia. Secondo l’associazione di categoria Agriculture Plastics Enviroment, nel 2014 il Vecchio Continente avrebbe prodotto oltre 1,3 milioni di tonnellate di rifiuti plastici agricoli. Di queste solo il 28% sarebbe stato riciclato.

Un esempio emblematico è rappresentato dall’impiego nei campi dei teli pacciamanti o plastic mulch films, pellicole solitamente composte di polietilene, polipropilene o poliestere che vengono adagiate sui terreni con l’obiettivo di ridurre la presenza di agenti infestanti, conservare l’umidità e garantire la conservazione di un microclima ideale. L’uso massiccio di questi teli determina ovviamente un problema di smaltimento. Secondo le stime, ogni anno l’ammontare di mulch films non più utilizzabili nella sola Europa raggiunge all’incirca quota 15mila tonnellate.

Queste pellicole, inoltre, sono notoriamente difficili da riciclare e tendono a produrre un materiale di recupero di bassa qualità. Fanno eccezione gli esemplari biodegrabili la cui utilità è stata riconosciuta ufficialmente dal Parlamento europeo nell’ottobre 2017.

Mario Malinconico (direttore di ricerca IPCB-CNR): “Bioplastiche utili per ridurre l’inquinamento dei terreni”

 

3. Dalla cementificazione, l’80% di perdita di habitat naturali

Il territorio urbano, nota una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Nature nel gennaio 2020, ospita tuttora oltre la metà della popolazione mondiale e sperimenta una crescita più rapida rispetto a quest’ultima. Come se non bastasse – osserva ancora lo studio – “le aree urbane contribuiscono al 70% delle emissioni globali di gas serra di origine antropica e la loro espansione ha portato a oltre l’80% della perdita di habitat naturali nelle aree locali”. Il trend sembrerebbe destinato a confermarsi per lo meno fino il 2040 e si ritiene che non meno del 50% del terreno urbano di nuova espansione interesserà territori attualmente coltivati. Secondo lo studio tale fenomeno produrrà una diminuzione della produzione agricola globale compresa tra l’1% e il 4%.

Il problema interessa anche l’Italia. Secondo l’ultima edizione del Rapporto sul Consumo di Suolo a cura del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA), “nell’ultimo anno, le nuove coperture artificiali hanno riguardato altri 57,5 km2, ovvero, in media, circa 16 ettari al giorno. Un incremento che, purtroppo, non mostra segnali di rallentamento. L’impermeabilizzazione è cresciuta, complessivamente, di 22,1 km2, considerando anche il nuovo consumo di suolo permanente”.

Il territorio urbano ospita tuttora oltre la metà della popolazione mondiale e sperimenta una crescita più rapida rispetto a quest’ultima. United Nations, Department of Economic and Social Affairs, Population Division (2019). World Urbanization Prospects: The 2018 Revision (ST/ESA/SER.A/420). New York: United Nations. Copyright © 2019 by United Nations, made available under a Creative Commons license CC BY 3.0 IGO: http://creativecommons.org/licenses/by/3.0/igo/

Il territorio urbano ospita tuttora oltre la metà della popolazione mondiale e sperimenta una crescita più rapida rispetto a quest’ultima. FONTE: United Nations, Department of Economic and Social Affairs, Population Division (2019). World Urbanization Prospects: The 2018 Revision (ST/ESA/SER.A/420). New York: United Nations. Copyright © 2019 by United Nations, made available under a Creative Commons license CC BY 3.0 IGO: http://creativecommons.org/licenses/by/3.0/igo/

L’allarme ha trovato riscontro a livello internazionale: nel 2013 il Parlamento e il Consiglio europeo hanno fissato obiettivi importanti quali l’azzeramento del consumo di suolo netto entro il 2050 (ovvero il “pareggio di bilancio” tra il consumo di suolo e l’aumento di superfici agricole, naturali e seminaturali ripristinate) e il riconoscimento del suolo come risorsa essenziale del capitale naturale entro il 2020. Nell’agenda del Green Deal europeo inoltre rientrano misure per la protezione del suolo e il ripristino dei territori degradati.

A livello globale sono intervenute le Nazioni Unite che nel 2015 si sono poste due target decisivi per il 2030: l’allineamento del consumo alla crescita demografica reale e il bilancio non negativo del degrado del territorio (lo stesso principio di cui sopra, applicato al tema della riduzione o del recupero di produttività biologica o economica del suolo). Per l’Italia, lo stesso SNPA ha proposto l’introduzione di una legge nazionale che garantisca il “saldo zero di consumo di suolo”.

Michele Munafo’ (ISPRA): “Subito la legge nazionale sul consumo di suolo”

 

4. Climate change, causa ed effetto di un suolo malato

Nel novero delle problematiche relative all’impatto ambientale delle attività umane, quello del cambiamento climatico è con ogni probabilità il tema capace di attrarre maggiore attenzione. Gli effetti negativi del riscaldamento globale si fanno sentire anche sul suolo a partire dalla perdita di biodiversità, un fenomeno sempre più preoccupante. Ma non è tutto.

Nel suo ultimo rapporto, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) delle Nazioni Unite ha evidenziato in particolare alcuni punti critici. Il cambiamento climatico, innanzitutto, ha avuto un impatto negativo sulla sicurezza alimentare e sugli ecosistemi terrestri favorendo inoltre la desertificazione e il degrado del suolo in molte regioni.

La lista delle conseguenze collaterali include “l’aumento della frequenza, dell’intensità e della durata degli eventi legati al calore” come evidenzia, ad esempio, la crescente diffusione della siccità nell’area del Mediterraneo, in Asia occidentale e nord-orientale, in molte aree del Sud America e in gran parte dell’Africa. Contemporaneamente molti altri fenomeni come la crescita dell’intensità delle precipitazioni e del vento, il disgelo e l’innalzamento del livello del mare favoriscono il degrado del territorio. Inoltre, si legge ancora nello studio, “il cambiamento climatico ha già influito sulla sicurezza alimentare a causa del riscaldamento, del cambiamento dei modelli di precipitazione e della maggiore frequenza di alcuni eventi estremi”.

Mariagrazia Midulla (WWF): “Ecosistemi naturali in salute, la migliore barriera contro il climate change”

 

5. Pratiche agricole, cruciale scegliere quelle giuste

L’utilizzo di buone pratiche agricole è una strategia centrale per il raggiungimento degli obiettivi fissati dalla Commissione europea che puntano a garantire la salute di almeno tre quarti del suolo continentale entro il 2030. L’agricoltura stessa, peraltro, è da tempo soggetta agli effetti negativi del cambiamento climatico. In alcune aree del Continente – rilevava già nel 2015 un’analisi della European Enviroment Agency (EEA), temperature più elevate possono accelerare il processo di decomposizione nelle torbiere stabili, rilasciando CO2 nell’atmosfera. Il fenomeno potrebbe diventare particolarmente evidente “nell’estremo nord dell’Europa e in Russia”, dove il permafrost di fusione può rilasciare grandi quantità di metano, un gas serra molto più potente dell’anidride carbonica.

Non mancano tuttavia opportunità di contrasto al fenomeno. La crescita delle emissioni ad esempio può essere controbilanciata dall’agricoltura biologica che, attraverso l’utilizzo di input come il letame, è in grado di ricostruire il carbonio organico in profondità, riducendo inoltre i gas serra grazie al mancato utilizzo di fertilizzanti chimici. Secondo le stime dell’EEA, “le emissioni di CO2 per ettaro dei sistemi di agricoltura biologica sono dal 48 al 66% inferiori rispetto ai sistemi convenzionali”.

La capacità dei suoli agricoli di garantire lo stoccaggio di carbonio mitigando il cambiamento climatico, inoltre, è da tempo oggetto di studio. È il fenomeno del cosiddetto Carbon sink o Sink biosferico, una proprietà dei terreni che può essere alimentata dall’impiego di pratiche sostenibili. Tra i molteplici esempi possiamo citare la produzione e l’uso del biochar, la materia organica frutto della conversione termochimica della biomassa. Questa sostanza avrebbe un enorme potenziale in termini di cattura della CO2, valutato in oltre un miliardo di tonnellate rimosse ogni anno.

Stefano Masini (Coldiretti): “Ecco le pratiche agricole amiche del suolo”