24 Febbraio 2021

Non c’è transizione ecologica senza bioeconomia

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Presentato il manifesto della European Circular Bioeconomy Policy Initiative, cui aderiscono università, centri di ricerca e aziende europee. Una strategia in cinque punti per aiutare il futuro economico europeo. Filo conduttore: la rigenerazione del suolo e lo sviluppo della bioeconomia

di Matteo Cavallito

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L’Europa della transizione ecologica non può fare a meno della bioeconomia circolare. Un approccio essenziale per garantire un miglior uso delle risorse che, tuttavia, non si è ancora adeguatamente concretizzato. È il messaggio chiave emerso nel corso della presentazione della European Circular Bioeconomy Policy Initiative (ECBPI). “Il tempo sta scadendo, abbiamo necessità di rigenerare il nostro suolo ma siamo ancora lontani dagli obiettivi” commenta David Newman, managing director della stessa organizzazione. Il materiale biogenico, spiega, resta una risorsa essenziale per la salute dei terreni ma ad oggi riusciamo a intercettarne solo il 2% del totale. Un’accelerazione, insomma, è più che mai necessaria.

In azione per la bioeconomia

Il recupero delle risorse è fondamentale. Ma la bioeconomia circolare nel suo insieme resta un fenomeno più complesso. Lo evidenzia lo stesso Manifesto promosso da ECBPI che ha già raccolto l’adesione di 26 enti tra università, centri di ricerca e imprese. Cinque i punti essenziali:

  1. superare l’idea di una crescita (economica) illimitata;
  2. produrre materiali e manufatti progettando al tempo stesso il loro ciclo di vita e le politiche per gestire al meglio quest’ultimo;
  3. fermare il degrado e l’inquinamento dell’ambiente e del suolo;
  4. creare sistemi economici rigenerativi e trasformativi innescando un cambiamento culturale per “fare di più con meno”;
  5. cambiare il modello di consumo scegliendo un nuovo approccio circolare. Perché – spiega ancora Newman – “sostituire i materiali di origine fossile con la materia rinnovabile non è sufficiente per generare un vero cambio di paradigma”.
Europa al lavoro

Dalla Strategia per il suolo “Healthy Soil for Healthy Life” alla “Farm to Fork Strategy” passando per la nuova Regolamentazione per l’uso dei terreni e delle foreste. Il biennio 2021-22 potrebbe essere decisivo. “Le opportunità per concretizzare gli obiettivi della bioeconomia circolare non mancano” spiega Roberto Ferrigno, membro del consiglio dell’Institute for European Environmental Policy. Intervenire sul fronte energetico per ridurre le emissioni di CO2 nell’atmosfera è essenziale ma non può essere sufficiente. Se si vogliono raggiungere gli obiettivi climatici occorre puntare anche sulla carbon sequestration. Ovvero sulla capacità di ritenzione del biossido di carbonio da parte dei terreni. Proprio per questo, spiega ancora Ferrigno, “occorre riportare al centro il suolo e fermare la deforestazione”. Ma anche, aggiunge, “rivedere la Direttiva UE sui pesticidi”, sostituendo quelli di origine chimica con prodotti naturali.

Le strategie UE che coinvolgono la bioeconomia circolare. Immagine: dalla presentazione della European Circular Bioeconomy Policy Initiative (ECBPI)

Le strategie UE che coinvolgono la bioeconomia circolare. Immagine: dalla presentazione della European Circular Bioeconomy Policy Initiative (ECBPI)

Suolo e bio-waste, legame essenziale

Al cuore di queste iniziative c’è la valorizzazione del bio-waste, ovvero dei rifiuti biologici. Un’opportunità “da sviluppare a livello locale”, nota Florian Amlinger, direttore della società austriaca Compost – Consulting & Development, sottolineando il ruolo della partecipazione delle comunità e l’importanza delle specificità di ogni territorio. Ma anche un segnale di cambio di paradigma.

“Per anni abbiamo guardato ai rifiuti biologici in termini di problema di smaltimento, oggi li vediamo come una risorsa” suggerisce Percy Foster, direttore della società di consulenza irlandese Foster Environmental. Restituire il bio-waste al suolo in un’ottica circolare significa infatti contribuire alla sua salute e alla sua performance (dalla fertilità alla stessa carbon sequestration). Ma l’operazione, alla base del compostaggio, non è scontata. In primo luogo “occorrerebbe fissare degli obiettivi precisi di recupero (in percentuale sul totale dei rifiuti, ndr) come quelli che già esistono per i rifiuti plastici” prosegue Foster. In secondo luogo, occorre evitare la contaminazione del bio-waste stesso, un fenomeno diffuso che tende a vanificare in molti casi gli sforzi per la valorizzazione degli scarti.

L’economia circolare fa bene…

Il terreno dunque ha un ruolo essenziale. “Se pensiamo alla bioeconomia come a un edificio, ecco che il suolo può essere visto come le sue fondamenta” spiega Alessio Boldrin, professore associato della Technical University of Denmark. Il mercato potrebbe diventare in questo senso un punto di riferimento. “Ogni volta che sviluppiamo nuove tecnologie e soluzioni dobbiamo dotarci di un business plan” evidenzia Sergio Ponsá Salas, direttore del BETA Tech Center della Universitat de Vic – Universitat Central de Catalunya. Ovvero, “dobbiamo chiederci se queste possano trovare spazio nel mercato e se siano compatibili con le politiche e le regolamentazioni in atto”.

…all’economia

Ma ecco che una domanda sorge spontanea: che ne è del rischio economico? È possibile che le restrizioni imposte dalla transizione ecologica impattino negativamente sulla crescita economica? Nel breve periodo i Paesi che dipendono molto dal fossile potrebbero patire gli effetti del cambiamento, per questo l’Unione europea ha già stanziato 150 miliardi di sostegno attraverso il Just Transition Mechanism che sarà attivo da qui al 2027. Le opportunità in ogni caso sono evidenti. “Il 37% delle risorse del Recovery sono rivolte all’ambiente” ricorda Roberta De Santis, docente di Politica Economica presso la LUISS di Roma. Senza contare che la stessa bioeconomia, ha ipotizzato nel 2018 la Commissione europea, potrebbe creare un milione di nuovi posti di lavoro entro il 2030.