30 Novembre 2020
farfalle desertificazione suolo

SOS Suolo: ecco i nemici che gli stanno togliendo la salute

È una battaglia che si combatte sotto traccia ma da essa dipende la salute nostra, degli ecosistemi, dei sistemi agricoli e dell’economia. Abbiamo individuato 5 nodi da affrontare, a tutti i livelli, per restituire salubrità ai suoli

di Emanuele Isonio e Matteo Cavallito

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“Riportiamo in buona salute il 75% dei suoli europei prima di arrivare al 2030”. L’obiettivo è talmente importante per l’Unione europea da essere stato inserito dalla Commissione Von der Leyen fra le cinque mission del programma Horizon Europe. Il perché di tanta apprensione da parte dell’esecutivo comunitario è ben presente agli esperti di tutto il mondo. Meno forse all’opinione pubblica.

Qualche dato può rendere l’idea della situazione: il 33% dei suoli mondiali è degradato. La percentuale in Europa sale al 60%, dove, in appena 10 anni, 177mila chilometri quadrati di terreni hanno subito una progressiva desertificazione (un’area grande più della metà del territorio italiano). A livello planetario poi i suoli coltivati hanno perso tra il 25 e il 75% di carbonio, rilasciato nell’atmosfera sotto forma di CO2, che contribuisce all’innalzamento delle temperature globali.

La fotografia è impietosa e certamente preoccupante. Perché suoli malati significano danni alle rese delle coltivazioni agricole pari a un danno di 400 miliardi di dollari all’anno, una progressiva perdita di biodiversità, maggiore esposizione alle inondazioni e all’erosione. Non è un caso che anche la FAO si sia mobilitata e abbia creato, nel 2014, la Giornata Mondiale per il Suolo, che si celebrerà anche quest’anno il prossimo 5 dicembre.
Ma quali sono i “nemici” del suolo? L’elenco è molto lungo. Ne abbiamo selezionati cinque, che rendono bene l’idea del pericolo che il mondo sta correndo. Quasi unicamente per responsabilità umana.

Giuseppe Corti (Presidente SIPe): “Ecco quali sono i nemici del suolo”

 

1. Deforestazione, ogni anno persi 10 milioni di ettari

Chi pensa che il problema deforestazione possa passare in secondo piano mentre il mondo è impegnato a fronteggiare la pandemia da Covid-19 è fuori strada. Perché c’è un legame diretto tra la progressiva riduzione di habitat naturali e foreste mondiali e l’aumento di virus che fanno il salto di specie, trasmettendosi dagli animali selvatici all’uomo. La nostra salute dipende da quella dell’ecosistema. Lo stato di salute delle foreste è in questo senso un fattore cruciale.

La situazione non è certo positiva: dal 1990 – rivela l’ultimo rapporto FAO sullo Stato delle Foreste – 420 milioni di ettari sono andati perduti a causa della conversione del suolo ad altri usi (agricoltura non solo per scopi alimentari ma anche a fini energetici o per lasciare spazio agli allevamenti intensivi). Unica parziale buona notizia è che negli ultimi trent’anni il tasso di deforestazione si è ridotto. Ancora oggi però, ogni anno, vanno persi circa 10 milioni di ettari ad opera dell’uomo (un’area più grande dell’Austria).

Variazione netta di area forestale negli ultimi tre decenni. FONTE: Rapporto Stato delle Foreste FAO, 2020.

Variazione netta di area forestale negli ultimi tre decenni. FONTE: Rapporto Stato delle Foreste FAO, 2020.

Il disboscamento ha ricadute dirette sulla fertilità dei terreni (quindi sulle loro rese agricole) e sulla loro capacità di sequestrare carbonio. Si trasformano così in un driver cruciale di riscaldamento globale e cambiamento climatico. Il fatto che nelle foreste abiti il 68% dei mammiferi terrestri e il 75% degli uccelli fa capire quanto man mano che si abbattono gli alberi, si aumenta il rischio di diffusione di virus. La via della gestione sostenibile del patrimonio boschivo e la ferrea tutela delle foreste primarie sono quindi l’unico modo per sperare di invertire il trend.

Alessandra Stefani (direttore generale MIPAAF): “Più consapevolezza e filiere locali del legno”

 

2. Plastiche sui campi, solo il 28% viene riciclato

L’uso della plastica è da sempre sotto i riflettori per i rischi impliciti che esso comporta in termini di impatto ambientale. Molta attenzione, negli ultimi anni, è stata posta al problema della dispersione degli scarti di questo materiale nei fiumi, nei mari e negli oceani. La questione, tuttavia, si pone anche nel settore agricolo. “Pur generando un aumento significativo della produttività, il sempre più intenso utilizzo di materie plastiche in agricoltura sta generando anche crescenti effetti negativi sull’ambiente dell’agro-ecosistema” notava già nel 2016 una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Agriculture and Agricultural Science Procedia. Secondo l’associazione di categoria Agriculture Plastics Enviroment, nel 2014 il Vecchio Continente avrebbe prodotto oltre 1,3 milioni di tonnellate di rifiuti plastici agricoli. Di queste solo il 28% sarebbe stato riciclato.

Un esempio emblematico è rappresentato dall’impiego nei campi dei teli pacciamanti o plastic mulch films, pellicole solitamente composte di polietilene, polipropilene o poliestere che vengono adagiate sui terreni con l’obiettivo di ridurre la presenza di agenti infestanti, conservare l’umidità e garantire la conservazione di un microclima ideale. L’uso massiccio di questi teli determina ovviamente un problema di smaltimento. Secondo le stime, ogni anno l’ammontare di mulch films non più utilizzabili nella sola Europa raggiunge all’incirca quota 15mila tonnellate.

Queste pellicole, inoltre, sono notoriamente difficili da riciclare e tendono a produrre un materiale di recupero di bassa qualità. Fanno eccezione gli esemplari biodegrabili la cui utilità è stata riconosciuta ufficialmente dal Parlamento europeo nell’ottobre 2017.

Mario Malinconico (direttore di ricerca IPCB-CNR): “Bioplastiche utili per ridurre l’inquinamento dei terreni”

 

3. Dalla cementificazione, l’80% di perdita di habitat naturali

Il territorio urbano, nota una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Nature nel gennaio 2020, ospita tuttora oltre la metà della popolazione mondiale e sperimenta una crescita più rapida rispetto a quest’ultima. Come se non bastasse – osserva ancora lo studio – “le aree urbane contribuiscono al 70% delle emissioni globali di gas serra di origine antropica e la loro espansione ha portato a oltre l’80% della perdita di habitat naturali nelle aree locali”. Il trend sembrerebbe destinato a confermarsi per lo meno fino il 2040 e si ritiene che non meno del 50% del terreno urbano di nuova espansione interesserà territori attualmente coltivati. Secondo lo studio tale fenomeno produrrà una diminuzione della produzione agricola globale compresa tra l’1% e il 4%.

Il problema interessa anche l’Italia. Secondo l’ultima edizione del Rapporto sul Consumo di Suolo a cura del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA), “nell’ultimo anno, le nuove coperture artificiali hanno riguardato altri 57,5 km2, ovvero, in media, circa 16 ettari al giorno. Un incremento che, purtroppo, non mostra segnali di rallentamento. L’impermeabilizzazione è cresciuta, complessivamente, di 22,1 km2, considerando anche il nuovo consumo di suolo permanente”.

Il territorio urbano ospita tuttora oltre la metà della popolazione mondiale e sperimenta una crescita più rapida rispetto a quest’ultima. United Nations, Department of Economic and Social Affairs, Population Division (2019). World Urbanization Prospects: The 2018 Revision (ST/ESA/SER.A/420). New York: United Nations. Copyright © 2019 by United Nations, made available under a Creative Commons license CC BY 3.0 IGO: http://creativecommons.org/licenses/by/3.0/igo/

Il territorio urbano ospita tuttora oltre la metà della popolazione mondiale e sperimenta una crescita più rapida rispetto a quest’ultima. FONTE: United Nations, Department of Economic and Social Affairs, Population Division (2019). World Urbanization Prospects: The 2018 Revision (ST/ESA/SER.A/420). New York: United Nations. Copyright © 2019 by United Nations, made available under a Creative Commons license CC BY 3.0 IGO: http://creativecommons.org/licenses/by/3.0/igo/

L’allarme ha trovato riscontro a livello internazionale: nel 2013 il Parlamento e il Consiglio europeo hanno fissato obiettivi importanti quali l’azzeramento del consumo di suolo netto entro il 2050 (ovvero il “pareggio di bilancio” tra il consumo di suolo e l’aumento di superfici agricole, naturali e seminaturali ripristinate) e il riconoscimento del suolo come risorsa essenziale del capitale naturale entro il 2020. Nell’agenda del Green Deal europeo inoltre rientrano misure per la protezione del suolo e il ripristino dei territori degradati.

A livello globale sono intervenute le Nazioni Unite che nel 2015 si sono poste due target decisivi per il 2030: l’allineamento del consumo alla crescita demografica reale e il bilancio non negativo del degrado del territorio (lo stesso principio di cui sopra, applicato al tema della riduzione o del recupero di produttività biologica o economica del suolo). Per l’Italia, lo stesso SNPA ha proposto l’introduzione di una legge nazionale che garantisca il “saldo zero di consumo di suolo”.

Michele Munafo’ (ISPRA): “Subito la legge nazionale sul consumo di suolo”

 

4. Climate change, causa ed effetto di un suolo malato

Nel novero delle problematiche relative all’impatto ambientale delle attività umane, quello del cambiamento climatico è con ogni probabilità il tema capace di attrarre maggiore attenzione. Gli effetti negativi del riscaldamento globale si fanno sentire anche sul suolo a partire dalla perdita di biodiversità, un fenomeno sempre più preoccupante. Ma non è tutto.

Nel suo ultimo rapporto, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) delle Nazioni Unite ha evidenziato in particolare alcuni punti critici. Il cambiamento climatico, innanzitutto, ha avuto un impatto negativo sulla sicurezza alimentare e sugli ecosistemi terrestri favorendo inoltre la desertificazione e il degrado del suolo in molte regioni.

La lista delle conseguenze collaterali include “l’aumento della frequenza, dell’intensità e della durata degli eventi legati al calore” come evidenzia, ad esempio, la crescente diffusione della siccità nell’area del Mediterraneo, in Asia occidentale e nord-orientale, in molte aree del Sud America e in gran parte dell’Africa. Contemporaneamente molti altri fenomeni come la crescita dell’intensità delle precipitazioni e del vento, il disgelo e l’innalzamento del livello del mare favoriscono il degrado del territorio. Inoltre, si legge ancora nello studio, “il cambiamento climatico ha già influito sulla sicurezza alimentare a causa del riscaldamento, del cambiamento dei modelli di precipitazione e della maggiore frequenza di alcuni eventi estremi”.

Mariagrazia Midulla (WWF): “Ecosistemi naturali in salute, la migliore barriera contro il climate change”

 

5. Pratiche agricole, cruciale scegliere quelle giuste

L’utilizzo di buone pratiche agricole è una strategia centrale per il raggiungimento degli obiettivi fissati dalla Commissione europea che puntano a garantire la salute di almeno tre quarti del suolo continentale entro il 2030. L’agricoltura stessa, peraltro, è da tempo soggetta agli effetti negativi del cambiamento climatico. In alcune aree del Continente – rilevava già nel 2015 un’analisi della European Enviroment Agency (EEA), temperature più elevate possono accelerare il processo di decomposizione nelle torbiere stabili, rilasciando CO2 nell’atmosfera. Il fenomeno potrebbe diventare particolarmente evidente “nell’estremo nord dell’Europa e in Russia”, dove il permafrost di fusione può rilasciare grandi quantità di metano, un gas serra molto più potente dell’anidride carbonica.

Non mancano tuttavia opportunità di contrasto al fenomeno. La crescita delle emissioni ad esempio può essere controbilanciata dall’agricoltura biologica che, attraverso l’utilizzo di input come il letame, è in grado di ricostruire il carbonio organico in profondità, riducendo inoltre i gas serra grazie al mancato utilizzo di fertilizzanti chimici. Secondo le stime dell’EEA, “le emissioni di CO2 per ettaro dei sistemi di agricoltura biologica sono dal 48 al 66% inferiori rispetto ai sistemi convenzionali”.

La capacità dei suoli agricoli di garantire lo stoccaggio di carbonio mitigando il cambiamento climatico, inoltre, è da tempo oggetto di studio. È il fenomeno del cosiddetto Carbon sink o Sink biosferico, una proprietà dei terreni che può essere alimentata dall’impiego di pratiche sostenibili. Tra i molteplici esempi possiamo citare la produzione e l’uso del biochar, la materia organica frutto della conversione termochimica della biomassa. Questa sostanza avrebbe un enorme potenziale in termini di cattura della CO2, valutato in oltre un miliardo di tonnellate rimosse ogni anno.

Stefano Masini (Coldiretti): “Ecco le pratiche agricole amiche del suolo”