10 Ottobre 2022

Carne sostenibile? Sì, grazie all’agroecologia

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Secondo la Soil Association di Edimburgo la transizione verso l’agroecologia in agricoltura e negli allevamenti apre la strada a un sistema produttivo a minore impatto. Ma per estendere la pratica su larga scala serve un cambiamento nella dieta

di Matteo Cavallito

 

L’allevamento del bestiame non rappresenta una minaccia né per il suolo né per il clima a patto di rispettare i principi dell’agroecologia, in contrasto dunque con i metodi convenzionali giudicati insostenibili per l’ambiente. Lo sostiene la Soil Association, organizzazione non governativa di base a Edimburgo, in Scozia. “Nelle aziende agricole biologiche, le piante sono spesso coltivate in rotazione con una fase di accumulo di fertilità basata sulla presenza di erba e trifoglio destinati a mucche e pecore, mentre le praterie sono utilizzate per il pascolo estensivo”, spiega l’associazione.

E ancora: “Se gestiti con cura, i concimi organici aiutano anche a nutrire la microbiologia del suolo, migliorandone la struttura e garantendo la resistenza alla siccità e alle inondazioni”. Insomma, “sebbene nessun sistema agricolo sia perfetto – ma non manca l’impegno degli agricoltori convenzionali e agroecologici per apportare miglioramenti – vi sono prove che il bestiame possa essere parte della soluzione”.

Agroecologia tra salute e politica

Il richiamo all’agroecologia non è casuale. La disciplina, che raccoglie al suo interno diverse pratiche, persegue un obiettivo esplicito: applicare i principi ecologici all’agricoltura garantendo un uso rigenerativo delle risorse naturali – a cominciare dal suolo – e dei servizi ecosistemici.

Questo traguardo, sostiene l’agronomo ed entomologo cileno Miguel Altieri, docente all’università di Berkeley in California, considerato oggi uno dei massimi esperti in materia, può essere raggiunto solo attraverso un approccio olistico. Ovvero stabilendo una correlazione tra la salute del suolo, dell’agricoltura e degli esseri umani. In questo modo, infine, si possono creare sistemi alimentari socialmente equi trasformando così la produzione sostenibile del cibo in un vero e proprio “atto politico”.

Tutto passa da una dieta sana

Secondo la Soil Association, una gestione delle attività agricole e di allevamento basata sull’agroecologia – escludendo quindi le pratiche intensive – produrrebbe vantaggi significativi per la salute dell’ecosistema senza alcun impatto rilevante sulla disponibilità dei beni alimentari. “Se il 9% dei terreni agricoli ‘meno produttivi’ in Inghilterra fosse gestito prevalentemente in funzione della natura e del clima”, rileva l’organizzazione, “si perderebbe meno dell’1% della produzione alimentare, ma le popolazioni di uccelli aumenterebbero del 48% e si immagazzinerebbe la metà del carbonio necessario all’intero sistema terrestre entro il 2035″.

Tutto questo, però, è possibile solo con un cambiamento della dieta. Per rendere sostenibile il modello produttivo a livello europeo, stima l’associazione, il consumo pro capite di carne dovrebbe ridursi almeno del 30%. Una proposta, quest’ultima, che evoca la recente ipotesi avanzata da un’altra organizzazione britannica: la Sustainable Food Trust di Bristol.

In un rapporto pubblicato a giugno, quest’ultima aveva infatti sostenuto che la transizione verso un’agricoltura rigenerativa, orientata cioè al mantenimento della salute del suolo escludendo l’uso di prodotti chimici, consentirebbe alla produzione di frutta e ortaggi del Regno Unito di quadruplicare, compensando il calo della disponibilità di carne ovina e suina. La produzione di carne bovina e di agnello resterebbe invariata.

Le strategie sostenibili devono diventare la regola

Negli anni, rileva infine l’associazione, la cattiva gestione dell’allevamento e delle terre agricole ha prodotto danni significativi. In molte aree del Pianeta l’eccesso di pascoli ha contribuito alla deforestazione. Nel Regno Unito un’esagerata applicazione di fertilizzanti azotati ha provocato, nella sola Inghilterra, la scomparsa del 97% dei prati coperti da fiori selvatici.

Per questo è necessario implementare alcune buone pratiche in grado di condurre a una svolta decisiva. Tra queste il ripristino di prati e di altre praterie ricche di specie, il passaggio a razze autoctone, l’agroforestazione e l’integrazione di alberi e siepi nel paesaggio agricolo. Queste strategie, già diffuse presso gli agricoltori e gli allevatori biologici, devono essere applicate su larga scala. Garantendo così, conclude la Soil Association, un futuro rispettoso della natura e un efficace contrasto alla crisi climatica.