3 Novembre 2021

Cowboys for future. Così mucche e mandriani combattono il cambiamento climatico

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L’indagine del NY Times: nelle praterie USA una diversa gestione del pascolo consente alle mucche di contribuire alla salute del suolo. Il sequestro del carbonio aumenta, scienziati e attivisti ringraziano

di Matteo Cavallito

 

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Le mucche ovviamente non lo sanno. Ed è un vero peccato. Perché se la loro coscienza fosse in grado di discernere, ne siamo certi, soddisfazione e autostima la farebbero da padrone. Al punto che dalle praterie statunitensi alle savane africane sarebbe tutto un ruminare con orgoglio. Già, perché in un mondo chiamato a fronteggiare le arcinote “crisi gemelle” – il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità – gli ignari bovini sono diventati i protagonisti di un’alleanza inedita quanto sorprendente: quella tra gli attivisti e i mandriani.

Come dire: gli studenti di Stoccolma e il mondo rurale; le organizzazioni non governative e gli allevatori kenyani. Il mondo accademico progressista e l’America conservatrice profonda. Che più profonda – e più Americaça va sans dire – proprio non si può.

La sottile linea verde da Greta ai mandriani

L’ultimo a occuparsi della vicenda, in ordine di tempo, è stato il New York Times, con un reportage da Blaine County, Montana, nel cuore rurale del Paese. Qui la famiglia Obrecht, “fieramente indipendente, politicamente conservatrice”, ha trovato un sistema naturale per curare il suolo a beneficio dell’ambiente e del clima: gestire in modo intelligente il pascolo delle proprie mucche. In ossequio ai principi del “pascolo rigenerativo“, gli Obrecht spostano le loro mandrie quasi ogni giorno facendo riposare i terreni recintati. per lunghi intervalli. I bovini, inoltre, sono spinti a consumare un’ampia varietà di erbe, “così che nessuna singola specie vegetale diventi predominante”.

Nei terreni calpestati la terra si mantiene più fresca e assorbe meglio le precipitazioni. Nelle zone tenute a riposo l’erba ricresce e il sequestro di carbonio aumenta.

Sebbene gli ambientalisti contestino da tempo l’eccessivo consumo di carne nel Pianeta, l’idea che buone pratiche di gestione dell’allevamento possano contribuire alla salute del suolo sembra aver creato un ponte tra due mondi diversi. “Questi allevatori affermano di aver trovato una causa comune con gli stessi ambientalisti che, una generazione fa, venivano visti spesso come ostili”, scrive il New York Times. “Contemporaneamente, gli ambientalisti di oggi hanno imparato a pensare come gli imprenditori agrari, pubblicizzando i benefici economici di una terra più sana e i suoi legami con un allevamento più redditizio”.

Praterie: una crisi globale

L’obiettivo comune consiste nella conservazione delle praterie che hanno un ruolo decisivo nel sequestro del carbonio. Vale per le distese del West statunitense, nota il quotidiano newyorchese. Ma anche per le savane dell’Africa, i territori del Sud America e le steppe dell’Eurasia.

Le praterie, dicono le stime, coprono circa il 40% delle terre emerse ma sono in larga parte minacciate dall’uso intensivo e dall’urbanizzazione. Talvolta, strategie generalmente utili come l’impianto di alberi possono rivelarsi controproducenti, soprattutto quando la siccità favorisce lo sviluppo degli incendi. Anche per questo, il pascolo rigenerativo può rivelarsi in alcune circostanze una soluzione utile. Nel 2015, uno studio pubblicato sulla rivista Agriculture, Ecosystems & Environment, ha stimato che queste buone pratiche potrebbero favorire ogni anno il sequestro di 300 milioni di tonnellate di CO2 su scala globale.

 

Il mondo sperimenta le best practices

“Dall’altra parte del mondo, i principi ecologici ed economici che animano questi allevatori guidano allo stesso modo i gruppi di salvaguardia keniani che lavorano per riformare le pratiche di pascolo dei pastori che vivono nella savana africana”, scrive il New York Times. Qui, nella contea di Baringo, l’organizzazione no-profit Rehabilitation of Arid Environments Trust aiuta le famiglie a riseminare l’erba nativa nei loro appezzamenti.

“Le famiglie traggono profitto dalla raccolta dell’erba rivenduta come fieno insieme ai semi, ottenendo la flessibilità finanziaria necessaria per allevare mandrie più piccole evitando uno sfruttamento eccessivo dei pascoli“.

Iniziative analoghe, prosegue il quotidiano, si stanno svolgendo anche nelle praterie del Cerrado brasiliano, dove si eradicano le piante indesiderate, e nelle distese del Kirghizistan, dove il personale del Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo delle Nazioni Unite lavora con i pastori locali nel ripristino dei terreni.

L’esempio del Colorado

Le speranze di successo non mancano. E altre esperienze giustificano un certo ottimismo. Di recente, l’attenzione della cronaca si è concentrata sull’epopea di un ranch all’avanguardia a Eagle County, in Colorado. È in questa landa, nel cuore dell’America più iconografica, che i Luark, una famiglia di allevatori che da anni si distingue per l’approccio ambientalista all’attività, lavora insieme al Bureau of Land Management degli Stati Uniti, per testare un sistema basato sulla tecnologia GPS che consente di addestrare le mucche al pascolo. L’obiettivo è quello di spostare più facilmente il bestiame e stabilire con precisione il tempo di permanenza ideale in un determinato luogo.

“Il bestiame dei Luark e di altri allevatori pascola su milioni di acri di terra pubblica. Il metodo di gestione delle loro mucche può influenzare la salute della terra, la fauna selvatica e il clima” ha commentato la reporter dell’emittente locale Colorado Public Radio. “Nonostante anni di siccità acuita dal riscaldamento globale, l’erba qui sembra migliorare”.