23 Gennaio 2024

Suolo, stimolarne la percezione contro l’indifferenza

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La sottovalutazione del valore del suolo è strettamente collegata con il cattivo utilizzo che ne viene fatto. FOTO: Lino M via Flickr

Tra le componenti dell’ecosistema il suolo è forse il più sottovalutato. Da ciò deriva una scarsa attenzione che, colpevolmente, riguarda anche l’ordinamento scolastico di ogni ordine

di Gilmo Vianello*

 

Pochi anni prima dallo scoppio del secondo conflitto mondiale, Arrigo Serpieri, senatore e rettore dell’Università di Firenze, ebbe a criticare aspramente il degrado dei suoli avvenuto negli Stati Uniti d’America causato da una gestione agronomica inadeguata, mirata unicamente a produrre cereali in maniera intensiva e monocolturale, mettendo in crisi i mercati sementieri dei Paesi europei, tra cui l’Italia. Tuttavia ebbe a riconoscere la pragmatica azione intrapresa dal governo statunitense, per uscire dalla drammatica recessione economica degli Anni ‘30 provocata dalla sterilizzazione di milioni di ettari di suoli, perpetrata in poco più di vent’anni.

Tra le varie azioni condotte dall’allora presidente Franklin Delano Roosevelt – che nel 1937 in una lettera indirizzata ai governatori della Federazione per sollecitare l’approvazione di una legge concordata sulla Conservazione del suolo ebbe a dichiarare “A nation that destroys its soils destroys itself” – la creazione del Soil Survey Staff che in pochi anni diverrà punto di riferimento a livello mondiale.

Le scelte dell’Italia post bellica

Sulla costituzione di questo servizio, Serpieri si dimostrò particolarmente interessato, tanto che nel 1939 accolse favorevolmente la proposta di Gino Passerini, professore e direttore responsabile dell’Istituto di Idraulica Agraria dell’Università di Pisa, per attivare anche in Italia un servizio dei suoli nazionale. Durante l’incontro organizzato nello stesso anno per formalizzarne la costituzione, si assistette all’unanime approvazione da parte di tutte le più importanti personalità del mondo politico, accademico e della ricerca dell’epoca. Successo dovuto anche alla stretta collaborazione iniziata fin all’inizio del ‘900 e proseguita tra pedologi, geologi, agronomi, forestali, idraulici e meccanici agrari.

Non si giunse alla concretizzazione legislativa dell’iniziativa a causa l’inizio del conflitto mondiale, ma l’idea fu immediatamente ripresa nel periodo post bellico con l’istituzione dell’Istituto Sperimentale per lo Studio e la Conservazione del Suolo con sede a Firenze. Sono anni in cui il suolo mantiene vivo il suo secolare ruolo di risorsa primaria con una percezione positiva che travalicando la sfera scientifica, coinvolgeva le realtà sociali e politiche.

I primi corsi sulla conservazione del suolo

Nel 1952 nacque la Società Italiana di Scienze del Suolo, nel 1966 Fiorenzo Mancini darà alle stampe la carta dei suoli d’Italia alla scala 1:1.000.000, sintesi trentennale della vasta documentazione geo-agronomica realizzata nel quarantennio precedente. A metà degli anni ‘70 il Consiglio Nazionale delle Ricerche avviò il Progetto Finalizzato “Conservazione del suolo” nell’ambito del quale il suolo verrà indagato secondo nuovi criteri internazionali di rilevamento e classificazione. Nel 1989 riprendendo i dettati della “Carta Europea del suolo” sanciti nel 1972 dal Consiglio d’Europa, il Ministero dell’Università di concerto con quello dell’Ambiente attivò i primi corsi di laurea sperimentali presso le Università di Parma, Bologna (sede di Ravenna) e “Cà Foscari” di Venezia, nell’ambito dei quali l’insegnamento della Pedologia venne inserita come materia propedeutica.

A partire dal 1991 quasi tutte le amministrazioni regionali istituirono un proprio Servizio dei suoli in ottemperanza al Programma operativo per lo “Sviluppo della divulgazione agricola e delle attività connesse” nell’ambito del Quadro comunitario di sostegno per l’Italia.

La regressione del XXI secolo

Alle soglie del nuovo millennio tutto quindi faceva presumere per un adeguato riconoscimento del ruolo del suolo nelle nuove politiche ambientali alla stregua dell’aria, dell’acqua e delle componenti biologiche. Ciò non avvenne e l’interesse per il suolo regredì alla luce della forte conflittualità instauratisi tra “produzione” e “conservazione”; le superfici agrarie stavano diminuendo, i pascoli abbandonati ed invasi dalle vegetazione arborea, le aziende agricole interessate da un consistente frazionamento fondiario, la popolazione era in crescita e di conseguenza aumentava il fabbisogno alimentare. Esigenza che i progressi scientifici delle scienze agrarie dalla genetica alla chimica, dalla meccanizzazione all’idraulica, permettevano di ottenere portando a produzioni da cinque a dieci volte più elevate del secolo precedente.

Fertilità artificiale e fertilità naturale

Vennero progressivamente abbandonate le tradizionali modalità di gestione e fertilizzazione dei terreni, la rotazioni colturali in quanto non più convenienti economicamente, l’utilizzo come fertilizzanti dei letami di origine zootecnica. La “fertilità artificiale” prese il sopravvento sulla “fertilità naturale” e sulla gestione tradizionale del suolo senza tenere più in considerazione le sue esigenze fisiche e biologiche quali la stabilità di struttura, la porosità e l’infiltrazione, la ritenzione idrica, l’attività microbiologica.

Alla carenza di sostanza organica nel suolo si cercherà di sopperire con l’apporto di presunti concimi ed ammendanti organici derivanti da scarti di filiere industriali di dubbio valore fertilizzante. Nel tentativo di avere un parere tecnico equilibrato il Ministero dell’Agricoltura e Foreste istituì il Comitato tecnico-scientifico per l’Osservatorio Nazionale e Pedologico e per la qualità del suolo; osteggiato fin dall’inizio del suo operare, il Comitato è stato ripetutamente soppresso e ricostituito con il succedersi di sei decreti dal 1990 al 2005. Evidente la conflittualità tra i rappresentati delle Regioni, del mondo accademico, dei Ministeri dell’Agricoltura e dell’Ambiente e del Consiglio Nazionale delle Ricerche.

La “Tomba dei misfatti umani”

Una deleteria abitudine, che raggiunse il suo culmine nell’ultimo ventennio del secolo passato, la pratica illegale di immissione od occultazione nel suolo di sostanze nocive per la salute umana ed animale come nel caso di gessi di defecazione da fanghi non a norma, o di scorie e manufatti di origine industriale contaminati da metalli pesanti o da inquinanti organici, tali da provocare un elevato rischio di inquinamento anche delle falde freatiche.

Il suolo acquisì così l’infausta denominazione di “Tomba dei misfatti umani”. La denuncia di questo stato di fatto da parte della pedologia valse alla stessa la fama di “Cassandra” dell’ambiente e accusata di volere impedire lo sviluppo delle nuove frontiere dell’agricoltura. Il suolo in Italia veniva percepito in maniera distorta come si riscontra nella sua definizione all’art. 54 del Decreto Legislativo n. 152/2006 che recitava: “Suolo: il territorio, il suolo, il sottosuolo, gli abitati e le opere infrastrutturali”.

In una legge, che doveva mirare alla salvaguardia dell’ambiente, il suolo non veniva inteso né come componente dell’ecosistema, né come funzione primaria indispensabile per l’agricoltura e le foreste, quanto piuttosto ambito territoriale in attesa di intervento umano, come ancor oggi figura in molti strumenti urbanistici comunali. Fortunatamente l’articolo venne in seguito abrogato e modificato con il D.lgs n. 46 del 4/3/2014.

Il fallimento del tentativo europeo del 2006

Dissesto idrogeologico, consumo di suolo, salinizzazione, contaminazione, perdita di biodiversità, diminuzione della fertilità erano e sono alcuni dei problemi che affliggevano ed affliggono molti Paese d’Europa tanto da indurre la Commissione Europea ad adottare nel 2006 la “Soil Thematic Strategy” riconoscendo il ruolo centrale del suolo nell’equilibrio ambientale e nell’interfaccia tra litosfera, idrosfera, biosfera e atmosfera.

Passati però molti anni la Commissione rilevò che la proposta di una direttiva quadro sul suolo era in sospeso da otto anni durante i quali non era scaturita alcuna azione efficace. La Commissione pertanto, pur valutando l’importanza della proposta, ritenne opportuno ritirarla. Le cause di tale ritardo e del conseguente rinvio furono da attribuire all’azione condotta da Business Europe che facendosi portavoce del panorama industriale europeo, riguardo la proposta di direttiva quadro sul suolo ebbe a dichiarare “The need for legislation on soil protection at European level is not obvious”. In questa vicenda la Commissione Europea ha mostrato la sua debolezza politica nei confronti dei poteri forti dell’economia europea, palesando indifferenza nei confronti della risorsa suolo.

Il rischio di un degrado irreversibile

Come conseguenza, nel corso degli ultimi ottant’anni i suoli europei, non esenti quelli italiani, hanno subito un progressivo deperimento che se non opportunamente controllato potrà condurre ad un degrado irreversibile.

Viene in mente al proposito ciò che nel 1951 scriveva Luigi Einaudi “La lotta contro la distruzione del suolo italiano sarà lunga e dura, forse secolare. Ma è il massimo compito d’oggi, se si vuole salvare il suolo in cui vivono gli italiani”.

In Italia si sono succedute nel tempo alcune proposte legislative per la tutela del suolo a partire dal 2012 con il disegno di legge “valorizzazione delle aree agricole e di contenimento del consumo di suolo”, non approvato a causa della fine anticipata della legislatura; a cui ha fatto seguito la proposta di legge n.164 “Disposizioni per l’arresto del consumo di suolo, di riuso del suolo edificato e per la tutela del paesaggio”, il cui l’iter legislativo non è mai giunto a buon fine.

Il nuovo tentativo della Commissione Ue

L’indifferenza nei confronti del suolo ha fatto sì che l’UE non sia riuscita finora a munirsi di un quadro giuridico adeguato per riconoscere ai suoli la stessa protezione garantita alle acque, all’ambiente marino e all’atmosfera, costringendo oggi la Commissione ad affannosi tentativi per mitigarne i dannosi effetti riconoscendo parzialmente gli errori commessi nel passato, ma trincerandosi dietro l’alibi del cambiamento climatico.

La strategia UE per il suolo per il 2030, adottata il 17/11/2021, fissa l’obiettivo di avere tutti i suoli “sani” entro il 2050, invitando pertanto i Paesi della Comunità a legiferare in materia di protezione, uso sostenibile e ripristino dei suoli, considerando come obiettivi primari la protezione della fertilità dei terreni, la riduzione degli effetti indotti dalla erosione e impermeabilizzazione, la individuazione e sanificazione dei siti contaminati, la bonifica dei suoli degradati, l’incremento della sostanza organica.

La strategia per il suolo ideata dalla Ue ha molti legami con altre iniziative comunitarie. FONTE: Commissione europea.

La strategia per il suolo ideata dalla Ue ha molti legami con altre iniziative comunitarie. FONTE: Commissione europea.

La riduzione dell’assorbimento di carbonio

Le valutazioni tratte dall’applicazione del regolamento LULUCF (Land Use, Land Use Change, Forestry) hanno infatti evidenziato che tra il 2013 ed il 2018 gli assorbimenti annuali netti di carbonio si sono ridotti del 20%, confermando quanto emerso dall’indagine LUCAS (Land Use/Cover Area frame statistical Survey Soil) che ha stimato per circa il 75% delle terre coltivate dell’UE concentrazioni in carbonio organico inferiore al 2%. A conferma, nella pianura emiliano-romagnola estese superfici coltivate mostrano valori di carbonio organico inferiori allo 0,8%. Si tratta quindi da un lato di abbattere le emissioni antropiche soprattutto dai suoli organici, dall’altro di aumentare il livello di carbonio immagazzinato nei suoli minerali come previsto nell’ambito del pacchetto legislativo “Pronti per il 55%”.

Che lo stoccaggio del carbonio nel suolo si possa conseguire in un breve arco temporale è impensabile in quanto non a tutti è noto che la stabilizzazione del carbonio organico nel suolo richiede tempi molto lunghi in funzione soprattutto della presenza e dell’attività microbiologica che si svolge al suo interno.

Recuperare la coscienza della funzione prioritaria del suolo

Proliferano così tentativi di aggirare l’iter naturale, immettendo nel suolo sostanze ad elevato contenuto in carbonio quali biochar, polimeri, reflui civili ed industriali, con il difetto di risultare poco aggredibili dai microorganismi, con lenti processi di degradazione ed in certi casi con rischio di contaminazione. Questo avviene per i grandi interessi economici, ma anche perché tra le componenti dell’ecosistema il suolo è forse il più sottovalutato, essendo visto dalla popolazione come risorsa naturale non limitata e non comprendendo il ruolo chiave che svolge nella bioeconomia sostenibile e circolare. Ne consegue una scarsa attenzione prestata nell’introduzione della tematica suolo nell’ordinamento scolastico, in particolare nei licei della scuola secondaria di secondo grado, dove non compare in nessuno dei curricoli didattici.

Come sottolineava Paolo Sequi “il fatto che oggi la civiltà rurale stia scomparendo nei paesi avanzati non fa che rendere più importante e più urgente la presa di coscienza della funzione prioritaria che il suolo svolge nell’ambiente. Ne discende la necessità di una più approfondita conoscenza del suolo. Tutte le forme di apprendimento e di divulgazione della scienza del suolo sono utili a questo scopo, da quelle superiori e specializzate a quelle di livello scolastico e popolare” (Sequi e Vianello, 1998).

* L’autore è vicepresidente Accademia Nazionale di Agricoltura. Il presente editoriale è stato pubblicato nel Rapporto “Il suolo italiano ai tempi della crisi climatica 2023″.