16 Gennaio 2024
nonostante l'Italia sia un modello nella raccolta dei rifiuti organici, il margine di miglioramento è ancora rilevante. FOTO: Lenka Dzurendova su Unsplash

La separazione dello scarto organico attiva dinamiche virtuose e può stimolare il “sequestro” di carbonio attraverso compost e altri ammendanti organici. Con i sistemi di raccolta dei rifiuti umidi più performanti si può intercettare fino al 90% degli scarti di cucina

di Enzo Favoino *

 

Negli ultimi anni, l’Europa ha messo con convinzione anche lo scarto organico (in genere definito come “biorifiuto” nelle politiche e normative di settore) al centro delle proprie strategie di sostenibilità nella gestione di materiali e risorse.

Il valore dello scarto organico

Oltre alle motivazioni generali, che guidano l’agenda europea sulla Economia Circolare (rendere la UE meno dipendente da importazioni di materie prime; con ciò stesso, eliminare le condizioni di precarietà nella crisi globale da scarsità delle risorse; dare una risposta interna alla necessità di “materiali critici”) se ne aggiungono alcune specifiche, a più riprese confermate negli studi di settore, nelle disposizioni regolamentari, nelle Decisioni al contorno nelle politiche ambientali:

  • La separazione e il recupero dello scarto organico sono il vero “motore” per gli obiettivi ambiziosi definiti dal Pacchetto Economia Circolare e dalla Direttiva-Quadro sui Rifiuti. Oltre al contributo quantitativo, determinante per conseguire il 65% di “preparazione per il riuso ed il riciclo” al 2035, va sottolineata però l’importanza operativa – non sempre focalizzata adeguatamente – della separazione dello scarto organico: una buona separazione consente infatti di ridurre drasticamente giri e frequenze di raccolta del rifiuto residuo, e perciò conseguire risparmi operativi e stimolare una maggiore propensione a una migliore separazione anche di altri materiali (come carta, vetro, plastica, metalli).
  • La separazione dello scarto organico attiva dinamiche virtuose all’interfaccia con altre politiche ambientali ed agroambientali: dal potenziale contributo di sostanza organica al “carbon farming”, alle strategie di contrasto della desertificazione, a quelle di contrasto del cambiamento climatico – queste ultime, poggiano sul ruolo del pool di carbonio nei suoli (il secondo pool di carbonio più ampio del pianeta dopo gli oceani) e sulla possibilità di “sequestrarne” parte mediante l’applicazione di compost e altri ammendanti organici.
Dal 1° gennaio obbligatoria la separazione dei rifiuti organici

Nonostante tutto ciò, l’impressione è che l’attuale struttura del quadro regolamentare, e delle strategie operative che ne conseguono, non riesca a catturare appieno tale potenziale. In effetti, la UE ha adottato, con l’articolo 22 della Direttiva-Quadro, l’obbligo di separazione dello scarto organico in tutta Europa: un riconoscimento fondamentale del suo ruolo.

Ma a una riflessione più approfondita, ci si può rendere conto che un “obbligo di differenziare” è un approccio poco orientato al risultato: l’obbligo potrebbe infatti essere ottemperato anche con strategie operative che, pur rispettando l’obbligo, non garantiscono intercettazioni adeguate del materiale oggetto di raccolta. Ed è purtroppo quanto avviene in molti casi, con sistemi di raccolta sottoperformanti, in grado di intercettare solo parti minori dello scarto organico.

Scarti di cucina, il virtuoso esempio italiano

Questo può derivare, ad esempio, da sistemi a cassonettizzazione (diffusi anche in diverse aree italiane) oppure da raccolte congiunte umido-verde (l’approccio prevalente in Europa Centrale) che non riescono a cogliere le peculiarità dello scarto di cucina né a tradurle in specificità operative; il che comporta come conseguenza, che gran parte dell’organico viene perso nel rifiuto residuo, diventando quello che, nell’era della Economia Circolare e secondo le codificazioni della stessa, diventa un vero e proprio “leakage”, una perdita netta di risorse dal sistema circolare.

Tali criticità sono state d’altronde confermate da uno studio relativamente recente (2020) condotto per BBI e ZWE, e che ha confermato che in tutta Europa, inclusi Paesi di lunga tradizione nella separazione dell’organico, come Olanda e Germania, il quantitativo di organico (e soprattutto, di scarto di cucina) intercettato dalle raccolte differenziate (e dunque reso disponibile per i percorsi successivi di valorizzazione) è una parte minore del potenziale totale: il 32% del biorifiuto (dato dalla somma di scarto di cucina + scarto di giardino), e solo 16% dello scarto di cucina. Eppure, i sistemi adottati in alcuni Paesi (es. Norvegia, Italia) dimostrano che le percentuali di intercettazione possono essere marcatamente superiori, arrivando sino a punte dell’80-90% del totale potenziale (e questo, anche in situazioni complesse come i contesti metropolitani: la Città di Milano separa circa l’87% dell’organico generato in ambito cittadino).

Risultati della indagine in Europa sui livelli di intercettazione del biorifiuto. FONTE: Zero Waste Europe.

Risultati della indagine in Europa sui livelli di intercettazione del biorifiuto. FONTE: Zero Waste Europe.

I vantaggi di raccolte dedicate attraverso sacchetti compostabili

Che fare in merito? Certamente, vanno investigati (e valorizzati) i motivi dei migliori risultati prestazionali nelle aree che ospitano gli schemi più performanti. Rispetto a tale tema, i concetti operativi si stanno consolidando su approcci di raccolte dedicate per lo scarto di cucina, con contestuale riduzione delle frequenze di raccolta per il rifiuto residuo, e dotazione di strumenti per aumentare la comodità per l’utenza (quali secchielli ventilati, sacchetti compostabili in carta o in plastica compostabile certificata secondo lo standard europeo consolidato EN 13432). Si deve promuovere una “contaminazione” da parte delle buone pratiche verso quelle che ancora mostrano spazi di miglioramento – questo è ad esempio l’obiettivo specifico di un ambizioso programma di ricerca, sviluppo e disseminazione finanziato dalla UE, attualmente in corso, e che va sotto il nome di “Biobest”.

Fissare un limite massimo di scarto organico perso nell’indifferenziato

Ma bisogna anche definire dei driver regolamentari, perché poi i diversi livelli giurisdizionali che hanno potere decisionale in merito, siano spinti ad adottare le migliori pratiche. Sarebbe dunque opportuno (come peraltro ha chiesto, in una sua lettera alla Commissione, una vasta coalizione di portatori di interesse, ONG, amministrazioni locali) corredare l’obbligo di cui all’articolo 22 con degli obiettivi prestazionali legalmente vincolanti: come ha richiesto tale coalizione, il modo migliore per definire tali obiettivi è imporre un target di riduzione dell’organico (in kg/persona.anno, a livello nazionale e/o locale) “perso” nel rifiuto residuo.

Un target così definito sarebbe infatti in grado di valorizzare tutte le azioni sovraordinate (dai programmi di recupero delle eccedenze alimentari, al compostaggio domestico, alla raccolta differenziata dell’organico, collegata a sistemi di compostaggio o digestione centralizzati) senza metterle in competizione tra di loro e consentendo invece di sommare i loro contributi. Inoltre, la “minimizzazione della presenza della risorsa nel rifiuto residuo” interpreterebbe nel modo migliore il principio generale dell’Economia Circolare: che è quello, appunto, di ridurre al minimo possibile i “leakages”, le perdite di risorse, che sono quelle lasciate nel rifiuto residuo (sia che venga avviato a discarica che ad incenerimento).

L’autore

* L’autore è Senior Expert, Economia Circolare, Scuola Agraria del Parco di Monza Scuola Agraria di Monza