4 Ottobre 2021

“La rinascita del suolo passa dalla bioeconomia circolare”

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La gestione circolare del suolo è alla base del contrasto al cambiamento climatico. Dal campo all’industria, la bioeconomia diventa protagonista dei processi di rigenerazione

di Matteo Cavallito

 

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La cattiva gestione del suolo ha un grande ruolo nella crisi climatica ma le soluzioni proposte dalla bioeconomia circolare possono garantire l’attesa inversione di tendenza. È questo, in estrema sintesi, il messaggio lanciato nel corso del convegno All 4 Soil, Soil 4 All. Bioeconomy for Soil Regeneration organizzato da Re Soil Foundation in occasione della PreCop26 di Milano. “Alcuni Paesi, soprattutto in Asia e in Africa, sono particolarmente colpiti dalla desertificazione pur contribuendo poco, da parte loro, al cambiamento climatico”, sottolinea Laura Vallaro, rappresentante per l’Italia del movimento Fridays for Future. È così che la tutela del terreno diventa un atto di giustizia. Ma non è tutto, ovviamente.

Suolo: da vittima a protagonista

Il fatto è che il suolo non è soltanto una vittima del clima che cambia ma anche un fattore di mitigazione. “La capacità di sequestro di carbonio è fondamentale ma è minacciata dalla deforestazione” sottolinea Rosa Poch, presidente dell’Intergovernmental Technical Panel on Soils della FAO. Per questa ragione, spiega, la corretta gestione del terreno non ne previene solo il degrado ma ne stimola anche la capacità di cattura di carbonio. Tradotto: “maggiore resilienza all’erosione, aumento della fertilità e della biodiversità, meno emissioni”.

L’idea, alla base del programma RECSOIL, lanciato due anni fa dalla stessa organizzazione ONU con l’obiettivo dichiarato di migliorare la produttività e proteggere i sistemi naturali, apre la strada a un filone di studi e pratiche particolarmente promettenti. Si tratta, in altre parole, di concepire le strategie migliori per il carbon farming, tema particolarmente intrigante sul quale tuttavia occorre lavorare ancora molto.

Dalla ricerca alla politica

Lo sottolinea Steve McGrath, direttore del dipartimento di Scienze dell’Agricoltura Sostenibile presso Rothamsted, un centro di ricerca del Regno Unito. “Non tutti i suoli possono raggiungere gli stessi livelli di carbon sink“, spiega. “Fattori come la struttura del terreno e la concentrazione di argilla sono determinanti”. Per questo è necessario proseguire con l’attività di ricerca per imparare a valutare al meglio il potenziale di sequestro.

Attenzione alle analisi approfondite, dunque, ma anche alle innovazioni tecnologiche al servizio degli scienziati. Tra queste le tecniche di mappatura digitale sono un esempio di strumento innovativo, lascia intendere Giuliano Langella, ricercatore presso il CRISP, il centro interdipartimentale dell’Università di Napoli Federico II, evidenziando il caso del Landsupport Project europeo.

L’iniziativa, che si basa sulla condivisione intelligente delle informazioni per la tutela dei terreni minacciati da erosione e cementificazione, è finanziata dal programma Horizon 2020 di Bruxelles e rientra così nel più ampio sforzo della UE per la tutela dei terreni in un quadro molto problematico. “Dal 65% al 75% del suolo agricolo europeo è a rischio eutrofizzazione” spiega infatti Arianna Pasa, Research Programme Officer presso la Mission Soil Health and Food UE. “I costi associati al degrado dei terreni continentali ammontano a 50 miliardi di euro all’anno”, aggiunge. “Per questo dobbiamo agire subito”.

La bioeconomia italiana vale 317 miliardi

Una risposta a questi problemi viene proprio dalla bioeconomia circolare che, ricorda Catia Bastioli, CEO di Novamont e membro del Mission Board for Soil Health and Food della Commissione Europea, include diversi settori e registra una forte crescita. La bioeconomia italiana, in particolare, “vale 317 miliardi di euro e coinvolge 2 milioni di posti di lavoro che pongono il nostro Paese al terzo posto nella UE per valore del comparto”.

L’Italia, inoltre, è leader continentale nella raccolta dei rifiuti organici (47%, praticamente metà degli scarti, contro una media europea del 16%). E vanta uno dei settori agricoli più sostenibili della regione (30 milioni di tonnellate di CO2 emesse contro i 76 milioni della Francia). Ce n’è abbastanza, insomma, per dare un importante vantaggio competitivo al Paese, anche e soprattutto nei comparti all’avanguardia. Ed è in questo spazio che si collocano i bio-prodotti, strumento chiave per cambiare paradigma di sviluppo.

Teli di pacciamatura bioedegradabili e biolubrificanti sono alcuni dei prodotti sviluppati nell’ambito del progetto Mater-Agro. Immagine: Re Soil Foundation, All4Climate.

Teli di pacciamatura bioedegradabili e biolubrificanti sono alcuni dei prodotti sviluppati nell’ambito del progetto Mater-Agro. Immagine: Re Soil Foundation, All4Climate.

Dal campo all’impianto (e ritorno)

A sottolinearlo, tra gli altri, è Roberto Moncalvo, presidente di Coldiretti Piemonte e Board Member di Re Soil Foundation, citando l’esempio di Mater-Agro, la prima filiera che integra e coniuga gli sforzi del settore agricolo e dell’innovazione tecnologica finalizzata alla sua tutela. Nata dalla collaborazione tra la stessa Coldiretti e Novamont, spiega Moncalvo, “Mater-Agro è un vero esempio di bioeconomia circolare che dal campo conduce alla chimica bio-based e da essa nuovamente agli agricoltori che possono usare prodotti biochemical”.

L’uso circolare delle risorse agricole da e per il suolo evidenzia notevoli potenzialità. Marco Ricci, Senior Expert del Consorzio Italiano Compostatori, sottolinea ad esempio come nel solo 2019 l’Italia abbia prodotto oltre 2 milioni di tonnellate di compost dal trattamento di rifiuti organici. “L’applicazione di una tonnellata di prodotto – spiega – consente al suolo di sequestrare da 78 a 130 chili di CO2”. Il che, per l’ultimo anno in esame, significa oltre 200 mila tonnellate di emissioni in meno per l’intera Penisola.

Soluzioni circolari di successo

Gli esempi di successo del paradigma circolare non mancano. Tra questi, ha sottolineato Lorella Rossi, Manager Technical Area del Consorzio Italiano Biogas, il progetto Biogasdoneright, una piattaforma lanciata dalla stessa organizzazione che combina tecnologie per la digestione anaerobica e altri metodi industriali e agricoli per incrementare la produttività e ridurre le esternalità negative delle pratiche tradizionali.

Promettenti anche gli studi sullo sviluppo della plastica biodegradabile, hanno evidenziato Nathalie Gontard, direttrice di ricerca nell’unità Ingegneria degli Agropolimeri e Tecnologie Emergenti dell’Institut national de la recherche agronomique di Parigi, e la sua collega Lucile Chatellard. L’ultima iniziativa dell’ente francese, il BioCyPlast Project, in particolare, punta a definire le regole chimiche e fisiche che favoriscono il processo di decomposizione dei materiali. Con l’obiettivo di sviluppare le migliori soluzioni in termini di impatto.

Il futuro? Cibo sostenibile e agroecologia

Centrale, infine, il ruolo del cibo come spiega Andrea Magarini, Coordinator Food Policy del Comune di Milano, sottolineando l’importanza dell’applicazione dei principi circolari alla gestione dei servizi pubblici. Che, nella metropoli lombarda, si è tradotta in un calo del 20% delle emissioni associate alle mense scolastiche negli ultimi 5 anni. Ed è proprio attraverso la revisione delle abitudini alimentari che è possibile favorire la transizione agro-ecologica, sottolinea Damiano Di Simine, coordinatore scientifico di Legambiente e responsabile del progetto Soil4Life. “Gli approcci circolari nella bioeconomia possono far aumentare le opportunità per le comunità rurali”, conclude. “E offrire servizi alla società nel suo complesso accelerando l’uscita dall’era del fossile”.