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"Il sale in eccesso minaccia metà delle coltivazioni globali"
25 Ottobre 2021

“Il sale in eccesso minaccia metà delle coltivazioni globali”

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L’overdose di sale nel terreno impatta potenzialmente su un miliardo e mezzo di persone. La sfida è complessa, rileva la FAO. Ma l’uso di buone pratiche consente di risolvere il problema

di Matteo Cavallito

 

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Nel mondo l’eccesso di sale interesserebbe dal 20 al 50% di tutti i terreni agricoli del Pianeta, “costringendo oltre 1,5 miliardi di persone ad affrontare notevoli difficoltà nella produzione alimentare a causa del degrado del suolo”. Lo riferisce la FAO citando i numeri raccolti nella prima Mappa Globale del fenomeno presentata nella tre giorni di incontri virtuali del Global Symposium on Salt-Affected Soils. Nel dettaglio i terreni salini e sodici rilevati come tali a una profondità compresa tra 30 centimetri e un metro si estendono per 833 milioni di ettari cui si affiancano i 424 milioni dove il fenomeno si manifesta solo o anche a livello superficiale.

Le aree più colpite: Asia, Africa e America Latina

Il monitoraggio, che ha coinvolto 118 Paesi, ha preso in esame i cosiddetti Salt-affected soils (SAS). Una definizione che include i terreni salini e quelli sodici (categoria, quest’ultima, che comprende anche i suoli alcalini, quelli cioè in cui il pH supera quota 8,5). I primi sono decisamente più diffusi rappresentando l’85% dei salt-affected superficiali e il 62% di quelli interessati a livello del sottosuolo. Una quota minoritaria dei terreni coinvolti dal fenomeno (5% in superficie, 14% sotto i 30 centimetri di profondità) soffre contemporaneamente di salinizzazione e sodificazione. Le aree più colpite si trovano in Asia, Africa e America Latina, soprattutto nei deserti e nelle steppe.

Più sale, meno produttività

“I suoli – rileva la FAO – possono diventare salati molto rapidamente per una serie di ragioni: a causa della cattiva gestione umana per l’uso eccessivo o inappropriato di fertilizzanti o per via della deforestazione“. Ma anche a causa dell’innalzamento del livello del mare o dell’intrusione di acqua salata nelle falde sotterranee. “Il cambiamento climatico, inoltre, “sta alzando la posta in gioco”. Al punto che “secondo alcune previsioni le terre aride globali potrebbero espandersi del 23%, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, entro la fine del secolo”.

Il problema è che i terreni salati risultano meno fertili al punto da rappresentare “una minaccia alla lotta globale contro la fame e la povertà”. Il fenomeno, inoltre, “riduce tanto la qualità dell’acqua che la biodiversità e favorisce l’erosione”.

Dal monitoraggio alle buone pratiche

La mappa (capace di armonizzare i dati nazionali, spesso troppo frammentati) si pone due obiettivi, ha spiegato Christian Omuto, ex docente di ingegneria del suolo all’Università di Nairobi e oggi consulente della FAO: descrivere la distribuzione del problema nel Pianeta e individuare le aree a rischio moderato, soprattutto quelle agricole, che possono essere recuperate.

Proprio quest’ultimo aspetto è stato al centro delle discussioni che hanno animato il simposio attraverso il confronto tra le diverse esperienze che hanno evidenziato i buoni risultati raggiunti dall’applicazione di materia organica – come la lolla di riso, ad esempio – nei suoli salini.  Anche se l’utilizzo su larga scala, ricorda qualcuno, non è sempre possibile.

“Nei Paesi poveri di solito c’è carenza di materia organica da destinare al suolo”, ha sottolineato ad esempio Kristina Toderich, esponente dell’International Center for Biosaline Agriculture ( ICBA) di Tashkent, Uzbekistan, uno dei Paesi più colpiti dal fenomeno dell’eccessiva concentrazione di sale nei terreni. Anche per questo occorre studiare nuove soluzioni.

Una buona notizia: “Possiamo convivere con il sale”

L’elenco delle buone pratiche, che secondo quanto emerso potrebbero essere raccolte in futuro in un database ad hoc, è comunque piuttosto esteso. E comprende, tra le altre cose, metodi come il fitorisanamento, la rotazione delle colture e l’uso dei bioinoculanti. La buona notizia, insomma, è che anche con il sale si può convivere. A patto di saper rispondere adeguatamente al problema.

“I suoli salati impongono molti vincoli all’agricoltura, ma se gestiti in modo sostenibile possono fornire un valido sostentamento agli agricoltori”, spiega Mohammad Jamal Khan, membro dell’Intergovernmental Technical Panel on Soils (ITPS) della FAO. “Una volta ripristinati, inoltre, questi terreni possono contribuire agli sforzi di mitigazione del cambiamento climatico”. Per questo “occorre preservare le aree umide attraverso l’uso di ammendanti”. Oltre a “puntare sulle colture resistenti al sale dove il clima è più secco e gestire al meglio le pratiche di irrigazione”. Fondamentali, infine, i fattori economici. Dagli incentivi contro l’abbandono della terra agli investimenti per la promozione sul mercato dei prodotti agricoli coltivati sui terreni sodici e salini.