21 Dicembre 2021

Entro il 2022 la normativa UE su carbon farming e mercato dei crediti

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Bruxelles riconosce definitivamente il carbon farming, aprendo la strada ai sistemi di remunerazione. L’obiettivo? Risparmiare all’atmosfera 42 milioni di tonnellate di CO2 entro il 2030

di Matteo Cavallito

 

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Adesso è ufficiale: anche l’agricoltura europea entra a pieno titolo nel meccanismo dei crediti di carbonio. Nei giorni scorsi, infatti, la Commissione UE ha pubblicato la sua Comunicazione sui cicli del carbonio sostenibili. Il documento, preludio a un provvedimento legislativo che sarà presentato nel corso del 2022, riconosce formalmente fra gli strumenti di contrasto al cambiamento climatico il ruolo decisivo del carbon farming. Ovvero il legame tra le attività agricole sostenibili e il sequestro di carbonio con conseguente riduzione delle emissioni.

Una decisione, quella di Bruxelles, che accoglie implicitamente gli appelli lanciati dalle associazioni e dalle organizzazioni di settore che, da tempo, premono per un sostegno normativo alle pratiche di sostenibilità nel comparto agricolo. Sia sul fronte comunitario che a livello nazionale.

Il carbon farming fa risparmiare 42 milioni di tonnellate di CO2

Il documento, ha spiegato la Commissione, fissa alcune azioni a breve e medio termine per sostenere e incrementare la dimensione del carbon farming e la protezione della biodiversità. Secondo le stime, le pratiche agricole di sequestro del carbonio dovrebbero garantire un risparmio complessivo pari a 42 milioni di tonnellate di CO2 in Europa entro il 2030. Tre, nel dettaglio, le misure individuate per raggiungere l’obiettivo:

  • la promozione del carbon farming nell’ambito della Politica Agricola Comune (PAC) e di altri programmi UE come LIFE e la missione “Soil Deal for Europe” oltre che attraverso finanziamenti pubblici nazionali e privati;
  • la definizione di metodologie standard di monitoraggio, reporting e verifica necessarie per garantire un’adeguata certificazione e permettere lo sviluppo del carbon market;
  • l’offerta di una gestione dei dati e di servizi di consulenza su misura per gli operatori del settore agricolo.
“Esperti non sempre allineati, dobbiamo trasferirnee la conoscenza tra le discipline”

“Sono anni che il mondo della ricerca dedica grande attenzione al carbon farming, ma il riconoscimento della sua rilevanza da parte della Commissione UE è una novità importante”, spiega David Chiaramonti, professore ordinario di Sistemi Energetici ed Economia dell’energia e Vice Rettore per l’Internazionalizzazione presso il Politecnico di Torino. Ora però inizia la missione più difficile.

“La questione coinvolge diverse discipline i cui esperti, dagli agronomi agli economisti, dai tecnici ai policy maker, non sono sempre allineati”, aggiunge il docente.

“La Politica Agricola Comune ad esempio fa riferimento a problematiche come la fertilità del terreno che è soprattutto connessa al cosiddetto short-lived carbon, ovvero il carbonio recuperato e successivamente elaborato nel suolo. Il sistema dei crediti di emissione o Emission Trading Scheme UE, invece, chiama in causa soprattutto il long-lived carbon, che viene rimosso in modo stabile per un periodo di almeno 100 anni, un fenomeno che può essere favorito dall’impiego del biochar”.

Ma attenzione: non si tratta assolutamente di elementi contrastanti bensì di obiettivi complementari e sinergici. Di conseguenza, precisa il docente, “per definire strategie ottimali dobbiamo trasferire la conoscenza da un settore all’altro, tenendo conto della complessità e della multidisciplinarietà dell’argomento”.

Una regolamentazione europea entro la fine del 2022

L’iniziativa UE dovrebbe condurre all’approvazione da parte della Commissione di una regolamentazione specifica entro la fine del 2022. Un obiettivo che chiama inevitabilmente in causa anche l’impegno degli Stati per l’approvazione delle normative nazionali. L’Italia, in questo senso, appare ancora in ritardo. Almeno a giudicare dall’inerzia che ancora accompagna le iniziative di Camera e Senato sul tema più generale della protezione del suolo. Ad oggi, infatti, sono ben quattro le proposte di legge sul tema ancora ferme in Parlamento.

In risposta al problema, nel maggio di quest’anno i soci fondatori di Re Soil Foundation hanno inviato un position paper ai membri delle Commissioni Agricoltura e Ambiente del Senato. Nel documento si chiede di sbloccare le proposte di legge sullo stop al consumo di suolo. Inserendovi, inoltre, specifiche norme sulle tecniche di sequestro di carbonio nei terreni.

Un assist per il carbon market

L’auspicio dei sostenitori, ovviamente, è che i progressi in campo normativo favoriscano l’avvio di un carbon market su scala europea. Tale sistema, basato sulla generazione di crediti di emissione, consentirebbe infatti di premiare l’impegno degli agricoltori nella messa in atto di pratiche sostenibili di sequestro dell’elemento. L’idea, insomma, è quella di offrire un’ulteriore fonte di reddito per i coltivatori stessi. Trasformando il comparto agricolo da responsabile diretto del 10% delle emissioni totali di gas serra della UE in una fonte di opportunità per la riduzione della CO2.

“Dobbiamo fare entrare il carbonio nel ciclo economico – conclude Chiaramonti – ovvero attribuirgli un valore. Solo così possiamo garantire che gli agricoltori, cioè coloro che possono generare Carbon Removals Unit facendo al contempo bene all’ambiente e ai suoli, siano retribuiti per i benefici che apportano”.