28 Maggio 2021

Consumo di suolo e carbon farming: “Il Parlamento sblocchi la legge”

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Nelle Commissioni parlamentari Ambiente e Agricoltura del Senato sono fermi diversi progetti di legge sullo stop al consumo di suolo. FOTO: Archivio storico Senato.

I soci fondatori di Re Soil Foundation hanno inviato un position paper ai membri delle Commissioni Agricoltura e Ambiente del Senato per chiedere di sbloccare le proposte di legge sullo stop al consumo di suolo e di inserirvi specifiche norme sulle tecniche di sequestro di carbonio nei terreni

di Emanuele Isonio

 

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Il 60-70% di tutti i suoli europei non è in salute a causa delle attuali pratiche di gestione, dell’inquinamento, dell’urbanizzazione e degli effetti del cambiamento climatico. In Europa, 2,8 milioni di siti sono potenzialmente contaminati e possono comportare gravi rischi per la salute. Il 65-75% dei terreni agricoli è a rischio eutrofizzazione di suolo e acqua con grandi impatti sulla biodiversità. I suoli agricoli perdono carbonio a un tasso dello 0,5% all’anno. Il 24% presenta tassi di erosione idrica insostenibili. Il 25% dei terreni nell’Europa meridionale, centrale e orientale è ad alto o molto alto rischio di desertificazione. L’odierno tasso di riutilizzo del suolo è fermo al 13%. Si stima che i costi associati al degrado del suolo nell’UE superino i 50 miliardi di euro all’anno.

Tutti numeri preoccupanti e ormai ben noti agli addetti ai lavori. Eppure in Italia ancora non si riesce ad approvare una legge per fermare il consumo di suolo. Per questo, i soci fondatori di Re Soil Foundation (Coldiretti, Novamont, Politecnico di Torino, Università di Bologna), hanno redatto un position paper destinato ai membri delle commissioni Agricoltura e Ambiente del Senato della Repubblica.

Le 4 proposte ferme in Parlamento

Nelle due commissioni di Palazzo Madama infatti giacciono da diversi anni tre proposte di legge: due presentate dalla senatrice Paola Nugnes, una a firma della senatrice Elena Fattori. Alla Camera, si replica con una proposta di legge che giace in commissione dal luglio 2018 (firmataria, la deputata Federica Daga). Solo uno di questi progetti (l’S.164) ha fatto qualche passo in avanti, collezionando audizioni informali e riunioni di comitati ristretti nelle commissioni. Comunque ben lungi dall’essere approvato. Un’inerzia che potrebbe portare a un binario morto prima della fine della legislatura.
“Noi di Re Soil Foundation – si legge quindi nel documento inviato ieri ai presidenti e capigruppo delle due commissioni competenti – esprimiamo preoccupazione per la mancata approvazione tuttora di una legge che preservi il suolo e contrasti il fenomeno del suo consumo, che fa perdere al nostro Paese circa 2 mq di suolo al secondo”.

Localizzazione dei principali cambiamenti dovuti al consumo di suolo tra il 2018 e il 2019. Fonte: elaborazioni ISPRA su cartografia SNPA - Rapporto "Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici" Anno 2020.

Localizzazione dei principali cambiamenti dovuti al consumo di suolo tra il 2018 e il 2019. Fonte: elaborazioni ISPRA su cartografia SNPA – Rapporto “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici” Anno 2020.

“L’Italia deve fare la propria parte”

I promotori del position paper sottolineano che l’inerzia italiana contrasta con l’attenzione che viene dedicata al suolo da parte della Commissione europea. Bruxelles ha infatti dedicato alla salute dei terreni una delle 5 mission attraverso le quali indirizzare la ricerca scientifica e gli investimenti in innovazione. Obiettivo: azzerare il consumo netto di suolo entro il 2050. “Per raggiungere l’obiettivo di migliorare la salubrità dei nostri terreni, anche l’Italia deve fare la propria parte a livello nazionale” ammoniscono i vertici di Re Soil Foundation. “Va infatti considerato che il nostro Paese, come molti Stati mediterranei, è tra i più esposti ai rischi di desertificazione. E i suoli più colpiti dalla cementificazione sono quelli a vocazione agricola, a un ritmo triplo rispetto alle aree urbane”.

Il fattore “carbon farming”

Per trasformare la condizione dei terreni da problema che accentua i cambiamenti climatici in possibile soluzione che aiuta a tagliare i traguardi di un continente “carbon neutral” entro metà secolo, intervenire sulla salubrità dei suoli è essenziale. Tra gli strumenti, un ruolo positivo potrebbe sicuramente giocarlo il carbon farming, ovvero tutte quelle pratiche agricole in grado di apportare materia organica nel suolo.

Le principali fonti / rimozioni e processi di emissione di gas serra nei terreni agricoli. FONTE: IPCC, 2006.

“Tali attività possono aiutare a rigenerare la salute del suolo soprattutto in quelle aree che più di altre sono soggette ai cambiamenti climatici e alla perdita di biodiversità” – spiega Fabio Fava, membro del CDA di Re Soil Foundation e professore ordinario di Biotecnologie industriali ed ambientali presso la Scuola di Ingegneria dell’Università di Bologna. “Il Carbon farming infatti prevede di definire e sviluppare schemi di remunerazione per gli agricoltori che praticano tecniche di sequestro di carbonio. Sviluppare questi percorsi può aiutare la conversione agricola e può rappresentare una importante fonte di reddito addizionale per gli agricoltori”.

Per questo, nel paper di Re Soil Foundation si chiede di cogliere l’occasione dei disegni di legge in discussione in Parlamento per approntare anche incentivi in favore del carbon farming. Peraltro, dalla Ue anche in questo caso arrivano indicazioni piuttosto chiare: la Commissione svilupperà entro un paio d’anni un quadro normativo per monitorare e valutare l’effettività delle attività di sequestro di carbonio in agricoltura e silvicoltura. E nel corso del 2021 ha già lanciato un’iniziativa per promuovere questo nuovo modello di business. Probabilmente il più efficace per trasformare il comparto agricolo da responsabile del 10% delle emissioni totali di gas serra della Ue in opportunità per la riduzione della CO2.