11 Ottobre 2022

Anche le vigne “camminano”. Il climate change le ha fatte salire di 200 metri in 20 anni

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Il dato è emerso durante il Festival Trentodoc, dedicato alle “bollicine di montagna”: i viticoltori hanno confermato che le vigne necessitano ormai di quote più alte per scampare a temperature più calde ed eventi estremi. Per l’adattamento puntano su nuove tecniche colturali, conversione biologica, investimenti in ricerca e strategie di risparmio idrico

di Emanuele Isonio

 

Una foto della Val d’Adige di qualche anno prima della fine del Novecento. E una, scattata nello stesso identico punto oggi. Basterebbe metterle a confronto per rendersi conto di quanto siano importanti gli effetti dei cambiamenti climatici e a quali sfide costringano gli agricoltori. Il problema è ovviamente sentito a tutte le latitudini, ma spesso i territori montani sono fra i più fragili e sensibili all’innalzamento delle temperature. Quelle due foto evidenzierebbero con tutta la potenza delle immagini che in poco tempo (nemmeno un quarto di secolo) il livello di quota delle coltivazioni vitivinicole nelle valli trentine è salito di non meno di 200 metri.

Fra le vigne fa più caldo, ma non solo

Il dato è ben noto ai viticoltori. Sicuramente meno all’opinione pubblica. Ma è stato portato all’attenzione di quest’ultima durante il Trentodoc Festival, il primo appuntamento dedicato alla scoperta delle cosiddette “bollicine di montagna”, lo spumante metodo classico realizzato da 64 case vinicole distribuite in sei distretti agricoli trentini. “L’impatto del riscaldamento globale sulle nostre attività è indubbio e non certo da oggi” conferma Enrico Zanoni, presidente dell’Istituto Trentodoc.

“Le temperature medie si sono alzate e ciò ci costringe a proteggere i vitigni e la maturazione dell’uva da un eccessivo calore” aggiunge Fabrizio Nicolè, direttore della Cantina Mori Colli Zugna.

I pericoli per un comparto da 150 milioni di euro

Ma l’incremento termico non è l’unico fattore da tenere sotto controllo per assicurare un futuro a un comparto importante per l’agroalimentare italiano: solo le produzioni di Trentodoc sono arrivate a 12 milioni di bottiglie vendute, per un fatturato di 150 milioni di euro (e una crescita del 40% nel 2021). “Molti altri fattori ci preoccupano, anch’essi figli della crisi climatica” prosegue Zanoni. “Penso al livello di irradiazione solare e al rischio di fenomeni grandigeni improvvisi e di forte intensità”.

Per quanto riguarda gli eventi meteo estremi, già qualche mese fa l‘Osservatorio CittàClima di Legambiente aveva calcolato che il loro aumento, nell’ultimo decennio, si attesta attorno al 17%. Un costo economico ingente (calcolato a livello europeo in mezzo trilione di euro dall’EEA, European Environment Agency).

Rimedi necessari

La situazione impone quindi contromisure. La capacità di resilienza è indispensabile (nonostante l’Italia sia ancora oggi uno dei pochi Stati Ue a essere priva di un piano di adattamento ai cambiamenti climatici). Per fortuna fra le valli trentine la situazione è migliore. I produttori vitivinicoli si sono mossi con lungimiranza. “Il lavoro di adattamento e risposta al climate change è molto complesso e certosino” spiega Zanoni. Qualche esempio? Individuazione di nuove tecniche colturali che permettano di risparmiare le risorse idriche, transizione verso le colture biologiche, lotta integrata a insetti e infestanti e riqualificazione delle strutture secondo i principi della bioarchitettura.

A livello di categoria, da ormai 5 anni sono state scritte, grazie al contributo di quasi 6mila viticoltori, una serie di norme contenute nel Sistema di qualità nazionale di produzione integrata (Sqnpi). Una serie di regole specifiche per ogni coltura e precise indicazioni fitosanitarie vincolanti. Obiettivo: ridurre l’esposizione a pesticidi che alla lunga danneggiano il suolo riducendo la sostanza organica e favorendo il rilascio del carbonio in esso sequestrato. Già oggi, in Trentino la risposta delle case vinicole è stata importante: l’82% della superficie vitata è ormai certificata Sqnpi.

Organizzazione della rete alimentare del suolo. Modello semplificato dei diversi gruppi di organismi del suolo: i microrganismi, micro, meso e macrofauna sono raggruppati in tre categorie nella rete alimentare e la sua differenziazione funzionale. In primo luogo, la micro-rete alimentare (linee tratteggiate) comprende batteri e funghi, che sono alla base della rete alimentare e decompongono la materia organica del suolo, che rappresenta la risorsa di base dell'ecosistema del suolo, e i loro predatori diretti, protozoi e nematodi. In secondo luogo, i trasformatori della lettiera includono i microartropodi che frammentano la lettiera, creando nuove superfici per l'attacco microbico. Infine, gli ingegneri dell'ecosistema, come termiti, lombrichi e formiche, modificano la struttura del suolo migliorando la circolazione di nutrienti, energia, gas e acqua. Adattato da Coleman e Wall, 2015. FONTE: FAO State of knowledge of soil biodiversity—Report 2020.

Organizzazione della rete alimentare del suolo. Modello semplificato dei diversi gruppi di organismi del suolo: i microrganismi, micro, meso e macrofauna sono raggruppati in tre categorie nella rete alimentare e la sua differenziazione funzionale. In primo luogo, la micro-rete alimentare (linee tratteggiate) comprende batteri e funghi, che sono alla base della rete alimentare e decompongono la materia organica del suolo, che rappresenta la risorsa di base dell’ecosistema del suolo, e i loro predatori diretti, protozoi e nematodi. In secondo luogo, i trasformatori della lettiera includono i microartropodi che frammentano la lettiera, creando nuove superfici per l’attacco microbico. Infine, gli ingegneri dell’ecosistema, come termiti, lombrichi e formiche, modificano la struttura del suolo migliorando la circolazione di nutrienti, energia, gas e acqua. Adattato da Coleman e Wall, 2015. FONTE: FAO State of knowledge of soil biodiversity—Report 2020.

Le tante azioni delle diverse aziende

Oltre alle iniziative corali, ci sono poi le azioni portate avanti dalle singole aziende. Altemasi ha sviluppato una collaborazione con due fondazioni trentine – Edmund Mach e Bruno Kessler. È così nata una piattaforma integrata cartografica agriviticola (Pica). Attraverso speciali sensori in vigna, invia ad agronomi ed enologi informazioni utili a razionalizzare il bisogno di acqua dei terreni, eliminando lo spreco. Per evitare l’uso di sostanze chimiche di qualunque genere, la casa spumantistica Endrizzi ha introdotto nel vigneto alcune specie di uccelli che si cibano di insetti, mentre, per monitorare la salubrità dell’aria, Cantina Romanese ha allestito le arnie tra i filari.

La ricerca di pratiche aziendali in grado di rispettare l’ambiente ha influenzato anche la progettazione delle cantine più recenti dove ogni elemento strutturale è utile a contenere il dispendio energetico. Varie le esperienze: Borgo dei Posseri e Zanotelli Elio & F.lli hanno adottato la caldaia a biomassa per il riscaldamento; Maso Poli ha messo a punto un sistema di raccolta e riciclo dell’acqua piovana mentre la Cantina Sociale di Trento impiega acqua di pozzo per il controllo della temperatura di fermentazione dei mosti.

Cantine ipogee: per il paesaggio e contro il caldo

Per il mantenimento della temperatura e dell’umidità costante, tutti gli associati hanno optato per l’isolamento termico e in tutta l’area sono numerose le cantine ipogee. È il caso di Balter, Bellaveder, Borgo dei Posseri, Endrizzi, Terre del Lagorai, Villa Corniole, Pravis e Cantina Mori Colli Zugna. Quest’ultima, collocata a 15-30 metri sotto terra è la più grande d’Italia, in grado di contenere 300 serbatoi d’acciaio con una capacità di 110.000 ettolitri. In più è realizzata con il “tetto verde”, in parte ricoperto dal vigneto. Grande attenzione è stata poi posta nella riduzione degli imballaggi e nella riconversione vecchi stabilimenti industriali secondo i principi della bioarchitettura.

Nel corso degli anni, per alcune aziende, è iniziato un percorso di conversione finalizzato a ottenere la certificazione biologica. Lavorare con il metodo biologico significa sfruttare la naturale fertilità del suolo favorendola con interventi limitati, promuovere la biodiversità dell’ambiente limitando o escludendo l’utilizzo di prodotti di sintesi e di organismi geneticamente modificati (Ogm). La scelta biologica si esprime attraverso l’applicazione di trattamenti a base di rame e zolfo, il diserbo meccanico nel sotto filare, il sovescio e l’uso di concimi organici come il letame maturo e il compost per la fertilizzazione del terreno.