12 Aprile 2023

Antibiotici e allevamento riducono il sequestro di carbonio nelle praterie

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La ricerca indiana: gli erbivori da allevamento impattano sulla fauna microbica del terreno riducendo la capacità di assorbimento del carbonio. Decisivo l’effetto alterante degli antibiotici

di Matteo Cavallito

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Non tutti gli erbivori sono uguali, specie quando si tratta di impatto sul suolo e sul clima. È il messaggio di una ricerca condotta dall’Indian Institute of Science (IISc) di Bangalore e pubblicata sulla rivista Global Change Biology. Secondo l’indagine, ripresa dalla Ong statunitense Mongabay, gli esemplari selvatici avrebbero effetti meno evidenti sul terreno rispetto ai loro omologhi di allevamento.

La scoperta assume una rilevanza significativa, osserva la stessa organizzazione americana. Questi animali, infatti, “influenzano fortemente il clima attraverso il loro impatto su un’ampia riserva dell’elemento nel suolo, considerando che le praterie, le steppe e le savane del mondo conservano circa 500 miliardi di tonnellate di carbonio”.

Lo studio

Confrontando gli effetti del bestiame e degli erbivori autoctoni gli autori hanno scoperto che i due gruppi differiscono in termini di impatto sulla composizione della vegetazione. Analizzando le scorte di carbonio nel suolo nel periodo 2005-2016 e valutando 17 diverse variabili che influenzano la presenza dell’elemento nel terreno, i ricercatori hanno osservato una diversa relazione con i processi microbici del suolo che, a loro volta, hanno effetto sull’ammontare di carbonio sequestrato e trattenuto.

“L’efficienza dell’uso microbico del carbonio è risultata inferiore del 19% nei terreni sottoposti ad allevamento. Rispetto a quelle percorse dagli erbivori autoctoni, le aree utilizzate dal bestiame contenevano 1,5 kg di carbonio in meno per metro quadro di suolo”, si legge nella ricerca.

Inoltre, “i modelli di equazione strutturale hanno mostrato che, oltre agli effetti derivanti dalle piante, il bestiame altera le comunità microbiche del suolo, danneggiandone l’efficienza e, in ultima analisi, impattando negativamente sul carbonio del terreno”. Sebbene un mix di specie diverse possa ridurre l’impatto degli esemplari allevati, questi ultimi, secondo lo studio, non potranno mai eguagliare gli erbivori selvatici nella loro capacità di favorire l’immagazzinamento dell’elemento nel suolo.

Antibiotici per l’allevamento sotto accusa

La ricerca si concentra quindi su uno dei fattori principali alla base del differente impatto degli animali: l’uso degli antibiotici negli allevamenti. I residui di queste sostanze, che finiscono nel terreno attraverso le deiezioni animali, modificano la composizione della comunità microbica e riducono la capacità dei microorganismi stessi di processare il carbonio contribuendo al suo stoccaggio.

“Diverse prove hanno evidenziato che esiste un legame tra gli antibiotici veterinari utilizzati per il bestiame, le comunità microbiche e il carbonio del suolo”, spiega ancora la ricerca. “Minimizzando l’impatto degli antibiotici sul clima e risanando la fauna microbica è possibile conciliare le esigenze contrastanti della sicurezza alimentare e della conservazione dei servizi ecosistemici”.

Secondo una ricerca pubblicata sull’Indian Journal of Medical Research nel 2019, il settore dell’allevamento nel Paese dovrebbe crescere del 312% entro la fine del decennio. Al momento, nota Mongabay, l’India è il quarto  consumatore mondiale di antibiotici per uso animale, dopo Cina, Stati Uniti e Brasile.

Il ruolo delle praterie

I risultati dello studio evidenziano di riflesso la necessità di monitorare e preservare la capacità di sequestro delle enormi praterie dell’India e non solo. Secondo la FAO a livello globale i primi 30 centimetri di suolo delle praterie assorbono ogni anno 63,5 milioni di tonnellate di carbonio. I maggiori stock sono stati riscontrati nelle regioni temperate, i più bassi nei terreni erbosi aridi o semiaridi, caratterizzati da bassa produzione di biomassa e decomposizione della materia organica.

In Asia orientale, America centrale e meridionale e Africa meridionale, tuttavia, i ricercatori hanno riscontrato un bilancio negativo del carbonio. In quei territori, in altre parole, è probabile che gli attuali stock dell’elemento organico nel suolo diminuiscano a causa degli stress antropogenici combinati con le condizioni climatiche. L’adozione di buone pratiche di gestione, come l’incorporazione dei concimi animali, l’agroforestazione e il pascolo a rotazione, sostiene ancora la FAO, garantirebbero per contro risultati eccellenti nell’incremento del carbonio stoccato nel suolo.