7 Gennaio 2022

Amazzonia: i fondi d’investimento non abbandonano il Brasile

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Secondo il Financial Times, a oltre un anno dall’appello nei confronti del governo brasiliano, la maggior parte dei colossi finanziari continua a investire nelle imprese legate alla deforestazione dell’Amazzonia. Una scelta destinata a far discutere

di Matteo Cavallito

 

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Di fronte alla crescente deforestazione dell’Amazzonia il settore finanziario può svolgere un ruolo primario. Banche e fondi di investimento, infatti, hanno scoperto di avere un’arma potenzialmente decisiva per influenzare le politiche nazionali riconducendo i governi, per così dire, a più miti consigli: la minaccia del disinvestimento. A conti fatti, tuttavia, tale scelta appare ancora molto poco diffusa. Con tutto quel che ne segue. Lo riferisce il Financial Times.

Due soli disinvestimenti in un anno e mezzo

Tutto nasce dall’iniziativa assunta nel giugno del 2020 da decine di società finanziarie e fondi che, attraverso una lettera inviata al governo brasiliano, avevano invocato una politica di maggior tutela della principale foresta del Pianeta. Sette di loro, in particolare, avevano minacciato di disinvestire da alcune delle maggiori imprese legate al disboscamento. A partire dai colossi dell’allevamento e delle materie prime agricole.

A oltre un anno di distanza, però, a compiere la scelta più radicale sono stati soltanto in due: l’olandese Robeco e la banca scandinava, con sede a Helsinki, Nordea. Quest’ultima, in particolare, ha ceduto una partecipazione da 40 milioni di dollari nell’azienda brasiliana della carne JBS.

In Amazzonia deforestazione ai massimi da 15 anni

E le altre? Hanno scelto la strada del dialogo, riferisce il FT, con l’obiettivo di influenzare le scelte delle imprese. In gergo “politico” si definisce engagement, ovvero l’apertura di un canale diretto con le aziende e l’esecutivo cercando di stimolare la risoluzione del problema. La strategia, adottata tra gli altri dall’asset manager britannico LGIM e dai fondi pensioni KLP (Norvegia) e AP7 (Svezia), è perfettamente logica. Ma sulla sua efficacia restano molti dubbi. Soprattutto di fronte ai numeri del disboscamento.

“Più di 13.200 chilometri quadrati di foresta pluviale sono stati rasi al suolo in 12 mesi tra agosto 2020 e luglio 2021″ scrive il Financial Times. Si tratta, aggiunge, di “un incremento del 22% rispetto all’anno precedente oltre che del più alto tasso di deforestazione in 15 anni”.

Grande finanza nel mirino

La responsabilità del mondo finanziario nel sostegno alla devastazione ambientale sono note. Nel 2019, un rapporto dell’organizzazione Portfolio.earth ha accusato le maggiori banche del Pianeta di aver contribuito con oltre 2.600 miliardi di dollari a progetti legati direttamente o indirettamente alla distruzione di ecosistemi e fauna selvatica. Nella lista svettavano alcuni dei maggiori istituti americani come Bank of America, Citigroup e JP Morgan Chase. Responsabili del 25% dei prestiti concessi.

Più di recente, uno studio della Ong Friends of the Earth e dalla società di ricerca indipendente Profundo ha puntato il dito sulle tre maggiori banche dei Paesi Bassi: ING, Rabobank e ABN AMRO. Tra il 2016 e il 2020, secondo i ricercatori, queste ultime avrebbero finanziato con 3,1 miliardi di euro i comparti delle materie prime maggiormente legati alla deforestazione e alla violazione dei diritti umani.

Ma la normativa UE può essere decisiva

Una possibile svolta potrebbe ora arrivare da Bruxelles. A novembre la Commissione europea ha presentato le sue proposte per bloccare l’importazione di materie prime legate alla deforestazione. Le aziende, in particolare, saranno chiamate a garantire la tracciabilità dei prodotti acquistati. Escludendo così dalla catena di fornitura le imprese controverse.

“Se diventasse legge, la proposta potrebbe colpire duramente i grandi produttori di carne del Brasile, come JBS e Marfrig, ma anche i distributori internazionali di grano, come Cargill, che operano o si riforniscono di prodotti nell’Amazzonia brasiliana e nella regione del Cerrado”, scrive il Financial Times. La normativa, in ogni caso, deve ancora passare al vaglio del Consiglio e dell’Europarlamento.