13 Aprile 2021

“Plastica nei terreni, perché la Commissione Ue ancora non interviene?”

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La European Circular Bioeconomy Policy Initiative chiede all’esecutivo comunitario di affrontare la questione della contaminazione della plastica nel suolo. La proposta: permettere di utilizzare solo bioplastica compostabile certificata. Italia espressamente citata come esempio da imitare

di Emanuele Isonio

 

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“Le politiche europee sono ossessionate dal divieto di cannucce o bicchieri di plastica. Ma intanto trascurano una fonte di inquinamento molto più grande, la contaminazione del suolo. Il motivo per cui la Commissione non ha ancora sollevato la questione è francamente difficile da capire, date le prove schiaccianti”. L’esecutivo di Bruxelles finisce sul banco degli imputati per l’inerzia mostrata nel contrastare il fenomeno dell’inquinamento da plastiche nei terreni agricoli. L’accusa arriva dalla European Circular Bioeconomy Policy Initiative (ECBPI), una rete di enti di ricerca e aziende europei nata per stimolare la bioeconomia circolare e rafforzare gli sbocchi di mercato dei materiali biobased. Il suo direttore, David Newman, ha sollevato il problema in una lettera inviata la settimana scorsa al vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans e al commissario all’Ambiente, Virginjus Sinkevičius e resa nota da Politico.eu.

Nei campi più plastica che in fiumi e mari

“Dopo più di un anno (da quando la questione fu sollevata davanti alla DG ENVI, nel gennaio 2020, ndr), non è stato fatto alcun progresso nell’elaborazione di politiche che limitino l’inquinamento legalmente consentito dei suoli dalla plastica utilizzata quotidianamente in agricoltura” ammonisce Newman.

Nella lettera si sottolinea come le stime attuali fatte in Germania, Regno Unito e Spagna mostrino che i rifiuti di plastica sparsi (o lasciati nei terreni agricoli) superano potenzialmente di diverse volte quelli che si perdono nei corsi d’acqua e nei mari europei.

Dati allarmanti

D’altro canto, i dati sull’inquinamento da plastica nei terreni agricoli già disponibili attualmente sono chiari: le plastiche agricole rappresentano il 5% dei rifiuti di plastica prodotti in Europa. Nei terreni europei vengono rilasciate 15mila tonnellate di microplastiche ogni anno. Tra esse, i film per la pacciamatura rappresentano un problema tutt’altro che secondario: sono difficili da riciclare e ne vengono usati moltissimi. “Nel solo mercato europeo – ricorda Sara Guerrini, agronoma di Novamont – ne vengono utilizzate 80mila tonnellate. Di queste il 95% è di origine non rinnovabile e non biodegradabile. Per di più, il 30% rimane nei suoli”. Un fenomeno noto come “white pollution” che ha un impatto negativo sulla crescita e lo sviluppo delle colture: il loro rendimento può calare fino al 15%.

Suolo europeo: allarme plastica. Immagine: dalla presentazione di Sara Guerrini (Novamont), “La PAC per l’ambiente, il cambiamento climatico e la protezione del suolo”, Kyoto Club, 17 dicembre 2020.

Suolo europeo: allarme plastica. Immagine: dalla presentazione di Sara Guerrini (Novamont), “La PAC per l’ambiente, il cambiamento climatico e la protezione del suolo”, Kyoto Club, 17 dicembre 2020.

Alcuni territori europei, come il caso della Murcia e del Regno Unito, destano particolare allarme: “l’uso della copertura di plastica del suolo ha portato al disastroso accumulo di frammenti di plastica nel suolo” denuncia Newman. “Questi si accumulano anno dopo anno. I terreni rimangono aridi e sterilizzati perché anche le migliori pratiche di estrazione e i programmi di riciclaggio non possono garantire l’eliminazione al 100% dei film di plastica dopo l’uso”.

Una bolla destinata a scoppiare

Nei prossimi anni, poi, il problema è destinato ad acuirsi: la quantità di plastica nei suoli è destinata a crescere enormemente dal 2023, quando le raccolte di rifiuti alimentari diventeranno obbligatorie in tutta la Ue. Ciò porterà a maggiori volumi di materiale da compostare. Ma se i rifiuti alimentari vengono gettati in sacchetti di plastica, essa entra nel ciclo del compost e finisce nei campi. “Al momento – scrive Newman – stiamo permetendo alla plastica di entrare nei sistemi di raccolta e trattamento dei rifiuti alimentari, attraverso i sacchetti usati per raccogliere i rifiuti alimentari. Non c’è un limite legale alla quantità di plastica che può essere inviata al compostaggio né una guida legalmente vincolante sulla raccolta di rifiuti organici”.

Le iniziative prese a livello comunitario tuttavia latitano: né la strategia Farm to Fork, né quella sulla biodiversità evidenziano la necessità di avere raccolte di rifiuti organici non contaminati da plastica, né di dotarsi di infrastrutture che assicurino la consegna di compost di alta qualità. “Eppure – ricorda la lettera di ECBPI alla Commissione europea – le strategie parlano entrambe della necessità di migliorare i livelli di carbonio organico nei suoli. Da dove arriveranno se non dai rifiuti compostati?”.

Soluzioni possibili (e Italia protagonista)

Nella lettera, Newman ricorda tuttavia che le soluzioni tecniche esistono e sono già disponibili sul mercato. Alcuni Stati europei possono anzi fornire buone pratiche facilmente adottabili nel resto della Ue. Tra di essi, il nostro Paese merita un pubblico plauso: “Dall’Italia proviene la metà di tutti i rifiuti alimentari raccolti nella Ue” ricorda Newman. I 20 anni di esperienza maturati dimostrano come la contaminazione della plastica nel compost può essere drasticamente ridotta usando i corretti strumenti di raccolta dei rifiuti organici, come i sacchetti compostabili certificati EN13432. I risultati raggiunti sono già impressionanti: in Italia la contaminazione da plastica è in media del 3% ma molte aree mostrano meno dell’1%. In Germania, la contaminazione è da 3 a 5 volte maggiore. In Spagna e Romania raggiunge tassi tra il 15 e 25%.

Anche sul fronte dei teli per la pacciamatura la soluzione è già disponibile: la Ue ha approvato uno standard già nel 2018 (la EN17033). Ma questo pacciame costa ancora tre volte di più dei tradizionali teli in plastica. La scala di produzione è ancora piccola, sebbene eviti i problemi di contaminazione del suolo. Incentivi per gli agricoltori che utilizzano i teli compostabili aiuterebbero ad aumentare le economie di scala e quindi a far scendere i costi del pacciame a basso impatto. “Queste alternative – conclude la lettera di ECBPI – esistono senza traumatizzare la società o devastare l’economia. Anzi, stimolerebbero lo sviluppo della bioeconomia europea: mentre la maggior parte dei teli in plastica sono importati, le pellicole compostabili sono prodotte in Europa”.