23 Dicembre 2022

Mercurio? No problem. Ci pensa un fungo

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Uno studio sino-americano rivela: un fungo in grado di scomporre le forme organiche a base di mercurio in sostanze inorganiche meno tossiche protegge le piante consentendone la sopravvivenza nei terreni contaminati

di Matteo Cavallito

 

Un fungo, denominato Metarhizium robertsii, sarebbe in grado di rimuovere il mercurio intorno alle radici delle piante impedendone quindi l’assorbimento. L’operazione di bonifica, inoltre, si verifica tanto nel suolo quanto nei fondali sommersi dall’acqua dolce o salata. Lo sostiene uno studio pubblicato nelle scorse settimane sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS).

Il fungo analizzato “impedisce alle piante di assorbire il mercurio”, ha spiegato Raymond St. Leger, professore di entomologia dell’Università del Maryland e co-autore dello studio insieme ai ricercatori della Zhejiang University di Hangzhou, in Cina. “La pianta cresce normalmente e i suoi frutti sono commestibili”.

La ricerca

L’attenzione nei confronti del Metarhizium non è casuale. Gli scienziati avevano osservato in precedenza come questo fungo colonizzasse le radici delle piante proteggendole dagli insetti erbivori. Questo particolare microorganismo, inoltre, è spesso uno degli unici esseri viventi trovati nei terreni provenienti da siti tossici come le miniere di mercurio.

Nessuno, tuttavia, aveva mai saputo spiegare come il fungo sopravvivesse in quelle condizioni e quali implicazioni ciò comportasse per le piante che lo ospitano.

Analizzando la crescita del mais coltivato in laboratorio, i ricercatori hanno individuato due geni responsabili della bonifica, Questi ultimi sono stati quindi estratti per essere impiantati in un altro fungo. Il microorganismo modificato ha acquisito la capacità di decontaminazione che, a sua volta, è scomparsa dal Metarhizium a cui erano stato sottratti i geni. I ricercatori hanno potuto così verificare la validità dell’ipotesi.

Funghi decisivi per il biorisanamento

Le analisi microbiologiche hanno rivelato che i geni in questione esprimono enzimi che scompongono le forme organiche a base di mercurio altamente tossiche in molecole inorganiche meno nocive. “Il nostro lavoro – si legge nella ricerca – rivela i meccanismi alla base della tolleranza al mercurio nei funghi e può fornire un metodo economico ed ecologico per la bonifica”.

Lo studio contribuisce così a fornire nuove conoscenze sui diversi aspetti del biorisanamento, una pratica che si basa tanto sull’uso di microrganismi specifici capaci di biodegradare le sostanze inquinanti quanto sugli interventi di modifica delle condizioni del terreno per favorire lo sviluppo della fauna microbica.

La corretta applicazione di queste tecniche, ricordava all’inizio dello scorso anno un rapporto della FAO, può produrre risultati notevoli. In caso di fuoriuscita di petrolio, affermava l’indagine, batteri e funghi del terreno possono arrivare a ridurre dell’85% l’ammontare della contaminazione.

Nuovi esperimenti

I ricercatori hanno annunciato di voler condurre nuovi esperimenti sul campo in Cina per verificare la possibilità di trasformare gli ambienti tossici in campi produttivi per le coltivazioni. Ad oggi, ricordano, i metodi di bonifica dei terreni inquinati richiedono la rimozione o la neutralizzazione delle tossine dai campi, un processo lungo e costoso. La speranza è che questo procedimento possa essere sostituito dalla semplice aggiunta del Metarhizium ai semi delle piante che si intendono coltivare.

Il fungo, infine, si è dimostrato capace di scomporre il mercurio anche nelle zone umide e nei corsi d’acqua. Questa proprietà può risultare decisiva per affrontare un problema che si sta aggravando con il cambiamento climatico. Lo scioglimento dei ghiacci, ricordano infatti gli scienziati, accelera il rilascio del metallo tossico nei terreni e negli oceani. Chiamando quindi in causa la necessità di intervenire per risanare sia il suolo sia gli ambienti marini.