19 Dicembre 2023
Il 90% dei danni al PIL causati dal calo dei servizi ecosistemici terrestri danneggerà i Paesi più poveri. FOTO: Alp Cem from Pixabay

La stima è contenuta in uno studio pubblicato su Nature: entro fine secolo i cambiamenti di vegetazione, precipitazioni e CO2 indotti dal cambiamento climatico causeranno un calo annuo dell’1,3% del PIL mondiale. Il 90% dei danni riguarderà i Paesi più poveri

di Emanuele Isonio

 

Il cambiamento climatico modifica la distribuzione degli ecosistemi terrestri e questo provoca un inevitabile calo del capitale naturale del pianeta. Risultato: i servizi offerti dagli ecosistemi di tutto il mondo caleranno del 9% entro il 2100. A rivelarlo è uno studio pubblicato sulla rivista Nature e condotto da scienziati dell’Università della California – Davis, dall’Istituto di Oceanografia Scripps presso l’UC San Diego, con il contributo di ricercatori CMCC (Centro Euromediterraneo sui cambiamenti climatici).

“Biodiversità e cambiamento climatico sono crisi intrecciate”, afferma Massimo Tavoni, direttore dell’RFF-CMCC European Institute on Economics and the Environment (EIEE) e tra gli autori della ricerca. “Questo studio dimostra che agire su entrambi non è solo nell’interesse del pianeta ma anche di tutti noi”.

Guadagni e perdite

La ricerca evidenzia in che misura i benefici offerti dalla natura diminuiscano, man mano che il cambiamento climatico aumenta la pressione sugli ecosistemi. Aria respirabile, acqua pulita, foreste in salute e biodiversità contribuiscono al benessere delle persone in misure che possono essere molto difficili da quantificare. Il ‘capitale naturale’ è il concetto che scienziati, economisti e decisori politici utilizzano per rappresentare il flusso attuale e futuro dei benefici che le risorse naturali apportano alle persone e alle società.

“La grande domanda è: che cosa perdiamo quando un ecosistema va perduto?” spiega il primo autore dello studio Bernardo Bastien-Olvera. “Ribaltando la domanda: cosa guadagniamo se siamo in grado di contenere il cambiamento climatico e evitare alcuni dei suoi impatti sui sistemi naturali? Questo studio ci aiuta a considerare meglio i danni di solito non contabilizzati, e rivela anche una dimensione solitamente trascurata, ma sorprendente, degli effetti del cambiamento climatico sui sistemi naturali: la loro capacità di aggravare la disuguaglianza economica globale”.

Profonde disuguaglianze

Quando i Paesi perdono capitale naturale, le loro economie ne risentono. Lo studio ha rilevato infatti che, entro il 2100, i cambiamenti indotti dal cambiamento climatico nella vegetazione e nei modelli di precipitazioni e l’incremento di CO2 comporteranno una riduzione media del 1,3% del Prodotto Interno Lordo (PIL) in tutti gli Stati analizzati. Ha inoltre evidenziato profonde disuguaglianze nella distribuzione di questi impatti.

“La nostra ricerca ha rilevato che il 50% più povero dei paesi e delle regioni del mondo dovrebbe sopportare il 90% dei danni al PIL”, ha affermato Bastien-Olvera. “In netto contrasto, le perdite per il 10% più ricco sarebbero limitate appena al 2%”.

Secondo gli autori, ciò avviene principalmente perché i Paesi a basso reddito tendono a fare maggiormente affidamento sulle risorse naturali per la loro produzione economica, e una parte più ampia della loro ricchezza si trova nella forma di capitale naturale.

Valori naturali ed economici

Per realizzare lo studio, gli autori hanno utilizzato modelli di vegetazione globale, modelli climatici e stime della Banca Mondiale sui valori del capitale naturale. Dati necessari a calcolare le conseguenze dei cambiamenti climatici sui servizi ecosistemici, sulla produzione economica e sulle riserve di capitale naturale dei paesi.

Queste stime potrebbero essere conservative, poiché l’analisi ha considerato solo sistemi terrestri, principalmente foreste e praterie. L’intenzione è quella di affrontare gli impatti sugli ecosistemi marini nelle future ricerche. Lo studio, inoltre, non ha tenuto conto di elementi di disturbo come incendi boschivi o mortalità degli alberi causata dagli insetti.

Il ruolo del CMCC è stato quello di integrare il capitale naturale e le funzioni di impatto nel suo modello climatico-economico RICE50+, che ha un elevato dettaglio regionale. I ricercatori del CMCC hanno esteso la funzione di produzione macroeconomica del modello per includervi il capitale naturale e i feedback del sistema climatico (modello ‘Green RICE50+’).

Contabilizzare la natura

In generale, lo studio sottolinea l’importanza di progettare politiche climatiche che tengano conto degli specifici valori che ciascun paese trae dai propri sistemi naturali.

“Con questo studio, stiamo integrando sistemi naturali e benessere umano all’interno di un quadro economico”, ha dichiarato Frances C. Moore, professoressa associata nel Dipartimento di Scienze Ambientali e Politiche dell’UC Davis, tra gli autori dell’articolo. “La nostra economia e il nostro benessere dipendono da questi sistemi, e dovremmo riconoscere e tener conto di questi danni trascurati quando consideriamo il costo di un clima in cambiamento”.

Quali sono i fattori principali di perdita della biodiversità? FONTE: Encyclopedia Britannica.

Quali sono i fattori principali di perdita della biodiversità? FONTE: Encyclopedia Britannica.

Perdita di biodiversità al galoppo

Che la biodiversità e gli habitat naturali siano sotto attacco è ormai sotto gli occhi di tutti: la loro perdita è ben documentata. Sugli otto milioni di specie viventi che esistono sulla Terra, un milione è in via di estinzione. L’IPBES (Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services) ricorda che il tasso di estinzione naturale annuo ammonta a 0,1 specie per milione di specie. L’attuale tasso di estinzione è già tra 10 e 100 volte superiore alla media degli ultimi 10 milioni di anni e sta ulteriormente accelerando.

Solo a livello europeo, secondo la lista rossa stilata dall’IPBES, sono 1677 le specie europee a rischio. In particolare le più minacciate sono lumache, vongole e pesci. Oltre metà degli alberi endemici europei, tra cui l’ippocastano, l’Heberdenia excelsa e il sorbo, sono minacciati e circa un quinto di anfibi e rettili. Tra i mammiferi maggiormente a rischio in Europa ci sono la volpe artica, il visone europeo, la foca monaca del Mediterraneo, la balena franca nordatlantica e l’orso polare. Anche gli impollinatori sono in declino: una su dieci specie di api e farfalle è a rischio d’estinzione. Con tutti i rischi che questo provoca alle rese agricole e alla salute umana.

Le specie più a rischio in Europa. FONTE: IUCN,2015.

Le specie più a rischio in Europa. FONTE: IUCN,2015.

Una prospettiva più completa

“La perdita di biodiversità e habitat naturali negli ultimi decenni è ben documentata ed è importante anche per il funzionamento della nostra economia. Integrando sia servizi di mercato che non di mercato, sia beni privati che pubblici in un modello economico, siamo in grado di quantificare gli impatti macroeconomici potenziali di tali perdite. Tuttavia, siamo solo all’inizio del lavoro necessario per una comprensione esaustiva del ruolo del capitale naturale e della biodiversità per l’economia” spiega Johannes Emmerling, Senior Scientist presso RFF-CMCC European Institute on Economics and the Environment (EIEE) e tra gli autori dello studio.

“Integrare i servizi degli ecosistemi all’interno di un modello clima-economia dettagliato ci ha permesso di avere una prospettiva più completa sulle conseguenze distributive degli impatti climatici”, aggiunge un altro degli autori dello studio, Francesco Granella, ricercatore presso l’RFF-CMCC European Institute on Economics and the Environment (EIEE). “I risultati sottolineano la dimensione collettiva delle sfide derivanti dalla perdita di biodiversità e dai cambiamenti climatici”.