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Luca Mercalli: “Se non curiamo il suolo impossibile vincere la sfida del clima”

Il meteorologo e climatologo a Re Soil Foundation: l’importanza del suolo è ancora ampiamente sottovalutata. Serve una grande campagna di informazione sul suo valore e una legge che finalmente lo difenda

di Emanuele Isonio

Ascolta “Intervista a Luca Mercalli: "Se non curiamo il suolo impossibile vincere la sfida del clima"” su Spreaker.

“Rispetto ad altri fenomeni connessi con i cambiamenti climatici, la questione del degrado del suolo è ancora oggi decisamente sottovalutata dall’opinione pubblica e dagli amministratori locali e nazionali. Il suolo è considerato solo come un supporto o per parcheggiarci la macchina o per farci attività di business legate ai capitali immobiliari o di grandi infrastrutture. C’è una grandissima incapacità di rendersi conto del suo valore e dell’irreversibilità del suo consumo: il suolo, una volta perso, è perso per sempre”. Meteorologo, climatologo, divulgatore scientifico accademico, Luca Mercalli è uno dei volti più noti, che ha portato al grande pubblico questioni cruciali come i cambiamenti climatici, il legame tra tutela ambientale e salute, la transizione ecologica (oggi è di gran voga ma sulle bocche degli addetti ai lavori risuona da decenni…).

Professor Mercalli, ci spiega innanzitutto che legame esiste tra cambiamenti climatici e impoverimento del suolo?

Il suolo ha molto a che fare con il clima per i numerosi servizi ecosistemici che offre. Ci sono relazioni tra le emissioni di CO2 climalteranti, a partire dal fatto che le piante metabolizzano la CO2 dell’atmosfera e la stoccano nel legno e nella sostanza organica degli strati più superficiali del suolo, quella più preziosa e fertile. Se noi cementifichiamo una superficie di terreno, togliamo la possibilità alle piante di sottrarre CO2 dall’atmosfera e restituiamo addirittura anche quella già contenuta nella sostanza organica del suolo. Quindi il danno è doppio.

C’è poi una relazione con l’acqua: sigillando un suolo, impediamo l’infiltrazione in falda. Quindi da un lato abbiamo meno acqua per gli usi idropotabili e dall’altra aumentiamo i rischi di alluvioni, rese già più frequenti a causa delle piogge intense causate dai cambiamenti climatici. I suoli più impermeabilizzati smaltiscono ovviamente meno l’acqua.

Poi c’è la questione del comfort urbano: i suoli sigillati aumentano le isole di calore nei periodi estivi, durante le grandi ondate di calore africano. Quando abbiamo delle zone verdi, invece, c’è una riduzione della temperatura offerta dall’evapotraspirazione del fogliame. Togliendo superfici verdi, quindi aumentiamo il disagio in termini di comfort termico estivo.

C’è poi ovviamente tutto il tema legato alla biodiversità: quando togliamo suolo, eliminiamo tutto il capitale di vita microscopica contenuta in esso. E questo non può che impoverire l’ambiente.

Ci sono territori più interessati da questo fenomeno e quindi in maggiore pericolo?

Il problema è globale. Ovunque nel mondo c’è un assalto al suolo dovuto all’aumento esponenziale di aree urbane, infrastrutture, di attività minerarie e di una cattiva agricoltura: quest’ultima, sebbene non distrugga per sempre il suolo, lo impoverisce moltissimo aumentandone l’erosione. Chiaramente, la perdita di suolo per cementificazione è la peggiore perché irreversibile. In questo senso, l’Italia è tra i Paesi più esposti: ormai abbiamo cementificato l’8% del territorio nazionale e per di più nelle zone di maggior pregio. Le aree di pianura, scelte per gli insediamenti urbani e industriali, sono quelle con i suoli più preziosi.

Localizzazione dei principali cambiamenti dovuti al consumo di suolo tra il 2018 e il 2019. Fonte: elaborazioni ISPRA su cartografia SNPA - Rapporto "Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici" Anno 2020.

Localizzazione dei principali cambiamenti dovuti al consumo di suolo tra il 2018 e il 2019. Fonte: elaborazioni ISPRA su cartografia SNPA – Rapporto “Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici” Anno 2020.

Si può dire quindi che se non curiamo il suolo non possiamo vincere la sfida del clima?

Certo: sono tutti temi collegati tra loro. Perdere il suolo significa perdere la capacità di produrre cibo, oltre che non poter compensare in parte il cambiamento climatico. Ma il suolo è un fattore chiave, così come lo sono tante altre cause.

Quali azioni per il futuro pensa quindi siano più urgenti ed efficaci per contrastare il degrado del suolo?

La prima è proprio una funzione di comunicazione e di educazione. Se i cittadini non comprendono il valore del suolo, è ovvio che non si impegneranno nemmeno per ridurne il degrado. Sistema scolastico, governo e tutti gli istituti formativi dovrebbero iniziare una forte campagna di informazione. E poi è urgente una legge a tutela del suolo: la proposta di legge langue da troppo tempo in Parlamento (dal febbraio 2020 è ferma all’esame congiunto delle Commissioni Agricoltura e Ambiente del Senato, ndr). Evidentemente prevalgono altri interessi e a quanto pare nessuno la vuole varare, per fare in modo che da subito diventi efficace una effettiva difesa del suolo che ci rimane.

La Ue ha indicato la salute del suolo come obiettivo di una delle 5 mission avviate all’interno del programma Horizon Europe, il programma europeo per la ricerca e l’innovazione: questa scelta va nella direzione giusta? E sono realistici i target che propone (riportare entro il 2030 almeno il 75% dei suoli di ogni stato membro dell’UE in salute)?

Temo che siano dei semplici auspici. Abbiamo purtroppo visto che la legge per la difesa del suolo è fallita anche a livello europeo. Non è la prima volta che si tenta di far approvare dall’Europarlamento quella norma ma poi gli effetti non si vedono.

Un’ultima domanda sull’attualità stretta: ha suscitato molto dibattito la scelta del neopremier Mario Draghi di creare un ministero della Transizione ecologica, al posto del tradizionale ministero dell’Ambiente. Il suo perimetro di azione verrà ampliato, attribuendogli deleghe finora assegnate ad altri dicasteri. Come valuta questa scelta? Aiuterà a orientare le politiche pubbliche in favore di una maggiore sostenibilità delle attività produttive e di una riduzione degli impatti ambientali?

Nuovamente, sulla carta ci sono dei propositi, sulla realtà giudicheremo. Avverto soltanto che il ministro che è stato scelto è un tecnologo: all’interno della transizione ecologica non vedo mai le professionalità che dei problemi ambientali si occupano. Avrei visto bene un pedologo, ovvero un esperto di scienza dei suoli a capo di un dicastero del genere. Così come un climatologo o un biologo: insomma una figura che si occupa delle scienze del sistema Terra. Io non conosco l’attuale ministro, ho semplicemente letto il suo curriculum. Ma vedo che sostanzialmente è un tecnologo. Mi pare che si assuma un approccio diverso: non dalla parte dell’ambiente ma dalla parte di una tecnologia che voglia essere un po’ più rispettosa dell’ambiente. Le due cose sono però molto diverse. Di tecnologi e di “sviluppisti” ne abbiamo già abbastanza.

A Bruxelles nasce una rete per rafforzare la bioeconomia circolare

Prende il via la European Circular Bioeconomy Policy Initiative: una rete di enti di ricerca e aziende per stimolare la bioeconomia circolare e rafforzare gli sbocchi di mercato dei materiali biobased. Martedì 23 febbraio la presentazione ufficiale del manifesto

di Emanuele Isonio

 

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“Lavorare sulle politiche nel contesto europeo per promuovere la bioeconomia circolare”. Il Recovery Plan, l’esigenza di uscire rafforzati dalla crisi economica post-Covid, l’importanza di raggiungere i target climatici previsti dall’Unione europea rappresentano un’occasione forse irripetibile per rafforzare i comparti produttivi a minore impatto ambientale. Eppure, molto rimane da fare per non perdere la sfida di produrre meglio, di più e con meno risorse. Per questo, a Bruxelles nascerà una rete di enti di ricerca, università, aziende “illuminate”: la European Circular Bioeconomy Policy Initiative (ECBPI).

Produrre di più con meno

La presentazione ufficiale avverrà in un incontro (ovviamente virtuale, visti i tempi…) in programma martedì prossimo, 23 febbraio (la partecipazione è libera, previa iscrizione). “La nostra missione è per il progresso dell’economia europea, la rigenerazione del nostro ambiente, la sostenibilità della nostra agricoltura, lo sviluppo della ricerca scientifica e la salute dei nostri cittadini. Crediamo che le opportunità e le sfide che dobbiamo affrontare in Europa per una prosperità continua siano intrinsecamente legate alla crescita di una bioeconomia circolare rigenerativa” spiega a Re Soil Foundation Roberto Ferrigno, partner of the ECBPI. “In questa visione vediamo che i materiali e l’energia derivati ​​da rifiuti organici e sottoprodotti agricoli, da risorse rinnovabili, coltivate in modo sostenibile, a base biologica che completano la produzione alimentare, vengono restituiti al suolo attraverso la gestione sistemica. Solo in questo modo possiamo migliorare e garantire la vitalità a lungo termine del produzione agricola in Europa”.

La mission della nuova rete sarà messa nero su bianco in un manifesto che verrà illustrato durante l’incontro. Al centro, ci sarà comunque l’esigenza di tutelare e migliorare la qualità del suolo europeo: “esso – prosegue Ferrigno – ci fornisce il 95% del cibo: il suo continuo sfruttamento non è sostenibile e sta causando erosione e declino della qualità. La rigenerazione dei suoli e il miglioramento della biodiversità del nostro capitale naturale attraverso una gestione ricostituente e circolare dell’energia e dei materiali, sono essenziali per invertire la tendenza al peggioramento della qualità ecologica”.

Bioeconomia, un potenziale di sviluppo enorme

Per fare questo, lo sviluppo della bioeconomia circolare è essenziale. Le opportunità di crescita sono enormi. “La bioeconomia – calcolava già la Commissione europea nel 2018 – ha il potenziale di creare un milione di nuovi posti di lavoro “verdi” entro il 2030. Già ora comprende l’agricoltura, la silvicoltura, la pesca, la produzione alimentare, la bioenergia e i bioprodotti e, con un fatturato annuo indicativo di 2mila miliardi di euro, dà lavoro a circa 18 milioni di persone. È anche un settore cruciale per stimolare la crescita nelle zone rurali e in quelle costiere”.

L’urgenza di strumenti legislativi in favore del suolo

Tuttavia le politiche attuali a livello, sia a livello comunitario sia fra i singoli Stati membri, non sono chiare. Ancora non esistono ad esempio strumenti legislativi che riconoscano il contributo che la bioeconomia può offrire in termini di chiusura del ciclo circolare suolo-suolo. “Questo – precisa Ferrigno – soprattutto in relazione al fine vita dei materiali, dove è fondamentale la rigenerazione della qualità del suolo. La nostra iniziativa vuole quindi lavorare in tal senso. E per farlo, punta a coinvolgere tutte le associazioni, le industrie e i gruppi politici che condividono le nostre preoccupazioni e i nostri obiettivi”.

“Contro il suolo degradato, creiamo filiere produttive disinquinanti”

La proposta di Giuseppe Corti (presidente Società Italiana di Pedologia) intervistato da Re Soil Foundation: il degrado del suolo è un problema planetario. Per contrastarlo dobbiamo investire in filiere che ne aiutino la salubrità e al tempo stesso producano reddito. Il Recovery Fund? Una opportunità irripetibile

di Emanuele Isonio

 

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“Dobbiamo creare delle filiere di disinquinamento che siano però già in grado di darci prodotti non da destinare all’alimentazione umana ma per altri usi. Penso alla produzione di legno o piante per farne biomasse o olio per combustione o autotrazione. Queste potrebbero essere filiere che aiutano a disinquinare i suoli, ma al tempo stesso potrebbero aiutare a sostenere le enormi spese cui andremo in conto se vorremo davvero migliorare i suoli italiani”. La proposta è di Giuseppe Corti, uno dei massimi esperti di suolo in Italia. Docente all’università Politecnica delle Marche e presidente della Società Italiana di Pedologia (la disciplina, cruciale, che studia la genesi, la storia e le condizioni del suolo).

 

Professore, partiamo dal principio: in che condizioni sono i suoli a livello globale?

Certamente non sono entusiasmanti. L’uso è stato utilizzato spesso in modo scorretto, sia per quanto riguarda le lavorazioni del suolo spesso eccessive sia per l’uso massicco di fertilizzanti chimici. Ecco perché abbiamo un diffuso problema di riduzione del contenuto di sostanza organica nel suolo, che porta con sé l’accentuata erosione. Abbiamo poi il problema del consumo di suolo e di inquinamento dei terreni. C’è poi il fenomeno sempre più diffuso della salinizzazione dei suoli, dovuta all’uso distorto fatto del suolo e delle acque di irrigazione.

Concentriamoci sul nostro Paese: l’Italia è messa mediamente meglio o peggio degli altri Stati Ue?

L’Italia, come del resto altri Stati europei, ha un problema di eccessivo consumo del suolo. Ciò è dovuto a una cementificazione selvaggia, che non trova alcuna motivazione razionale se non quella di rispondere ad appetiti speculativi, spesso con la complicità di amministrazioni locali e infiltrazioni malavitose. Siamo abituati a edificare sempre i suoli in pianura, vicini alle grandi vie di comunicazione. Questo fa sì che all’agricoltura rimangano sempre più suoli marginali. Abbiamo poi un problema di inquinamento dovuto ad alcune industrie e a discariche abusive, di nuovo legate a interessi criminali. A ciò si aggiunge, come in tutto il Sud Europa, il “male assoluto” che è la riduzione della quantità di sostanza organica, legato alle eccessive fertilizzazioni azotate nel comparto agricolo.

Il fenomeno del soil sealing è ampiamente diffuso. La situazione si sta aggravando nella maggior parte delle regioni del Pianeta. IMMAGINE FAO http://www.fao.org/3/a-i6470e.pdf

Il fenomeno del soil sealing è ampiamente diffuso. La situazione si sta aggravando nella maggior parte delle regioni del Pianeta. IMMAGINE FAO http://www.fao.org/3/a-i6470e.pdf

Ci spiega perché ognuno di noi deve preoccuparsi se il suolo è degradato?

Parto da un dato FAO: se facciamo 100 la quantità di calorie necessarie al sostentamento dell’umanità per un intero anno, meno dell’1% proviene da mari e oceani. Quindi, il 98,5% del sostentamento dell’umanità deriva dal suolo, soprattutto dalle attività agricole. Ecco perché ci dobbiamo preoccupare della qualità dei nostri suoli e di conservarlo in salute per le future generazioni.

In questo senso immagino che sia cruciale un aumento di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, a partire dai più giovani. Sbaglio?

È assolutamente giusto. Aumentare la sensibilizzazione a un uso corretto e armonico del suolo e farlo soprattutto fra i giovani è fondamentale. Purtroppo, c’è una cultura generalizzata che concepiva il suolo come una risorsa infinita. D’altro canto, a inizio Novecento gli abitanti sulla Terra erano un miliardo. Ora siamo 7,5 miliardi con previsione di arrivare a 10 miliardi entro metà secolo. C’era poi la visione della terra come di qualcosa che non potesse subire danni. In Toscana diciamo “la terra para anche le saette”. Purtroppo, soprattutto dopo il secondo dopoguerra abbiamo degradato i suoli. Ma non possiamo continuare così.

L’Unione europea, dedicando una mission ai suoli, sembra voler cambiare direzione…

Quella mission punta a riportare in salute entro il 2030 il 75% dei terreni per fare in modo che essi possano garantire cibo sano e servizi ecosistemici a tutti noi. E’ una sfida ambiziosa che dobbiamo sposare con convinzione.

Ma un suolo degradato si può davvero recuperare? Come e quanto tempo serve?

Partiamo da un esempio: la mancanza di sostanza organica nei suoli, che come detto è un problema diffuso e drammatico. Se abbiamo impiegato dai 50 ai 70 anni per portare un contenuto medio dei suoli agricoli italiani dal 3,5% a sotto l’1% come possiamo pensare di tornare a quei livelli in pochi anni? E’ chiaro che il processo è estremamente lungo e complicato. I microrganismi nel suolo rispondono infatti all’introduzione di sostanza organica in una maniera che non è sempre elastica.

Pensiamo poi all’inquinamento. Dobbiamo capire di che tipo di inquinamento parliamo: se ci concentriamo su quello dovuto a metalli pesanti, si può intervenire con soluzioni a basso costo, se il contenuto di inquinanti non supera di molto i limiti di legge. Ad esempio possiamo usare piante fitoestraenti che aiutano a soluzioni ottimale nell’arco di qualche decennio o di un secolo.

Un secolo nei casi meno gravi? Non oso immaginare quanto tempo serva per i casi più difficili…

I tempi sono questi. Dobbiamo imparare a rendercene conto. Se i livelli di inquinamento sono maggiori, servono parecchi secoli. Se vogliamo riportare la gran parte dei suoli inquinati a livelli accettabili, dobbiamo quindi partire immediatamente. Dobbiamo sviluppare progetti di ampissimo respiro che siamo mantenibili per tempi molto lunghi. Questo non può essere fatto senza pensare di poter produrre qualcosa in quei suoli particolarmente degradati. Ecco perché io propongo di immaginare e costruire delle filiere produttive di disinquinamento.

In Italia abbiamo anche eccellenze da valorizzare e diffondere?

I numerosi problemi non devono abbatterci. In Italia abbiamo anche situazioni straordinarie: produzioni di pregio che nessun altro Paese ha, un patrimonio forestale straordinario che è ancora sfruttato troppo poco. E potremmo farlo nel rispetto della natura e delle foreste. Poi abbiamo un paesaggio invidiato in tutto il mondo. Parlare di produzioni di qualità, di foreste e di paesaggio significa parlare di suolo, perché esso è alla base di tutto questo.

Non possiamo non parlare di Recovery Plan. Il Piano di rilancio e resilienza italiano potrà essere un’opportunità per introdurre soluzioni efficaci a favore del suolo?

Il Recovery Plan dovrebbe essere un’opportunità per tutto il settore agricolo e forestale italiano e questo dovrebbe passare da una valorizzazione e recupero dei suoli italiani. Noi abbiamo bisogno di portare lo studio del suolo a livelli incredibilmente più alti di quanto facciamo oggi, spesso per carenza di fondi. Abbiamo bisogno di consocerlo, di cartografarlo, di capire quali aree sono vocate a una produzione piuttosto che a un’altra, anche per ridurre le sostanze utilizzate. Se indoviniamo le condizioni pedoclimatiche ideali, avremo prodotti migliori e con un minore input di sostanze esterne.

Agricoltura e zootecnia a zero emissioni? “Si può fare con l’uso sostenibile del suolo”

Un nuovo studio della Fondazione CMCC: la gestione responsabile del suolo può contribuire agli obiettivi di mitigazione globali e sviluppo sostenibile locale

 

di Emanuele Isonio

Ascolta “Agricoltura e zootecnia emissioni zero” su Spreaker.

“I settori agricolo, forestale e zootecnico possono contribuire agli obiettivi globali di mitigazione e di sviluppo di un territorio. A patto che vengono messe in atto delle attività sostenibili di uso del suolo”. A confermarlo è uno studio diretto dalla Fondazione CMCC (Centro euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici) che mette in luce come le opzioni di mitigazione basate sul settore agricolo, specialmente alla piccola scala, possano portare all’azzeramento delle emissioni delle aziende zootecniche. Per di più può fornire un’ampia gamma aggiuntiva di benefici ecologici, ambientali e socioeconomici a livello locale.

Dal settore AFOLU 24% delle emissioni globali

Le emissioni di gas serra del settore agricolo, forestale e altri usi del suolo (il cosiddetto settore AFOLU, Agriculture, Forestry and Other Land Use) rappresentano il 24% delle emissioni globali. I principali driver sotto accusa sono le emissioni legate alla deforestazione, le emissioni di metano degli allevamenti o prodotte dalla fermentazione anaerobica di materia organica, principalmente dalle coltivazioni di riso, o di protossido di azoto (N2O) legate all’uso di fertilizzanti in agricoltura. Tale settore è pertanto uno dei principali responsabili del cambiamento climatico, secondo solo al settore energetico.

Emissioni nocive settore AFOLU (Agricoltura, foreste e usi del suolo) - Fonte: IPCC

Emissioni nocive settore AFOLU (Agricoltura, foreste e usi del suolo) – Fonte: IPCC

Agricoltura, strumento di risoluzione del problema clima e suolo

I ricercatori hanno quindi identificato alcune possibili opzioni di mitigazione land-based per ridurre e compensare le emissioni del settore zootecnico. Quest’ultimo rappresenta attualmente una delle principali fonti di gas serra dell’intero settore agricolo. A partire dagli Anni ’90 le emissioni degli allevamenti sono diminuite, con una riduzione del 20% in Europa nel 2018. Tuttavia, ancora oggi, a livello europeo rappresentano più del 60% del totale delle emissioni del comparto agricolo.

“Il settore agricolo – spiega Maria Vincenza Chiriacò, ricercatrice CMCC e primo autore dello studio – ha una caratteristica unica: è sia parte del problema che della soluzione. Da un lato genera emissioni di gas serra, dall’altro può riassorbirle, soprattutto con un’appropriata gestione sostenibile, grazie all’attività di fotosintesi e alla biodiversità del suolo, rappresentando un importante sink di carbonio. Tutti gli altri settori (energia, edilizia, trasporti) possono impegnarsi per ridurre le proprie emissioni e farle tendere progressivamente a zero. Non hanno però la possibilità di sottrarre dall’atmosfera quell’eccesso di CO2 ormai già presente”.

Due fasi nell’analisi CMCC

L’approccio seguito dai ricercatori del CMCC si articola in due fasi successive. Per prima cosa hanno realizzato una stima delle emissioni di gas serra derivanti dalle attività delle aziende zootecniche, calcolando la loro impronta di carbonio. Successivamente hanno valutato il potenziale di alcune attività nel settore agricolo e forestale per la mitigazione delle emissioni stimate nel passaggio precedente.
I risultati dello studio hanno messo in luce come le opzioni di mitigazione prese in esame, basate sulle pratiche agricole maggiormente sostenibili, possano non solo compensare, ma persino portare il settore zootecnico a zero emissioni. A raggiungere, cioè, la carbon neutrality.

Il case history della provincia di Viterbo

I ricercatori CMCC si sono concentrati su un primo caso studio pilota in Italia centrale. Hanno scelto un’area della provincia di Viterbo con una forte vocazione agricola. L’obiettivo era comprendere come e in che misura le emissioni di gas serra delle aziende zootecniche potevano essere ridotte o compensate attraverso rimozioni di carbonio nella stessa area. I ricercatori hanno così messo a punto un approccio land-based, combinando diverse metodologie: elaborazioni GIS, misurazioni delle emissioni delle aziende zootecniche attraverso il metodo LCA (life cycle assessment) e altre metodologie dell’IPCC. Obiettivo: arrivare a una stima precisa delle emissioni di gas serra del comparto zootecnico e del potenziale di mitigazione di diverse opzioni di gestione agricola e forestale su scala locale, nelle immediate vicinanze della fonte emissiva.

“I risultati del nostro studio” – commenta Riccardo Valentini membro del comitato strategico della Fondazione CMCC e docente dell’università della Tuscia – mostrano la possibilità di una totale compensazione delle emissioni delle aziende zootecniche dell’area pilota, indicando i percorsi possibili per arrivare alla carbon neutrality, cioè a zero emissioni o persino a emissioni negative. Se opportunamente gestito, il settore agricolo appare un settore chiave, in grado di contribuire sensibilmente agli obiettivi di mitigazione dei cambiamenti climatici globali”.

Un approccio di prossimità

Da sottolineare il concetto di prossimità alla base di questo approccio. “Esistono – spiega infatti Chiriacò – già molti meccanismi di compensazione delle emissioni. Spesso però seguono una logica di compensazione su scala globale. L’assorbimento del carbonio emesso in atmosfera avviene perciò in aree geograficamente molto distanti da quelle in cui sono state generate le emissioni da compensare”.

Nell’approccio di prossimità realizzato dal CMCC, la compensazione delle emissioni avviene vicino alla fonte emissiva. “Questo – prosegue Chiriacò – oltre a contribuire al raggiungimento degli obiettivi globali di mitigazione del cambiamento climatico, comporta un miglioramento ad ampio raggio dell’intero sistema agro-forestale su scala locale. Fornisce così tutta una serie di co-benefici ambientali e socio-economici per la comunità e il territorio”.

Cemento, inquinatore globale. Una minaccia per clima e suolo

La produzione di cemento contribuisce a quasi un decimo delle emissioni globali di CO2. Nuovi sistemi produttivi sostenibili accendono (un po’) di speranza. Ma occorre anche proteggere il suolo

di Matteo Cavallito

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“Se l’industria del cemento fosse un Paese, sarebbe il terzo più grande emittente di CO2 del mondo dopo Cina e Stati Uniti”. Così la BBC, intervenendo in passato – ma il tema, ovviamente, resta valido tuttora – su una questione troppo spesso sottovalutata: l’enorme impatto climatico di un settore chiave dell’economia. Cemento, ovvero costruzioni. Motore di sviluppo ma anche fattore critico per la tenuta del Pianeta. Ad oggi la sua produzione genera l’8% delle emissioni globali di anidride carbonica contro il 12% dell’agricoltura e il 2,5% dell’aviazione. Ma l’inquinamento non è tutto. Perché l’edificazione e lo sviluppo di strade e infrastrutture producono anche crescente impermeabilizzazione: una delle minacce più serie alla salute del suolo.

Il boom del cemento parla cinese

L’uso del cemento è diventato un fenomeno globale a partire dagli anni ’50. Da allora, rileva la BBC, la sua produzione è aumentata di 30 volte grazie anche a un’ulteriore accelerazione registrata negli ultimi 30 anni. A partire dall’ultimo decennio del secolo scorso, infatti, Cina e India hanno dato un impulso clamoroso al settore facendo quadruplicare la produzione complessiva. Tra il 2011 e il 2013 la Cina ha consumato 6,6 miliardi di tonnellate di cemento contro le 4,5 utilizzate dagli Stati Uniti in tutto il XX secolo.
Statistic: Major countries in worldwide cement production from 2015 to 2019 (in million metric tons) | Statista
Fonte: Statista

L’efficienza energetica non basta

Secondo il Royal Institute of International Affairs di Londra, o Chatham House – ricorda ancora la BBC – la produzione globale di cemento libera nell’atmosfera 2,2 miliardi di tonnellate di CO2 all’anno. Nel tempo le emissioni medie per unità di prodotto sono diminuite grazie al perseguimento di una maggiore efficienza energetica da parte delle imprese. Ma il processo di creazione della materia, nella sostanza, non è mai stato radicalmente modificato rispetto alle sue caratteristiche originali brevettate nell’Ottocento. L’estrazione delle materie prime dalle cave, l’impiego di forni ad alte temperature e la creazione del clinker, elemento chiave per il cemento, continuano ad avere un impatto enorme in termini di emissioni gassose.

L’alternativa “bio”

Sempre secondo Chatham House, per soddisfare i requisiti dell’Accordo di Parigi sul clima il settore del cemento dovrebbe garantire un calo della CO2 prodotta non inferiore al 16%. Negli ultimi anni alcuni studi si sono focalizzati su una nuova soluzione rappresentata dal cosiddetto biocemento. L’idea è quella di sfruttare l’azione dei microorganismi per produrre una compattazione della materia del tutto simile a quella che si verifica nel processo di formazione del corallo. L’operazione avviene a temperatura ambiente senza l’impiego di combustibili. I vantaggi per il clima, insomma, sono evidenti. Ma l’impatto del cemento sull’ambiente, è bene ricordarlo, non si manifesta, purtroppo, solo sul fronte delle emissioni.

Ridurre la cementificazione per tutelare il suolo

La cementificazione del territorio, infatti, è tuttora in espansione. Il terreno urbano, ricorda una recente ricerca pubblicata sulla rivista Nature, ospita oltre la metà della popolazione mondiale ed è responsabile del 70% delle emissioni di gas serra di origine umana nel Pianeta. Da qui al 2040, osserva ancora lo studio, non meno del 50% del suolo cittadino di nuova espansione interesserà i territori coltivati generando una diminuzione della produzione agricola globale compresa tra l’1% e il 4%.

È il fenomeno del soil sealing, l’impermeabilizzazione del terreno, che secondo le stime della FAO procede al ritmo di circa circa 10 chilometri quadrati all’ora. In questo contesto il suolo smette di svolgere la maggior parte dei suoi servizi ecosistemici sperimentando inoltre una ridotta capacità di cattura del carbonio e favorendo di conseguenza il cambiamento climatico. Proprio per questa ragione il recupero degli edifici dismessi e il ripristino degli spazi degradati diventano un’alternativa imprescindibile per rispondere alle esigenze di spazio per la popolazione senza compromettere la salute del suolo.

Ridurre il rischio di inondazioni ci costerà caro. Ma intervenire è inevitabile

Un’analisi del Centro Comune di Ricerca Ue mostra che gli Stati europei dovranno investire fino a 2,8 miliardi di euro all’anno. Solo così possono sperare di non perdere 1,27 trilioni a causa dei cambiamenti climatici, delle inondazioni e dei conseguenti danni alle coste

di Stefano Valentino*

 

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Secondo uno studio realizzato dal Centro comune di Ricerca (JRC, Joint Research Center) della Commissione europea e pubblicato dalla rivista Nature Communications, nei prossimi 80 anni i Paesi europei dovranno pagare tra 1,75 e 2,82 miliardi di euro all’anno per rimediare ai danni causati dalle inondazioni. L’ammontare esatto della cifra dipenderà dalla capacità delle economie mondiali di diventare più sostenibili, rallentando quindi il processo di riscaldamento globale o, nello scenario opposto, se le emissioni di carbonio si manterranno alle quantità attuali.

Innalzamento delle acque dai 50 agli 80 centimetri

In altre parole: secondo due differenti scenari – uno di bassa emissione (RCP 45) e uno di alta (RCP 85) – lo scioglimento delle calotte polari e l’innalzamento delle acque sarà rispettivamente più o meno elevato. Provocheranno cioè un innalzamento del livello medio del mare prima del 2100 dai 50 agli 80 centrimetri (forse oltrepassando il metro).

Il rallentamento economico provocato dalla crisi del COVID-19 ha fatto abbassare il consumo di combustibili e le emissioni di gas serra. Ironicamente, la pandemia globale ci sta mostrando a cosa somiglierebbe un abbassamento del riscaldamento globale. La verità è che la situazione potrebbe precipitare non appena passata la crisi sanitaria. “Nel bel mezzo di una pandemia, mentre i governi spingono aggressivamente per una ripresa economica, le emissioni potrebbero restare ai livelli pre-pandemia invece di diminuire come stabilito dagli accordi di Parigi e dal Green Deal europeo”. A dichiararlo è Michalis Vousdoukas, autore principale della ricerca condotta dal JRC. “In questo caso, i costi ipotizzati per mitigare le inondazioni rasenterebbero il tetto massimo”.

Senza le misure giuste, danni tra 210 e 1200 miliardi di euro

L’analisi di costi e benefici realizzata dal JRC mostra che, una volta scontati i costi delle misure di protezione, negli scenari di massimo e minimo cambiamento climatico, l’Europa potrebbe risparmiare tra 200 miliardi e 1,24 trilioni di euro nei prossimi 80 anni. Ciò richiederebbe di innalzare gli argini sulle coste ad un’altezza di 0,92 o 1,04 metro.

Senza queste misure addizionali, quei potenziali risparmi andranno invece persi, a causa dell’effetto combinato dell’innalzamento dei mari, l’aumento delle mareggiate e delle maree.

Senza interventi, 4 milioni di morti potenziali

Quanto costerebbe l’inazione? Molto. Nel peggiore dei casi si potrebbero contare circa 4 milioni di morti tra i 200 milioni di europei che vivono a meno di 50 km dalle coste. E il fenomeno riguardano tutti gli Stati costieri che si estendono dal nord-est dell’Atlantico e il Mar Baltico, fino al Mediterraneo e il Mar Nero. Questo senza prendere in conto le tendenze attuali, secondo cui le migrazioni verso le zone costiere continueranno.

Le inondazioni oggi ci costano 1,4 miliardi all’anno

Attualmente, le perdite causate dalle inondazioni in Europa ammontano a 1,4 miliardi di euro l’anno (secondo i valori del 2015). Ogni anno circa 100mila cittadini subiscono le conseguenze delle inondazioni che, per la fine del secolo, aumenteranno soprattutto in Francia, Regno Unito, Italia e Danimarca. I primi tre Paesi hanno le coste più estese e vulnerabili, con proprietà di prestigio e infrastrutture vicino al mare. Dovranno, di conseguenza, far fronte ai costi di adattamento più elevati.

Il Regno Unito dovrebbe pagare tra i 522 e i 719 milioni di euro all’anno per il miglioramento delle strutture di protezione (25% del totali degli investimenti europei), molto più degli altri Paesi. La Francia (269-385 milioni di euro all’anno) e l’Italia (180-261 milioni) pagheranno rispettivamente la metà e un terzo rispetto agli inglesi. Comunque più della Norvegia (126-296 milioni di euro) e della Germania (125-230 milioni di euro).

L’altezza degli argini necessaria a massimizzare i salvataggi varia a seconda del Paese. Si va dai 31-39 cm a Malta, fino ad un massimo di 2,8-3,4 metri in Belgio. Altri Paesi che hanno bisogno di una protezione più alta rispetto alla media europea sono la Slovenia (2,1 – 2,3m), la Polonia (1,6 – 1,7m), il Regno Unito (1,5m), la Germania (1,4m), l’Olanda (1,3 – 1,5m), la Lettonia (0,8 – 1,35m), e l’Estonia (0,9 – 1,4m).

Nel Regno Unito i benefici economici in termini di danni da inondazione evitati supererebbero i costi di innalzamento degli argini (costruzione fino al 2050 e manutenzione fino al 2100) in non più di un terzo delle coste. Al contrario in Italia e Francia, circa la metà delle coste verrebbe protetta con profitto.

Dove conviene innalzare gli argini costieri?

I ricercatori del JRC hanno stabilito che, in generale, i costi supererebbero i benefici per il 68-76% della linea costiera europea. Per tale ragione, il suggerimento è quello di innalzare degli argini lungo approssivamente un terzo della costa in tutta Europa. Precisamente gli interventi sono caldeggiati dove la densità della popolazione supera i 500 abitanti per km2. In queste aree, argini più alti potrebbero salvare dalle inondazioni l’83% della popolazione.

I benefici netti medi (danni evitati rispetto all’investimento nella costruzione degli argini) varieranno molto in funzione dei diversi scenari. In ogni caso, intervenire è un buon investimento: per ogni euro investito, i contribuenti dei differenti Paesi risparmierebbero infatti da 1,6 a 34,3€, a seconda del rischio di inondazione e di quanto aumentino le probabilità di pagarne le conseguenze.

I rischi saranno più alti nelle aree con forte crescita socio-economica potenzialmente esposte a gravi inondazioni associate a delle emissioni prolungate di gas serra. Il Belgio ha la percentuale più alta di coste (85-95%) dove i benefici supererebbero i costi, seguito dalla Francia (58-66%) e dall’Italia (53-59%). A livello regionale, il Devon (Gran Bretagna) avrebbe il beneficio netto più alto (14-60), superando la Puglia (17-49), la regione di Murcia in Spagna (15 e 37), la Loira in Francia (8 e 44) e l’East Anglia in Inghilterra (9 e 44), la regione di Linguadoca-Russiglione in Francia (10e 42), il Merseyside in Inghilterra (15 e 31), e i Paesi Baschi in Spagna (13 e 33).

Alcuni danni sono già inevitabili

Nonostante l’applicazione di misure addizionali di protezione, l’Europa soffrirà comunque delle conseguenze, dal punto di vista umano e finanziario, a causa di inondazioni. I danni ineluttabili previsti corrispondono a 8,9 (basse emissioni) o 23,9 (emissioni elevate) milioni di euro in danni, con 653mila oppure 1,3 milioni di annegati. Il Regno Unito resterà in testa con 1,8 o 3,6 miliardi di euro di fondi pubblici e tra le 252 e le 536mila persone sott’acqua.

Nel peggiore dei casi, al di là dei miglioramenti strutturali, molti territori sperimenteranno delle perdite finanziarie di più di 300 milioni di euro prima della fine del secolo. Quali? Scozia, Irlanda, Danimarca, Romania, Croazia, Cipro, la Sicilia, l’Andalusia (Spagna), la Bretagna e Provenza (Francia) e le aree a sud-est del Baltico. Le popolazioni di Puglia, Croazia, delle isole Ioniche in Grecia, dei Paesi Baschi, della bassa Normandia e Nord Pas de Calais, di Scozia, Irlanda e il sud-est del Regno Unito saranno quelle più a rischio. In queste aree, degli argini più alti non basteranno a salvare un totale di 15mila persone dall’innalzamento delle acque, se le emissioni di diossido di carbonio non diminuiscono.

*L’articolo originale è stato pubblicato su VOXEUROP / MOBILREPORTER nell’ambito del progetto EDJNet, rete europea per il datagiornalismo. Licenza: Attribution 4.0 International (CC BY 4.0).

Quanto cresce la temperatura nelle città d’Europa? Una mappa per scoprirlo

Un’analisi del think tank OBC Transeuropa ha esaminato l’aumento della temperatura in circa 100mila comuni d’Europa. I valori medi degli anni ’60 messi a confronto con quelli del decennio scorso, per osservare l’impatto del riscaldamento globale a livello locale. I risultati sono spesso impressionanti

di Emanuele Isonio

 

Ascolta “Quanto crescono la temperatura in Europa?” su Spreaker.

Il riscaldamento globale non riguarda solo lo scioglimento degli iceberg o l’espansione dei deserti. È qualcosa che avviene anche nel nostro cortile di casa. I dati e le stime sulle temperature medie a livello locale indicano che il cambiamento climatico ha colpito quasi ogni angolo d’Europa. In molte aree le temperature medie sono aumentate di oltre 2°C nell’arco di mezzo secolo. Ma in alcune zone, l’aumento è stato decisamente più significativo. Quanto? Per scoprirlo, il think tank Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa in collaborazione con lo Shelton Studio di Bolzano ha realizzato un’analisi estremamente efficace per spiegare il fenomeno del global warming ai cittadini europei.

Una mappa estremamente particolareggiata

Cliccando su una località qualsiasi della mappa, si ha accesso a una pagina dedicata che ne mostra la variazione di temperatura media e la inserisce in un contesto più ampio, osservando le variazioni nella regione di riferimento e confrontandole con altre regioni del stesso Paese. Questa, ad esempio, è un’anteprima della pagina su Roma.

Variazione della temperatura registrata a Roma dal 1960 al 2010. FONTE: EDJNET

Variazione della temperatura registrata a Roma dal 1960 al 2010. FONTE: EDJNET

Nella capitale d’Italia, in mezzo secolo la temperatura è cresciuta di 3,7 °C. Un aumento quasi doppio rispetto alla media continentale. Dai 13,1 °C medi negli anni ’60 è salita fino a sfiorare i 17°C. L’incremento la colloca un grado e mezzo sopra rispetto alla crescita media del Lazio.

Aree alpine in pericolo

Ma anche tra regioni la differenza è significativa. Per rimanere sulla situazione italiana, l’area che ha fatto segnare l’aumento maggiore è stata la Provincia autonoma di Bolzano, con 2,71 °C. Una controprova di quanto le aree alpine siano le più sensibili alle conseguenze del riscaldamento globale, con tutti i rischi di riduzione delle nevicate, scioglimento dei ghiacci e di erosione del terreno che ciò porta con sé.

Sopra la media nazionale e con aumenti oltre i 2,5°C anche il Lazio, la Lombardia, il Friuli Venezia Giulia e il Molise. Gli incrementi più ridotti (inferiori ai 2°C) in Toscana, Liguria, Sardegna, Emilia Romagna e Piemonte. “Per spiegare l’aumento maggiore della temperatura in alcune aree rispetto ad altre entrano in gioco diversi fattori” spiegano gli autori del rapporto. “L’alta densità di popolazione e il consumo di suolo ad esempio vanno spesso di pari passo con l’aumento delle temperature. Gli spazi verdi diminuiscono, mentre l’inquinamento peggiora”.

L’analisi di OBC Transeuropa e Shelton Studio si basa sui dati prodotti dal progetto europeo di osservazioni meteorologiche UERRA e riguarda gli anni dal 1961 al 2018. A realizzarlo, il programma Copernico e il Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (ECMWF). I dati forniscono una stima dei valori di temperatura a due metri dal suolo e si basano su una griglia con celle di 5,5×5,5 chilometri di larghezza.

*L’articolo originale è stato pubblicato su OBC Transeuropa  / Sheldon.studio nell’ambito del progetto EDJNet, rete europea per il datagiornalismo. Licenza: Attribution 4.0 International (CC BY 4.0). 

Danni a biodiversità, suolo ed ecosistemi: “Invertiamo la rotta per evitare un futuro orribile”

Un report di un team internazionale di 17 scienziati avverte: la perdita di biodiversità, i danni ai suoli e ai servizi ecosistemici ci stanno portando verso la 6a estinzione di massa. “Serve una doccia fredda per attuare finalmente politiche virtuose su vasta scala che evitino il peggio”

di Emanuele Isonio

 

Ascolta “Danni a biodiversità suoli ed ecosistemi. Invertiamo la rotta per evitare un futuro orribile” su Spreaker.

Un team di 17 scienziati tra i più influenti e autorevoli. Un gruppo internazionale di esperti per una prognosi mai così cupa per il futuro del pianeta, basata peraltro su 150 studi accademici: “le condizioni ambientali sono molto più terribili e pericolose di quanto generalmente pensino non solo i cittadini comuni ma anche la comunità scientifica”. Il tutto è messo nero su bianco in un’analisi pubblicata su Frontiers in Conservation Science.

“Il nostro non vuole essere però un invito alla resa: puntiamo invece a fornire ai leader una ‘doccia fredda’ realistica dello stato del Pianeta, essenziale per pianificare le strategie utili a evitare un futuro orribile” spiegano i 17 esperti, provenienti da numerose università statunitensi, messicane e australiane. Non a caso, oltre al durissimo j’accuse della situazione attuale, sottolineano l’esistenza di numerose best practice capaci di condurre verso soluzioni efficaci e durature.

I dati preoccupanti sulla perdita di biodiversità

La lunga analisi punta il dito in particolare contro la perdita di biodiversità causata dalle attività umane. Oltre il 70% dei suoli terrestri è stato alterato in modo significativo e la percentuale toccherà il 90% entro il 2050. In più, abbiamo perso l’85% delle zone umide, con danni significativi per ecosistemi, fauna e rese agricole. A questo è connessa una immensa riduzione di specie animali. “Quelle di vertebrati monitorate nel corso degli anni – spiega la ricerca – sono diminuite in media del 68% negli ultimi cinque decenni. Complessivamente un milione di specie è minacciato di estinzione su circa 7-10 milioni presenti sul pianeta”. E per quanto riguarda il mondo vegetale la situazione non è certo migliore: il 40% delle piante è considerato in pericolo.

L’impatto delle attività umane sugli ecosistemi terrestri. FONTE: Robert Watson, Peccei Lecture Roma 12.11.2019

L’impatto delle attività umane sugli ecosistemi terrestri. FONTE: Robert Watson, Peccei Lecture Roma 12.11.2019

“Forse le persone conoscono questa situazione ma non ne capiscono l’urgenza. Oppure la comprendono ma non vogliono accettare i sacrifici individuali del cambio di rotta” ha detto ai microfoni della CNN uno degli autori del rapporto, Daniel Blumstein, docente dell’università della California. “Non è esagerato parlare di un potenziale rischio per la nostra civiltà”.

Servizi ecosistemici a serio rischio

La perdita di biodiversità comporta infatti una diminuzione drastica dei servizi ecosistemici. Tra quelli espressamente citati dagli autori del rapporto: il ridotto sequestro di carbonio nel terreno, la ridotta impollinazione, la degradazione del suolo, la scarsa qualità dell’acqua e dell’aria, le inondazioni più frequenti e intense, l’aumento degli incendi, il peggioramento della salute umana. Un dato in particolare viene citato nella ricerca, per far capire quanta biomassa è stata trasferita dagli ecosistemi naturali all’uso umano: oggi i mammiferi selvatici, gli uccelli, i rettili e gli anfibi costituiscono appena il 5% del totale della biomassa presente sulla Terra. Il 36% è rappresentato dall’uomo e il 59% dal bestiame. “Siamo già sul percorso di una sesta estinzione di massa. Questo è un fatto scientificamente incontrovertibile” ammonisce il report.

Questa tendenza è poi resa peggiore non solo dalla crescita della popolazione ma soprattutto dal consumo insostenibile di risorse naturali. In mezzo secolo si è passati dal consumare il 73% della capacità rigenerativa della Terra al 170%.

Riepilogo delle principali categorie di cambiamento ambientale espresso come variazione percentuale rispetto alla linea di base fornita nel testo. Il rosso indica la percentuale della categoria che è stata danneggiata, persa o altrimenti interessata, mentre il blu indica la percentuale che è intatta, rimasta o comunque inalterata. FONTE: Bradshaw e altri, "Underestimating the Challenges of Avoiding a Ghastly Future" 13.01.2021.

Riepilogo delle principali categorie di cambiamento ambientale espresso come variazione percentuale rispetto alla linea di base. Il rosso indica la percentuale della categoria che è stata danneggiata, persa o altrimenti interessata, mentre il blu indica la percentuale che è intatta, rimasta o comunque inalterata. FONTE: Bradshaw e altri, “Underestimating the Challenges of Avoiding a Ghastly Future” 13.01.2021, Frontiers in Conservation Science.

Cambiare le regole del gioco

Un’inversione di rotta, secondo i 17 scienziati, non può prescindere da due fattori: superare l’inerzia dei decisori politici e cambiare le regole del gioco. Tra le soluzioni possibili, indicate nella ricerca: l’abbandono rapido dei combustibili fossili, la corretta determinazione del prezzo delle esternalità negative causate dalle varie attività umane, il coinvolgimento delle popolazioni più povere e delle donne, investimenti in istruzione.

“Ci sono molti esempi di interventi di successo per prevenire le estinzioni di massa, ripristinare gli ecosistemi, incoraggiare un’attività economica più sostenibile su scala sia locale sia regionale” concludono gli esperti. “Solo una conoscenza realistica delle sfide colossali che la comunità internazionale ha di fronte può consentirle di tracciare un futuro meno devastato. Agli esperti delle discipline che si occupano di biosfera spetta di dire le cose come stanno. Devono evitare ogni reticenza o di ricoprire di zucchero le sfide schiaccianti che ci attendono”.

L’autunno farà sempre più rima con alluvioni e inondazioni. Ce lo dicono le torbiere

Primi risultati del “Progetto Torbiere”. Gli episodi alluvionali recenti nell’Appennino settentrionale messi a confronto con quelli di migliaia di anni fa: le temperature attuali risultano simili alle fasi calde del Massimo Termico dell’Olocene. Probabile un aumento degli eventi meteo estremi

di Emanuele Isonio

 

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Inondazioni, alluvioni e, più in generale, gli eventi estremi minacciano di colpire ancor di più il nostro Paese a causa dell’innalzamento delle temperature. Un’ulteriore conferma arriva da un’indagine piuttosto particolare in corso da anni sull’Appennino settentrionale. Il suo obiettivo? Prevedere che cosa ci attende nel futuro a causa dei cambiamenti climatici, osservando il passato remoto della terra. Più precisamente: scavando nel terreno per osservare che cosa avvenne sulla superficie terrestre nei millenni scorsi.

Alcune aree più di altre permettono di portare avanti questo tipo di indagine: le torbiere sono probabilmente le migliori. Sono infatti ambienti preziosi e peculiari nei quali la sostanza organica non si decompone e si accumula, in condizioni di saturazione d’acqua e assenza di ossigeno. Il materiale vegetale che si forma, derivato dal ciclo biologico delle piante, si accumula progressivamente, insieme ai sedimenti dei bacini lacustri che le accompagnano. Per la loro rarità, sono aree protette. Sono infatti di grande interesse per studi scientifici multidisciplinari. Tra di essi, particolarmente interessanti quelli sull’evoluzione del clima, trattandosi di veri e propri archivi naturali.

Il progetto Torbiere dell’Emilia Romagna

Dal 2017 l’Emilia Romagna, attraverso il proprio Servizio Geologico, Sismico e dei Suoli e l’Agenzia regionale di protezione ambientale, sta studiando questi ambienti montani, attraverso il Progetto Torbiere. “Mediante la composizione dei sedimenti del sottosuolo, questi ‘archivi naturali’ – spiegano i ricercatori – registrano e hanno registrato gli effetti geologici delle intense precipitazioni, tra cui quelle classificate come eventi estremi”. Sono considerate eventi estremi le piogge di eccezionale intensità che si verificano ormai sempre più spesso. Esattamente come accaduto nelle imponenti alluvioni che hanno colpito nel 2014 e nel 2015 la Val Parma e la Val Nure, nell’Appennino Tosco-emiliano.

Per poter comparare la situazione attuale con quella dei millenni scorsi, i geologi emiliani hanno realizzato tre carotaggi. Il primo, nel 2017, ha coinvolto il Lago Moo; il secondo l’anno successivo, la piana lacustre di Lagdei e infine, l’ultimo, a settembre scorso, la torbiera di Febbio-Pianvallese. Tre sondaggi svolti all’interno di aree della Rete Natura 2000, dato l’elevato valore ecosistemico delle torbiere.

Temperature in crescita di 4,3 gradi ogni 100 anni

I primi risultati, resi noti a fine 2020, sono ricchi di informazioni preziose. Per validarli scientificamente e renderli utilizzabili a supporto delle strategie per l’adattamento al climate change sono stati pubblicati sulla rivista online “Climate of the Past” collegata all’European Geoscience Union, organizzazione internazionale per la ricerca applicata nel campo delle Scienze della Terra, Ad essa sono iscritti oltre 20mila membri.

L’indagine ha evidenziato ad esempio che la temperatura estiva attuale dell’Appennino settentrionale è paragonabile a quella registrata durante l’Optimum climatico dell’Olocene, un periodo caldo protrattosi all’incirca tra 9mila e 5mila anni fa, con un picco termico massimo attorno a 8mila anni fa. “L’andamento della temperatura nell’area – spiega la ricerca – calcolato in base ai valori del mese di luglio nel periodo 1961-2018 è di 4,3°C superiore ogni 100 anni ed è probabile che sia uno dei più alti registrati nell’Olocene”.

Precipitazioni estreme sempre più frequenti in autunno e inverno

Il maggiore calore ha un legame molto stretto con gli eventi di precipitazioni estreme: ne favorisce la frequenza, come accaduto anche nel passato durante l’Olocene e nel periodo successivo alla Piccola Era Glaciale fino all’attuale. L’aumento degli eventi estremi di precipitazione, in risposta a un aumento delle temperature, è già rilevabile soprattutto dove la disponibilità di umidità non è limitata, come in autunno. “Come tendenza – prevedono i ricercatori – si ipotizza che l’aumento dell’intensità delle precipitazioni sarà evidente in mesi con masse d’aria più fredde e umide, come nei mesi invernali. Ma ci sarà una graduale estensione anche verso l’inverno. Al contrario, in estate, l’aumento della temperatura in condizioni di limitazione dell’umidità indurrà una diminuzione della frequenza e dell’intensità delle precipitazioni”.

Con boschi ben gestiti, il carbonio assorbito sale del 30%

Il calcolo contenuto in un rapporto di Fondazione Symbola e Coldiretti: “gli investimenti boschivi essenziali per centrare gli obiettivi previsti dal pacchetto europeo per la ripresa Next Generation EU”. Necessario piantare 200 milioni di alberi entro il 2030

di Emanuele Isonio

 

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“Il Piano nazionale di ripresa e resilienza italiano deve individuare nei boschi e nelle foreste uno degli assi strategici della transizione ecologica. Per favorirla, la Commissione europea ha messo a disposizione la quota maggiore delle risorse disponibili – ben il 37% – del Next Generation EU. Ha così impresso una decisiva accelerazione al progetto del Green Deal, ribadendone e rafforzandone la centralità per fare dell’Europa il primo continente a impatto climatico zero”. L’appello congiunto è stato sottoscritto da Ettore Prandini, (presidente di Coldiretti), Ermete Realacci (presidente della Fondazione Symbola) e Federico Vecchioni (amministratore delegato di Bonifiche Ferraresi).

L’occasione è data da un’analisi presentata dalle tre organizzazioni. Obiettivo: evidenziare il contributo dei nostri boschi e foreste alla qualità della vita delle città, alla stabilità idrogeologica dei territori, alla sicurezza delle comunità, alla bellezza dei paesaggi e alla conservazione della biodiversità.

Un toccasana per territori, aria e clima

I numeri in tal senso sono già piuttosto significativi. L’Italia è già oggi con 11,4 milioni di ettari il secondo tra i grandi paesi europei per copertura forestale: il 38% del territorio italiano è infatti occupato da boschi. A superarci è solo la Spagna, con il 55%. Siamo invece più avanti a Germania 32,8%, Francia 32,1% e Gran Bretagna 13,1%. Ogni anno le foreste italiane sottraggono così dall’atmosfera circa 46,2 milioni di tonnellate di anidride carbonica, che si traducono in 12,6 milioni di tonnellate di carbonio accumulato. Il carbonio organico accumulato nelle foreste italiane è pari a 1,24 miliardi di tonnellate, corrispondenti a 4,5 miliardi di tonnellate di CO2. Non solo: in città, le piante possono ridurre le temperature e rimuovere ozono e polveri sottili, queste ultime in gran parte responsabili delle 60mila morti premature che ogni anno avvengono nel nostro Paese a causa dell’inquinamento atmosferico.

Copertura forestale - Confronto tra i principali paesi europei e media Ue. FONTE: Fondazione Symbola-Coldiretti-Bonifiche Ferraresi. "Boschi e foreste nel Next Generation Eu" dicembre 2020.

Copertura forestale – Confronto tra i principali paesi europei e media Ue. FONTE: Fondazione Symbola-Coldiretti-Bonifiche Ferraresi. “Boschi e foreste nel Next Generation Eu” dicembre 2020.

Gestione sostenibile, il monito di IPCC e Carabinieri forestali

Ecco quindi spiegata l’importanza di gestire al meglio questo vero patrimonio. Lo ricorda l’IPCC (Il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) secondo cui la gestione forestale sostenibile è il più importante strumento di mitigazione grazie all’assorbimento (sink di carbonio), all’immagazzinamento negli stock di biomassa e alla sostituzione di prodotti fossili con prodotti legnosi.

Lo confermano anche i Carabinieri forestali. Sono loro ogni giorno in prima linea contro traffici e attività illegali: “i boschi, oltre ad essere un bene paesaggistico, sono ecosistemi che rappresentano una risorsa in termini di biodiversità e di stabilità dei terreni” spiega Giampiero Costantini, comandante della Regione Carabinieri Forestali di Abruzzo e Molise. “Oggi infatti il cambiamento climatico può indurre un aumento delle temperature medie con conseguente alterazione delle manifestazioni metereologiche. Ciò fa registrare una maggiore frequenza di piogge forti  e spesso acide, unite a periodi di siccità accentuati. Tali mutazioni sono associate a una variazione della capacità del suolo di assorbire acqua piovana con il conseguente aumento dei processi alluvionali. Da qui la necessità di tutelare il bosco per mantenerlo in salute al fine di conservare in via prioritaria la sua funzione di bene ecologico”.

200 milioni di alberi in 10 anni

Se il patrimonio forestale non fosse lasciato a sé stesso e fosse anzi gestito correttamente l’immagazzinamento del carbonio crescerebbe del 30%. Come farlo? Prevedendo nuove riserve forestali, una rete dei boschi vetusti, applicando sistematiche scelte di pianificazione, convertire i boschi da cedui a fustaie, trasformando i popolamenti da coetanei a disetanei e allungando i turni di utilizzazione. Inoltre se aumentassimo l’utilizzo del legno in tutti gli edifici pubblici, si avrebbe per ogni chilogrammo di legno impiegato una riduzione media di 1,2 chilo di carbonio, dovuto al mancato utilizzo di materiali Carbon intensive come cemento e acciaio.

Ecco spiegato il motivo per cui le tre organizzazioni sottolineano l’importanza che l’Italia dia il proprio contributo alla “Strategia europea per la biodiversità 2030”. Essa prevede di piantare 3 miliardi di alberi nei diversi Paesi del’Unione. Per l’Italia, questo si tradurrebbe nell’impegno di piantare oltre 200 milioni di alberi nei prossimi 10 anni.

Potenziale impatto del miglioramento della gestione forestale italiana sull'importazione di legno grezzo. FONTE: Fondazione Symbola-Coldiretti-Bonifiche Ferraresi. "Boschi e foreste nel Next Generation Eu" dicembre 2020.

Potenziale impatto del miglioramento della gestione forestale italiana sull’importazione di legno grezzo. FONTE: Fondazione Symbola-Coldiretti-Bonifiche Ferraresi. “Boschi e foreste nel Next Generation Eu” dicembre 2020.

Ricadute positive anche per economia e occupazione

Tali azioni avrebbero senz’altro un impatto positivo sul fabbisogno di legno che è attualmente coperto per l’80% da importazione. Un valore complessivo di 3 miliardi di euro che ci rende secondi importatori netti in Europa dopo il Regno Unito. “Se facessimo piantagioni dedicate in grado di sostituire almeno il legname grezzo che importiamo (pari a 3,2 milioni di metri cubi), servirebbero 365.000 ettari e dovremmo aspettare anni per farle crescere adeguatamente” spiegano gli estensori del rapporto. Migliorando la gestione dei 783.000 ettari di boschi in grado di fornirlo (sugli 11,4 milioni di ettari che abbiamo) produrremmo più di 3 milioni di metri cubi. L’import diverrebbe di fatto superfluo”.

Sul fronte occupazionale, poi, il settore florovivaistico sarebbe il primo ad averne effetti positivi: attualmente occupa in Italia circa 200mila persone. Per soddisfare la richiesta di 200 milioni di piante in più, serviranno 25mila nuovi posti di lavoro stabili oltre a 4mila posti per i primi 4 anni legati alle iniziali attività di piantagione e manutenzione.

Impatto dell'aumento della superficie forestale sul numero di addetti del settore florivivaistico. FONTE: Fondazione Symbola-Coldiretti-Bonifiche Ferraresi. "Boschi e foreste nel Next Generation Eu" dicembre 2020.

Impatto dell’aumento della superficie forestale sul numero di addetti del settore florivivaistico. FONTE: Fondazione Symbola-Coldiretti-Bonifiche Ferraresi. “Boschi e foreste nel Next Generation Eu” dicembre 2020.