13 Luglio 2022

Sulla deforestazione l’Europa fa un altro passo indietro

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La Ue opta per una definizione debole di “degrado” nelle aree soggette a deforestazione. Una scelta, scrive il Guardian, che preoccupa gli scienziati. E che, osserva Greenpeace, riflette l’azione della lobby del settore del legname

di Matteo Cavallito

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Sarebbero oltre 50 gli scienziati che si sono rivolti al Parlamento europeo evidenziando i pericoli derivanti dalle recenti modifiche alla bozza di legge sul contrasto alla deforestazione. Lo scrive il Guardian citando in esclusiva il testo della missiva inviata dagli accademici. Nelle scorse settimane, il Consiglio UE dei ministri dell’Ambiente ha riscritto parte della proposta di legge cambiando la definizione stessa di “degrado forestale”. Il fenomeno viene così descritto come “sostituzione di foreste primarie con piantagioni o altre aree boschive”. Una scelta che suscita inevitabilmente molte perplessità.

Nell’Unione Europea le foreste primarie occupano appena 3,1 dei 159 milioni di ettari su cui si estende la copertura forestale totale. Limitare ad esse la definizione di degrado, in altre parole, significherebbe proteggere per via legale solo il 2% dei boschi del Continente.

Il degrado delle foreste impedirà la neutralità climatica

Nella sua proposta originaria, la Commissione europea definiva il degrado forestale come il risultato di operazioni non sostenibili che riducono la complessità biologica e la produttività a lungo termine degli ecosistemi. Una definizione che ricalcava la stessa visione espressa dalla FAO che, da tempo, descrive il fenomeno “la riduzione della capacità della foresta di fornire risorse e servizi socio-culturali e ambientali”.

“L’esclusione del degrado forestale dalla legge ‘comprometterebbe il desiderio professato dall’UE di trasformare l’Europa nel primo continente neutrale dal punto di vista climatico entro il 2050’ e ‘indebolirebbe gravemente’ gli sforzi per sostenere la conservazione (di questi ecosistemi, ndr) su scala globale”, scrive ancora il Guardian citando la lettera.

La tesi degli scienziati è condivisa da Greenpeace che, di recente ha ricordato come il degrado del suolo limiti fortemente la capacità delle foreste di catturare e conservare il carbonio bloccandone il rilascio in atmosfera. Con ovvie conseguenze per il clima.

La lobby del legname dietro alle modifiche

La stessa organizzazione ambientalista, però, è andata anche oltre chiamando in causa l’operato di alcuni gruppi di pressione che avrebbero agito con l’obiettivo di indebolire l’efficacia del progetto di legge. “I lobbisti dell’industria del legno, in particolare nei Paesi nordici, si sono opposti alle restrizioni sui prodotti provenienti da foreste degradate”, rileva Greenpeace.

A ribadire il concetto ci ha pensato anche Sini Eräjää, la direttrice della campagna forestale della stessa Ong. “I ministri”, ha dichiarato, “hanno fatto a fette la legge che avrebbe dovuto tenere fuori dai nostri negozi e dalle nostre tavole i prodotti legati alla distruzione della natura”.

Lo stesso Guardian ha dato sostegno alla tesi citando un documento attribuito a “una lobby svedese”. Nel testo si contesta la definizione iniziale di degrado . Chiamando in causa la possibile ricaduta in termini di costo per i piccoli operatori. Il documento ipotizza la possibile fuga delle aziende del legno verso aree soggette a regole più permissive.

Il piano Ue contro la deforestazione non convince da tempo

Non è la prima volta, in ogni caso, che le proposte di legge contro la deforestazione a livello continentale attirano forti critiche. Lo scorso anno, gli eurodeputati Verdi hanno contestato l’efficacia delle norme pensate dalla Commissione Europea per contrastare il fenomeno su scala globale. Il riferimento corre al piano per il tracciamento dei prodotti critici come carne, olio di palma e soia che vengono importati nel mercato unico. L’Unione Europea, che con i suoi acquisti contribuirebbe al 16% della deforestazione tropicale legata alle attività agroindustriali e commerciali, intende sottoporre a verifica le imprese esportatrici.

“Purtroppo però”, osservano gli esponenti del gruppo Greens/EFA (Verdi/Alleanza Libera Europea), “la proposta finale della Commissione presenta alcune importanti lacune che, se trasformate in legge, ne minerebbero gravemente l’efficacia”.

I deputati, nel dettaglio, hanno contestato l’esclusione del controllo sulla provenienza di altri prodotti critici (come gomma e mais) e la mancata tutela di altri ecosistemi essenziali (come le savane, le zone umide e le torbiere). Le aziende, inoltre, non sarebbero obbligate a verificare se le materie prime che utilizzano siano legate a violazioni dei diritti umani. Una scelta assurda, ricordano i deputati, considerando che “la conversione delle foreste pluviali e di altri preziosi ecosistemi in terreni agricoli è spesso legata all’accaparramento della terra, alla violenza e agli abusi che colpiscono in particolare i popoli indigeni”.