18 Agosto 2023

Nei suoli agricoli la soluzione per gli obiettivi climatici 2030

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Jacqueline McGlade, ex direttrice esecutiva dell’EEA e co-fondatrice di Downforce: nei suoli agricoli alcune facili strategie di gestione possono far crescere l’ammontare di carbonio sequestrato di oltre 30 miliardi di tonnellate

di Matteo Cavallito

 

Una corretta gestione dei suoli agricoli consentirebbe di ottenere un taglio di emissioni pressoché sufficiente a colmare il gap rilevato dalla Nazioni Unite in relazione agli obiettivi climatici fissati per il 2030. Lo sostiene una ricerca realizzata da Downforce Technologies, azienda con sede a Oxford, nel Regno Unito e specializzata nella raccolta e nella commercializzazione di dati sul terreno.

Lo studio, non ancora reso pubblico, è stato citato da Jacqueline McGlade, co-fondatrice della stessa Downforce, nonché ex direttrice esecutiva dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA), le cui dichiarazioni sono state riportate dal Guardian.

L’emission gap viene colmato quasi per intero

Secondo McGlade, in particolare, l’applicazione di una serie di semplici strategie permetterebbe di incrementare dell’1% l’ammontare di carbonio sequestrato nei primi 30 centimetri dei suoli agricoli. L’aumento può sembrare marginale ma il dato, in valore assoluto, è impressionante: 31 miliardi di tonnellate.

Questo quantitativo corrisponde in pratica alla differenza tra il taglio complessivo delle emissioni pianificato a livello globale da qui al 2030 e l’ammontare ritenuto necessario per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C nel confronto con l’era pre-industriale. Questo “gap” è valutato dalle Nazioni Unite in 32 miliardi di tonnellate di carbonio.

Dalla rotazione alle colture di copertura

Tra le strategie citate dal Guardian per incrementare il sequestro di carbonio nei suoli ci sono la rotazione delle colture e l’impianto di vegetazione di copertura, oltre all’impiego della cosiddetta trivellazione diretta che consente di piantare le colture senza aratura. Gli allevatori, inoltre, potrebbero migliorare i loro terreni coltivando più erbe autoctone.

Importante anche il ruolo delle siepi che favoriscono la proliferazione di funghi micorrizici e microbi che contribuiscono al sequestro dell’elemento.

“Per decenni gli agricoltori hanno eliminato le siepi per facilitare l’agricoltura intensiva”, scrive il quotidiano britannico. “Ma il loro ripristino e il mantenimento di quelle esistenti migliorerebbero la biodiversità, ridurrebbero l’erosione del suolo e contribuirebbero a fermare il dannoso deflusso agricolo, uno dei fenomeni maggiormente responsabili dell’inquinamento dei fiumi”.

Suoli più sani e redditizi

La stima di Downforce evidenzia ancora una volta il peso delle cosiddette pratiche “climate smart”, ovvero delle tecniche agricole che sfruttano la capacità dei suoli di contribuire alla riduzione delle emissioni. “Al di fuori del settore agricolo, le persone non si rendono conto dell’importanza del suolo per il clima”, ha dichiarato McGlade al quotidiano britannico.

Modificando le pratiche di coltivazione, aggiunge, “si potrebbe rendere il terreno carbon negative (ovvero capace di generare una rimozione permanente di CO2 dall’ecosistema, ndr) riducendo i costi in agricoltura”.

A proposito di costi: nel breve termine, ricorda l’autrice dello studio, gli agricoltori potrebbero dover affrontare un’iniziale ricaduta economica del cambio di metodo di coltivazione. “Ma dopo un periodo di transizione di due o tre anni i loro raccolti miglioreranno e i loro terreni saranno molto più sani”, ricorda il Guardian. L’incremento della capacità di sequestro da parte dei terreni, infine, consentirebbe di accumulare crediti di emissione da vendere sul mercato generando così un reddito aggiuntivo per gli agricoltori.