29 Aprile 2022

Sostanze chimiche nel suolo: “Il metodo biologico le riduce di oltre l’80%”

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I monitoraggi effettuati dalla "Compagnia del suolo" hanno potuto evidenziare quanti e quali sostanze chimiche in più sono presenti nei campi convenzionali rispetto a quelli coltivati secondo il metodo biologico. FOTO: Pixabay.

Presentati i risultati della “Compagnia del suolo” che ha prelevato campioni di terreni in 8 regioni d’Italia. I campi coltivati con metodi tradizionali individuate 20 sostanze attive contro le 3 presenti in quelli biologici. Intervista a Maria Grazia Mammuccini (Federbio): investire su conversione biologica, formazione degli agricoltori ed educazione dei cittadini è un aiuto per tutto il Paese

di Emanuele Isonio

 

Tra luglio e novembre 2021 un gruppo di ragazzi, giovani agronomi ed esperti di comunicazione ambientale hanno girato in lungo e largo l’Italia. 4000 km distribuiti in 8 regioni. Un totale di 12 tappe. Il nome di questo gruppo è simbolico: la Compagnia del suolo. Ogni rimando alla saga di Talkien è ovviamente voluto. In ciascuna tappa hanno prelevato campioni di suolo da 24 terreni coltivati con metodi tradizionali e metodi biologici. Obiettivo: fotografare il livello di contaminazione da sostanze chimiche di sintesi e capire come il tipo di coltivazione modifica la presenza di fungicidi, erbicidi, insetticidi e metalli pesanti. I risultati del loro lavoro sono stati esaminati da centri specializzati e presentati infine in una conferenza stampa a Roma. Ce li spiega Maria Grazia Mammuccini, presidente di Federbio e responsabile del progetto Compagnia del Suolo.

Come è nato il progetto della Compagnia del suolo?

Alla sua base c’è la campagna Cambia la Terra, promossa ormai da 5 anni da Federbio, insieme a Legambiente, Lipu, WWF, Isde – Medici per l’Ambiente e Slow Food. Attraverso questa iniziativa vogliamo far emergere le differenze tra la produzione convenzionale e quella biologica. Abbiamo lavorato molto sulla questione pesticidi ma in questo caso abbiamo voluto mettere al centro la questione del suolo. Il punto fondamentale della produzione biologica è proprio la cura del suolo.

È il fondamento del metodo biologico che molto spesso viene riassunto con una frase molto efficace: “Il metodo convenzionale ha l’obiettivo di nutrire la pianta. Il biologico invece ha l’obiettivo di nutrire la terra”.

Se siamo bravi a comunicare possiamo far capire che la salute del suolo significa avere piante in salute, la possibilità di produrre cibo sano e quindi la salute delle persone. Da qui nasce la Compagnia del Suolo: attraverso un monitoraggio rigoroso abbiamo voluto far emergere che cosa accade con due colture limitrofe, una biologica e una in convenzionale.

Entriamo a questo punto nel dettaglio dei risultati…

Il dato più rilevante è che i terreni coltivati a biologico sono di fatto puliti. Sono stati trovate tre molecole ma che, in due casi, hanno una spiegazione diversa rispetto alla coltivazione biologica. Uno è un residuo del DDT e del suo metabolita. Se pensiamo che il DDT non si usa più dal 1978, capiamo quanto la persistenza di molecole di questo tipo è allarmante. Un altro insetticida, di cui si sono trovate tracce in un caso, è un prodotto che si usa non sui campi ma come antizanzare. Visto che il campo oggetto di prelievo si trovava nei pressi di un centro abitato, è probabile che provenga da lì.

Il vero punto su cui il biologico sta già lavorando sono i residui di rame. In tempi non lunghi, potremo superare questo problema. E sarebbe un contributo positivo per tutta l’agricoltura. I dati hanno infatti mostrato che si usa più rame nel convenzionale rispetto al biologico.

E sul fronte del convenzionale, che dati sono emersi?

Due elementi sono particolarmente significativi secondo me. Ci sono alcune colture, come grano e ulivo, che hanno dei dati ottimi anche nel convenzionale, mostrando residui minimi o assenti. Questo significa che questo tipo di produzioni, con uno sforzo minimo, possono essere valorizzate sotto il marchio del biologico.

L’altro aspetto, questa volta preoccupante, è che l’agricoltura intensiva porta a dei residui di pesticidi nel suolo consistenti, anche in termini di miscele. Il massimo è stato trovato in un meleto con 11 residui diversi. Ciò indica che la maggior parte del problema è nella produzione intensiva di ortofrutta: mele, pere, cavolfiori, pomodori da industria. Qui bisogna lavorare davvero molto per ridurre drasticamente l’uso di sostanze chimiche, partendo da quelle che più permangono nel suolo.

Vi aspettavate questi esiti?

L’80% dei risultati ha confermato quanto già sapevamo. Ci ha sicuramente colpito in modo positivo che alcune colture convenzionali sono avanti con la sostenibilità e possono essere rapidamente valorizzate con una conversione al biologico. Ci ha invece colpito negativamente il fatto che il problema del rame fosse più consistente nelle colture convenzionali che in quelle biologiche. Avendo tante altre molecole a disposizione di sintesi chimica, non ce lo aspettavamo proprio.

Le analisi ne hanno evidenziato la presenza in tutti i 24 campi analizzati. In quasi la metà dei casi, 5 su 12, ce n’era una quantità significativamente maggiore nelle aziende convenzionali. In 4 casi su 12 c’è una equivalenza tra bio e convenzionale. Solo in 3 casi su 12 il rame nei campi biologici prevale significativamente sull’analogo convenzionale.

Cerchiamo di spiegare quali sono gli impatti di queste contaminazioni per il suolo, per la nostra produzione alimentare e ovviamente per la nostra salute?

Quando ci sono sostanze tossiche, come i pesticidi nel suolo, possono trasferirsi nella pianta e quindi nel cibo. Possono creare residui sia per i nostri alimenti sia per gli impollinatori. I dati ci dicono quanto le api e molti altri insetti fondamentali sono in pericolo. Queste sostanze poi si trasferiscono nelle acque.

L’altro punto importante è che il suolo è ricco di biodiversità: ci sono milioni e milioni di microrganismi che favoriscono la sua fertilità. Questo elemento è un patrimonio straordinario. I pesticidi sono pensati per distruggere forme di vita. Ma agiscono su tante forme di vita, distruggendo anche i microrganismi del suolo. Si favorisce in questo modo la desertificazione. E invece da quel patrimonio all’interno del suolo deriva la sua vitalità e la conservazione della fertilità. Proprio attraverso l’humus il biologico punta a reintegrare con rotazioni, sovesci, compostaggio. Questo garantisce un suolo ricco di humus, che serve per assorbire carbonio, trattenere l’acqua e tutelare la biodiversità. Diventa quindi assolutamente prioritario ridurre l’uso della chimica per tutelare la fertilità del suolo e la vita che esso contiene.

L’abuso tuttora presente di chimica nei suoli agricoli è secondo lei legato a un gap di educazione che ancora va colmato?

Assolutamente sì. La formazione tecnica e l’informazione ai cittadini sono strumenti fondamentali per cambiare tanti processi produttivi che ormai è chiaro essere dannosi per ambiente e persone.

Serve sia informare i cittadini sulla vitalità del suolo perché da essa dipende la vita di tutte le persone. Devono quindi sapere che sostenendo un metodo di coltivazione che aiuta la fertilità del suolo si aiuta il Pianeta e di tutti i suoi esseri viventi. Oltre a questo però serve un supporto, una formazione e una consulenza tecnica in favore degli agricoltori.

In questo momento di crisi geopolitica sta accadendo qualcosa di particolare: i fertilizzanti e i pesticidi chimici sono introvabili e, se si trovano, hanno raggiunto dei prezzi che strozzano gli agricoltori. Il loro costo è diventato insostenibile. Notiamo sempre più agricoltori convenzionali che chiedono aiuto ai propri colleghi che praticano il metodo biologico per scoprire tecniche alternative all’uso del concime chimico. Questo dimostra che se facciamo consulenze e una formazione adeguata, troveremmo molti agricoltori pronti a cambiare il modo di produrre. Si sono resi conto che il metodo convenzionale costa troppo e non assicura i risultati sperati.

Costo di alcuni fertilizzanti. Confronto tra febbraio e marzo 2022. FONTE: Agronotizie su dati SILC Fertilizzanti.

Costo di alcuni fertilizzanti. Confronto tra febbraio e marzo 2022. FONTE: Agronotizie su dati SILC Fertilizzanti.

L’Italia guida a livello europeo le produzioni biologiche, è molto più avanti sulla strada per centrare il target del 25% di terreni destinati a colture bio fissato a livello Ue. E ora abbiamo finalmente una nuova legge che lo difende e lo incentiva. Che cosa occorre per il definitivo salto di qualità?

Siamo in una fase molto positiva. Ci sono risorse a disposizione: nel PNRR è stato destinato il 25% delle risorse al biologico. Abbiamo poi il Piano Strategico nazionale della PAC nel quale è stato fissato l’obiettivo del 25% di superficie biologica da raggiungere al 2027. Cioè 3 anni prima dell’obiettivo della Ue. Visto che siamo più avanti abbiamo potuto fare un passo più coraggioso. Il governo ha messo a disposizione 2,5 miliardi in 5 anni per la conversione al biologico e centrare il target.

Il peso delle aree agricole coltivate a biologico nella Ue. FONTE: Eurostat 2020.

Il peso delle aree agricole coltivate a biologico nella Ue. FONTE: Eurostat 2020.

In questo momento poi, con la nuova legge sul biologico, abbiamo strumenti innovativi per raggiungere questi obiettivi. Ora serve una strategia chiara, che punti ad aumentare contemporaneamente la produzione e il consumo di prodotti biologici. Dobbiamo evitare che nel biologico si ripeta ciò che è accaduto nel convenzionale: ovvero che l’eccesso di offerta produca una contrazione del prezzo degli agricoltori. Occorre quindi lavorare per aumentare la produzione insieme ai consumi dotandosi di tutti gli strumenti necessari.

Nella legge questi strumenti ci sono: c’è il marchio del made in Italy Bio perché l’export del biologico italiano sta crescendo molto. C’è il riconoscimento dei distretti biologici che favorisce i circuiti locali di produzione e consumo, rapporti con le mense scolastiche per l’educazione alimentari dei ragazzi e delle famiglie. C’è anche un piano per l’innovazione e ricerca per il biologico, di cui si sente davvero bisogno. Facevo prima l’esempio del rame ma se ne possono fare molti altri. C’è un piano sementiero per il biologico per avere varietà tradizionali ma innovative: ci sono spazi di selezione genetica anche con i metodi diversi dalla manipolazione Ogm. E c’è infine uno strumento per favorire l’organizzazione del sistema di imprese.

Ora bisogna fare sistema: a livello territoriale o di filiera. Per tutto questo è previsto un Piano d’azione nazionale per il biologico. Bisogna rimboccarsi le maniche e scrivere una strategia chiara che favorisca la crescita di un sistema biologico che può fornire un contributo per l’agricoltura di tutto il Paese.