23 Giugno 2022

L’ultima minaccia per il suolo? I dinosauri… meccanici

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Il peso dei macchinari agricoli viaggia in media sulle 36 tonnellate, un livello paragonabile a quello dei sauropodi di centinaia di milioni di anni fa. La compattazione prodotta mette a rischio l’equilibrio naturale del suolo e le rese delle coltivazioni

di Matteo Cavallito

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Cosa accadrebbe a un qualsiasi suolo agricolo se fosse calpestato dal più gigantesco dei dinosauri mai comparsi sulla faccia della Terra? Può sembrare una domanda superflua, per non dire assurda e priva di qualsiasi rilevanza. Ma in realtà, spiegano oggi alcuni scienziati, questo interrogativo dovrebbe interessarci da vicino. Perché numeri alla mano, sottolineano, persino nella nostra epoca un fenomeno del tutto analogo si manifesta ogni giorno nei campi coltivati di tutto il mondo. Con gravi conseguenze per il loro equilibrio.

I colossali erbivori ovviamente non c’entrano. in compenso, rileva uno studio pubblicato di recente sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), il mondo sembra avere un problema sempre più pressante – nel vero senso del termine – con le macchine agricole. Queste ultime, notano infatti i ricercatori,  “superano di gran lunga nel peso i più massicci animali terrestri viventi – gli elefanti africani, che raggiungono una massa corporea massima di circa 8 tonnellate – e si stanno approssimando alla stazza delle creature più pesanti che abbiano mai camminato sulla Terra: i sauropodi.”. Un trend che rischia di aggiungere anche i trattori meccanici alla lista dei nemici del suolo.

Il peso delle macchine agricole è aumentato di 10 volte in 60 anni

In poco più di 60 anni, “il peso delle mietitrebbie a pieno regime è aumentato di quasi 10 volte, passando dalle 4 tonnellate del 1958 alle 36 circa del 2020, con un incremento del carico delle ruote anteriori che è passato da 1.500 a 12.500 chili”, scrivono gli autori Thomas Keller, dell’Università di Uppsala (Svezia) e Dani Or dello Swiss Federal Institute of Technology di Zurigo. L’aumento delle dimensioni degli pneumatici nasce dalla necessità di ridurre la pressione sulla superficie del terreno impedendo così al veicolo di sprofondare. Un principio, quest’ultimo, che ricalca la dinamica stessa dell’evoluzione delle zampe dei dinosauri. L’aumento del diametro delle ruote, prosegue lo studio, ha permesso alla pressione esercitata sul terreno di restare sostanzialmente costante fino ad oggi.

Secondo i ricercatori, tuttavia, l’incremento del peso dei macchinari finisce per compattare cronicamente il suolo fino a circa 20 centimetri di profondità al di sotto della superficie dissodata.

Le conseguenze sono evidenti. Lo spazio di crescita delle radici si riduce limitando l’accesso all’acqua e alle sostanze nutritive da parte delle piante con un impatto sulle rese agricole. L’ossigenazione, inoltre, si riduce danneggiando le colture e gli organismi del terreno che, come noto, svolgono importanti funzioni ecosistemiche. Un terreno più compatto, infine, limita l’assorbimento di acqua favorendo così il fenomeno delle alluvioni.

Keller, Or, “Farm vehicles approaching weights of sauropods exceed safe mechanical limits for soil functioning” https://doi.org/10.1073/pnas.2117699119, Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), 16 maggio 2022 Copyright © 2022 Thomas Keller, Dani Or Published by PNAS Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International (CC BY-NC-ND 4.0)

Il fenomeno del compattamento del suolo è più intenso (valori più elevati dell’indice) in Europa, Nord e Sud America e Australia. Fonte: Keller, Or, “Farm vehicles approaching weights of sauropods exceed safe mechanical limits for soil functioning”, Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), 16 maggio 2022 Copyright © 2022 Thomas Keller, Dani Or Published by PNAS Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International (CC BY-NC-ND 4.0)

A rischio il 20% del suolo agricolo globale

L’indagine ha consentito di tracciare una mappa del problema a livello globale. I ricercatori, in particolare, hanno elaborato un indice detto SCSI (Subsoil compaction susceptibility index, Indice di suscettibilità alla compattazione del sottosuolo) che tiene conto di una serie di fattori nel misurare il livello di gravità del fenomeno. I risultati sono preoccupanti.

“La frazione di terreno agricolo attualmente ad alto rischio di compattazione del sottosuolo è pari a circa il 20% della superficie coltivata globale“, si legge nello studio. Il fenomeno appare maggiormente concentrato “nelle regioni ad alta vocazione meccanica di Europa, Nord America, Sud America e Australia“.

Al contrario, prosegue la ricerca, “nonostante il rapido aumento del numero di trattori, la maggior parte dell’Asia, comprese India e Cina, presenta bassi valori dell’indice SCSI a causa delle piccole aziende agricole che richiedono trattori di dimensioni ridotte. I valori sono limitati anche nell’Africa subsahariana a causa dei bassi livelli di meccanizzazione. Tuttavia, le tendenze all’acquisizione della terra in queste regioni e l’emergere di modelli aziendali per la fornitura di servizi che utilizzano veicoli agricoli più grandi potranno spingere l’indice verso i valori dei Paesi economicamente più avanzati”.

Ripensare le macchine (e l’agricoltura)

Gli autori, infine, evocano il cosiddetto “paradosso dei sauropodi”. Muovendosi con tutto il loro peso, i dinosauri danneggiavano il suolo e la capacità di quest’ultimo di sostentare le piante di cui si nutrivano. Come sia stato possibile per questi animali sopravvivere in equilibrio con l’ecosistema per milioni di anni resta un mistero. Quel che è certo, in ogni caso, è che l’uso attuale delle macchine agricole non è sostenibile.

Da qui l’invito alla ricerca di nuove soluzioni tecnologiche per minimizzare l’effetto di compattazione sul suolo. A suggerire altre risposte al problema è invece il network australiano The Conversation.  Oggi, si legge in un recente articolo, “potremmo ridurre la necessità di mezzi di grandi dimensioni, coltivando il cibo con macchine più piccole su porzioni di terreno più ridotte, in particolare nelle zone ad alto rischio”. Inoltre sarebbe opportuno spezzare gli appezzamenti dediti alla monocoltura con elementi come campi fioriti, siepi e alberi. Soluzioni naturali, queste ultime, che favoriscono il sequestro di carbonio, la gestione dell’acqua e la biodiversità del terreno.