31 Gennaio 2022

La bioeconomia dà lavoro all’8% degli italiani

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L'Italia è fra i Paesi in Europa a più alta incidenza della bioeconomia. Copre il 6,4% in termini di valore aggiunto e quasi l'8% per l'occupazione, con circa 2 milioni di addetti.

Il centro studi SRM di Intesa Sanpaolo: l’Italia è fra gli Stati europei a più alta incidenza della bioeconomia. Copre il 6,4% del valore aggiunto, pari a 100 miliardi e 2 milioni di addetti. Sul podio fra le Regioni più virtuose: Toscana, Marche e Friuli Venezia-Giulia

di Emanuele Isonio

 

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Tecnicamente si parla di impronta bioeconomica. Ovvero l’incidenza sul Prodotto interno lordo di un territorio garantito dalle attività che utilizzano risorse biologiche, inclusi gli scarti, per produrre beni ed energia. Un dato fondamentale da conoscere perché indica il grado di innovazione e competitività dei diversi settori produttivi. Ma al tempo stesso spiega a che punto siamo nella realizzazione di un sistema agricolo e industriale capace di soddisfare le richieste della popolazione riducendo però il proprio impatto sugli ecosistemi e la propria esigenza di materie prime. L’ultima analisi sulla situazione italiana arriva dalla ricerca elaborata da SRM, centro studi legato al gruppo bancario Intesa Sanpaolo.

La distribuzione degli occupati

Il valore aggiunto della bioeconomia italiana è attualmente di circa 100 miliardi di euro e impiega oltre due milioni di addetti. Con questi valori l’Italia è fra i Paesi in Europa a più alta incidenza della bioeconomia all’interno del sistema economico: nel nostro Paese rappresenta il 6,4% in termini di valore aggiunto e quasi l’8% per l’occupazione.

Dall’analisi territoriale, il Nord Est è la prima area del Paese per valore aggiunto realizzato dalla filiera bioeconomica (29,6 miliardi di euro). Segue il Nord Ovest (28,3 mld €), il Mezzogiorno (24,4 mld €). Chiude infine il Centro (19,3 mld €).

Se però si prende in considerazione il numero di addetti, la prima area è quella meridionale (con circa 732mila occupati, il 36,5% del dato nazionale). La filiera agro-alimentare rappresenta l’attività più rilevante della Bioeconomia in tutte le aree geografiche, e soprattutto nel Mezzogiorno dove il peso del valore aggiunto della filiera arriva quasi al 79% (Italia: 62%) e quello degli addetti all’85,7% (Italia: 70%).

Peso del Valore Aggiunto della Bioeconomia sull’economia delle singole regioni (%, 2018). FONTE: Centro studi SRM.

Peso del Valore Aggiunto della Bioeconomia sull’economia delle singole regioni (%, 2018). FONTE: Centro studi SRM.

L’importanza della transizione bioeconomica

Per la propria analisi il centro studi SRM considera sia i settori completamente bioeconomici (agroalimentare, legno, carta e comparto idrico) sia quelli in cui la bioeconomia e solo parzialmente coinvolta, dove l’output finale deriva solo in parte da prodotti di origine organica, come la chimica, i mobili, la farmaceutica, l’abbigliamento, la moda, gomma e plastica, l’elettricità e i rifiuti. Per questo, oltre all’impronta bioeconomica viene indicato anche il livello di transizione bioeconomica, cioè il passaggio attraverso l’innovazione tecnologica, da produzione parzialmente bio a totalmente bio.

Sulla base di questi dati, gli autori dello studio hanno sviluppato una classifica dei diversi territori. Il primo gruppo di regioni (Toscana, Marche, Friuli Venezia-Giulia, Veneto, Umbria ed Emilia-Romagna) è caratterizzato da un’impronta bio e da un livello di transizione bioeconomica più elevati. Segue poi un secondo gruppo, sempre distinto da un’impronta bioeconomica elevata ma con un più basso livello di transizione. A comporlo sono Abruzzo, Puglia, Basilicata, Trentino Alto-Adige, Molise, Sardegna e Calabria. Questi primi due gruppi, a parità di impronta bioeconomica, si contraddistinguono per un diverso livello di transizione sul quale incide anche la dimensione innovativa del sistema produttivo che risulta maggiore nel primo gruppo (con un punteggio di 116,6 contro 95).

Peso dell’occupazione nella Bioeconomia sull’occupazione totale delle singole regioni (%, 2018). FONTE: Centro Studi SRM.

Peso dell’occupazione nella Bioeconomia sull’occupazione totale delle singole regioni (%, 2018). FONTE: Centro Studi SRM.

Lombardia e Lazio in affanno (ma c’è un motivo)

Il terzo gruppo, con un’ancora più bassa impronta bio dell’economia e con livelli di transizione tecnologica variabili, vede presenti Campania, Lombardia, Piemonte e Sicilia. Agli ultimi posti si piazzano Lazio, Liguria e Valle d’Aosta. C’è da evidenziare che molte di queste regioni, come ad esempio la Lombardia, la Campania ed il Lazio si caratterizzano per una maggiore diversificazione produttiva (rispetto alle regioni delle rispettive macroaree)  e una più articolata e variegata specializzazione industriale, che possono penalizzarle nella valutazione del reale ruolo nella bioeconomia.

In ogni caso, le regioni meno performanti – rileva lo studio di SRM – sono quelle che debbono maggiormente impegnarsi nel processo di transizione bioeconomica e tra queste si collocano diverse realtà meridionali.

“La bioeconomia è una filiera che si alimenta negli ambienti innovativi. La sua crescita è strettamente connessa alla continua «contaminazione» con la componente tecnologica. Questo richiede una maggiore apertura alla collaborazione. Strategico diventa quindi il rapporto tra imprese, università, finanza e istituzioni. Tutti attori chiamati ad accompagnare l’effettiva transizione ecologica ed energetica del Paese” commenta Salvio Capasso, responsabile servizio imprese e territorio di SRM.

La speranza PNRR

Ancora una volta, dalle risorse del PNRR si attende una grande opportunità di rilancio per la bioeconomia perché il Piano destina la quota più rilevante delle risorse alla transizione ecologica. Nello specifico, si tratta di 59,47 miliardi di euro (pari al 31% del totale delle risorse del PNRR) a cui vanno aggiunti ulteriori 9,16 miliardi del Piano Complementare e 1,31 miliardi di React EU. La quota di risorse destinata al Mezzogiorno è stimata pari a circa il 32,8% del totale.

Un’altra fetta importante delle risorse del PNRR è destinata alla transizione digitale. Dei circa 49,3 miliardi di euro della transizione digitale, ben 23,9 miliardi sono destinati alla digitalizzazione, innovazione e competitività del sistema produttivo. A questi vanno inoltre aggiunti altri 5,88 miliardi di euro a valere sul Piano Complementare. La relativa quota di risorse del PNRR destinata al Mezzogiorno è stimata pari al 36,5%. Il Sud ha quindi un ruolo primario nella transizione verde del Paese per la rilevante impronta bioeconomica e per le potenzialità che può valorizzare.