28 Ottobre 2021

Terreni più fertili e meno emissioni di CO2 grazie alla polvere di roccia

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Una volta polverizzata, la roccia di basalto può rivelarsi un fattore di sequestro del carbonio nel suolo. Ma anche un ottimo fertilizzante. Negli USA una ricerca valuta le potenzialità di questa soluzione circolare

di Matteo Cavallito

 

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Anche la roccia di basalto potrebbe aggiungersi alla lista degli ammendanti più efficaci per il suolo. Lo suggerisce una ricerca statunitense tuttora in corso e rilanciata da Yale Environment 360, il magazine sui temi ambientali pubblicato dall’omonima e celebre Università con sede a New Haven, nel Connecticut. L’indagine, guidata dal docente della Cornell University Benjamin Houlton e che coinvolge gli scienziati del Working Lands Innovation Center, un consorzio di ricerca californiano, punta a sperimentare una nuova soluzione per incrementare la produttività del terreno riducendo al contempo le emissioni.

L’uso del basalto, infatti, sembrerebbe in grado di contribuire al sequestro del carbonio nel suolo. Una caratteristica decisiva per un settore, quello agroalimentare, notoriamente responsabile di un terzo circa delle emissioni stesse di origine umana. Gli esperimenti sono attualmente in corso in California e a New York. Ulteriori studi si svolgono sulle coltivazioni di grano in Illinois, di canna da zucchero in Australia e di soia in Canada.

La roccia in polvere fa bene al clima

Il Working Lands Innovation Center opera dichiaratamente con l’obiettivo di favorire la mitigazione climatica nel comparto. Da qualche tempo, in particolare, i suoi ricercatori cercano di misurare la capacità di cattura del carbonio dei terreni trattati con diversi ammendanti tra cui il compost e il biochar. Le prove sperimentali sulla polvere di basalto non sono ancora concluse. Ma le premesse, a livello teorico, sono incoraggianti.

“Secondo l’Intergovernmental Panel on Climate Change dell’ONU, la roccia presente nel mondo è in grado di rimuovere ogni anno un miliardo di tonnellate di CO2 dall’atmosfera”, scrive Yale Environment.

Inoltre, “l’aggiunta di polvere di roccia ai terreni agricoli accelera le reazioni chimiche che bloccano il carbonio per migliaia di anni nel suolo. Se applicata ai terreni coltivati del Pianeta, la polvere di roccia potrebbe teoricamente aiutare a sequestrare da 2 a 4 miliardi di tonnellate di anidride carbonica dall’aria ogni anno. Ovvero tra il 34% e il 68% delle emissioni globali di gas serra prodotte dall’agricoltura”.

Il carbonio resta nel suolo

La scelta dell’ammendante non è casuale. Il basalto, che contiene magnesio, calcio e silicio, è infatti un tipico prodotto di scarto dell’attività mineraria ed è facile da reperire in tutto il mondo. “Quando la roccia polverizzata viene applicata al suolo – scrive ancora il magazine di Yale – il magnesio e il calcio vengono rilasciati dalla silice e si dissolvono nell’acqua che si muove attraverso il terreno. I minerali nel suolo reagiscono con essa e con il carbonio, che altrimenti tornerebbe nell’atmosfera, formando bicarbonati”.

Le stime, anche in questo caso, fanno ben sperare. Al pari dei risultati preliminari. Lo scorso anno, un’indagine del Leverhulme Centre for Climate Change Mitigation dell’Università di Sheffield ha stimato che l’applicazione della polvere di roccia su tutti i suoli agricoli di Cina, India e Stati Uniti consentirebbe di sequestrare fino a un miliardo di tonnellate di CO2. Nei siti della sperimentazione, assicurano ora i ricercatori californiani, “i primi dati segnalano un raddoppio dell’ammontare di carbonio sequestrato”.

Fertilità in crescita (ma occhio ai trasporti)

I benefici, rileva ancora Yale Environment, si noterebbero anche in termini di fertilità. “I test sul campo su mais ed erba medica – scrive la rivista – mostrano un aumento delle rese grazie alla polvere di roccia”. Quest’ultima, infatti, “rilascia altri nutrienti essenziali come fosforo e potassio”. In alcuni casi, “i rendimenti sono più alti del 30%“. Le prime misurazioni condotte sui campi di canapa a New York confermerebbero la tendenza.

La speranza è che il perfezionamento della tecnica offra agli agricoltori la possibilità di ridurre l’uso dei fertilizzanti ottenendo addirittura un compenso per il sequestro di carbonio in base agli schemi di mercato. Anche se il rapporto tra costi e benefici, ammettono gli scienziati, deve ancora essere calcolato con precisione. I ricercatori, infatti, devono valutare esattamente i costi di trasporto del materiale (e il conseguente impatto in termini di CO2) e raccogliere dati definitivi sul sequestro di carbonio nel suolo e sulle rese agricole.