4 Giugno 2021

Sostenere le buone pratiche di bioeconomia: il futuro del suolo europeo passa da qui

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Bioeconomia, economia circolare, green deal

La bioeconomia è sempre più protagonista delle politiche UE a tutela del suolo. Dall’agricoltura bio al recupero dei terreni gli esempi da imitare non mancano

di Matteo Cavallito

 

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Bioeconomia. Come dire, un filo rosso – anzi, verde – che unisce temi diversi ma complementari. Dalla tutela della salute degli ecosistemi e del suolo all’uso di materie prime da riciclo, per tacere di tutto il resto. Le politiche europee – dal Green Deal, al Farm to Fork, fino alla Mission Soil Health and Food – hanno fatto proprio il concetto. Anche se molto, specie in campo regolamentare, resta da fare per raggiungere gli obiettivi previsti. Di questo e altro si è discusso ieri nella web conference Bioeconomy for soil regeneration, organizzata da Re Soil Foundation, European Circular Bioeconomy Policy Initiative (ECBPI), Chimica Verde Bionet e Kyoto Club.

Inserito nell’agenda degli eventi della European Green Week, l’incontro ha rappresentato un’occasione per ribadire “l’importanza della tutela del suolo” così come “la promozione dei suoi processi di rigenerazione”, come ricordano rispettivamente Sofia Mannelli, presidente dell’associazione Chimica Verde Bionet e Roberto Moncalvo, membro del CDA di Fondazione Re Soil. L’obiettivo all’orizzonte, d’altra parte, è sempre lo stesso, ribadisce Kerstin Rosenow, direttore della divisione ricerca e innovazione agricola della Commissione UE: “garantire la salute del 75% dei terreni europei entro il 2030”. Già, ma come?

Bioeconomia e carbon farming

La risposta arriva proprio dalla bioeconomia e dal suo impiego strategico in agricoltura. Il carbon farming, ovvero l’insieme delle pratiche agricole in grado di apportare materia organica al suolo favorendo così la cattura del carbonio, rappresenta in questo senso l’esempio più evidente. Responsabile del 10% delle emissioni continentali, l’agricoltura resta un fronte aperto nel contrasto al cambiamento climatico da parte della UE. Che, come noto, punta a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050.

In base al LULUCF, il Regolamento sull’uso del suolo e la silvicoltura per il periodo 2021-2030, gli Stati membri si sono impegnati a “garantire che le emissioni di gas a effetto serra derivanti dall’uso del terreno siano compensate almeno da un assorbimento equivalente di CO₂ dall’atmosfera”. In questo quadro, ricorda József Iván, Policy Officer di DGAgri, la Direzione generale per l’agricoltura e sviluppo rurale della Commissione europea, “il carbon farming offre evidenti opportunità”. L’economia circolare, ad esempio, crea nuove prospettive di mercato per agricoltori e silvicoltori mentre l’introduzione di un carbon market potrebbe aprire la strada a un sistema di remunerazione delle buone pratiche.

La bioeconomia e il carbon farming offrono importanti opportunità sulla strada verso la neutralità climatica. Immagine: József Iván, DGAgri, Bioeconomy For Soil Regeneration Webinar, 3 giugno 2021.

La bioeconomia e il carbon farming offrono importanti opportunità sulla strada verso la neutralità climatica. Immagine: József Iván, DGAg ri, Bioeconomy For Soil Regeneration Webinar, 3 giugno 2021.

Scommettere sull’agricoltura biologica

Il sostegno all’agricoltura biologica, ovviamente, è decisivo. Ma per aiutare il settore, osserva Elena Panichi, responsabile del comparto bio della stessa DG Agri, “occorre occuparsi di tutti i segmenti della catena produttiva”. Dall’agricoltura alla ristorazione, insomma. L’idea, quindi, è quella di assumere un approccio integrato che coinvolga “diversi stakeholder, dalla UE agli Stati membri fino al settore privato”. L’impegno, d’altra parte, è più che giustificato a fronte delle ottime prospettive offerte dal mercato.

“Quello dell’agricoltura biologica è un comparto in crescita”, ricorda infatti Eduardo Cuoco, Direttore dell’associazione europea di categoria IFOAM. Nel 2019, l’ultimo anno per il quale sono disponibili dati definitivi, il mercato europeo del bio valeva 45 miliardi di euro e poteva contare su coltivazioni e allevamenti estesi su 16,5 milioni di ettari (14,6 dei quali all’interno dei confini UE).

L’Italia, che con 2 milioni di ettari impegnati rappresenta la terza potenza continentale per il settore, resta indubbiamente un caso di successo. “Il 22% degli operatori italiani ha meno di 40 anni e si caratterizza per un alto livello di istruzione”, ricorda ancora Cuoco. “Le giovani generazioni sostengono la riconversione al biologico favorendo così la progressiva trasformazione dell’agricoltura”. Il risultato? “Un modello più sostenibile con benefici evidenti per l’ambiente e i consumatori”.

Il futuro è nelle buone pratiche

Ad evidenziare le nuove frontiere di sviluppo ci sono poi le buone pratiche come ricorda David Newman, direttore della European Circular Bioeconomy Policy Initiative. Tanti gli esempi portati nel corso della conferenza a cominciare da Terra Felix, il progetto di recupero del suolo e di contrasto alle agromafie che, osserva il suo direttore esecutivo Francesco Pascale, promuove tra le altre cose l’uso delle bioplastiche. Un’iniziativa simile a quella condotta in Spagna dalla Associació de la Producció Agrària Ecològica de Mallorca (APAEMA). Che, grazie a un accordo con la Mallorca Preservation Foundation, ricorda il tecnico del terreno Miquel Serra, ha potuto sostituire 165 chilometri di teli. Adottando materiale biodegradabile, ovviamente.

L’elenco prosegue con l’esempio della Sardegna settentrionale dove lo sviluppo della coltura di bioraffinazione del cardo perenne, ricorda la ricercatrice del CREA Claudia Di Bene, contribuisce all’incremento del sequestro del carbonio organico nel suolo. E si arricchisce con l’esperienza della cooperativa Eta Beta. Dal 2013, spiega Giorgio Prosdocimi Gianquinto, professore ordinario presso il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agro-Alimentari dell’Università di Bologna, l’associazione ha avviato un progetto di rigenerazione del suolo in una zona industriale nel capoluogo emiliano. Un’iniziativa che continua a dare buoni frutti.

Gli esempi di buone pratiche, insomma, sono molteplici. Ma per favorirne la diffusione, forse, manca ancora una spinta decisiva a livello istituzionale. Oggi, ricordano l’eurodeputato Martin Hojsik e il membro del consiglio dell’Institute for European Environmental Policy Roberto Ferrigno, l’Europa non si è ancora dotata di una normativa strutturata per la protezione del suolo. Una lacuna da colmare al più presto.