7 Maggio 2024

Riconoscere i suoli contaminati? Ci pensano i porcellini (di terra)

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L’università di Milano Bicocca ha lanciato la campagna di crowdfunding “Tanti piccoli porcellin!”. Obiettivo: sviluppare un prototipo strumentale per distinguere un suolo sano da uno contaminato sfruttando il comportamento dei piccoli crostacei terrestri

di Emanuele Isonio

 

Sono gli unici crostacei ad essere riusciti a colonizzato la terraferma a partire dal Carbonifero Inferiore, fra i 359,2 e i 318,1 milioni di anni fa. Proprio da questi piccoli animali, potrebbe arrivare una grossa mano per scovare i suoli affetti da qualche tipo di contaminazione. Comunemente sono noti come “porcellini di terra” ma il loro nome scientifico è Porcellionides pruinosus. Molto presenti negli orti e giardini, perché sono tra i migliori protettori del suolo: si nutrono di materiali in decomposizione e, come hanno già dimostrato da alcune ricerche scientifiche, sono in grado di assorbire metalli pesanti del terreno. Non solo: osservando il loro comportamento potrebbero aiutare a individuare i terreni contaminati, a partire dagli spazi verdi urbani, così importanti per migliorare la qualità di vita nelle città ma spesso compromessi da inquinanti che mettono a rischio salute umana e biodiversità.

Un progetto innovativo

È proprio questa l’idea di un team di ricerca dell’università di Milano Bicocca che, per ottenere i finanziamenti necessari, ha lanciato una campagna di crowdfunding: “Tanti piccoli porcellin”.

“L’obiettivo del nostro progetto di ricerca è sviluppare uno strumento di analisi integrato, innovativo e non invasivo che possa monitorare lo stato di alterazione del comportamento di aggregazione dei porcellini di terra quando esposti a suoli, biochar o compost degradati o contaminati” spiega a Re Soil Lorenzo Federico, responsabile del progetto e dottorando presso il Dipartimento di Scienze dell’Ambiente e della Terra dell’Università di Milano-Bicocca. “Con i fondi raccolti attraverso la campagna di raccolta fondi svilupperemo una procedura automatizzata di analisi basata su tecniche di machine learning che permettano di effettuare indagini sul comportamento di tali animali in maniera rapida ed informatizzata”.

Risultati in poche ore

In altre parole, studiando come reagiscono i porcellini si potrà capire se un suolo è inquinato o meno, e a che livello. Per farlo, il campione di terreno da esaminare verrà inserito, insieme a dieci isopodi terrestri all’interno di un contenitore trasparente in plexiglas dotato di una microtelecamera a infrarossi. In poche ore si potrà avere il risultato: la presenza di eventuali contaminanti nel suolo analizzato infatti determinerà un alterazione del comportamento dei porcellini.

I porcellini di terra infatti tendono a stare aggregati. In questo modo infatti possono ridurre la superficie di contatto dei singoli esemplari con l’aria e possono ridurre la disidratazione. In condizioni di stress causato da contaminanti nel suolo però il loro comportamento cambia e il gruppo si frammenta.
I vantaggi del prototipo ideato dai ricercatori milanesi sono molteplici, tra i quali non va sottovalutato quello economico. “Il nostro strumento non richiede alcun tipo di solvente chimico ed i porcellini di terra vengono raccolti in campo in numero mai superiore a 100. Gli unici costi sono relativi all’acquisto dei suoli standard di laboratorio e alla gestione degli animali (cibo, acqua, suolo per il terrarium in cui vivono)” spiega Federico.

Tra l’altro, l’uso del prototipo, accanto ai normali test chimici, può ridurre tempi e costi delle analisi. Usando preliminarmente i porcellini, si potrebbe infatti capire a quali aree dare priorità nel monitoraggio. “Faccio un esempio semplice: se su 50 campioni soggetti a monitoraggio il nostro strumento identifica solo 10 aree degradate (ovvero che hanno indotto una alterazione del comportamento dei porcellini), allora si potrà focalizzare l’attenzione e l’indagine chimica su quei 10 campioni. In questo modo, si ridurrebbe il numero di analisi, costi e solventi (che sottolineo essere nocivi per la salute di ambiente e uomo)”.

Indagare la comunicazione chimica

La campagna di crowdfunding è partita ufficialmente a fine aprile. L’obiettivo di raggiungere i 10mila euro è stato centrato in pochi giorni. Determinante il contributo di singoli cittadini e di A2A che ha deciso di cofinanziare la ricerca con 5mila euro. Il passo successivo è quello di raccogliere ulteriori 3500 euro per indagare la comunicazione “chimica” tra i porcellini.

“Si tratta della più antica e diffusa forma di scambio di informazioni tra gli animali. Anche i porcellini di terra la usano, emettendo sostanze organiche dette feromoni, per parlare fra di loro. Se avremo i soldi necessari, potremo indagare come i contaminanti presenti nel suolo impediscano una corretta comunicazione che porta alla disaggregazione. Per questa nuova parte della ricerca saremo affiancati da docenti e dottori in neuroscienze e in malattie neurodegenerative. Lo studio dei meccanismi alla base delle alterazioni dei porcellini di terra potrebbe essere di aiuto anche per la comprensione delle malattie neurocomunicative nelle persone”.