23 Giugno 2023

Dai microbi una speranza per il risanamento del suolo in Alaska

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L’Alaska, che da sempre fa i conti con i casi di contaminazione da petrolio, può trovare nuove soluzioni nel fitorisanamento. Secondo i ricercatori dell’Università di Fairbanks, erbe e fertilizzanti plasmano comunità microbiche responsabili dello smaltimento delle sostanze tossiche

di Matteo Cavallito

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Una corretta combinazione di erbe e fertilizzanti potrebbe favorire la capacità delle piante e dei microbi ad esse associati di risanare i terreni contaminati dal petrolio. Lo sostiene una ricerca pubblicata sulla rivista Microbiology Spectrum.

L’indagine, a cura di un gruppo di studiosi guidato dalla docente dell’Università dell’Alaska Fairbanks, Mary Beth Leigh, porta un nuovo contributo agli studi sul fitorisanamento, ovvero la tecnica che si basa sull’impiego delle piante per il ripristino degli ambienti inquinati.

Uno studio lungo tre decenni

La ricerca prende il via da un precedente studio a cura del Corpo degli Ingegneri dell’Esercito degli Stati Uniti in un’area contaminata dal greggio vicino a Fairbanks. Nel 1995, gli scienziati avevano suddiviso parte del suolo inquinato in diverse micro-zone: in alcune di esse era stata piantata erba, in altre era stato inserito del fertilizzante, in altre ancora erano stati aggiunti entrambi gli elementi mentre le aree restanti erano state lasciate intatte.

Lo studio era durato tre anni per poi essere abbandonato. A partire dal 2011, i ricercatori dell’Università dell’Alaska, hanno ripreso il monitoraggio notando come la contaminazione non fosse più rilevabile.

“A quel punto”, si legge in una nota diffusa dall’ateneo USA, “specie autoctone come abete bianco, camenerio, achillea, salice, erba fienarola, pioppo, shepherdia, betulla e trifoglio avevano sostituito le erbe originariamente piantate”. Inoltre, “Tre anni dopo, sono stati prelevati ulteriori campioni per testare la presenza di microbi in ogni appezzamento. Inaspettatamente, i ricercatori hanno scoperto che i microbi variavano da un appezzamento all’altro non a seconda dei tipi di specie autoctone presenti bensì della combinazione iniziale di fertilizzante ed erba”.

Il fitorisanamento ha influenzato le comunità dei microbi

Cos’era accaduto? L’analisi realizzata sequenziando il gene 16S rRNA ha rivelato come il tipo di suolo contaminato e la strategia di fitodepurazione avessero influenzato la struttura delle comunità microbiche sia a livello della rizosfera, la parte di terreno che circonda le radici, sia all’interno delle piante (dove si collocano i microorganismi endofiti).

Tali effetti risultavano evidenti anche molti anni dopo l’applicazione dei trattamenti e la successiva scomparsa delle erbe originariamente piantate.

I risultati, spiega la ricerca, “dimostrano che la scelta della strategia di fitodepurazione iniziale ha determinato la successione di microrganismi associati alla vegetazione colonizzatrice”.

Nuove speranze per la decontaminazione naturale

I meccanismi alla base di questo risultato non sono noti. Tuttavia, ipotizzano ancora gli scienziati, “È possibile che le piante che colonizzano il sito disturbato abbiano generalmente selezionato microbi in grado di alleviare lo stress indotto dalla presenza di idrocarburi di petrolio”.

In ogni caso, le future ricerche dovranno concentrarsi sui fattori di sviluppo dei microbi stessi che, come detto, sono – a differenza delle piante – i primi responsabili dello smaltimento del petrolio. Con ulteriori studi, insomma, gli scienziati potrebbero capire come rendere il processo di decontaminazione naturale più efficace. Individuando, quindi, quali combinazioni di piante e fertilizzanti favoriscano la proliferazione dei microbi stessi.

Nel mirino l’inquinamento in Alaska

Per testare i trattamenti più efficaci i ricercatori dell’Università di Fairbanks hanno avviato un progetto in un altro sito di monitoraggio a lungo termine. Qualsiasi ulteriore scoperta rappresenta un’opportunità per l’Alaska che da sempre si trova a fare i conti con i problemi di contaminazione. “Le regioni subartiche sono spesso colpite da fuoriuscite di carburante e petrolio associate all’uso, all’estrazione, al trasporto e allo stoccaggio”, osserva la ricerca.

Il rilascio degli idrocarburi nel suolo e nelle acque, “può rappresentare un rischio per gli esseri umani oltre a compromettere la salute ambientale e ostacolare diverse comunità microbiche che svolgono alcune funzioni ecologiche per l’ambiente”.

Per questo, ha sottolineato Leigh, “Dare le indicazioni migliori su come mitigare la contaminazione in modo efficace, ad esempio utilizzando piante locali e i loro microbi associati, può aiutare in modo significativo le comunità native dell’Alaska”. Soprattutto nelle aree più remote i cui ecosistemi sono minacciati dall’inquinamento petrolifero.