26 Febbraio 2021

“L’Italia sta franando. Piantiamo nuovi alberi per frenare il dissesto”

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La proposta del presidente dell’ANBI: usare le risorse del Piano nazionale di resilienza per creare fasce boscate nelle aree pedecollinari e consolidare il territorio. Frane e dissesto coinvolgono quasi l’8% del territorio nazionale

di Emanuele Isonio

 

Ascolta “Piantiamo nuovi alberi contro il dissesto” su Spreaker.

Niente infrastrutture fantascientifiche o costose scoperte tecnologiche da dover mettere a punto. Solo alberi. Collocati nei punti giusti, sono loro la soluzione più efficace per un territorio fragile come quello italiano, nel quale frane ed erosione sono ormai all’ordine del giorno. La proposta arriva da chi il territorio è abituato a conoscerlo ogni giorno: l’ANBI, associazione nazionale che riunisce i consorzi per la gestione e la tutela del territorio e delle acque irrigue. “Creiamo fasce boscate nelle aree pedecollinari. In questo modo possiamo contrastare l’accentuarsi dei fenomeni erosivi e aumentiamo la resilienza dei territori” spiega il presidente dell’associazione Francesco Vincenzi. Un approccio tutto sommato semplice, che avrebbe il vantaggio di limitare il rischio che episodi di dissesto abbiano conseguenze drammatiche per le comunità locali.

Numero di eventi di frana principali nel periodo 2010-2018 su base provinciale. FONTE: Annuario dei dati ambientali ISPRA 2019.

Numero di eventi di frana principali nel periodo 2010-2018 su base provinciale. FONTE: Annuario dei dati ambientali ISPRA 2019.

Il dissesto mette 3 milioni di famiglie in pericolo

Dio solo sa quanto l’Italia abbia bisogno di questi interventi: tra aree interne abbandonate, spopolamento, cementificazione incessante e cambiamenti climatici, il pericolo di frane è cresciuto anno dopo anno. Ha ormai superato il numero di 620mila eventi, ricordano i dati dell’Istituto Superiore per la Protezione e la ricerca ambientale (ISPRA). L’area interessata coinvolge il 7,9% della superficie nazionale, pari a 23.700 chilometri quadrati. Cinque le regioni particolarmente coinvolte, collocate al Centro-Nord: Emilia Romagna, Toscana, Veneto, Liguria e Lombardia. Al tempo stesso, le aree a pericolosità idraulica elevata coprono 12.405 chilometri quadrati, pari al 4,1% del territorio.

Il pericolo non è solo ambientale. Nelle aree a rischio vivono infatti più di 3 milioni di famiglie, suddivise in 2 milioni di edifici. E il pericolo è anche per il tessuto produttivo: in quelle aree operano 680mila attività economiche che danno lavoro a 2,5 milioni di addetti.

Ripristinare il miliardo per la riforestazione

L’utilizzo degli alberi per frenare i fenomeni erosivi potrebbe essere favorito dal Recovery Plan che potrebbe garantire i fondi necessari. Purtroppo, ricorda Vincenzi, le risorse inizialmente previste nella bozza del Piano Nazionale di Rilancio e Resilienza sono state cancellate nella proposta finale redatta dal governo Conte, poco prima che si aprisse la crisi di governo. Spetterà ora al neopremier Draghi e al nuovo esecutivo decidere se confermare o meno quelle scelte.

Il taglio delle risorse per la riforestazione nelle scorse settimane era già stato stigmatizzato dalle associazioni ambientaliste e dai rappresentanti del settore forestale. Per questo, l’ANBI chiede di riallocare il miliardo di euro inizialmente previsto e di ripristinare anche 500 milioni di fondi destinati alla digitalizzazione della rete idraulica. “Ciò – prosegue Vincenzi – permetterebbe un maggiore controllo sull’utilizzo della risorsa acqua, contrastando eventuali abusi e fornendo un utile supporto allo sviluppo sostenibile del settore agricolo. Tali interventi rientrano a pieno titolo nella necessità di nuove infrastrutture a servizio del territorio, ritenuta un’esigenza strategica per l’Italia”.

Centinaia di progetti in rampa di lancio

Peraltro i fondi del PNRR potrebbero permetteree di dare il via ai centinaia di progetti già ideati dai Consorzi di bonifica ed irrigazione. “Quei progetti – conclude il presidente ANBI – sono capaci non solo di garantire migliaia di posti di lavoro, ma soprattutto di rispettare i tempi europei, che indicano il 2023 come scadenza per la conclusione dell’iter autorizzativo ed il 2026 come termine ultimo per la realizzazione e rendicontazione degli interventi. Per questo li mettiamo a disposizione del Paese. Finanziarli, attraverso l’opportunità del Recovery Plan, sarebbe un segnale importante nel segno del Green New Deal”.