12 Marzo 2021

Climate change, quali sono gli alberi migliori per mitigarlo? Ce lo dice il suolo

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Nelle foreste l’analisi dei terreni consente di prevedere il comportamento degli alberi nel ciclo dell’azoto e del carbonio, due fattori chiave nella mitigazione del clima. Una ricerca dell’Università dell’Indiana spiega come

di Matteo Cavallito

 

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Le foreste contribuiscono come noto alla mitigazione del clima trattenendo i gas serra. Ma non tutti i loro alberi agiscono nello stesso modo. Lo sanno bene gli scienziati che studiano le migliori strategie per una riforestazione efficace. E lo hanno dimostrato ancora una volta i ricercatori dell’Indiana University concentrandosi su un fattore decisivo: l’azione dei microbi del suolo che operano in simbiosi con la pianta. Alcuni di essi, in particolare, si sono dimostrati più abili nel riciclare l’azoto, limitandone quindi le emissioni in atmosfera. Altri ancora hanno mostrato invece una maggiore capacità di ritenzione del carbonio. E non è un caso.

Le foreste di querce? Trattengono più azoto

La ricerca si è concentrata su due tipi di microorganismi: i funghi micorrizici arbuscolari (AM) e i loro omologhi ectomicorrizici (ECM). Nelle foreste, spiegano i ricercatori, “Quasi tutti gli alberi si associano esclusivamente con una di queste due tipologie di funghi che formano relazioni mutualistiche con le radici degli alberi”. Ma gli effetti sulla capacità di trattenere carbonio e azoto sono diversi. “Nel primo studio, gli autori hanno scoperto che gli alberi che si associano con gli AM come aceri, ciliegi e frassini che producono detriti a ciclo rapido, promuovono comunità microbiche del suolo che hanno più geni in grado di elaborare l’azoto. Questo porta al rilascio di gas azotati che riducono la qualità dell’aria”. Le piante associate agli ECM come le querce, gli hickory, il faggio e la cicuta si comportano in modo opposto “portando a minori perdite di azoto gassoso”.

Sulla CO2 le radici sono altrettanto decisive

L’analisi è stata condotta su 54 diversi siti degli Stati Uniti orientali da cui sono stati prelevati campioni di suolo da analizzare in laboratorio. Oltre che sul ciclo dell’azoto, i ricercatori si sono concentrati anche sul problema della ritenzione della CO2. Un secondo studio ha così rivelato che “le foreste dominate da alberi AM migliorano lo stoccaggio del carbonio nel suolo”. I livelli misurati sono particolarmente alti e suggeriscono come le radici siano in grado di fornire un contributo di trattenuta paragonabile a quello delle piante fuori terra. Gli alberi più propensi al contenimento del carbonio, in altre parole, sono anche quelli capaci di favorire un maggiore deflusso di azoto. Le piante che garantiscono un maggiore stoccaggio di quest’ultimo, al contrario, offrono anche un contributo inferiore nella trattenuta della CO2.

Una mappa delle località di campionamento negli Stati Uniti orientali utilizzate negli studi sulla capacità di mitigazione del climate change degli alberi. Il punto verde indica Moores Creek, dove si trovano gli appezzamenti dominati da AM e ECM, mentre i punti rossi indicano i siti associati al gradiente di 54 appezzamenti. Il sito di Moores Creek contiene 16 appezzamenti totali (8-AM e 8-ECM dominati) mentre ogni sito nel gradiente di 54 appezzamenti contiene nove appezzamenti di diversa composizione AM/ECM.

Una mappa delle località di campionamento negli Stati Uniti orientali utilizzate negli studi. Il punto verde indica Moores Creek, dove si trovano gli appezzamenti dominati da AM e ECM, mentre i punti rossi indicano i siti associati al gradiente di 54 appezzamenti. Il sito di Moores Creek contiene 16 appezzamenti totali (8-AM e 8-ECM dominati) mentre ogni sito nel gradiente di 54 appezzamenti contiene nove appezzamenti di diversa composizione AM/ECM.

 

Le foreste e quell’equilibrio tra carbonio e azoto

Gli studi americani, insomma, confermerebbero il persistente problema del trade-off dei terreni. Il protossido d’azoto rilasciato dal suolo – soprattutto da quello concimato con i reflui zootecnici – ha infatti un potenziale di riscaldamento quasi 300 volte superiore a quello della CO2. Non è un caso che le strategie di tutela della salute dei terreni e gli stessi programmi di riforestazione debbano tenere conto del necessario equilibrio dei fattori in gioco.

I risultati della ricerca americana, in ogni caso, aprono le porte a nuovi possibili studi. “Un tempo si riteneva impossibile prevedere la variabilità spaziale delle emissioni di gas azotati nel suolo” ha dichiarato Jonathan Raff, coautore dello studio. Ma in futuro, ha aggiunto il coordinatore della ricerca Ryan Mushinski, “potremmo essere in grado di prevedere l’attività del ciclo dell’azoto in altre foreste temperate in tutto il mondo”.