Olio di palma, cocco e soia cancellano l’1,5% della biodiversità globale
Un nuovo studio rivela che queste tre colture oleaginose sono responsabili da sole del 75% circa della perdita di biodiversità legata all’espansione agricola. Un risultato della crescente domanda di molti prodotti di uso quotidiano
di Matteo Cavallito
Tre colture oleaginose – la palma da olio, il cocco e la soia – stanno accelerando la scomparsa di specie animali e vegetali in misura particolarmente rilevante, contribuendo, in ultima analisi, a favorire più di qualunque altra produzione agricola l’aumento di questo fenomeno. È la conclusione di un nuovo studio internazionale che attribuisce alla coltivazione di queste materie prime una perdita potenziale dell’1,5% della biodiversità globale.
Secondo gli autori, questo fenomeno è il risultato diretto dell’aumento delle superfici coltivate in risposta alla crescente domanda di prodotti di uso quotidiano come margarina, snack, cosmetici e mangimi. Una tendenza che esercita a sua volta una pressione sempre più forte sugli habitat naturali.
Un fenomeno globale ancora poco quantificato
L’indagine nasce dalla necessità di comprendere meglio un fenomeno ancora poco esplorato. A oggi, infatti, l’attenzione degli esperti si era concentrata soprattutto su singoli casi di deforestazione o sulla conversione di habitat naturali in aree agricole senza produrre, tuttavia, una valutazione complessiva delle conseguenze lungo la filiera produttiva. “L’espansione delle colture oleaginose minaccia la biodiversità globale, ma gli impatti lungo le relative filiere restano ancora poco quantificati”, si legge nello studio pubblicato su Nature Food.
Per colmare questa lacuna, gli autori hanno così analizzato “gli impatti sulla biodiversità lungo le filiere delle colture oleaginose dal 1995 al 2020 attraverso valutazioni spazialmente esplicite, un modello ibrido input-output multi-regionale, una mappatura avanzata delle filiere e un’analisi di decomposizione strutturale”. In questo modo è stato possibile seguire il percorso delle materie prime dai Paesi produttori fino ai mercati di destinazione, individuando non solo dove si verificano i danni alla biodiversità ma anche quali consumi li alimentano.
Quattro quinti dell’impatto nei tropici
Nel corso dello studio, l’équipe dei ricercatori, provenienti dal Politecnico di Zurigo e dalle università di Monaco di Baviera e Vienna, hanno fatto una scoperta sorprendente. “Entro il 2020”, si legge nella ricerca, “la coltivazione di colture oleaginose ha causato la potenziale perdita a lungo termine dell’1,5% delle specie globali (piante e vertebrati terrestri), con palma da olio, cocco e soia responsabili di tre quarti di questo effetto”.
La ricerca, inoltre, evidenzia una forte concentrazione geografica dei danni nelle aree tropicali, che pur occupando “poco meno della metà delle superfici raccolte, sopportano quasi i quattro quinti degli impatti“.
Un altro elemento centrale riguarda il ruolo del commercio internazionale: “Oltre la metà di questa perdita è stata trasferita attraverso il commercio internazionale, poiché i principali importatori spostano i costi in termini di biodiversità verso le regioni tropicali”, osserva ancora lo studio, individuando nell’Unione Europea, nella Cina e negli Stati Uniti i principali protagonisti di questo processo. Infine, la tendenza di lungo periodo: tra il 1995 e il 2020, affermano gli studiosi, “gli impatti sulla biodiversità sono aumentati di quattro quinti, un incremento attribuibile principalmente alla crescita dei consumi pro capite”.
La perdita di biodiversità è un’emergenza quanto il cambiamento climatico
La ricerca fornisce un ulteriore contributo al dibattito sulle grandi crisi ambientali globali, il cui impatto tende spesso a essere sottovalutato nel confronto con il fattore clima. “Dal punto di vista della tutela ambientale, la perdita di biodiversità è un problema grande quanto il cambiamento climatico”, sottolinea a proposito in una nota Stephan Pfister, professore di Valutazione Quantitativa della Sostenibilità presso il Politecnico Federale di Zurigo (ETH Zurich). Lo studio, però, non si limita a fotografare il problema.
Gli autori infatti individuano anche alcune possibili direttrici di intervento, evidenziando la necessità di agire contemporaneamente sulla produzione e sul consumo e di migliorare la sostenibilità delle filiere agricole riducendo la pressione sugli ecosistemi più fragili.
Tra le misure indicate figurano la limitazione della deforestazione, la protezione degli habitat naturali, l’adozione di pratiche agricole più efficienti e meno impattanti e il rafforzamento degli investimenti nei Paesi produttori per favorire modelli di sviluppo compatibili con la conservazione della biodiversità. Un ruolo importante spetta anche ai mercati internazionali e ai consumatori, chiamati a promuovere filiere più trasparenti e responsabili.

Foto: Miguel Pinheiro/CIFOR Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic CC BY-NC-ND 2.0 Deed
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