5 Giugno 2026

Depavimentare le città: da Genova a New York la nuova frontiera dell’urbanistica

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L’annuncio del capoluogo ligure porta al centro del dibattito una pratica già sperimentata in molte metropoli del mondo: rimuovere asfalto e cemento per rendere le città più resilienti al cambiamento climatico

di Matteo Cavallito

Il primato italiano spetta a Genova. Con un provvedimento reso noto a maggio, il capoluogo ligure è diventato infatti la prima città della Penisola a inserire formalmente la depavimentazione nel proprio Piano Urbanistico Comunale (PUC). La decisione introduce in particolare sgravi fiscali per i privati che sceglieranno di destinare gli oneri di urbanizzazione a interventi di de-impermeabilizzazione, assumendosi inoltre la manutenzione delle nuove aree verdi per i successivi dieci anni.

Il primo progetto riguarderà la zona di Cornigliano, dove sorgerà un intervento di rimozione dell’asfalto nell’area che un tempo ospitava i gasometri. Parallelamente, il Comune genovese ha scelto di aderire al progetto “Biofear”, promosso dal CNR-IRSA di Verbania insieme alle Università di Trento, Foro Italico e Napoli Parthenope. L’iniziativa punta a incrementare la presenza di verde in cortili scolastici e aree gioco attraverso interventi analoghi.

La dottrina genovese: il verde urbano come infrastruttura resiliente

Le iniziative, da parte loro, rappresentano le ultime tappe in ordine di tempo di un percorso avviato nei mesi scorsi. A marzo, in particolare, il Comune aveva approvato una delibera per il riconoscimento del suolo e del verde come infrastrutture ecosistemiche fondamentali per contrastare gli effetti del cambiamento climatico e delle isole di calore urbane. Nel considerare queste risorse non più come semplici elementi decorativi o residuali bensì come vere e proprie infrastrutture ambientali capaci di influenzare la salute, il benessere e la sicurezza dei cittadini, il provvedimento assumeva l’azzeramento del consumo di suolo come principio guida delle politiche urbanistiche, edilizie e territoriali.

In questo modo si trasformava la depavimentazione in uno strumento operativo per ridurre l’impermeabilizzazione e favorire la rigenerazione degli spazi urbani.

Questo principio, peraltro, è stato da tempo assorbito nelle scelte strategiche di molti altri grandi centri del Pianeta che considerano la de-impermeabilizzazione come uno degli strumenti più efficaci per far crescere la resilienza climatica delle città. Una risposta a decenni di urbanizzazione che hanno infatti trasformato vaste porzioni del territorio in superfici sigillate da asfalto e cemento compromettendo molte delle funzioni ecologiche del suolo.

Nel mondo il soil sealing colpisce 17 ettari di terreno ogni minute. Immagine: Fao, 2016 http://www.fao.org/3/a-i6470e.pdf

Nel mondo il soil sealing colpisce 17 ettari di terreno ogni minuto. Immagine: Fao, 2016 http://www.fao.org/3/a-i6470e.pdf

Il cemento si mangia 17 ettari in 60 secondi

Già nello scorso decennio la FAO aveva lanciato l’allarme sul cosiddetto soil sealing, il processo di impermeabilizzazione del terreno che, all’epoca, procedeva a livello globale a un ritmo impressionante: 17 ettari al minuto, equivalenti a quasi 10 chilometri quadrati ogni ora. Questo fenomeno, che priva il terreno di gran parte della sua capacità di immagazzinare carbonio, produrre biomassa, filtrare l’acqua e sostenere la biodiversità, non si è mai realmente fermato. Anzi.

Secondo le ultime elaborazioni della European Environment Agency tra il 2006 e il 2021 la superficie sigillata nel Vecchio Continente, ad esempio, è passata da circa 107.278 a 112.418 km2, con un aumento del 4,8%.

Gli incrementi più consistenti si registrano in Paesi caratterizzati da forte espansione urbana, come Turchia, Francia, Germania e Polonia, mentre l’Italia continua a consumare suolo a un ritmo inferiore (+3,2%) rispetto alla media europea. Per contro, tuttavia, la nostra Penisola sconta soprattutto l’eredità di un passato caratterizzato da una forte espansione dell’asfalto. A oggi, la superficie impermeabilizzata registrata in Italia nel 2021, ultimo anno per il quale sono disponibili dati completi, è pari a oltre 13.100 chilometri quadrati (contro i 12.700 circa del 2006) pari al 4,4% del territorio nazionale. La media continentale, per capirci, viaggia al 2,7%.

Parigi guida la carica delle foreste urbane

Da Genova alle altre realtà urbane e metropolitane, in questo senso, le iniziative di depavimentazione assumono quindi un valore cruciale per il recupero del suolo esistente. Tra le esperienze europee più avanzate spicca in particolare quella di Parigi, una città che ha fatto della riforestazione urbana uno dei pilastri della propria strategia climatica. Il piano avviato dall’amministrazione cittadina prevede la messa a dimora di 170 mila nuovi alberi entro la fine del 2026. L’obiettivo è trasformare piazze, strade e spazi pubblici in una rete di infrastrutture verdi capaci di mitigare gli effetti delle temperature estreme e migliorare il microclima urbano.

Interventi come quello realizzato in Place du Colonel Fabien, uno snodo importante della capitale al confine tra il 10° e il 19° arrondissement, mostrano concretamente questa visione.

Le aree pavimentate vengono ridisegnate introducendo alberature, aiuole e superfici permeabili che contribuiscono a raffrescare l’ambiente urbano e ad aumentare la biodiversità. La prima fase del programma, che ha interessato oltre 15 mila alberi, dovrebbe consentire nel corso della loro vita l’assorbimento di oltre 11 mila tonnellate di CO₂. Un risultato destinato a crescere con il completamento dell’intero progetto. La strategia parigina riflette una tendenza più ampia. Secondo la FAO, le foreste urbane europee sono cresciute significativamente negli ultimi quarant’anni e rappresentano uno strumento sempre più importante in un continente che entro metà secolo vedrà circa l’84% della popolazione vivere nelle città.

Copenhagen, New York, São Paulo: le città come laboratorio di best practice

Accanto a Parigi emergono numerose esperienze internazionali che mostrano diverse applicazioni di de-impermeabilizzazione (o desealing). Copenhagen, ad esempio, è considerata uno dei modelli più avanzati di “città spugna”. Attraverso il Climate Adaptation Plan e il Cloudburst Management Plan, infatti, la capitale danese ha progressivamente sostituito superfici impermeabili con parchi, giardini, bioswale, fossi vegetati e pavimentazioni drenanti. Il verde viene utilizzato come infrastruttura idraulica capace di assorbire, trattenere e riutilizzare l’acqua piovana, riducendo il rischio di allagamenti durante gli eventi meteorologici estremi.

A New York, invece, è protagonista la riconversione delle infrastrutture esistenti. Il caso più noto è quello della High Line, la storica ferrovia sopraelevata trasformata in un parco lineare che integra vegetazione spontanea, suoli artificiali permeabili e spazi pubblici.

Nella metropoli brasiliana di São Paulo, infine, il focus è sulla rigenerazione delle grandi aree industriali dismesse. La riconversione dell’area di Jurubatuba, in particolare, ha trasformato un territorio fortemente impermeabilizzato in uno spazio più verde e residenziale, dimostrando come il desealing possa diventare anche uno strumento di riqualificazione sociale ed economica. Pur in contesti molto diversi, insomma, questi progetti condividono alcuni principi fondamentali: ridurre le superfici sigillate, gestire l’acqua come risorsa e trasformare spazi esistenti anziché consumare nuovo territorio. Nella convinzione che la città del futuro non possa limitarsi a convivere con la natura ma debba invece reintegrarla come componente essenziale del proprio funzionamento.