Il cambio d’uso del suolo è un rischio per la salute umana
Lo studio della Stirling University: azioni che impattano sul suolo come deforestazione, agricoltura intensiva, urbanizzazione e frammentazione degli habitat stimolano la diffusione delle malattie trasmesse da roditori, pipistrelli e zanzare
di Matteo Cavallito
I cambiamenti nell’uso del suolo possono far crescere la trasmissione delle malattie dagli animali all’uomo. A suggerirlo una ricerca condotta dall’Università di Stirling, nel Regno Unito, che evidenzia il peso di aspetti come la deforestazione, l’agricoltura, la rapida crescita delle città e la frammentazione degli habitat nel favorire la propagazione di patologie zoonotiche, come il Covid-19, la malaria e, in particolare, quelle trasmesse da zanzare, roditori e pipistrelli.
L’indagine, realizzata in collaborazione con l’Università di Bangor e con il contributo della International Society for Infectious Diseases, ha dimostrato infatti come alcuni cambiamenti possano infatti avvicinare le persone e la fauna selvatica, compromettendo le barriere ecologiche naturali che di solito limitano la trasmissione dei patogeni.
Gli interventi sul suolo e l’ambiente favoriscono il contatto
Anche se gli investimenti nel ripristino degli ambienti degradati e nel contrasto al cambiamento climatico e alla perdita di biodiversità stanno aumentando su scala globale, al momento, “sappiamo ancora sorprendentemente poco su come la rigenerazione possa ridurre, o talvolta involontariamente accrescere temporaneamente, i rischi di trasmissione delle malattie”, ha spiegato in una nota Adam Fell, docente della Stirling e co-autore dello studio pubblicato su Nature Sustainability.
Per far luce su queste dinamiche, quindi, gli autori hanno raccolto prove dagli studi precedenti sostenuti dalla Commissione Europea attraverso l’iniziativa EKLIPSE Biodiversity and Pandemics lanciata nel 2016.
“La pandemia di COVID-19 ha messo in luce la crescente minaccia delle malattie zoonotiche, spesso aggravata dai cambiamenti nell’uso del suolo, come la deforestazione e la frammentazione degli habitat”, spiega lo studio. “Abbiamo condotto una revisione sistematica della letteratura scientifica prodotta nel periodo 2000-2024 per valutare in che modo le differenti alterazioni dell’utilizzo del terreno influenzino la trasmissione delle patologie, riassumendo i risultati chiave e le tendenze in un’ottica geografica incentrata sui vettori, gli ospiti, i serbatoi e gli agenti patogeni studiati, oltre a identificare le lacune nella ricerca disponibile. Inoltre, abbiamo valutato il potenziale degli interventi di ripristino per mitigare i rischi di malattia”.
Lo studio
Il quadro emerso è piuttosto chiaro. Il lavoro, sostenuto dal programma europeo Horizon nell’ambito del progetto RESTOREID (Restoring Ecosystems to Stop the Threat of Re-Emerging Infectious Disease), ha permesso di combinare ricerche, casi studio e relazioni a uso dei decisori politici. Gli autori hanno quindi mappato queste stesse indagini analizzando nelle diverse regioni modelli e malattie. Ebbene:
“La nostra analisi”, spiegano, “dimostra che i cambiamenti nell’uso del suolo, come la deforestazione e l’urbanizzazione, spesso fanno crescere i rischi di trasmissione, in particolare per le malattie diffuse da zanzare e roditori, mentre alcune strategie di ripristino, come ad esempio il rimboschimento e la conservazione delle zone umide, possono ridurre tali rischi”.
L’importanza di una mappa aggiornata
Secondo gli scienziati, i risultati dello studio confermano la validità del cosiddetto approccio One Health, definito dall’OMS come quella strategia integrata che punta a garantire e ottimizzare al tempo stesso la salute delle persone, degli animali e degli ecosistemi. Dimostrando, in questo senso, l’importanza della tutela della biodiversità come strumento di contrasto a future pandemie. L’indagine, tuttavia, ha anche evidenziato come i risultati di queste azioni di ripristino possano variare molto, essendo influenzati dal tipo di malattia ma anche dai diversi contesti ambientali. Un aspetto di cui spesso le ricerche non hanno tenuto adeguatamente conto.
“La letteratura rimane geograficamente sbilanciata, visto che la maggior parte degli studi si concentra sulle regioni più ricche nonostante l’incidenza delle malattie risulti maggiore nelle aree a basso reddito”, spiega lo studio.
Di conseguenza, precisa l’indagine, alcune aree come gran parte dell’Africa, del Sud-Est asiatico e dell’America Latina, dove il cambiamento dell’uso del suolo e il rischio di malattie sono, peraltro, entrambi elevati, non sono ancora state studiate in modo approfondito. Per questo motivo i ricercatori hanno individuato 50 luoghi prioritari in tutto il mondo da sottoporre a nuove ricerche. E hanno inoltre sviluppato un atlante online aperto per consentire ai decisori e ai funzionari della sanità pubblica di orientare meglio le azioni in futuro.

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