30 Gennaio 2026

Da Parigi a New York la grande corsa delle foreste urbane

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Dalla capitale francese alla Grande Mela, passando per la Danimarca e il Brasile, le maggiori città del Pianeta scommettono sempre più spesso sulla piantumazione e il de-sealing del suolo. I benefici? Migliore qualità dell’aria, mitigazione climatica e biodiversità

di Matteo Cavallito

L’ultima trasformazione, in ordine di tempo, ha investito Place du Colonel Fabien, un crocevia della capitale francese situato al confine tra il 10° e il 19° arrondissement. È qui, infatti, che dal mese di febbraio dovrebbe essere inaugurato il nuovo spazio verde destinato a modificare l’aspetto e il clima della piazza soprattutto nei mesi estivi, quando le ondate di calore si fanno insopportabili. Un intervento che segue altre azioni analoghe in ulteriori punti della città e che, soprattutto, si colloca in un piano più ampio e ambizioso: lo sviluppo della foresta urbana di Parigi.

A Parigi 170mila nuovi alberi in 6 anni

Lanciato all’inizio del decennio il piano prevede l’impianto di 170mila alberi entro la fine del 2026 con l’obiettivo di incrementare in modo significativo l’estensione del verde cittadino. Se si escludono i due boschi storici di Boulogne e Vincennes, ricorda un documento dell’amministrazione municipale, nel 2020 la capitale poteva contare su circa 200mila piante, la metà delle quali situata nelle strade al di fuori di aree verdi vere e proprie come giardini e parchi.

Una volta completato, il piano di innesto dovrebbe produrre risultati degni di nota sotto diversi punti di vista: dalla mitigazione delle temperature alla qualità dell’aria. La sola prima ondata di impianti, che nel primo anno aveva interessato 15.284 alberi, dovrebbe garantire, nel ciclo di vita di questi ultimi, un sequestro totale di 11.150 tonnellate di CO2. Numeri destinati secondo logica a moltiplicarsi con il completamento del programma.

Città verdi per un continente sempre più urbanizzato

Quello di Parigi, in ogni caso, non è un caso isolato. Al contrario, si tratterebbe piuttosto di un fenomeno diffuso e di lungo periodo. “Le foreste urbane in Europa hanno registrato una crescita significativa negli ultimi 40 anni, anche se le sue radici risalgono a molto tempo prima e comprendono la gestione delle aree forestali periurbane, che in alcuni casi risale a molte centinaia di anni fa.”, spiega un rapporto della FAO.

La tendenza, prosegue lo studio, punta innanzitutto ad assecondare un fenomeno più ampio, ovvero la crescita delle città che entro la metà del secolo dovrebbero arrivare a ospitare l’84% della popolazione continentale. In questo contesto, ricorda ancora l’organizzazione ONU, “garantire la manutenzione e l’implementazione sostenibile delle aree verdi cittadine è un fattore chiave che contribuisce alla realizzazione di benefici multifunzionali”.

Il caso Copenhagen

Un principio, quest’ultimo, ben chiaro, tra gli altri, agli amministratori di Copenhagen che, negli anni, hanno realizzato una trasformazione pensata per affrontare il cambiamento climatico attraverso due programmi – il Climate Adaptation Plan del 2011 e il successivo Cloudburst Management Plan – basati sul de-sealing (la deimpermeabilizzazione del suolo) e le piantumazioni.

Oltre che per i numerosi interventi condotti in questo senso, la capitale danese ha attirato l’attenzione come uno dei principali esempi di “città spugna” del Continente.

Ovvero di un modello urbano che combina natura e infrastrutture per assorbire, trattenere e riutilizzare l’acqua piovana, riducendo al minimo gli allagamenti e gestendo gli eventi climatici estremi attraverso soluzioni innovative. Tra cui piante, parchi, bacini e fossi erbosi detti bioswale che trattengono e filtrano l’acqua, giardini, tetti verdi, cortili e parcheggi permeabili che si affiancano ad altre infrastrutture progettate per garantire il deflusso durante le precipitazioni.

Il secolo degli alberi urbani

Il trend europeo – a cui contribuiscono anche le iniziative italiane tra cui la Picasso Food Forest di Parma e la piantumazione per il fitorisanamento della nella Goccia della Bovisa a Milano- si inserisce, a sua volta, in una tendenza complessiva globale. “Le città di tutto il mondo stanno ampliando gli spazi verdi, inclusi parchi, foreste urbane e prati”, notava nel recente passato una ricerca dell’Università di Pechino pubblicata su Communications Earth & Environment osservando come “tra il 2000 e il 2020 circa il 90% delle città ha sperimentato un aumento della copertura arborea e il 49% di esse ha registrato una crescita della vegetazione non arborea”.

Tra gli esempi più significativi spiccano senza dubbio i casi di São Paulo, in Brasile, dove è stata realizzata la riconversione residenziale dell’ex area industriale di Jurubatuba, e di New York, con il progetto “High Line” che ha portato alla riconversione della storica ferrovia sopraelevata abbandonata in un parco caratterizzata da suoli artificiali e vegetazione naturale. Un esempio originale, insomma, di recupero di una infrastruttura sigillata con l’introduzione di strati di terreno e la creazione di un tetto verde lungo il suo percorso.

Contro la gentrificazione: foreste per tutti

Le foreste urbane apportano anche benefici troppo spesso sottovalutati. Oltre ad assorbire il carbonio e a raffreddare l’aria riducendo l’effetto isola di calore, infatti, gli alberi cittadini attenuano il rumore, filtrano gli inquinanti diffusi dal traffico e dalle fabbriche e hanno effetti positivi sulla salute mentale e fisica dei cittadini. Le politiche di rigenerazione e piantumazione, insomma, rappresentano una risorsa per l’intera comunità e, proprio per questo, devono essere progettate con attenzione.

In caso contrario, ha ricordato ancora la FAO, il rischio è quello di assistere a una crescita della disparità di accesso agli spazi verdi nel confronto tra i Paesi a basso e medio reddito e le nazioni più ricche e, all’interno di queste ultime, tra le zone più centrali delle città e le periferie. Un fenomeno, quest’ultimo, che rischia di produrre una “gentrificazione” ambientale capace di “spingere fuori i residenti che non possono permettersi di vivere vicino agli spazi verdi della propria città”. Da qui la necessità di avviare progetti distribuiti in modo ordinato nelle diverse zone cittadine. Garantendo così quella parità di accesso agli spazi verdi già inserita tra gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU per il 2030.