29 Ottobre 2025

“Sull’agricoltura rigenerativa, Ue in ritardo. Soil Law una grande opportunità”

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L’ambasciatore della Missione Suolo, Matteo Mazzola interverrà agli Stati Generali del Suolo di Ecomondo: “Contro la semplificazione agronomica difendiamo la rigenerazione. Su agroecologia Asia e America fanno di più, ma le norme europee possono accelerare la diffusione delle buone pratiche”

di Matteo Cavallito

“La cosa più bella, forse, è contribuire a far crescere la conoscenza sui temi del suolo, presso il pubblico. Poi, ovviamente, c’è tutto il lavoro più tecnico sulla valorizzazione delle buone pratiche: un’opportunità continua di confronto come produttori, ricercatori, sperimentatori, educatori e consulenti”. Così Matteo Mazzola, cofondatore di Iside Farm, dell’Alleanza Europea per l’Agricoltura Rigenerativa (EARA) e della Rete Agroecologica Microfarm Italia, racconta il suo impegno come Ambassador della Mission Soil UE.

Un ruolo che si affianca alle sue molteplici attività – agroecologo, educatore e consulente – e nella cui veste, in particolare, sarà chiamato a intervenire alla IV edizione degli Stati Generali per la salute del suolo del 6 novembre prossimo a Ecomondo. Un’occasione per parlare di tanti temi. A cominciare da quelli di stretta attualità.

Mazzola, proprio in questi giorni il Parlamento Europeo ha approvato definitivamente la Direttiva Suolo. Qual è la sua valutazione?

Per quelle che sono la mia prospettiva e la mia esperienza, sono piuttosto critico sulla storica lentezza delle istituzioni nel riconoscimento dell’importanza dell’agricoltura rigenerativa in campo agroecologico ed ecologico. Non c’è dubbio, insomma, che queste validazioni arrivino sempre troppo tardi. Detto questo…

È un buon inizio.

Sì, con la direttiva si aprono moltissime opportunità. Soprattutto se si comincia a prendere coscienza della questione e a dare supporto, anche economico, ai progetti. Da questo punto di vista si colgono certamente i primi segnali positivi.

Nei documenti europei sul suolo, si parla sempre più spesso di agricoltura rigenerativa. Qual è il punto di forza di questo approccio secondo lei?

Premessa: a oggi non esiste ancora una definizione completa e condivisa di agricoltura rigenerativa. Di cosa parliamo dunque? Di un approccio pensato per coltivare alimenti di qualità e in quantità producendo nel contempo servizi ecosistemici funzionali per l’umanità e per tutte le altre specie. E generando inoltre qualità sotto il profilo sociale.

Quanto è diffusa la conoscenza e l’applicazione di questo approccio in Europa?

Si sta generalmente diffondendo ma con molte differenze tra i diversi contesti. In Europa, ad esempio, sta lavorando bene la Spagna nel campo della zootecnia mentre in Italia si resta più ancorati a pratiche convenzionali sebbene, va detto, l’attenzione sulla centralità del suolo stia crescendo anche qui da noi.

E a livello globale? L’Europa può dirsi protagonista?

A oggi certamente no. In Asia, per dire, c’è un approccio agroecologico tradizionale molto forte e molto più presente. In America ci sono diverse best practice ampiamente in uso da decenni. Da questo punto di vista, l’Europa è ancora molto indietro ma ha anche un vantaggio: un’importante infrastruttura di norme che potrebbe velocizzare la diffusione delle pratiche.

A proposito di best practice in agricoltura: ce n’è qualcuna che l’ha particolarmente colpita nel corso degli anni?

Posso dire per esperienza che i miglioramenti più significativi in campo agroecologico si ottengono con la verticalizzazione, ovvero la combinazione di elementi e pratiche che convenzionalmente sono invece tenuti separati. L’agroforestazione, per capirci, può integrarsi con diverse coltivazioni, il pascolo e la produzione di foraggio generando benefici per gli animali, il suolo e l’ecosistema in generale.

E andando più nello specifico?

Per quanto riguarda l’incremento della sostanza organica direi l’uso di colture di copertura, di ammendanti come il biochar e di polveri di roccia. Ma non solo. L’agricoltura rigenerativa è come una cassetta degli attrezzi pressoché infinita e non c’è una pratica migliore di un’altra: tutto dipende dalla cultura, dal contesto, dall’agricoltore, dalla latitudine, dal clima… da moltissimi fattori, insomma.

È possibile nel medio-lungo periodo una transizione globale dall’agricoltura intensiva a quella rigenerativa? Un passaggio conciliabile con la sicurezza alimentare?

A livello di numeri l’approccio rigenerativo non è ancora sufficientemente consolidato per sostituire quello intensivo. Detto questo, dobbiamo capire che non possiamo guardare solo alla “quantità per ettaro” senza tenere conto dei costi ambientali. E non dimentichiamo che l’estensione delle buone pratiche – come dimostrano ormai diversi studi – permette di produrre altrettanto se non di più.

Insomma, affidarsi all’agricoltura rigenerativa non significa rinunciare alla produttività, alla tecnologia e a tutto il resto. Questo intende?

Certo. Per fare agricoltura rigenerativa, oggi, utilizziamo tecnologie satellitari, droni e strumenti avanzati che possono aiutarci a raccogliere e validare i dati. Non stiamo parlando della vecchia idea di agricoltura minimale che pretenderebbe di “non utilizzare niente” per produrre.

In conclusione, quindi, di cosa parliamo?

Di un’agricoltura “complessa”, in contrasto con la semplificazione delle pratiche agronomiche e zootecniche. Un’agricoltura, insomma, capace di integrare le diverse pratiche per raggiungere i suoi obiettivi: sequestrare il carbonio, usare l’acqua in modo efficiente, far crescere il contenuto nutritivo delle colture e la biodiversità funzionale. E, ovviamente, migliorare la qualità di vita delle persone.