17 Giugno 2022

Siccità, invertebrati e carbonio: il circolo vizioso che danneggia clima e suolo

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Secondo una ricerca svizzera la siccità limita l’azione degli invertebrati e, con essa, la quantità di carbonio organico immagazzinata nel suolo. Una scoperta con evidenti implicazioni sul fronte climatico

di Matteo Cavallito

 

La siccità limita l’azione degli invertebrati con conseguenze negative per l’equilibrio del suolo. Lo evidenzia una recente ricerca a cura dell’Istituto federale svizzero di ricerca per la foresta, la neve e il paesaggio. Lo studio, pubblicato sulla rivista Global Change Biology, si concentra in particolare sull’operato dei lombrichi che, nei terreni eccessivamente secchi, tendono al pari di altre specie con cui condividono l’ecosistema ad addentrarsi in profondità alla ricerca di un ambiente più favorevole.

In questo modo, gli esemplari privano lo strato più superficiale dei loro servizi – notoriamente preziosi – che includono la decomposizione delle foglie morte, il rilascio delle sostanze nutritive e il sequestro di carbonio. Azioni, queste ultime, che contribuiscono al mantenimento della fertilità del terreno e al contrasto al cambiamento climatico.

La fauna del suolo reagisce alla siccità

Condotto nella foresta di Finges, nel cantone di Valais, lo studio ha richiesto 17 anni di analisi e misurazioni. I ricercatori hanno scandagliato diverse zone di terreno rilevando ad esempio come nelle aree che erano state maggiormente irrorate fossero presenti molti più lombrichi di quante ne fossero stati rilevati nelle zone più secche. La regola aveva trovato conferma anche per altri organismi più piccoli come i collemboli e le cocciniglie. Due specie che svolgono un ruolo fondamentale nella decomposizione delle sterpaglie.

“Il nostro studio dimostra che la fauna del terreno è altamente sensibile alla siccità, il che comporta un ridotto trasferimento di carbonio dagli strati organici al suolo minerale influendo potenzialmente sull’immagazzinamento dell’elemento organico”, si legge nella ricerca. “Pertanto la fauna del suolo svolge un ruolo chiave, ma finora ampiamente trascurato, nel modellare le risposte del carbonio organico alla siccità”.

Una scoperta importante per il clima

La scoperta evidenzia il ruolo delle specie che popolano il suolo e sul peso che assumono nella gestione del carbonio e nella tutela della fertilità. Gli invertebrati, rilevano gli autori, sarebbero più sensibili agli effetti della siccità rispetto ad altri soggetti rilevanti come i funghi e i microorganismi che contribuiscono all’equilibrio del terreno.

Le implicazioni sono evidenti. Gli invertebrati, infatti, sono attori decisivi nel processo che conduce all’immagazzinamento del carbonio nell’humus. Se la quantità intrappolata nel terreno si riduce le emissioni aumentano contribuendo al cambiamento climatico. Che, a sua volta, rende più frequenti i fenomeni di siccità.

“L’humus si forma in centinaia e a volte in migliaia di anni”, ha spiegato Frank Hagedorn, biochimico dell’Istituto svizzero e principale autore della ricerca. “Non pensavamo di poter osservare differenze nei livelli di carbonio immagazzinato in appena dieci anni”.

L’Europa ha vissuto tre ondate di siccità “senza precedenti”

Nel corso del XXI secolo, ricordano i ricercatori, l’Europa ha vissuto tre ondate di siccità estive “senza precedenti” nel 2003, nel 2015 e nel 2018. Eventi estremi che “hanno compromesso gravemente la produttività e il funzionamento delle foreste europee limitando l’attività metabolica delle piante e del biota del suolo”. Un dato che torna ora sotto i riflettori in corrispondenza della Giornata mondiale di sensibilizzazione sul problema celebrata dall’ONU il 17 giugno.

La questione, del resto, non passa inosservata nel Vecchio Continente dove, ricorda l’Agenzia Europea per l’Ambiente, a subire il maggiore impatto è stato finora il Portogallo. Che, tra il 2000 e il 2016, ha sperimentato un deficit idrico sul 13,2% del territorio. A seguire l’Ungheria (9% del suolo nazionale), colpita dagli effetti della siccità non diversamente dai Balcani meridionali (Kosovo, Serbia e Albania), dalla Penisola Iberica (al sud) così come da alcune aree della Francia e della Germania. Le conseguenze si sono evidenziate soprattutto in termini di degrado dei terreni coltivabili e di perdita di produttività dei pascoli.