7 Dicembre 2020
Gli alberi di Natale più amici della terra e a minore impatto ambientale? Sono veri, di provenienza locale e cresciuti in foreste gestite in modo responsabile, meglio se in possesso di una delle certificazioni forestali. Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Natale, scegliendo l’albero giusto terreni più sani e fino al 3800% in meno di emissioni di CO2

Anche la scelta del tipo di abete da addobbare aiuta ad avere suoli sani. Le regole per non sbagliare? Puntare su alberi veri, provenienti da boschi locali, certificati e gestiti in modo sostenibile

di Emanuele Isonio

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Incidere, in positivo o in negativo, sulla salute di suolo, terra ed ecosistemi. Con un semplice albero di Natale. Un esempio perfetto, visto il conto alla rovescia verso le feste, per ricordare – se ce ne fosse bisogno – di quanto le nostre azioni quotidiane abbiano una ricaduta diretta su ciò che ci circonda.

Nel caso dell’abete natalizio, il dilemma classico è albero vero o di plastica? In realtà nessuna delle due opzioni è quella giusta. Ce n’è una terza: l’albero vero è migliore, soprattutto se proveniente da realtà che garantiscono la gestione forestale sostenibile, che dia adeguate garanzie sulle origini della pianta e sul metodo di produzione. In tal senso due solo le soluzioni ottimali: scegliere alberi coltivati o i cosiddetti “cimali”, ovvero le cime di alberi tagliati in bosco per alimentare l’industria del legno.

Il consiglio: abeti da coltivazione o cimali dei boschi locali

Nel primo caso, gli alberi non vengono dai boschi ma da piantagioni apposite che rappresentano il 90% degli abeti natalizi immessi in commercio. “Quando state per comprarli, assicuratevi che abbiamo un cartellino che ne certifichi la provenienza, privilegiando specie autoctone come Abete rosso o Abete bianco, da coltivazioni locali”: il suggerimento arriva dagli esperti del Dipartimento di Scienze Agrarie dell’università di Firenze. Il motivo è molto semplice: se la pianta non arriva da lontano, si accorcia la filiera e si limita l’inquinamento dovuto al trasporto. Peraltro si aiuta anche il comparto florivivaistico locale. Il giro d’affari infatti non è secondario: se ne vendono – calcolava già lo scorso anno Coldiretti – oltre 3,5 milioni di esemplari, per una spesa media di 42 euro.

Se si opta invece per i cimali, come accade nel 10% dei casi di chi sceglie alberi veri, si acquista una punta di un abete tagliato durante operazioni di diradamento in bosco, nel rispetto di severe norme, su cui vigilano i Carabinieri forestali. Il cimale, che in genere ha scarso valore di mercato, sarebbe stato lasciato a terra nel bosco o triturato per produrre pellet da bruciare nelle stufe. Usarlo per le feste è un ottimo esempio di riuso sostenibile. “Anche in questo caso – precisano dall’università di Firenze – comprare un cimale aiuta le foreste perché contribuisce ad aumentare il reddito degli operatori di un settore che in Italia ha costi alti e bassi redditi. E fornire introiti aggiuntivi a chi vive con i prodotti dei boschi permette di stimolare una gestione più sostenibile di questa fondamentale risorsa.

Una coltivazione di abeti di Natale nelle campagne attorno ad Arezzo. FONTE: Dipartimento Scienze Agrarie, Università di Firenze.

Una coltivazione di abeti di Natale nelle campagne attorno ad Arezzo. FONTE: Dipartimento Scienze Agrarie, Università di Firenze.

Florian (FSC): “Ecco come avere alberi di Natale amici dei suoi”

In ogni caso, per essere sicuri della provenienza, una grande mano la danno le certificazioni forestali FSC e PEFC. “Gli schemi di certificazione – spiega Diego Florian, direttore di FSC-Italia – assicurano la massima trasparenza in termini di tracciabilità e rispetto dei territori. Le aziende certificate che producono abeti di Natale sono centinaia. Scegliendo i loro prodotti si rafforzano le strategie imprenditoriali virtuose di chi opera nella filiera bosco-legno”. L’impegno per un Natale sostenibile non finisce però con l’arrivo dell’Epifania.

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L’economia circolare insegna che tutto si deve recuperare o riciclare nel modo corretto per azzerare gli scarti. “Nel caso dell’abete si può cercare di farlo sopravvivere in vaso per riusarlo l’anno prossimo” suggeriscono ancora i ricercatori fiorentini. Vietato invece piantarlo nel bosco perché si corre il rischio di alterare delicati equilibri ecologici che regolano le nostre foreste. Se invece l’albero di Natale non è in condizioni di sopravvivere, va smaltito tra i rifiuti organici. In questo modo diventerà compost e fertilizzerà i terreni che serviranno alle colture dell’anno successivo.

L’università di Firenze: con un albero di plastica tra +1500 e +3800% di emissioni di CO2

E gli alberi di plastica? Molti dubitano che siano davvero così dannosi per l’ambiente, visto che si utilizzano Natale dopo Natale per più anni. Ancora oggi infatti la maggioranza degli italiani – il 55% del totale secondo un’indagine Coldiretti – sceglie l’albero sintetico. A fare chiarezza è un’analisi dell’ateneo fiorentino. L’occasione per svilupparla è stata una tesi di laurea che ha messo in comparazione il ciclo di vita di due prodotti ben diversi.

L’analisi ha comparato le emissioni di CO2 di un abete prodotto ad Arezzo e di due alberi in plastica di pari misura ma provenienti dalla Cina. Uno in versione basic e uno più costoso e ricco di rami (categoria “premium”). Sono stati considerati anche i “costi” ambientali dell’energia usata per approvvigionare e trasformare i vari materiali in tutte le fasi, incluso il trasporto a Firenze.

Risultato: anche escludendo le emissioni generate dallo smaltimento delle due tipologie di albero, quello coltivato nelle aziende agricole del territorio ha un impatto sul riscaldamento globale molto ridotto rispetto a quello artificiale. I conti infatti mostrano che, pur ipotizzando di sostituire l’albero naturale ogni anno, per poter pareggiare le emissioni sono necessari 15 anni di riutilizzo nel caso dell’abete artificiale di tipo “base”. Per quello della tipologia “premium” gli anni salgono addirittura a 38.