12 Dicembre 2023

La desertificazione è la principale minaccia per l’uomo

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Dal 1970 le aree degradate sono quadruplicate a causa di pratiche agricole non sostenibili, deforestazione, urbanizzazione, incendi. Contro la desertificazione, le acque reflue trattate possono essere una risorsa importante. Ma servono anche investimenti contro l’inquinamento dei suoli e un’agricoltura “amica del suolo”, che si adatti alle condizioni esistenti

della Società Italiana della Scienza del Suolo*

 

Il concetto di desertificazione si è evoluto nel corso degli anni e sta assumendo sempre più una connotazione globale. Alla fine degli anni ’70 del secolo passato, FAO-UNEP-UNESCO (1979) definirono la desertificazione come “il processo che porta a una riduzione irreversibile della capacità del suolo di produrre risorse e servizi”, ossia di supportare la produzione di biomassa a causa di variazioni climatiche e di attività antropiche. Ciò che infatti accomuna le diverse aree soggette a desertificazione è la progressiva riduzione del topsoil (strato superficiale del suolo) e della sua capacità produttiva.

La definizione dell’UNCCD

Proprio basandosi sul criterio di produttività biologica, la Convenzione delle Nazioni Unite sulla lotta alla Siccità e alla Desertificazione (UNCCD), nel 1977, ha adottato una definizione di desertificazione intesa come “riduzione o distruzione del potenziale biologico del terreno che può condurre a condizioni desertiche”, che prescinde dalla collocazione geografica delle aree colpite (polari o tropicali), dalle caratteristiche climatiche, dalle cause (naturali o antropogeniche) e dai processi (salinizzazione, erosione, deforestazione, ecc.) all’origine della degrado del potenziale biologico del suolo.

Ed è proprio sul concetto di degrado che si è poi basata l’UNCCD, considerando la desertificazione come il “degrado delle terre nelle aree aride, semi-aride e sub-umide secche attribuibile a varie cause, fra le quali le variazioni climatiche e le attività antropiche”. Tale definizione circoscrive l’ambito di intervento territoriale in funzione delle caratteristiche climatiche e introduce esplicitamente l’azione dell’uomo fra le cause della desertificazione, oltre alle variazioni del clima.

Le cause principali

La desertificazione è un fenomeno che interessa aree caratterizzate da ecosistemi ecologicamente fragili, dove il suolo è messo in pericolo da minacce quali siccità (Figura 1) salinizzazione (Figure 2 e 3), erosione (Figura 4), incendi (Figura 5), cambi dei regimi pluviometrici, pratiche agronomiche inadatte, eccesso di pascolamento, inquinamento del suolo e dell’acqua di falda, eccesso di attività turistiche.

Le cause principali rimangono comunque il cambio dei regimi pluviometrici e l’erosione. Infatti, anche se non vi fosse alcuna variazione dei regimi pluviometrici, l’assottigliamento del suolo causato da pratiche agronomiche inadeguate e da erosione riduce progressivamente la quantità di acqua che il suolo può immagazzinare, determinando una minore riserva di acqua per le coltivazioni.

Un costo da 42 miliardi di dollari

La desertificazione implica, quindi, la degradazione del suolo in tutte le forme evidenziate dalla Soil Thematic Strategy (COM 2006 e COM 2012) quali erosione, perdita di sostanza organica e di biodiversità, contaminazione e inquinamento, impermeabilizzazione, compattazione, salinizzazione e acidificazione. Tutte queste cause portano a una riduzione o perdita della capacità produttiva dei suoli legata alla riduzione o perdita totale della sua complessità biologica ed economica. In Europa, tra il 1900 ed il 1970, le aree degradate sono aumentate del 40%, soprattutto a causa dello sfruttamento delle aree a clima sub-arido; nei successivi decenni, l’estensione delle aree degradate si è quadruplicata a causa di pratiche agricole non sostenibili, sovra-pascolamento, deforestazione, incendi e urbanizzazione. Secondo la Banca Mondiale, il costo della desertificazione, inteso come perdita globale di reddito, sarebbe di 42 miliardi di dollari all’anno.

L’Europa non è assolutamente immune al problema desertificazione. Il fenomeno interessa, infatti, il 65% delle aree agricole aride, semi-aride, secco-subumide, per lo più concentrate nel bacino del Mediterraneo.

Desertificazione non significa, quindi, trasformazione un territorio in deserto ma, piuttosto, portare il suolo a un livello di degrado che limita le scelte agricole e forestali.

La desertizzazione corre veloce

Il termine che più coincide con l’immaginario comune è quello della desertizzazione, che davvero significa “trasformarsi in deserto” e identifica la progressiva espansione dei deserti sabbiosi (erg) e sassosi (reg) dovuta a fenomeni di degrado del suolo causati, anche in questo caso, da pascolamento e pratiche agronomiche inadeguate, ma che si verificano in aree del pianeta con regimi termici torridi e scarse precipitazioni.

Quindi, desertificazione e desertizzazione rappresentano il progressivo degrado del suolo e del territorio. Nelle zone del mondo con clima temperato e piogge almeno superiori ai 400-450 mm all’anno, una situazione di relativa normalità può peggiorare rapidamente (pochi decenni) verso una desertificazione, causando problemi economici e sociali.

Invece, nelle zone del pianeta con clima caldo-torrido, se le piogge sono al di sotto di 200 mm all’anno, qualunque attività contraria al delicato equilibrio del suolo può rapidamente portare all’espansione dei deserti con l’insorgere di enormi problemi sociali. Ne sono esempio le decine di oasi nell’area del Maghreb, autentici paradisi fino a 50-60 anni fa (si coltivavano palme, fichi, uva, olivo, melograni, miglio, erba medica e molto altro) che oggi sono completamente abbandonate a causa della salinizzazione dei suoli provocata da irrigazione con acque salino/salmastre che erano intercettate in falde profonde e che ha portato alla desertificazione delle oasi nel giro di 10-20 anni.

L’intervento di Giuseppe Corti, presidente SISS alla presentazione del Rapporto sulla Salute del suolo 2023

Azioni di contrasto alla desertificazione e alla desertizzazione

Per rallentare o fermare la desertizzazione non esistono azioni di contrasto efficaci a livello generale. Ciononostante, qualcosa può esser fatto, anche se a fronte di investimenti importanti. Un esempio ci viene dagli Emirati arabi Uniti, dove sorgenti di acqua dolce, in pratica, non esistono. Infatti, la stragrande maggioranza dell’acqua potabile è ottenuta da desalinizzazione dell’acqua di mare. Se consideriamo che la maggior parte degli abitanti sono urbanizzati, ne deriva una notevole quantità di reflui urbani. Da alcuni anni si è quindi iniziato trattare le acque reflue collettate per poterle usare in agricoltura. In particolare ad Abu Dhabi, si produce una notevole quantità di reflui che viene utilizzata per fare agricoltura nelle zone pre-desertiche o desertiche prospicenti la città, ma anche in quelle di agglomerati urbani più piccoli, anche a distanze ragguardevoli (200 chilometri) dalla città, dove l’acqua trattata viene convogliata tramite tubature interrate.

Le acque reflue trattate possono essere una risorsa anche per il contrasto alla desertificazione nelle aree dove questa sia attribuibile soprattutto a scarse precipitazioni. Ma, soprattutto nei Paesi industrializzati, il contrasto alla desertificazione deve prevedere anche altre azioni, che sono essenzialmente attività di contrasto all’inquinamento dei suoli e agli incendi, servizio che, oltre a molto altro, ben svolge il Comando Unità Forestali, Ambientali e Agroalimentari dell’Arma dei Carabinieri.

L’importanza del monitoraggio

Ma molte altre azioni devono essere intraprese, di comune accordo tra amministratori, esperti, aziende agricole e cittadini. Tra le prime, definire con indicatori di facile determinazione quali siano le aree soggette a desertificazione, il loro livello di rischio e la principale causa di degrado del suolo. In molti Paesi industrializzati, Italia compresa, si stanno diffondendo sempre più aree a rischio di desertificazione a causa di salinizzazione ed erosione accelerata. In queste aree, spesso agricole, sarebbe stato necessario prevenire il danno adottando sistemi agricoli (che significa non solo scegliere cosa coltivare, ma anche come, cioè quali lavorazioni, concimazioni o irrigazioni) armonizzati alle vigenti condizioni pedoclimatiche.

Sistemia agricoli resilienti

Una volta che il degrado ha raggiunto livelli di guardia, l’unico modo per intervenire è adattare i sistemi agricoli alla situazione esistente, programmando operazioni che nel tempo riescano a riabilitare i suoli in questione. In molti casi, il recupero o la rivisitazione delle sistemazioni idraulico-agrarie (sistemazione delle superfici aziendali o del territorio di area vasta che permetta l’emungimento dell’acqua di pioggia in eccesso senza causare erosione o danni maggiori quali le esondazioni) può essere la chiave di volta che, con altre azioni mirate, può permettere la reintroduzione di sostanza organica nel suolo. Di sicuro, non può esserci alcuna reintroduzione di sostanza organica nel suolo in condizioni di forte erosione idrica.

Di fatto, l’uomo può evitare o contrastare la desertificazione adottando un’agricoltura “amica del suolo”, in cui il mantenimento o l’aumento della sua capacità produttiva non ne comprometta le funzioni. E, quasi sempre ciò si realizza adattando l’agricoltura alle condizioni esistenti. Ma questo può comportare investimenti o perdite di economicità da parte dell’azienda.

Benché molto si possa fare anche all’interno di ogni azienda, una vera svolta nella lotta alla desertificazione e alla desertizzazione non può essere ottenuta senza l’intervento delle amministrazioni locali o dello Stato: solo con investimenti ingenti e progetti ambiziosi di area vasta è possibile un uso equilibrato del suolo, migliorandolo per le generazioni future, e la salvaguardia delle attività produttive, agricole non.

* Gli autori

Il presente editoriale è contenuto nel Rapporto 2023 “Il suolo italiano al tempo della crisi climatica”. Gli autori sono sono membri del consiglio direttivo della SISS: Giuseppe Corti (Presidente della Società Italiana della Scienza del Suolo – Centro CREA Agricoltura e Ambiente); Filiberto Altobelli (Centro CREA Politiche e Bioeconomia); Tommaso Chiti (Università della Tuscia); Alessandro Buscaroli (Università di Bologna); Claudio Colombo (Università del Molise); Michele Freppaz (Università di Torino); Beatrice Giannetta (Università di Verona); Vito Armando Laudicina (Università di Palermo); Giuseppe Lo Papa (Università di Palermo); Sara Marinari (Università della Tuscia); Stefano Mocali (Centro CREA Agricoltura e Ambiente); Maria Antonietta Rao (Università di Napoli “Federico II”); Claudio Zaccone (Università di Verona).